LA GIOSTRA DEI CRICETI – Antonio Manzini

 

 

La giostra dei criceti - Manzini

Antonio Manzini lo conosciamo bene: sceneggiatore e scrittore di romanzi gialli che nelle classifiche dei libri più venduti gareggiano ormai alla pari coi racconti siculi del maestro Camilleri, con i Bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, con la Milano da bere di Robecchi, e con i romanzi di altri specialisti di un genere, il noir, che da parecchi anni sta monopolizzando o quasi il mercato della narrativa italiana. Sellerio ha da poco ripubblicato un suo vecchio romanzo, edito la prima volta da Einaudi nel 2007, intitolato La giostra dei criceti. Siamo quasi agli esordi, Manzini non ha ancora dato alle stampe i primi capitoli della fortunata saga del vicequestore Rocco Schiavone, ma nella sua prosa asciutta, disadorna, cruda, ritmata, già si intravedono i primi bagliori di quell’ironia malinconica, quell’amaro disincanto che caratterizza la sua scrittura, e che ritroveremo anche nei libri successivi, quelli della definitiva consacrazione.

 La giostra dei criceti è la storia di una rapina organizzata da quattro amici di una periferia romana, una rapina sgangherata e finita male, anzi malissimo. René, Cencio, Franco e Cinese sembrano personaggi usciti dalle pagine di un romanzo di Pasolini, sono ragazzi di vita, la cellula malavitosa, improvvisata e sprovveduta di una gioventù marcia e senza speranza, che sopravvive ai margini di una società arida di valori e di senso della legalità. Il romanzo criminale dei quattro amici-nemici, nonostante tutto molto divertente e con dialoghi scritti in romanesco, va ad intrecciarsi a quello di un’organizzazione di alti vertici dello Stato – un dirigente dell’Inps, un ministro, un generale dell’esercito, burocrati e impiegati senza scrupoli  – che lavora in gran segreto ad un piano folle e surreale denominato “Anno Zero”. Un’operazione complessa e ben congegnata che punta a risolvere il problema delle pensioni alla radice: eliminando fisicamente i pensionati. Le due trame parallele, attraverso la narrazione magistrale di Manzini, danno corpo ad un romanzo tragicomico, veloce, avvincente e carico di suspance. Un libro pessimista, senza un lieto fine, lo spaccato di una società degradata e priva di sentimenti, di un’umanità insulsa, oscena e brutale “Siamo carne da cannone, aveva detto René. Era vero. Carne da cannone. Gente che muore senza un senso, senza un’utilità. Che ha vissuto senza sapere, e senza sapere se ne va“.

Manzini possiede il pregio degli scrittori di razza: sa coniugare l’alto con il basso, la poesia con la leggerezza, il dramma con la farsa. Manzini piace a tutti, scrive bene e vende tanti libri. Non è forse questo il sogno di ogni romanziere?

Angelo Cennamo

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TORTO MARCIO – Alessandro Robecchi

TORTO MARCIO - ROBECCHI

Nel ghetto di piazza Selinunte, a Milano, gang di nordafricani e di calabresi si spartiscono più di seimila alloggi popolari. Tuguri senz’ascensore e senza acqua calda, occupati abusivamente per poche migliaia di euro da famiglie di immigrati e da giovani disoccupati. Dall’altra parte della città, un ricco imprenditore, sulla sessantina, un grosso commerciante di carni, viene ammazzato con due colpi di pistola. Il delitto porta una strana firma: sul corpo della vittima l’assassino ha collocato un sasso, bianco e liscio, grande come una pallina da golf. Non pare che l’uomo avesse rapporti con la malavita, né che avesse dei nemici: la sua condotta di vita era irreprensibile “il morto non era uno che di solito muore cosi… l’infarto sì, magari se lo aspettavano, ma le pistolettate no”. Un secondo delitto. Questa volta il malcapitato è un urbanista con buone entrature nella politica, anche lui non giovanissimo. Cosa avranno in comune questi due individui apparentemente così distanti? Cosa li lega? Quale sarà il movente degli omicidi? Gli inquirenti pensano ad un complotto contro lo Stato, seguono la pista dell’integralismo islamico: a Milano non c’è la moschea e “quei sassi vogliono dire: dai, su, milanesi, costruiteci la moschea, se non vi facciamo fuori tutti, uno a uno”. Il cardinale convoca una veglia di preghiera dedicata alle vittime del terrorismo in città, che nel frattempo sono diventate tre. Da Roma arrivano la Digos e un profiler israeliano, a pattugliare le strade viene mandato l’esercito. I giornali lanciano proclami e la politica si divide. Eppure qualcosa non torna. Il questore Gregori decide allora di promuovere un’indagine parallela e clandestina, lontana dal chiasso dei media. Se ne occuperanno Ghezzi e Carrella, due poliziotti molto diversi tra loro, un po’ burberi e dai modi spicci, che per seguire il caso dovranno fingere di essere in ferie. Nell’indagine si ritroverà coinvolto accidentalmente anche un personaggio insospettabile: Carlo Monterossi, autore di un  programma televisivo trash chiamato “Crazy Love”, la tv del dolore e della sfiga, la Fabbrica Della Merda ”con tanto di cachet, contrattini, liberatorie e istruzioni per piangere meglio” condotto dalla spregiudicata ed esuberante Flora De Pisis. Cari lettori, non lo giudicate male, Monterossi: questo lavoro lui lo fa solo per guadagnarsi da vivere. Ancora poche puntate e il nostro Carlo potrà finalmente dedicarsi al suo progetto più ambito: scrivere un libro su Bob Dylan, con tanti saluti alla De Pisis e alla sua Fabbrica Della Merda.

Buona parte della letteratura prodotta in Italia negli ultimi venti anni è letteratura di genere: gialli, polizieschi, noir, thriller, le definizioni si sprecano, i nomi degli scrittori pure: Camilleri, Lucarelli, Carrisi, Carofiglio, De Giovanni, Manzini. Non saranno tutti dei Michael Connelly o dei Simenon, ci mancherebbe, ma alcuni di loro sono davvero bravi. Alessandro Robecchi è tra questi. Torto marcio, edito da Sellerio – l’editore palermitano ormai specializzato nel genere noir – è il romanzo della maturità e, ne siamo sicuri, della sua consacrazione. Diciamo subito che la definizione di romanzo giallo, al libro di Robecchi, gli va un po’ stretta. Torto Marcio è infatti molto di più di una storia poliziesca, di una sequela di delitti e di investigazioni convulse: è soprattutto una panoramica, fedele, precisa e credibile, sulla Milano di oggi; uno spaccato amaro ma anche ironico della nostra società che oltrepassa la semplice narrazione del crimine. Per certi versi, è il grande romanzo italiano che molti scrittori, non di genere, spesso inseguono invano. Robecchi è un gran lettore di noir e di thriller americani, da Winslow a Lansdale. Lo avessi conosciuto prima, mi sarei risparmiato la saga di Hap & Leonard, e chissà quanti altri libri. La sua scrittura è tagliente, asciutta, veloce, comica, con frasi brevi ma incisive, e con dialoghi serrati. “Robecchi non scrive gialli, scrive blues”, ha scritto Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della sera. È la migliore definizione, forse, per uno scrittore dallo stile potente e ritmato come quello delle ballate di Bob Dylan e della buona narrativa americana.

Angelo Cennamo

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MORTE DI UN UOMO FELICE – Giorgio Fontana

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Ho imparato a conoscere e ad apprezzare Giorgio Fontana, prima ancora di leggere i suoi libri, ‎attraverso le parole di affetto e di stima che ha per lui Marco Missiroli, quando gli capita di recensire i suoi romanzi o quando, per esempio, in qualche intervista o dibattito pubblico gli viene chiesto quali sono gli scrittori italiani che preferisce. “Fontana e Ammaniti”, risponde. Come Missiroli, Giorgio Fontana appartiene a quella giovane e talentuosa generazione di romanzieri che sembra avere definitivamente ammansito le voci più critiche e pessimistiche sulle sorti della letteratura moderna di questo Paese, dopo gli ultimi fuochi di Calvino, Pasolini e Sciascia.

Nel 2014, a soli trentatré anni, Fontana pubblica il suo quinto romanzo Morte di un uomo felice e vince il premio Campiello. Il romanzo racconta la storia di un giovane magistrato, il trentasettenne Giacomo Colnaghi, che indaga sull’assassinio di un esponente in vista dell’ala più a destra della Democrazia cristiana, “un tipo volgare, odioso e colpevole”. Siamo a Milano, nell’estate del 1981. La stagione degli anni di piombo è entrata nella sua fase conclusiva, la più cruenta. Colnaghi è un uomo mite, molto cattolico “dovevi fare il prete, non il magistrato” gli ripete il collega Roberto Doni, “era talmente semplice, e come sempre aveva a che fare con il dolore: non con l’equità, o con qualche utopia, né con i piatti di un’ipotetica bilancia da pareggiare: alla fine si riduceva tutto solo e soltanto al dolore”, sposato con un’insegnante di inglese, Mirella, donna che ama ma con la quale non ha rapporti intimi da sette mesi “ il loro matrimonio ruotava attorno ad un nucleo di silenzio cristallino e rispettoso, che per Colnaghi era lo specchio di ciò che doveva essere un legame”.

Giacomo Colnaghi fuma la pipa e se ne va in giro per Milano in bici o in tram, senza scorta. Gli piace trattenersi la sera in qualche bar di periferia per bere un bicchiere di vino e ascoltare storie di ferrovieri e di operai, o fare un salto nella libreria del caro amico Mario. La storia di Colnaghi si intreccia a quella di suo padre Ernesto, un operaio partigiano ucciso barbaramente dai fascisti quando Giacomo aveva solo pochi mesi. Fontana la scrive in corsivo, alternando le due vicende tra un capitolo e l’altro del libro.

I due Colnaghi si somigliano molto, le loro brevi esistenze sembrano legarsi e ritrovarsi, oltre che nello stesso tragico destino, nei medesimi ideali di giustizia e di solidarietà che l’umile operaio insegue attraverso la Resistenza, e il sostituto procuratore lottando contro l’eversione e la ferocia delle Brigate rosse.

Nelle note finali, Fontana scrive che per tratteggiare il personaggio di Giacomo Colnaghi si è ispirato alle figure di altri due magistrati assassinati: Emilio Alessandrini e Guido Galli. Leggendo il romanzo, io ho invece ritrovato nell’esperienza umana e professionale del protagonista le storie di Luigi Calabresi e di Giorgio Ambrosoli, eroi diversi ed uguali di una borghesia piccola, invisibile ed operosa alla quale questo libro vuole essere un generoso e commovente tributo. Per stoicismo, bontà d’animo e integrità morale, i due Colnaghi somigliano molto anche ai personaggi dei romanzi di Malamud, uomini spesso travagliati, perseguitati dalla malasorte, che combattono il male e le ingiustizie arroccandosi nella propria fede e nella rettitudine.

Morte di un uomo felice è una profonda riflessione sulla giustizia e sui suoi limiti. Un libro emozionante, scritto con uno stile sobrio, garbato e scorrevole che ci riporta ai classici della grande letteratura italiana del Novecento.

Angelo Cennamo

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IL TEMPO MATERIALE – Giorgio Vasta

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Con le parole Giorgio Vasta ha un rapporto intimo, confidenziale; le sceglie con cura, le posiziona nelle frasi con precisione millimetrica, facendo attenzione ad ogni minimo dettaglio “i tegami, le ciotole, il brusio dell’idrolitina dentro la bottiglia, l’impotenza degli affetti che si spegne brulicando“, seguendo cioè quell’estetica immaginaria della forma e del suono, nella scelta dei lemmi – quel muoversi con disinvoltura tra sostantivi, aggettivi, locuzioni, quel passare del tempo nel linguaggio – che possiedono solo i grandi romanzieri. Vasta è un grande romanziere. Lo scopriamo fin dalle prime pagine de Il tempo materiale, il suo libro d’esordio, pubblicato da Minimumfax e arrivato tra i finalisti al premio Strega del 2009. Una storia raccontata in prima persona e ambientata nella Palermo degli anni di piombo. È il 1978. Nimbo, Scarmiglia e Bocca sono tre undicenni curiosi, intellettualmente precoci, costruttori di parole “mitopoietici”, si dira’, “critici. Tetri. Lettori di giornali, ascoltatori di telegiornali. Della cronaca politica. Concentrati e abrasivi. Preadolescenti anormali“. Nulla di male se non fosse che i tre sono affascinati dalle Brigate Rosse, attratti dalla lotta armata. Quest’insana passione li porta a rileggere dai giornali e a studiare nei particolari i comunicati dei terroristi

 “A prima vista la lingua delle Br è un animale mitologico. Un unicorno. Muscolare, sanguigno, poderoso, falliforme”. Le Br, dice Nimbo, sono un contagio, un’epidemia necessaria a un Paese tiepido, incapace di assumersi la responsabilità del tragico “il tragico è in grado soltanto di generarlo ma poi lo volge in farsa…in questo momento l’italia è percorsa dal contagio….prova piacere ma non può ammetterlo. Non è decente“.

Nimbo è un bambino segretamente crudele, che si diverte a vedere agonizzare insetti e lumache “di solito le schiaccio senza ucciderle, per creare l’impasto di corpo molle e sbriciolatura, per guardarle agonizzare mobili“. È un piacere sentirsi colpevole, dice Scarmiglia a chi gli chiede che senso ha rubare un pacco di sale tanto per.

I tre amici si radono il cranio per sembrare inquietanti, e ne vanno fieri “Tutti prima o poi dovrebbero conoscere il proprio cranio, toccarlo con i polpastrelli, misurarlo a spanne con i palmi aperti contorcendo le braccia per completare il perimetro“. Ora sono una cellula terroristica “tutto deve diventare responsabilità e costruzione. Pulizia e rigore” ripete Scarmiglia, l’ideologo del gruppo. ‎
Violenza diventa la parola d’ordine “La violenza ha il coraggio della colpa e la coscienza del dolore“. Ma rasarsi il cranio non basta, servono “azioni socialmente incompatibili“. La cellula ha bisogno di una struttura, di una strategia, di un addestramento. Dopo le facce i tre decidono di cambiare i loro nomi, ne scelgono altri, di battaglia: Raggio Volo e Nimbo, in una sola parola “NOI” Nucleo Osceno Italiano – così si firmeranno nei comunicati scritti con l’Olivetti 22, in perfetto stile brigatista – e di dotarsi di una grammatica dell’agire. Ventuno posture ispirate a film e personaggi della tv diventeranno il loro alfabeto muto “l’alfamuto”: il calcio all’indietro di Cochi e Renato “Lo sciocco in blu” significherà “odio”; il salto della staccionata di Nino Castelnuovo nello spot dell’olio Cuore indicherà “l’andare oltre”; la seduta goffa di Giandomenico  Fracchia “comprendere, capire le cose”; la morte avrà invece la postura di Aldo Moro, quella del cadavere rannicchiato su un fianco nella Renault 4 rossa. Il passo successivo sarà esplorare il territorio, conoscere i nomi delle strade, dei negozi, le fermate degli autobus, le cabine telefoniche. Occorre osservare, prendere appunti. Si, ma per fare cosa? Contro chi? Chi è il nemico? Il nemico e un’ipotesi, è una “nostra” invenzione “l’unico nemico perfetto è quello  che generi tu stesso“. I primi atti vandalici contro la scuola fanno da rodaggio a un percorso articolato e ben studiato che spingerà i baby brigatisti ad alzare sempre di più il tiro, facendo precipitare quel gioco assurdo in tragedia.

Il tempo materiale è un romanzo drammatico, folgorante, scritto in un italiano sublime, con uno stile asciutto e ricercato. Vasta è bravo a farci rivivere le suggestioni di un periodo che per il nostro Paese è stato culturalmente fecondo, ma anche cupo e feroce. Per me che nel 1978 avevo gli stessi anni dei protagonisti, leggere questo romanzo è stato come viaggiare a ritroso tra i ricordi dell’infanzia, vissuta come quella di Nimbo in una città del sud: Napoli e Salerno come Palermo, la spiaggia di Paestum come quella di Mondello. Immagini sbiadite che scorrendo le pagine del libro hanno ripreso forma e sono ritornate nitide: i compagni di scuola, i mondiali in Argentina con Bettega e Paolo Rossi, Enzo Tortora e Carosello alla tv, La febbre del sabato sera con le canzoni dei Bee Gees, l’Acqua Velva di papà sulla mensola del bagno, i cantautori impegnati che non andavano a Sanremo, gli zoccoli del Dott. Scholl, l’assassinio di Aldo Moro. Vasta ha scritto un romanzo di formazione originale, fuori da ogni schema, insolito e sorprendente come il flusso di coscienza e l’introspezione elaborati da un bambino di undici anni. Un libro filosofico e un po’ fiabesco che riannoda i fili della grande letteratura di Sciascia, Buzzati e Pasolini. “Uno dei più importanti romanzi apparsi in Italia negli ultimi dieci anni” scrive il Times Literary Supplement sulla quarta di copertina.

Angelo Cennamo

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I GIARDINI DEI DISSIDENTI – Jonathan Lethem

I giardini dei dissidenti - Lethem

Sarà una mia sensazione ma dei Jonathan della letteratura americana, Lethem, con Englander, è forse quello meno conosciuto in Italia. I suoi romanzi qui da noi non hanno raggiunto la stessa popolarità di certi libri di Franzen o Safran Foer, e neppure di Nathan Zuckerman, l’invenzione umana di Philip Roth. Fatto sta che pochi scrittori come e meglio di lui, di Lethem, sanno raccontare l’America, la sua dimensione metropolitana soprattutto. Jonathan Lethem è un intellettuale sensibile, arguto, capace di spaziare dal realismo al fantasy mescolando linguaggi diversi con estro e competenza  – insegna scrittura creativa all’università di Pomona, in California; la cattedra l’ha ereditata da David Foster Wallace.

Nato in una comune hippy di Brooklyn da genitori artisti e militanti di sinistra, dopo aver dato buona prova di sé con romanzi di formazione dalle atmosfere fumettistiche e musicali –  Brooklyn senza madre e La Fortezza della solitudine su tutti – con I giardini dei dissidenti Lethem approda alla prova forse più impegnativa e matura della sua carriera: un romanzo politico molto ambizioso, a tratti ostico, ma ben strutturato, polifonico, che racconta 70 anni di attivismo di sinistra negli Usa, dalla seconda guerra mondiale al movimento di Occupy Wall Street.  Ancora una volta Lethem sceglie come ambientazione del racconto la città di New York, non più Brooklyn come nei precedenti romanzi, ma un quartiere proletario del Queens, il Villaggio-Utopico-Socialista di “Sunnyside Gardens”. Al centro della storia, due donne straordinarie, bellicose e aggrovigliate in un odio reciproco: Rose Anrgush, polacca, ebrea, divorziata, moralista, comunista delusa, dal temperamento forte, ai limiti della crudeltà, da tutti conosciuta come la regina rossa di Sunnesyde. E sua figlia Miriam Zimmer, una hippy molto disinibita, più interessata al sesso che allo studio, che fa di tutto per sfuggire all’influenza della bolscevica Rose, a suo dire, desiderosa di liberare il mondo ma nel contempo di “schiavizzare qualunque coglione finisse nelle sue grinfie”. Intorno alla madre e alla figlia, in perenne conflitto tra loro, ruotano pochi personaggi comprimari tra i quali spicca la figura di Cicero Lookins, gay, nero, obeso, figlio dell’amante di Rose “il bambino negro di Rose”. Rose è per Cicero una vera madre oltre che la sua unica opportunità di riscatto: la comunista di Sunnesyde lo protegge dai pregiudizi, dalla cattiveria gratuita dei vicini, e lo avvia agli studi, consentendogli di affermarsi, da adulto, come docente universitario a Princeton.‎

Il romanzo si apre con una scena drammatica e di grande impatto: una sera di novembre del 1955, nella cucina di casa sua, Rose viene processata dal direttivo del partito comunista – il suo partito – perché intrattiene una relazione sentimentale con un uomo di colore, repubblicano eisenhoweriano: il tenente della polizia Douglas Lookins. Il monito dei compagni di Rose non lascia scampo: “O la smetti di scoparti sbirri di colore o sei fuori dal partito“. Inizia così una storia lunga e appassionante, vissuta da tre generazioni sullo sfondo di un’America sospettosa, ostile, cupa e tumultuosa. Un intreccio quasi inestricabile di vicende pubbliche e private, con diversi colpi di scena e un finale amaro.

I giardini dei dissidenti è una grande saga familiare, ma anche un romanzo sull’utopia del radicalismo comunista. Lo spaccato di un’America minoritaria, poco conosciuta, lontana dai soliti clichè del divertimento effimero o dell’affarismo selvaggio. Per certi versi è la biografia di Lethem, scrittore che non ha mai nascosto le proprie radici culturali e gli ideali politici. Certamente un libro difficile, dai toni drammatici, dalle tinte fosche, che non indulge quasi mai all’ironia e alla leggerezza, ma pagine di grande letteratura che testimoniano il coraggio e il talento di uno degli autori più eclettici dell’America di oggi.

Angelo Cennamo

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PIATTAFORMA – Michel Houellebecq

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“Mio padre è morto un anno fa. Io non credo alla teoria secondo cui si diventa veramente adulti solo alla morte dei genitori; veramente adulti non lo si diventa mai. Davanti alla sua bara ho avuto pensieri incresciosi”. È facile ritrovare nell’incipit di Piattaforma – romanzo di Michel Houellebecq del 2001 – la condizione umana, quella stessa apatia nella quale viveva il protagonista di un altro grande romanzo francese: il Meursault de Lo Straniero di Albert Camus, che di fronte alla salma di sua madre, “Morta ieri o l’altroieri, non ricordo“, non manifesta nessuna emozione. L’anonimo Michel  – Houellebecq? – si disinteressa del padre, ammazzato dal fratello della badante – poco più di un dettaglio nella ricostruzione della storia – per scendere al pianterreno a fare cyclette e guardare in tv un episodio del suo telefilm preferito. Michel è un funzionario del ministero della cultura, un quarantenne single, un po’ misantropo: la fratellanza lo disgusta e non ricorda di aver mai provato un qualsiasi sentimento di solidarietà; nei rapporti con gli altri si prende coscienza di sé, forse è per questo. Quella di Michel è una vita grigia, vissuta senza ideali né passioni “Io non ero felice, però apprezzavo la felicità, e continuavo ad aspirarvi”. I suoi sogni sono mediocri, e come tutti gli abitanti dell’Europa occidentale vorrebbe viaggiare. L’indomani del funerale della madre, il Meursault di Camus fa sesso con una collega d’ufficio e corre con lei al mare dove gli capiterà di uccidere un uomo senza alcun movente. Allo stesso modo, Michel programma un viaggio al sole della Thailandia per distrarsi in qualche bordello locale e spacciarsi per il giovane che non è. Un rituale avvilente al quale il protagonista del romanzo non può e non vuole sottrarsi. Ma proprio quando la sua esistenza sembra ormai votata alla noia e alla ripetizione, l’anonimo funzionario vive un incontro di imprevista sensualità con la giovane e attraente Valérie. Michel potrebbe abbordarla con disinvoltura, lei non aspetta altro, e invece la ignora, preferendole massaggiatrici e prostitute thailandesi. Finita la vacanza, però, i due si ritrovano a Parigi ed è lì che esplode la passione. Valérie è una ragazza disinibita che non disdegna esperienze lesbo o ménage à trois. Per la prima volta nella vita Michel sembra un uomo felice “Con lei vivevo dentro un gioco, un gioco eccitante e tenero, l’unico gioco rimasto agli adulti; attraversavo un universo di desideri leggeri e di sterminati momenti di piacere…Era una ragazza affettuosa e premurosa; era anche un’amante sensuale, dolce e audace – e probabilmente sarebbe stata, nell’eventualità, una madre amorosa e saggia”. Nonostante la giovane età, Valérie dirige una nota catena di villaggi turistici, e con il socio Jean-Yves è alla ricerca di un’idea rivoluzionaria che possa rilanciare l’azienda. L’intuizione è di Michel: creare una rete di villaggi in cui praticare il sesso libero e la prostituzione sia autorizzata: “la gente ha bisogno di sesso, solo che ha paura di ammetterlo“. Il successo del progetto è immediato. Poi, tutto precipita in tragedia.

Piattaforma è un romanzo sul declino dell’Occidente e sulla mercificazione del sesso, ma anche una riflessione profetica sull’integralismo islamico e sulla stagione dello jihadismo che sarebbe iniziata di lì a qualche mese con l’attacco alle Torri Gemelle. Il protagonista, Michel, incarna alla perfezione il nichilismo dell’uomo moderno che trova nel denaro e nel piacere fisico le sue uniche forme di appagamento. Non è uno sprovveduto o un superficiale, Michel, non manca di profondità, e non disconosce neppure il valore della bellezza, è solo un disilluso dall’umanità. In uno dei passaggi più esilaranti del racconto, rimane senza libri dopo aver sotterrato sulla spiaggia i due bestseller americani che ha messo in valigia. Vivere senza leggere, pensa, è pericoloso, ci si deve accontentare della propria vita e questo comporta notevoli rischi. Michel Houlellebecq – balzato più di recente agli onori della cronaca per il graffiante Sottomissione, romanzo nel quale si racconta di una Francia governata da un musulmano e soggiogata dalla legge coranica – è uno scrittore notoriamente eretico, irriverente e anticonformista che ama stupire i lettori con storie ai limiti del paradosso. Piattaforma ci colpisce per i suoi contenuti dissacranti e per lo stile sobrio, disadorno, con cui Houellebcq sembra riannodare i fili spezzati dell’esistenzialismo di Sartre e Camus, per poi virare, improvvisamente, nel massimalismo argomentativo più esasperato, nelle lunghe dissertazioni tecniche sul turismo che avvicinano la narrazione al postmodernismo americano di DeLillo, per esempio. Un romanzo originale che mescola poesia e volgarità, ironia e tragedia. E’ la cifra di Houllebecq, genio di una scrittura estrema e viscerale che non lascia indifferenti.

Angelo Cennamo       

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LA CONTROVITA – Philip Roth

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Lo scrittore Nathan Zuckerman è alle prese con il testo più angosciante che possa capitargli di scrivere:  l’elogio funebre di suo fratello Henry, morto a seguito di un intervento chirurgico di by-pass coronarico. Un’operazione azzardata e per questo sconsigliata da tutti, ma necessaria a prolungare la relazione extraconiugale che Henry intrattiene con Wendy, la giovane e disinibita igienista dentale del suo studio medico. Nel corso del racconto si scoprirà che quella raccontata da Zuckerman non è la storia del giovane fratello, professionista serio, marito impeccabile e padre premuroso, ma la sua. Dei due fratelli, infatti, è Nathan l’uomo infedele, il libertino, l’amante della bella vita, il maschio sessualmente irrefrenabile che alza l’asticella del rischio per non rassegnarsi ad una prematura pace dei sensi.

Pubblicato nel 1986, La Controvita è tra i romanzi più complessi e sperimentali di Philip Roth, di difficile lettura, labirintico, ma ricco di spunti interessanti sotto il profilo storico-religioso  –  tutta la parte centrale del libro è occupata da una polifonica dissertazione sulla questione israelo-palestinese che ci riporta a un altro grande romanzo sulla ricerca dell’identità religiosa: Eccomi di Jonathan Safran Foer. La trama del libro colpisce per i suoi intrecci pirandelliani e per i continui travestimenti dei due Zuckerman: lo scrittore sregolato ed istrionico e il dentista grigio e perfezionista. La simulazione e la dissimulazione sono uno standard nella produzione letteraria di Roth, una sua peculiarità, un vertiginoso espediente narrativo che lo scrittore di Newark adopera per raccontare se stesso senza mostrarsi fino in fondo. Nella finzione, Henry, dopo essere sopravvissuto all’intervento chirurgico, abbandona moglie e figli e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Nel richiamo ancestrale della Giudea scopre una nuova dimensione umana e spirituale, molto lontana da quella frenetica e materialistica degli Stati Uniti.  Nathan – alter ego di Roth – è invece un ebreo laico, distante dall’integralismo di Hebron. Eppure, in una trasferta natalizia nei dintorni di Londra, a casa dei familiari di sua moglie, Nathan ritroverà le stesse convinzioni del fratello, un ambiente molto somigliante a quello ortodosso della Giudea, e una suocera snob e antisemita che lo costringerà, per la prima volta nella vita, ad interrogarsi su cosa voglia dire oggi essere un ebreo.

La Controvita non figura tra i romanzi più popolari di Philip Roth, ma è un libro che segna una svolta importante nella sua carriera, è il romanzo della maturità che chiude il ciclo del ribellismo iniziato con Lamento di Portnoy, e del protagonismo assoluto di Nathan Zuckerman. Il preludio di una nuova stagione nella quale Roth scriverà le sue opere migliori: La macchia umana, Il teatro di Sabbath e Pastorale americana.               

Angelo Cennamo

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OGNI COSA E’ ILLUMINATA – Jonathan Safran Foer

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In Molto forte, incredibilmente vicino era un bambino (Oskar Schell) rimasto orfano del padre dopo l’attentato alle Torri Gemelle, che se ne andava in giro per New York alla ricerca di uno sconosciuto Mr. Black. Nel più recente Eccomi, un quarantenne ebreo (Jacob Bloch) sull’orlo del divorzio che rivive il paradosso biblico di Abramo: assecondare contemporaneamente il richiamo alla salvezza del suo matrimonio, e quello alla difesa di Israele, devastato da un violento terremoto e minacciato da una guerra imminente. In Ogni cosa è illuminata, il suo romanzo di esordio, Jonathan Safran Foer, nei panni di se stesso, è un giovane studente ebreo americano che, con in mano una vecchia foto, vola in Ucraina per ritrovare la donna che salvò suo nonno dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. Safran Foer è uno scrittore in movimento, sempre in viaggio – on the road –  alla ricerca non solo delle proprie origini o di una semisconosciuta identità ebraica, ma anche di una scrittura nuova, di coraggiose sperimentazioni narrative che hanno fatto di lui, nonostante la giovane età – Ogni cosa è illuminata Foer lo scrisse a poco più di vent’anni –  uno dei maggiori autori della letteratura contemporanea.

Il romanzo procede su tre diversi piani narrativi che nel corso del racconto si intersecano tra loro formando una trama unica ma prodigiosamente polifonica: l’avventuroso itinerario del giovane protagonista, accompagnato dalla strampalata combriccola dell’agenzia “Viaggi e tradizione” ( il coetaneo Alex, la cagnetta puzzolente Sammy Davis jr jr, e il nonno di Alex, affetto da una strana cecità psicosomatica che non gli impedisce però di guidare l’auto presa a noleggio, anche perché è l’unico patentato del gruppo); la ricostruzione della complessa saga familiare di Safran Foer che inizia ben tre secoli prima in uno sperduto villaggio ucraino con un tragico incidente su un fiume; lo spassoso e sgrammaticato epistolario tra Jonathan e l’aspirante collega Alex sulla stesura del libro che dovrà raccontare le vicende del viaggio. Un andirivieni spazio-temporale di non facile lettura che però incuriosisce il lettore, soprattutto nei punti in cui il racconto si infittisce di ricordi e di immagini che sembrano cambiare verso alle convinzioni iniziali.

Ogni cosa è illuminata è un romanzo sulla memoria che racconta una storia drammatica e divertente al tempo stesso; la magia di un ragazzo che a vent’anni sogna di fare lo scrittore e di illuminare, tra verità e finzione, il passato doloroso dei suoi antenati. Pagine di poesia dal sapore antico e fanciullesco – secondo un refrain familiare allo stile di Safran Foer – la grammatica di un postmodernismo isterico che non rinnega il passato, ma lo rielabora attraverso nuovi costrutti, sempre originali e sorprendenti.

Angelo Cennamo

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BUTCHER’S CROSSING – John Williams

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Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s‎ Crossing: sei baracche o poco più, tagliate in due da una stradina sterrata. Lo scenario desolante che accoglie William Andrews dopo due settimane di viaggio sembra il piano sequenza di un vecchio film di Sergio Leone. Andrews è uno studente di Harvard alla ricerca di una nuova identità ancora sconosciuta “Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando…l’origine e la salvezza del suo mondo”.

In tasca ha una lettera di raccomandazione di suo padre. Deve consegnarla a un commerciante in pelli di bisonte. Sarà lui ad instradarlo in quel microcosmo di cacciatori spietati e di prostitute da saloon, uomini duri, dai modi spicci e disposti a tutto per un pugno di dollari. Miller, Charley Hoge e Fred Schneider hanno i volti e le mani segnati dalla fatica e dalle intemperie. Tra una caccia e l’altra, se ne stanno al Jackson a scambiarsi ricordi e a bere whisky. Andrews si unisce al gruppo per cacciare una grossa mandria di bisonti che Miller racconta di aver avvistato in un precedente viaggio nel Colorado, e mette a disposizione il suo gruzzoletto per finanziare la spedizione.

Capì che la battuta di caccia che aveva concordato con Miller non era che uno stratagemma, un trucco per ingannare se stesso, per blandire le sue abitudini più radicate. Non erano certo gli affari a condurlo laggiù…Partiva in completa libertà…Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro, si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia.” 


Prima di partire, Andrews arriva a sfiorare l’amore disinteressato di Francine, la squillo più bella e desiderata del Jackson’s saloon. L’imbarazzo della prima volta però gli giocherà un brutto scherzo. La spedizione in Colorado, tra luoghi sconosciuti, sentieri impervi e mancanza d’acqua, è una vera odissea. La carovana di Miller deve superare prove durissime: la diffidenza di Schneider, sempre sul punto di abbandonare il gruppo nei momenti di maggiore difficoltà, la mancanza di riferimenti certi, prima il caldo poi la neve, che intrappolerà i quattro avventurieri nella tormenta e li costringerà a ritardare il rientro di molti mesi. Andrews e i suoi compagni di viaggio sono allo stremo, lottano per la sopravvivenza, e di quei bisonti che aveva avvistato Miller anni fa non vi è alcuna traccia. C’è da fidarsi? Non hanno altra scelta. La salita verso la montagna è una sfida improba, sfiancante, ma ecco che “A sud-ovest…una macchia nera si muoveva nella valle, sotto ai pini scuri che crescevano sulla montagna davanti a loro… Poi la macchia pulsò, come una grande massa d’acqua agitata da oscure correnti“. Finalmente si apre la caccia. Il fucile di Miller spara a ripetizione. L’inesperto Andrews obbedisce ai comandi del capo, mentre Schenider, come un forsennato, scuoia i bisonti abbattuti: almeno cinquemila capi, un bottino di ventimila dollari.

Ma con l’arrivo della primavera Andrews “sentiva che non sarebbe stato più lo stesso”. Quell’esperienza tra gli altopiani del Colorado l’aveva allontanato per sempre dalle proprie origini e gli aveva fatto maturare un desiderio irrefrenabile di libertà, una libertà a lui sconosciuta, indefinibile, forse inappagabile.

Ho letto Butcher’s Crossing sull’onda emotiva di Stoner, il romanzo più popolare di John Edward Williams, pubblicato nel 1965 e scoperto con cinquant’anni di ritardo grazie ad una fortunosa ristampa francese. Butcher’s Crossing era uscito in America cinque anni prima, più o meno nell’indifferenza di tutti com’era accaduto con l’altro libro di Williams, oggi considerato dalla critica “il romanzo perfetto” e celebrato con il suo autore in un saggio interessantissimo di Charles J. Shields. È un western letterario, spietato, carico di passione, ma anche un originale romanzo di formazione sulla ricerca della libertà e della bellezza. Pagine di grande letteratura sepolta per troppi anni da montagne di libri, inutili da scrivere, inutili da leggere.

Angelo Cennamo

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LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE – Jonathan Lethem

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Negli anni del liceo, tra gli appunti disordinati sulla mia scrivania,‎ avevo una vecchia foto di Brooklyn in bianco e nero, un po’ sgualcita, presa chissà dove. Mostrava lo scorcio di una strada verosimilmente malfamata, con un marciapiede sudicio, crepato, sbilenco, scritte illeggibili sui muri, dei neri con i capelli lunghi e jeans a zampa di elefante appoggiati all’ingresso di un palazzo, anche questo fatiscente, fatto di mattoni scuri – forse marroni – e delle auto con i musi lunghi incolonnate ai bordi della carreggiata. Per parecchio tempo quella foto ha evocato nella mia immaginazione l’idea dell’America – New York o San Francisco era uguale – i suoi mille dialetti, l’architettura, la musica, le sale da gioco nei seminterrati fumosi, i campi di basket all’aperto con le reti metalliche intorno, le fiancate colorate dei vagoni della metropolitana. A distanza di anni, ritrovo quella foto con lo stesso marciapiede consumato, le insegne al neon, le auto in sosta e i muri imbrattati di vernice, tra le pagine di romanzi newyorkesi come Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, Follie di Brooklyn di Paul Auster, Underworld di Don DeLillo, o La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, autore che a Brooklyn ha ambientato almeno la metà dei suoi libri. La fortezza della solitudine è uscito nel 2003; racconta la storia di una lunga amicizia tra due ragazzi, uno bianco l’altro di colore, vicini di casa in Dean Street, esattamente a Brooklyn. Nel racconto appassionato di Lethem, che si sviluppa tra gli anni ’70 e i ’90, Dean Street ricorda la via Gluck della canzone di Celentano, il luogo di un’infanzia povera, tempestosa, ribelle, ma nello stesso tempo un posto creativo, fecondo di curiosità e di insegnamenti, dal quale non si può prescindere, è impossibile emanciparsi “dovevo tornare nel luogo a cui un tempo appartenevo“, dice il protagonista in uno dei passaggi più significativi. Al di là del colore della pelle, Dylan Ebdus e Mingus Rude, hanno molto in comune: sono entrambi figli unici, cresciuti senza madre né fratelli, e con due padri artisti. Quello di Dylan è un pittore frustrato, costretto a dipingere copertine di libri, ma con un sogno nel cassetto che prima o poi finirà per avverarsi. Mr. Rude è invece una meteora della black music caduta nella desolazione e nella dipendenza dalla cocaina dopo una aver vissuto una breve parentesi di popolarità nei Distinctions. Un romanzo di formazione, si direbbe, nella scia di Oliver Twist o Augie March. Ma quando Lethem attinge dal passato, lo fa con originalità e rimanendo fedele al proprio stile. Le scorribande di Dylan e di Mingus, l’amore per i supereroi, le partite di football, la droga, il bullismo nel quartiere, la scoperta del sesso, sono il diario di bordo di una militanza a volte spietata, pericolosa, tragica come la sparatoria che a un certo punto dividerà le strade dei due amici. Qualche anno dopo, Dylan lo ritroviamo a Berkeley, a scrivere per una nota rivista musicale. Tra un’avventura sentimentale e l’altra, l’ex scugnizzo di New York incontra e intervista big dello spettacolo – il libro è pieno di citazioni sul cinema e sulla musica pop, rock, funk – ma la sua nuova vita è come imprigionata dal passato: Dean Street, l’amico Mingus, la madre sparita sono per Dylan una vera ossessione, un tarlo che nelle ultime pagine lo spingeranno a tornare. The fortress of solitude è sicuramente una storia di amicizia, di conflitti razziali e di buona musica. Ma è anche un romanzo sull’assenza, sulla nostalgia, sui guasti del tempo, e sullo struggimento per qualcosa che è andato perduto. Più  che il grande romanzo americano, un grande romanzo su Brooklyn, come preferisce definirlo Jonathan Lethem.

Angelo Cennamo

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