NOI SENZA DAVID

 

DFW foto ultima

 

Undici anni fa – il 12 settembre del 2008 – ci lasciava il più grande scrittore del suo tempo. Genio malinconico, acrobata di una scrittura nuova, concentrato di algebra e poesia, abbagliante, facile da leggere ma dal significato complesso, oscuro. Raccontare il fenomeno Foster Wallace è difficile quanto la ricerca di quel significato, si rischia cioè di scivolare nel linguaggio banale, sciatto e stereotipato contro il quale lo scrittore di Ithaca – New York – ha combattuto fino alla fine – l’ultima crisi depressiva, il vuoto fatale, ebbe a che vedere anche con quella smania continua e inappagabile di ricercare le parole giuste, le più adatte, le più aderenti ai contenuti della sua performance. In alcune mail inviate a Martina Testa – negli anni Ottanta editor della Minimum fax – Wallace si mostrava preoccupato per la intraducibilità di un racconto appena scritto in una lingua diversa dalla sua. A undici anni dalla morte, di Wallace ci manca soprattutto questa devozione per la scrittura, a volte semplice ed ironica, in altre enigmatica, filosofica, ma sempre potente, lacerante, originale. Ci manca la bidimensionalità delle sue narrazioni, visionarie ma nello stesso tempo ancorate come per magia al realismo più crudo e avvilente. Ci manca lo sguardo acuto sulle cose del mondo, quello sguardo che lo fa somigliare al Pasolini degli Scritti corsari. Come lo avrebbe descritto Wallace il ciclone Donald Trump, lui che in Infinite jest anticipò di vent’anni l’America folle, volgare e distratta dell’attuale presidente? Della rinascita di Roger Federer, il mito che lui celebrò in uno dei saggi più apprezzati – Il tennis come esperienza religiosa – ne avrebbe tratto un nuovo romanzo ambientato nel mondo dello sport?

Per quanto tempo ancora sentiremo parlare di te, David? Finirai come Hemingway, Steinbeck e Saul Bellow nei libri di scuola; resterai la stella polare di pochi aspiranti scrittori destinati ad un pubblico di nicchia, o il cinico altoforno della cultura di massa finirà per fagocitare in fretta anche il ricordo della tua opera? Non so rispondere. Ma sono convinto che la letteratura, dopo di te, non sarà più la stessa.

Angelo Cennamo

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LE FIGLIE DI CAINO – Colin Dexter

 

Le figlie di Caino - Dexter

 

Leggendo le note biografiche di Colin Dexter scopro che è stato docente di greco e uno specialista di enigmistica. Ecco, mi sono detto, da dove provengono tutte quelle citazioni dotte e le numerose dissertazioni sulla mitologia e la poesia classica. Confesso di essermi imbattuto in questo scrittore con colpevole ritardo e per puro caso. Mi trovavo in libreria a controllare le ultime novità della Sellerio, quando ad un tratto, tra Manzini e Malvaldi, la mano mi è scivolata su un romanzo poliziesco dal titolo intrigante: Le figlie di Caino. Di Dexter avevo letto delle buone recensioni, ma lo avevo sempre evitato non saprei dire per quale ragione. Forse nessuna in particolare. Dexter scrive – anzi scriveva – romanzi seriali il cui protagonista è l’ispettore di polizia Morse ( nome di battesimo non pervenuto). Morse è un personaggio simpaticissimo: flemmatico, dotto, ironico, e duetta con il suo vice, il sergente Lewis, alla maniera di Sherlock Holmes con l’assistente  Watson. Il caso è di quelli complicati se non impossibili, il cui unico indizio è l’assenza totale di indizi. Un ex docente di storia antica all’università di Oxford viene assassinato con una sola coltellata. Nessuno ha visto né sentito e l’arma del delitto non si trova. I due poliziotti indagano nel mondo universitario – lo fanno senza ricorrere ad effetti speciali, attraverso pedinamenti ed interrogatori: Morse e Lewis sono detective vecchio stampo – e gli intrecci con le altre storie più o meno parallele, di droga, prostituzione e abusi sessuali, vanno a rinfocolare la trama centrale che scorre con grande ritmo per le tutte le 468 pagine del libro.

Le figlie di Caino è un romanzo giallo tecnicamente perfetto, ovviamente dal sapore e dalle atmosfere british. Qualcuno paragona il Morse di Dexter al Montalbano di Camilleri. La simmetria potremmo estenderla, perché no, anche al Maigret di Simenon. Quel che conta di più è che Dexter sa coinvolgere il lettore, tenerlo sulla corda fino alla fine, erudirlo con le mille disquisizioni di letteratura classica, filosofia, di storia antica, e divertirlo con il suo humor inglese. Romanzo piacevolissimo. Dieci e lode.

Angelo Cennamo

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CORPUS CHRISTY – Bret Anthony Johnston

CORPUS CHRISTY - Bret Anthony Johnston

Di Bret Anthony Johnston avevo letto e apprezzato Ricordami così, il suo primo romanzo, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2015. Quarantenne, magro, occhialuto, look casual, docente di scrittura creativa all’università di Harvard, Bret Anthony Johnston è anche visivamente l’incarnazione del romanziere di talento. Corpus Christy è il suo libro d’esordio, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti. Storie di tenerezza e di sofferenza ambientate nel Texas dei nostri tempi: separazioni, lutti familiari, l’esperienza del carcere, la malattia. Il traffico, la spesa al supermarket, la tv, il clima di attesa per un uragano che sta per abbattersi sulla costa, metafora forse di una catarsi alla quale i protagonisti delle storie stanno per avvicinarsi. Il contesto ricorda quello del New Jersey di Frank Bascombe, l’everyman della fortunata quadrilogia di Richard Ford:  la costa minacciata dalle onde e dal vento, le giornate che si susseguono tra impegni di lavoro e piccole incombenze, la birra come interpunzione di una ripetitività grigia e ineluttabile. I ricordi di un tempo ormai andato, migliore di quello presente, e la speranza che la tempesta – l’uragano nel cielo e l’angoscia di vivere – passi presto, trascinando via con sé tutto il dolore. Magnifica la scrittura, di un minimalismo quasi carveriano, con quel non detto che lascia aperta la porta all’immaginazione e scava nell’intimità di ogni personaggio. Un libro malinconico, un bel libro.

Angelo Cennamo

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A BOCCE FERME – Marco Malvaldi

 

 

A bocce ferme - Malvaldi

 

Con Marco Malvaldi la geografia del noir ci porta in Toscana, in una località amena – si dice così – del litorale pisano, dove un manipolo di pensionati si ritrova al bar per scambiare quattro chiacchiere, raccontarsi della giornata, ma anche per indagare su delitti misteriosissimi. Aldo, Amelio, Pilade e il Rimediotti sono i vecchietti del BarLume, la banda della Magliadilana o, se preferite, la DIA: Direzione Investigativa Anziani. In un mondo popolato di commissari, ispettori e marescialli dei carabinieri, la trovata di Malvaldi di scegliere come protagonisti dei suoi romanzi seriali quattro ottuagenari è stata davvero geniale. Malvaldi è uno scrittore arguto, pungente, divertente, e i suoi gialli comici sono ormai diventati un appuntamento irrinunciabile per gli appassionati del genere e non solo. A bocce ferme – romanzo del 2018 – racconta la vicenda di un uomo che confessa nel proprio testamento un omicidio commesso ben cinquant’anni prima; un caso di cui parlarono tutti i giornali dell’epoca, che però non fu mai risolto. E’ una storia di imprenditori, di paternità incerte e di eredità controverse. Ma è soprattutto lo spunto per aprire la porta ai ricordi, pubblici e privati, legati alla stagione del ’68: la contestazione dei giovani universitari, le lotte operaie, l’emancipazione femminile. La confessione molto postuma di Camillo Luraschi, il facoltoso imprenditore passato a miglior vita, lascia diversi dubbi e i vecchietti del BarLume, tra un flashback e l’altro, riusciranno come sempre a fare luce su una verità nascosta per troppo tempo. Ne viene fuori un racconto piacevole, scritto per un terzo in toscano, che offre al lettore uno spaccato preciso, puntuale, della bella provincia italiana, a metà strada tra i libri di  Giovannino Guareschi e Amici miei di Mario Monicelli.

Con A bocce ferme Malvaldi si conferma un autore vivace, di una leggerezza soave che non annoia, e la Sellerio una casa editrice esperta, capace come poche altre di scovare giovani talenti che hanno dato nuova linfa alla nostra letteratura arricchendo un filone – il noir –  nel quale noi italiani, da diversi anni, non siamo secondi a nessuno. Viva il giallo italiano, viva gli scrittori genuini e divertenti come Marco Malvaldi.

Angelo Cennamo

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ATTESE

ATTESE

Da casa mia alla panchina di Momo sono quaranta passi. Li ho contati. Momo è lì che rovista nella sua busta bianca, cerca la cicca di una sigaretta. Nell’altra mano stringe un accendino. Di fronte a lui, la spiaggia prende i primi colori dell’alba. L’aria è fresca e dalla baia giunge il suono di una nave. Un transatlantico. Momo si ferma e la guarda. Stringe gli occhi come se il suono lo catturarasse con lo sguardo. Il volto è scavato e un filo di barba lo ricopre fino agli zigomi, alti e sporgenti. In testa ha un basco, di quelli militari. Lo porta inclinato come un vero soldato. Le mani ora le ha appoggiate alla panchina in una posizione di attesa. Le dita lunghe, nodose. Le unghie segnate di nero.

– Momo! –

– Ehi, amico. Hai birra? – fa il gesto del bere.

– No birra. Biscotti. Buoni –

Sorride. Toglie il cappello, si passa una mano tra i capelli, sottili, scuri come la pece, poi allunga il braccio per prendere il pacco.

– Grazie, amico mio – abbassa la testa e mi fa un mezzo inchino.

– Quanto manca? –

– Non molto. Due giorni. Tre –

Guardiamo il mare nella stessa direzione. È calmo, senza increspature, dello stesso colore del cielo. Due ragazzi corrono uno di fianco all’altro, ci passano davanti lasciando una scia di sudore e gommapiuma.

Saluto Momo poi salgo sulla bici da corsa e pedalo senza sosta lungo tutto il molo fino al negozio di esche. Alice è già arrivata, mi passa un caffè fumante, appena preparato con la cialda. Senza zucchero, sa che lo preferisco amaro.

– Che dice, Momo? –

– Niente. Aspetta –

– Non si rassegna –

Faccio di no con la testa.

– È dura.

– Domani non vengo –

– Come mai? –

– Devo accompagnare Jim dal medico. Ha sempre mal di testa –

Alice abbassa gli occhi. Sembra preoccupata. Ha un camicetta bianca stropicciata e un jeans attillato. Jim lo ha tirato su da sola col sussidio di disoccupazione e qualche lavoretto extra. L’ho conosciuta al Chico’s. Serviva ai tavoli tutte le sere. Le chiesi se le andava di venire da me al negozio. Non se lo fece ripetere due volte. Il lavoro le piace, è brava, e la paga è buona. Ha abbandonato il camper rubato a suo padre, giù a Sacramento, e preso in fitto due camere dietro la stazione. I fine settimana mi fermo a casa sua, le faccio la spesa, qualche riparazione, e quando Jim è fuori a giocare con gli amici, restiamo sotto le coperte a fare quattro chiacchiere. Vuoi sposarmi, Alice? Non gliel’ho mai chiesto. Mi piacerebbe. Il fatto è che Alice ha la metà dei miei anni, anche se ne dimostra dieci di più. So che prima o poi si rimetterà in viaggio, lei e Jim da soli, senza una vera meta. Non rimane mai nello stesso posto per più di qualche mese. Una volta mi disse che le sarebbe piaciuto trasferirsi in Canada.

– Quanto manca, Momo? –

– Due giorni. Al massimo tre –

– Ciao –

Angelo Cennamo

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LA CORSARA – Ritratto di Natalia Ginzburg – Sandra Petrignani

 

La Corsara - Sandra Petrignani

 

Da dove comincia una vita?” Si chiede Sandra Petrignani all’inizio del libro che ha dedicato alla scrittrice Natalia Ginzburg. Da dove comincia la recensione di un libro come il suo, mi chiedo io, così fitto di storie, aneddoti, curiosità, retroscena, e così ricco di approfondimenti non solo sulla vita della Corsara – nome che ci riporta agli scritti graffianti del Pasolini di via Solferino – ma di quel vasto mondo di letterati che insieme a lei ha orbitato intorno alla Einaudi in pieno Novecento. Natalia chiamata così come la protagonista di Guerra e pace, Natalia che sposa Leone Ginzburg, cofondatore della Einaudi ed eroe della Resistenza, che di Guerra e pace ha il nome del suo autore. Natalia che della Einaudi ne diventerà anche dirigente dopo la morte in carcere del marito, il suo primo marito: in seconde nozze sposerà Giovanni Baldini. Insomma, Natalia e la letteratura sono destinate ad incontrarsi e a non lasciarsi più. Dove comincia una vita? Quella della Ginzburg nella Palermo di inizio secolo, ultima figlia, dopo tre fratelli e una sorella, di Giuseppe Levi – scienziato triestino, ebreo, che alla soglia dei settant’anni sarà maestro ed amante, scopriremo, di una giovane Rita Levi Montalcini – e della milanese Lidia Tanzi. Il trasferimento a Torino avverrà pochi anni dopo, in quell’appartamento di via Pastrengo divenuto scenario del romanzo più celebre Lessico famigliare. Sandra Petrignani visita i luoghi dell’infanzia alla ricerca delle ultime tracce riconoscibili: l’albero nel giardino, una finestra, le voci dei giochi che riecheggiano nella memoria. Molte cose sono cambiate e in tanti neppure sanno della grande scrittrice, dei suoi libri. La passione per la scrittura la Ginzburg la coltivò già nei primi anni della giovinezza, per quanto a scuola fosse un’asina e dovesse faticare non poco per conseguire la maturità. L’incontro con Leone Ginzburg è un momento cruciale della sua esistenza e di riflesso della sua biografia. Leone ci viene descritto come un uomo brutto ma intelligentissimo e molto colto, cospiratore antifascista fin dai tempi del liceo. Un apolide alla ricerca di radici, mezzo italiano, mezzo russo. Al suo amico Augusto Monti disse una volta “Sono senza patria due volte, come ebreo e come russo”. Struggenti le parole dell’ultima lettera inviata dal carcere alla giovane moglie “La mia aspirazione è che tu normalizzi, appena ti sia possibile, la tua esistenza; che tu lavori e scriva e sia utile agli altri”. Questo era Leone. Sono anni difficili, la guerra, la persecuzione degli ebrei, Natalia sola con due figli da crescere. La Einaudi diventerà il suo rifugio ma anche il luogo della sua consacrazione. Insieme a lei un gruppo di giovani intellettuali destinati a scrivere la storia della letteratura italiana: Italo Calvino, Alberto Moravia, Elsa Morante, Cesare Pavese. Le pagine dedicate all’amico “Cesarito”, ai suoi tormenti, a quella solitudine autoinflitta che accompagnò lo scrittore fino al giorno del tragico addio, la notte tra il 26 ed il 27 agosto del 1950, sono tra le più emozionanti del libro “Scelse, per morire, un giorno qualunque di quel torrido agosto; scelse la stanza di un albergo nei pressi della stazione: volendo morire nella città che gli apparteneva, come un forestiero……Guardò oltre la morte, come quelli che amano la vita e non sanno staccarsene”. Questa parte del racconto mi ha ricordato un’altra storia d’amore e di amicizia ambientata nella Napoli del dopoguerra, le vicende della giornalista militante Francesca Spada e del genio della matematica Renato Caccioppoli, splendidamente evocate da Ermanno Rea in Mistero napoletano. La lunga e straordinaria vita di Natalia, tra amori più o meno taciuti ( Salvatore Quasimodo, Cesare Garboli), libri, articoli di giornale, impegni politici, segue i dossi e le curve del Novecento; non c’è evento, fatto, guerra, strage, nel quale Natalia non sia in qualche modo coinvolta, direttamente o attraverso il suo pensiero critico di saggista e romanziera. Natalia è lo specchio del Novecento e il Novecento si riflette in lei. Questo e molto altro racconta Sandra Petrignani nel ritratto fedele, intenso della donna e della scrittrice che meglio di tante sue colleghe ha saputo incarnare lo spirito del secolo in cui ha vissuto. Non è un saggio, La Corsara, ma un romanzo vero, un meraviglioso grumo di ricordi, di tracce indelebili che la Petrignani ha raccolto e filtrato attraverso la propria esperienza di letterata e di ammiratrice della Ginzburg. Sandra Petrignani di questa storia ne fa parte, per certi versi ne è la continuatrice, le suggestioni che rivive e trasmette ai lettori visitando i luoghi e parlando con i testimoni dei fatti raccontati, sono parte  integrante della sua narrazione, sempre vorticosa, incalzante, amorevole. Un libro necessario.

Angelo Cennamo

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L’ACCHITO – Pietro Grossi

L'acchito - Pietro Grossi

Nel gioco del biliardo, la parola acchito sta ad indicare la posizione d’inizio della palla. Il giocatore la colpisce con la giusta intensità, la palla tocca la sponda di fronte e lentamente ritorna nella posizione di partenza. Dino è un giovane operaio, di giorno pavimenta la città, le sere le trascorre al tavolo verde con l’amico e maestro Cirillo “Teneva la stecca come un filo di cristallo e carezzava le palle come le guance di un neonato”. La sua esistenza semplice, spesa tra il lavoro, l’unione con Sofia, dalla quale sta per avere un figlio dopo molti anni di matrimonio, e il biliardo, scorre monotona, silenziosa, senza sussulti, in una città del centro-nord indefinita, in un tempo imprecisato. Dino ama il biliardo, il buio affumicato della sala, il frrr musicale dei birilli che cadono sotto i colpi vellutati dei giocatori, le sue ritualità “Quella ragnatela di geometrie perfette in cui la sfortuna e gli dei maligni non potevano entrare” perché in quel rettangolo di gioco ogni cosa si muove con precisione millimetrica. Nel biliardo Dino trova l’armonia e le certezze che la vita non può offrirgli “Dino aveva bisogno di faccende chiare, precise, di sapere dove andavano a finire le cose”. Davanti al panno verde tutto segue un ordine perfetto e non c’è spazio per la cattiva sorte, la sfortuna non esiste “Se sbagliavi un tiro, se le palle non si mettevano come volevi o la tua andava a finire sul castello, era perché avevi tirato male, e non c’era dio e sfortuna che tenesse”. Non è solo un gioco, il biliardo, è un porto sicuro, la dimensione virtuale di una giustizia altrove negata, la metafora di una perfezione irrealizzabile in ogni altro luogo. E quando l’asfalto sostituirà i ciottoli, la passione, il sogno si tramutano in professione, in guadagno. Dovreste vederlo, Dino, con la sua vecchia stecca che sbaraglia i migliori professionisti aggiudicandosi il “torneo del lingotto”. Tutto allora cambia, tutto si muove, il progresso dell’asfalto, la violenta reazione del Biondo, l’ex collega aiutato a fuggire proprio nelle ore in cui si consuma la tragedia. L’illusione della perfezione, ancora lei.

Ero rimasto impressionato dalla scrittura di Pietro Grossi, scarna, poetica, potente, leggendo il suo libro d’esordio Pugni. Con L’acchito – pubblicato da Sellerio nel 2007 – Grossi conferma le sue doti di bravo narratore, la capacità di dare forma, contenuto, al vuoto esistenziale, e di riempire di parole i silenzi, le inquietudini dei suoi personaggi. Temi e atmosfere che mi hanno riportato a uno dei capolavori di Malamud, L’uomo di Kiev : il torpore, il sacrificio, la precarietà della vita che non ammette deroghe.

Angelo Cennamo             

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LE CENTO VITE DI NEMESIO – Marco Rossari

 

Le cento vite di Nemesio - Marco Rossari

 

Marco Rossari, scrittore e traduttore di grandi autori come Charles Dickens, Mark Twain, Dave Eggers e Percival Everett, del bravo romanziere non ha solo il talento ma anche la faccia, un po’ Jonathan Franzen un po’ David Foster Wallace. Le cento vite di Nemesio esce nel 2016 e l’anno seguente sfiora la cinquina al premio Strega. Il libro, voluminoso, ricco di spunti, trame, e con una miriade di personaggi alcuni dei quali veramente esistiti, racconta la storia di un padre e di un figlio che non si sono mai conosciuti fino in fondo: Nemesio Viti e Nemesio Viti, il vecchio artista, pittore di grido ormai centenario, e il giovane Nemo, Nemo come il capitano Nemo e come nessuno, il ragazzo fragile, “nato da uno sperma vecchio” – il padre lo concepì a settant’anni suonati –  senza una donna, senza un lavoro decente e senza neppure un’esistenza. Da quei testicoli vizzi, del resto, cosa poteva venire fuori: “dal seme rancido non nascono fiori”. Al contrario, il vecchio Nemesio un’esistenza piena ce l’ha avuta eccome “aveva attraversato in prima linea due guerre mondiali, una partigiana, una fredda, ogni tipo di contestazione, qualche movimento d’avanguardia, una prima moglie (deceduta), un primo figlio (morto in circostanze misteriose), migliaia di cause perse e di occasioni colte”. Nemesio, stufo di quella vita scialba, priva di gioie e di soddisfazioni, può dirsi un uomo sull’orlo di una crisi di nervi. Si sarebbe già suicidato se a trattenerlo non ci fosse quella scritta, come dire, incoraggiante, di fronte casa sua “Enrika ripensaci!!! by Kekko”. Seguita da un cuore stilizzato che somiglia a un fallo. Niente. Le strade dei protagonisti, il vecchio e il giovane, sembrano destinate a non incrociarsi mai. Troppo diversi. Troppo lontani, e non solo per una questione generazionale. Nessun contatto, nessuna esperienza condivisa. Due isole. Nel giorno del suo centesimo compleanno – eccolo il 2000 – il vecchio maestro, ospite di una mostra retrospettiva a lui dedicata, viene colto da un malore e ricoverato in ospedale. La storia raccontata da Rossari parte praticamente da qui. Il coma riporta le lancette del tempo all’ora zero. L’ora in cui tutto ricomincia: la vita di Nemo, il sogno che diventa realtà, “la metempsicosi a ritroso” che introietta il figlio nell’esistenza del padre facendogliela rivivere momento per momento. L’infanzia borghese nella Milano dei primi del secolo, con Sibilla Aleramo e Lombroso a cena dai genitori. Le tate, lo zio Minervino col quale il piccolo Nemesio divide giochi ed esperimenti. I viaggi in Europa, la guerre, gli amori, i tradimenti, la pittura, l’infinito girovagare bohemien tra Berlino e Parigi, la Resistenza. Il sogno è una forma di riappropriazione emotiva, dirà Nemo, una misteriosa catarsi che tra verità e finzione riavvicinerà teneramente padre e figlio nel momento culminante del trapasso. Sono le pagine più emozionanti di questo libro leggero e profondo come una favola, extra-ordinario, che sfugge ad ogni classificazione, che diverte ai limiti della demenzialità, che fa commuovere e annoiare, una-cento-mille storie ricche di suggestioni, eventi, e di situazioni paradossali, inebrianti, pirotecniche come la prosa del suo autore. Un romanzo per lettori onirici e folli, ha scritto Rossari nella dedica che immeritatamente mi sono ritrovato nella copia acquistata online. Cos’altro aggiungere: leggetelo.

Angelo Cennamo

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DIVORZIARE CON STILE – Diego De Silva

 

Divorziare con stile - Diego De Silva

 

Qualcuno ha detto che le storie raccontate nei libri sono già tutte scritte e che i romanzieri non fanno altro che cancellare il superfluo, togliere il contorno, eliminare le parole inutili. Un personaggio come Vincenzo Malinconico, avvocato di insuccesso all’anticamera del reddito di cittadinanza, che compra i mobili all’Ikea, divide il fitto dello studio “Diciamo Loft” con un ragioniere commercialista, e che non ha più di  quattro o cinque cause segnate sull’agenda, era necessario alla nostra letteratura, prima o poi qualcuno lo avrebbe per forza scovato, ne avrebbe raccontato la vita, gli stenti, le peripezie. Uso il verbo scovare perché Diego De Silva, avvocato, cinquantenne, napoletano trapiantato a Salerno – sembra il mio identikit –  Malinconico non lo ha mica inventato: è andato a stanarlo in mezzo a frotte di avvocati che affollano i tribunali di questo paese, soprattutto da Roma in giù, dandogli un corpo e una voce.

Divorziare con stile è il terzo romanzo che vede come protagonista questo simpatico disadattato dei tempi moderni, patrocinatore delle cause perse. Il canovaccio di De Silva è robusto e succulento: l’ex moglie, l’attuale fidanzata sposata con un altro uomo dunque l’amante perfetta, e due figli con i quali l’avvocato non si è mai sentito all’altezza di essere padre, perché lui, Vincenzo, all’amore e ai sentimenti non è portato, gli mettono tensione, quando ama non è mai rilassato. Malinconico, avrebbe detto un fine umorista come Marcello Marchesi, che a De Silva somiglia moltissimo, è un Dottor Divago: le sue storie sono iperbolici flussi di coscienza, infinite peregrinazioni verbali e mentali su qualunque argomento, dai tassisti ai social, dai colleghi di lavoro agli ex compagni di scuola. Malinconico si perde in mille pensieri, le sue riflessioni filosofiche ci ricordano a tratti quelle del Bascombe di Richard Ford o di Herzog di Saul Bellow, ne sono quantomeno la declinazione comico-partenopea. Malinconico apre vagonate di incidentali e si dimentica di chiuderle, entra ed esce dalle sue trame bizzarre intrecciando discorsi talvolta inconciliabili, ma è la cifra del sua personalità bipolare, tripolare, quadripolare. Veronica Starace Tarallo, donna affascinante e moglie del celebre avvocato Ugo Maria, si rivolge a lui, udite udite, al più goffo degli azzeccagarbugli vesuviani, per chiedere la separazione al marito. La vicenda del divorzio, esilarante e ricca di colpi di scena, nella quale Malinconico riesce a trovare anche il modo di riscattarsi come professionsta, si mescola ad altre trame solo apparentemente marginali: la causa che Malinconico deve perorare dinanzi al giudice di pace Pestalocchi – La Merda – per risarcire lo zio Mik; la sospetta coabitazione di suo figlio Alfredo con il compagno di università; il matrimonio annunciato a tutti tranne che a lui dell’altra figlia Alagia. Momenti di tenerezza che chiudono una commedia brillante, dal ritmo incalzante e sincopato, scritta magnificamente da un De Silva in stato di grazia. Ci vuole talento per essere leggeri.

Angelo Cennamo

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OGNI COINCIDENZA HA UN’ANIMA – Fabio Stassi

 

 

Ogni coincidenza ha un'anima - Fabio Stassi

 

“Mi chiamo Vince Corso. Ho quarantacinque anni, sono orfano e per campare prescrivo libri alla gente”

Non poteva cominciare meglio questo romanzo di Fabio Stassi, autore pluripremiato con L’ultimo ballo di Charlot e La lettrice scomparsa, tradotto in diciannove lingue, e ultima rivelazione della feconda casa editrice Sellerio. Da oltre vent’anni Stassi scrive i suoi libri sui treni, viaggiando da pendolare da una città all’altra del Lazio. Il protagonista delle sue storie è un insegnante precario che per sbarcare il lunario si inventa la professione del biblioterapeuta, una specie di pronto soccorso letterario per uomini e donne feriti nel corpo e nell’anima. Ad ognuno di questi pazienti Vince suggerisce un romanzo o pochi versi di una poesia. Certi libri possono guarire, indirizzare le nostre vite, alle volte può bastare una suggestione, l’immagine di un ricordo a riaccendere la luce, a farci rialzare dopo una rovinosa caduta. I libri come medicine, dunque, o forse come pretesto per farsi raccontare delle storie, Vince è una persona buona, sensibile, che sa ascoltare, e non giudica. In via Merulana, quella del Pasticciaccio di Gadda, il nostro supplente bohemien ha preso in fitto un antico lavatoio e lo ha adattato a studio. Una stamberga dove scrive tutti i giorni una cartolina al padre che non ha mai conosciuto, prende appunti, annota e classifica le sue letture, e riceve i suoi stravaganti pazienti. Una sessantenne molto distinta gli racconta che il fratellastro, uomo di grande cultura, studioso delle lingue, divoratore di libri di ogni genere, che negli anni ha accumulato un tesoro di oltre ventimila volumi preziosi, si è ammalato del morbo di Alzheimer. L’uomo non fa che ripetere frasi sconnesse, parole senza senso che potrebbero essere citazioni di un romanzo. Sì, ma quale. Se Vince riuscisse ad individuarlo, la sorella glielo leggerebbe ad alta voce, qualche pagina al giorno, per rallentare il decorso della malattia. E’ una missione quasi impossibile, ritrovare quelle frasi tra migliaia di testi e codici letterari è come cercare un ago in un pagliaio. L’indagine del professor Corso è avvincente e costellata di strane coincidenze e incontri fortuiti, come quello con Feng, la studentessa cinese che ha il terrore di perdere il suo telefonino – si chiama nomofobia, le spiega Vince, da No Mobil Phobia. Sa pure questo, il biblioterapeuta. Lei e il protagonista si perdono e si ritrovano nelle strade di Roma senza darsi appuntamenti né scambiarsi i numeri di telefono: Ogni coincidenza ha un’anima. La Roma raccontata da Stassi è una metropoli caotica, multietnica, razzista, in linea con i tempi e gli umori dei giorni d’oggi. In una delle scene finali del libro, Vince si ritrova coinvolto in uno scontro di piazza con la polizia che fatica ad arginare la rabbia degli extracomunitari. I libri possono aiutarci a comprendere la complessità del mondo, ad allargare i nostri orizzonti, a vincere i pregiudizi, a diventare più umani. E’ questo il messaggio che Stassi ci consegna con questo bellissimo romanzo, originale, colto, poetico, e che profuma di mille altri libri.

Angelo Cennamo

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