VITA STANDARD DI UN VENDITORE PROVVISORIO DI COLLANT – Aldo Busi

Aldo Busi - Vita standard di un venditore provvisorio di collant

Angelo Bazarovi e Celestino Lometto formano una strana coppia. Il primo sta per laurearsi in lingue all’università di Verona: colto, elegante, sensibile, amante delle belle arti, omosessuale. L’altro è un rozzo industriale del mantovano, proprietario de “La Melma” – nomen omen – azienda tessile che produce e vende collant. Celestino è una specie di cloaca umana, un ometto ignorante, gretto, un imbroglione “vedeva la vita solo come un sistema di rapporti economico-parentali e se stesso come un guardiano dell’ordine (del suo) e del giusto meritocratico…A Lometto della vita interessava aumentare la mole, non il valore. Il secondo non era che una conseguenza della prima“. Celestino è sposato con Edda, donna del sud e succube del marito “Se lui rideva, rideva anche lei”, e ha tre figli, tutti con i nomi in “ario”: Ilario, Belisario e Berengario. Angelo ha bisogno di lavorare per pagarsi gli studi. Celestino, che è alla ricerca di un interprete, lo ingaggia per vendere i propri prodotti all’estero. Fin dall’inizio, la collaborazione tra i due è litigiosa, irta di ostacoli, ma carica complicità “Io ti devo sgrezzare, io devo farmi ricordare nei secoli, il bene deve trionfare e il mio unico bene sono io…Io ti farò fare fortuna, Lometto. Basta che riesca a farti ragionare con una rotella qualsiasi ed è fatta anche con tutte le altre a riposo”. Angelo fa il saccente e non smette di pungolare il suo datore di lavoro, verso il quale non sembra avere nessuna forma di sudditanza. E Celestino incassa senza sbraitare, è un uomo rozzo ma pacioso, accomodante, ha il senso pratico degli imprenditori lombardi, né si lascia impressionare dall’omosessualità del socio. I lunghi viaggi in macchina sono un’occasione per conoscersi, confrontarsi e scontrarsi anche su qualunque argomento. Angelo scopre che Celestino ha più di uno scheletro nel suo armadio “Io con te ho cominciato con i collant, non voglio finire con la Cia o Cosa Nostra….Mi sento male a stare vicino a un ex vaccaro coi soldi con un nodo alla cravatta da un chilo e mezzo“. Si ribella, sembra sul punto di mollare tutto, ma con le traduzioni non si arriva a fine mese, e allora meglio non andare per il sottile. Di fronte alla necessità il moralismo del giovane intellettuale si scioglie come la brina al sole. Chissà, forse lui e Celestino non sono così diversi.

Per me te sei pieno di complessi perché non c’hai una lira e non puoi fare le cose che vorresti” questo è Lometto. “Anche tu, purtroppo, sei pieno di complessi perché, e lo dimostri, non sei né colto né intelligente” gli risponde Angelo. Le schermaglie anche divertenti tra i due protagonisti si ripetono all’infinito sulle strade di mezza Europa, ma lo strano sodalizio si complica quando Celestino prova a coinvolgere il suo collaboratore in un’impresa fin troppo stravagante e pericolosa che riguarda la sua famiglia.

Vita standard di un venditore provvisorio di collant è il secondo romanzo di Aldo Busi. Come è già accaduto con altri suoi libri, l’autore di Montichiari lo ha riscritto più volte e ne ha una pubblicato una nuova versione nel 2014. Quella di Angelo e Celestino è una storia cruda che ci mostra  in profondità la provincia italiana e una certa imprenditoria, quella più truffaldina, spavalda e senza scrupoli. Lo spaccato esemplare di una società nichilista e allo sbando nella quale neppure la politica e la Chiesa sono senza macchia. L’ignoranza e la sfrontatezza di Celestino Lometto sono il ritratto magistrale e grottesco di una borghesia volgare, sprovveduta, cialtrona, che vive con il solo scopo di arricchirsi. Il romanzo è pieno di spunti amari e comici e ha un finale dalle atmosfere noir. Con i suoi primi romanzi, soprattutto, Aldo Busi ha saputo raccontare meglio di altri le tradizioni e i tabù di un’Italia ancora contadina, conservatrice, e a trovare il coraggio di sdoganare, con molto realismo e senza falsi pudori, un tema difficile e delicato come quello dell’omosessualità. L’italiano di Busi è come sempre sontuoso, preciso, millimetrico. La sua prosa torrenziale, un uragano di bellezza, alta letteratura.

Angelo Cennamo

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IL POTERE DEL CANE – Don Winslow

 

 

Il potere del cane - Don Winslow

 

 

Quando compri un romanzo di Don Winslow sai più o meno cosa ti attende: unghie mangiucchiate, polpastrelli levigati fino alla totale abrasione; nottate insonni a bere caffè, sperando che l’inquilino del piano di sopra si decida una buona volta ad abbassare il volume della tv; conversazioni telefoniche interrotte bruscamente con un “Ok, ok, la richiamo io”, salvo poi dimenticarti il perché e soprattutto chi, chi dovrai richiamare. E quando.

Sono arrivato a leggere Il Potere del cane seguendo un percorso a ritroso, dopo cioè aver apprezzato Corruzione, l’ultimo libro di Winslow, uscito contemporaneamente negli Usa e in Italia, quasi a suggellare il rapporto di amicizia che lega il nostro Paese al grande scrittore newyorchese. Il titolo di nuovo maestro del crime Winslow se l’è guadagnato sul campo, praticando prima il mestiere di investigatore privato, poi scrivendo bestsellers del calibro de: L’inverno di Frankie Machine, La pattuglia dell’alba, Le Belve, Il Cartello, romanzi di grande successo che hanno ispirato anche il mondo della cinema.

Diciamo subito che maneggiare un librone di oltre settecento pagine fittissime di nomi e di avvenimenti come Il Potere del cane richiede molta concentrazione. Per orientarsi allora nell’intricatissima rete degli eventi, abilmente disegnata dall’autore, e in confronto alla quale anche le ingarbugliate vicende della famiglia Incandenza dell’Infinite Jest di Foster Wallace possono apparire come un’ordinata e prevedibile sequenza di fatti, consiglierei ai lettori di dotarsi di carta e penna e di appuntarsi i passaggi salienti della storia: nomi e riferimenti geografici. Eviterò di dilungarmi sulla trama per non inciampare in qualche sgradevole anticipazione: quando si recensisce un libro di Winslow lo spoiler è sempre in agguato.

Il Potere del cane è un romanzo sul narcotraffico – il Guerra e Pace del narcotraffico lo ha definito qualcuno, evocando le suggestioni del celebre libro di Tolstoj. Non un thriller in senso stretto, ma un romanzo criminale, lo spaccato cioè di una società corrotta e collusa con i più agguerriti cartelli della droga messicana e colombiana che si combattono in spregio di qualunque codice giuridico e morale. I personaggi, numerosi, che Winslow tratteggia magistralmente nel corso della narrazione – sempre fluida, incalzante, con dialoghi serrati che sembrano usciti dalla sceneggiatura di un film –  si muovono lungo tutto l’asse del Centro America, dal Texas alla Colombia, in un andirivieni frenetico che tiene il lettore col fiato sospeso dall’inizio alla fine.

Vediamoli alcuni di questi protagonisti, a cominciare da Art Keller, il superpoliziotto che da solo o quasi deve fronteggiare i peggiori clan criminali dello spaccio. Art, nato da padre bianco e da madre messicana, e cresciuto nel Barrio di San Diego, è perfettamente a suo agio nell’antropologia criminale che popola il romanzo. Coraggioso, spavaldo, eticamente duttile, è forse corrotto come il Denny Malone di Corruzione? Chi non lo è nei romanzi di Winslow. Art è un agente della DEA, l’unità speciale della polizia americana che contrasta i cartelli messicani. Ma lui in quel mondo si è calato in gran segreto attraverso altri canali: i fratelli Adàn e Raul Barrera, nipoti del più temuto Miguel Angel, detto Tìo, anche lui poliziotto come Art, sulle tracce di Don Pedro, El Patròn, il re del narcotraffico fino a quel momento.

Art ci avrebbe pensato, e avrebbe capito che prima di conoscere Adàn Barrera non aveva mai avuto un vero amico“. Relazioni pericolose, ambigue. La protezione che Tìo Barrera accorda inizialmente ad Art Keller è il viatico più breve per guadagnare prestigio e considerazione negli ambienti della polizia. Ma col tempo quella strana sudditanza diventa un fardello ingombrante, una macchia che Art deve levarsi di dosso per non rimanere schiacciato come tutti gli altri personaggi della storia.

Adàn e Raul sono criminali spietati, disposti a tutto pur di disarcionare Don Pedro dal vertice della malavita. La nuova Federaciòn dei Barrera sarà come la Gallia di Giulio Cesare, divisa in tre parti: gli Stati del Golfo, lo Stato di Sonora e La Baja. Le vicende della famiglia Barrera sono una lunga sequenza di colpi di scena, delitti, ritorsioni, e di finti pentimenti. Padre Parada è un prete di strada, cresciuto in mezzo al popolo, un uomo potente ma anche un folle che sfida i proiettili, il potere criminale e la corruzione della Chiesa. La sua presenza carismatica è il crocevia di molte storie che vanno ad intersecarsi con le indagini di Art e con le scorribande di altri protagonisti, a cominciare da Sean Callan, ragazzo di origini irlandesi trasformatosi quasi per caso in un killer spietato ed infallibile, e Nora Hayden, prostituta di alto bordo, finita, dopo un’adolescenza tormentata, nel vortice dell’organizzazione criminale. Nora ci viene descritta come una donna bellissima, affascinante, sensuale, di fronte alla quale nessun uomo saprebbe resistere, neppure Padre Parada. Eppure in Nora c’è una luce, un barlume di moralità. Tutti i personaggi del libro sembrano attraversati da un velato senso di colpa e animati dal desiderio di redimersi in qualche modo. Timidi tentativi soffocati però da un male più profondo e da una guerra feroce che non risparmia nessuno.

Angelo Cennamo

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GLI INDIFFERENTI – Alberto Moravia

Gli Indifferenti - Moravia

“Entrò Carla”

Non ha ancora compiuto 18 anni Alberto Pincherle – non ancora Moravia – quando nel letto di un ospedale comincia ad abbozzare il suo primo romanzo. L’incipit, folgorante, denota personalità. Gli Indifferenti  esce nel 1929, a tre anni di distanza da Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, a sei da La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Nel 1921 Gabriele D’Annunzio aveva pubblicato Il Notturno, nel 1925 era uscito il capolavoro di Eugenio Montale Ossi di seppia, e di lì a poco, nel 1931, Grazia Deledda, altro premio Nobel, avrebbe mandato alle stampe Il paese del vento. La letteratura italiana negli anni ’20 del Novecento ha raggiunto picchi altissimi.

Rileggendo Gli Indifferenti – l’archetipo della produzione letteraria di Moravia, il romanzo sul quale lo scrittore romano ha plasmato anche i libri successivi, quasi tutti incentrati sul tema della noia e dell’insoddisfazione – mi è venuta in mente la contiguità di questo autore con il collega e amico Pier Paolo Pasolini. Come Pasolini, Moravia ha raccontato il disprezzo per la borghesia. Pasolini lo ha fatto accompagnando il lettore nelle periferie, nelle borgate del sottoproletariato urbano, descrivendo gli scenari dove si è consumato anche il suo tragico destino. Moravia, invece, ha attaccato e dissacrato il falso perbenismo della buona società dal di dentro, costruendo trame e personaggi che appartenevano al suo stesso mondo – oggi disperso, sfumato nella globalizzazione – dal quale ha cercato invano di liberarsi alla maniera di Dino, il protagonista de La Noia, o come sperano di fare anche Michele e Carla, i due rampolli della famiglia Ardengo al centro di questo.

La storia de Gli Indifferenti ruota intorno a pochi personaggi ed è ambientata in una Roma quasi invisibile, mai citata nello svolgimento del racconto. Tutto, o quasi tutto, accade nella villa lussuosa degli Ardengo, luogo di intrattenimento, di conversazione e di scontro, soprattutto tra l’adolescente Michele e Leo, amante di Mariagrazia e poi della giovane Carla. Leo Merumeci è un ricco uomo d’affari che si gode la vita e che può decidere liberamente le sorti della famiglia Ardengo, a un passo dalla rovina finanziaria e con un’ipoteca sulla casa. La relazione con Mariagrazia è ormai logora e senza stimoli. Leo si invaghisce della giovane Carla, oggi ventiquattrenne, che non disdegna affatto le attenzioni del quasi patrigno. Carla non è innamorata di Leo, ma sogna un’altra vita e l’amante pentito di sua madre è la sola occasione che le resta per fuggire dal quel mondo claustrofobico, infantile, di noiose ritualità e di subordinazione. Mariagrazia è gelosissima del facoltoso Casanova ma non può immaginare fino a che punto si è spinta la trasgressione di Leo. La tresca tra l’amante e sua figlia si accende con un bacio rubato dietro a una tenda, nel vestibolo della villa, per poi consumarsi definitivamente una notte, a casa di Leo. A scoprire il tradimento sarà il nemico-amico di Leo: Michele, il quale, suo malgrado e prima che la commedia si trasformi in farsa, si vede costretto dalle circostanze ad interpretare un ruolo che non gli appartiene, quello del fratello offeso che deve lavare col sangue il disonore subito.

Gli Indifferenti è una pietra miliare della letteratura italiana e non solo italiana – tra i cinque/sei libri del nostro Novecento – il primissimo romanzo esistenzialista, corrente letteraria e filosofica la cui paternità viene solitamente attribuita ai francesi Camus e Sartre. I temi affrontati sono quelli di sempre della produzione moraviana: la noia, il disprezzo per il denaro, il tradimento. Gli Ardengo sono il ritratto di una borghesia insulsa, cinica, vissuta un secolo fa, ma la storia raccontata dal giovane autore, per quanto lontana nel tempo, non smette di essere attuale, attualissima: il materialismo e l’apatia degli indifferenti Ardengo li ritroviamo ultimamente al cinema, in film come La grande bellezza di Sorrentino o Il capitale umano di Virzì. Ma anche nella stessa letteratura, in romanzi come Con le peggiori intenzioni e Dove la storia finisce di Alessandro Piperno o Il Nido di Cynthia D’Aprix Sweeney.

Angelo Cennamo

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IL FIGLIO – Philipp Meyer

IL FIGLIO - MEYER

Nel 2013, quattro anni dopo il romanzo di esordio, Ruggine Americana, Philipp Meyer pubblica Il Figlio, libro ambizioso, epico e tragico al tempo stesso, che racconta la storia di una famiglia texana lunga tre generazioni: i McCullough.

Meyer procede attraverso più piani narrativi, separati per paragrafi, ciascuno dedicato ai protagonisti del racconto: Eli “Il Colonnello”, il capostipite ora centenario; suo figlio Peter; la pronipote Jeanne Anne. Per orientare meglio i lettori nelle diverse ramificazioni dei McCullough, l’autore traccia nella prima pagina del romanzo l’albero genealogico della famiglia. La storia ha inizio il 2 marzo del 1836, ovvero nel giorno, mese e anno in cui il Texas viene strappato alla tirannia messicana. Quello stesso giorno nasce Eli, il primo figlio maschio venuto alla luce nella nuova Repubblica Indipendente del Texas.

“Aveva le braccia come bacchette da fucile e la faccia chiazzata come vecchio cuoio grezzo, e dicevano che alla prossima caduta sarebbe finito dritto nella tomba”. Eli è un animale semplice “mai turbato dalla coscienza, o dalla consapevolezza“. La sua adolescenza è segnata da un’esperienza drammatica: mentre suo padre è partito all’inseguimento di un ladro di bestiame, viene rapito dai Comanche, tribù indiana che aveva cacciato in mare gli Apache, annientato l’esercito spagnolo e trasformato il Messico in un mercato di schiavi. I Comanche allevano Eli come uno di loro: gli insegnano a cavalcare, a costruire e ad usare le armi, a scotennare gli avversari, e lo iniziano al sesso. Tre anni intensi di vita selvaggia che Meyer racconta nei minimi dettagli, con un massimalismo argomentativo che rasenta il saggio.

Di tutt’altra pasta è invece Peter, il figlio di Eli, autore di un diario che sarà l’unica testimonianza autentica della famiglia McCullough. Colto, sensibile, democratico oltre ogni eccesso, contrario all’uso delle armi e alla giustizia “fai da te” praticata da molti uomini bianchi nella sua contea, i suoi figli compresi, Peter è considerato il disonore della famiglia, il peggiore dei discendenti di Eli, uomo debole e senza nerbo. Troppo civile per sopravvivere in quel branco di cowboy rozzi, violenti e dal grilletto facile.  “Avevo pensato che fossi un ritardato o un comunista”, gli dice il fratello Phineas nel corso di una delle numerose liti. Da esule in casa propria che parteggia per i messicani, che per questo lo disprezzano, Peter trova nei libri il suo unico conforto. La parte della narrazione a lui dedicata è probabilmente la più appassionante dell’intero romanzo. Ad animare la storia è un tragico avvenimento che coinvolge la famiglia di Pedro Garcia, un messicano che abita poco distante dal ranch dei McCullough. Il furto di alcuni capi di bestiame e il ferimento di Glenn, figlio maggiore di Peter, diventa il pretesto per una rappresaglia nella proprietà dei vicini. Il prezzo dell’affronto sarà altissimo. Peter voleva bene a Pedro e quella giornata di fuoco rimarrà nei suoi ricordi per sempre. Più avanti nella storia, l’incontro inaspettato con Maria, unica sopravvissuta alla strage, sarà per lui un nuovo inizio.

La saga dei McCullough si conclude con il racconto della vita di Jeanne Anne, pronipote di Eli, ora ottantenne e ricca petroliera immortalata sulla copertina del Time. La sua figura ci ricorda molto quella del “Colonnello”, dal quale Jeanne ha ereditato la stessa spregiudicatezza e uno smodato desiderio di libertà. Jeanne ci viene descritta come una donna tenace ma inquieta, ultima erede di una stirpe vissuta nel mito del possesso “Le cose non servono a nulla se non puoi dargli il tuo nome” e in quello dell’onore e del rispetto che si conquistano con la forza. Dopo di lei, una generazione di giovani viziati e inconsapevoli che nel ritratto di quel trisavolo così bizzarro, mezzo indiano e mezzo texano, stenteranno a riconoscersi.

Il Figlio è un libro potente, un po’ western un po’ romanzo storico, che ci fa conoscere un pezzo importante della società americana del sud, la sua evoluzione, e che affronta un tema sempre attuale: i difficili rapporti tra Texas e Messico. Storie di confine che ci riportano ad altri grandi romanzi di questo genere come Meridiano di sangue e Cavalli Selvaggi di Cormac McCarthy, autore al quale Meyer sembra ispirarsi con la sua scrittura asciutta e senza fronzoli.

Angelo Cennamo

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CORRUZIONE – Don Winslow

 

 

 

 

Corruzione - Winsolow

 

 

“L’ultima persona sulla Terra che ci sarebbe aspettati di veder finire al Metropolitan Correctional Center di Park Row era Denny Malone. Se qualcuno avesse nominato il sindaco, il presidente degli Stati Uniti, il papa, la gente di New York avrebbe scommesso sulle probabilità di vedere dietro le sbarre loro, prima del detective di primo grado Dennis John Malone”.

New York. Una squadra speciale di superpoliziotti si aggira per le strade della città come un vento impetuoso che soffia via ogni sporcizia. E’ la Manhattan North Special Force, detta Da Force. Il suo leader indiscusso è Denny Malone, poliziotto eroe, figlio di poliziotto eroe, fratello di Liam, pompiere rimasto ucciso nel crollo delle Torri Gemelle “Se sei un irlandese come lui hai poca scelta o fai il poliziotto o il pompiere o il criminale. Lui aveva preso la busta numero uno”.

Al suo fianco, giorno e notte, ci sono Phil Russo e Big Monty, più che colleghi, fratelli legati da un  patto di sangue: nessuno di loro sarà abbandonato al proprio destino. I Da Force sono una sola famiglia che include mogli e figli. I tre si dividono tutto: turni, gloria, ferite, bagordi, ma soprattutto segreti. Ecco la nota dolente: Denny, Phil e Big Monty fanno rispettare la legge ma non sono stinchi di santo “Hai respirato corruzione da quando hai ricevuto il distintivo…la corruzione non è solo nell’aria, è anche nel Dna ”. Si comincia con un panino o una tazza di caffè. Niente di che, pensi. Poi il piccolo favore diventa una vera tangente: denaro e droga da spacciare di nuovo. A una condizione però: mai nel nostro territorio. E’ la loro assicurazione, la pensione, il futuro, l’università per i loro figli. Dopo il maxi-sequestro di eroina fatto a un potente clan della città – il più grande quantitativo nella storia di New York – i Da Force, oltre a riconoscimenti e medaglie, mettono da parte un bel gruzzoletto. Le buste girano dappertutto: negli studi legali, negli uffici dei pubblici ministeri e dei funzionari comunali, tra i familiari dei colleghi morti sul campo. Quelli prima di tutto. E nei giorni che precedono il Natale, un tacchino sulla tavola di vedove e disoccupati non deve mancare. Offre la ditta. Ditta Da Force. Questo è Malone: prendere o lasciare. Uomo generoso, eroe metropolitano, padre assente ma scrupoloso, marito sconfitto di Sheila e compagno innamorato di Claudette, poliziotto rigoroso, perbene e corrotto al tempo stesso. Mai un infame.

Attento Malone, hai tanti ammiratori ma anche molti nemici, gli dice Sykes, il capitano della polizia oscurato dal suo mito. Cosa non darebbe per mandarlo via, a dirigere il traffico sulla Quinta Strada. Ma chi se non Denny Malone potrà fermare la grossa partita di armi che di lì a poco tratterà Carter, il boss del narcotraffico? Il re dei re, il poliziotto leggenda non si risparmia, ma le strade di Harlem sono piene di trappole e di avversari insospettabili, corrotti anche loro. Credevi davvero di essere intoccabile, Malone?

CorruzioneThe Force nella versione americana uscita in contemporanea con quella italiana – è un romanzo avvincente, spietato, dal ritmo incalzante che tiene il lettore sulla corda fino all’ultimo capoverso. Il protagonista, Denny Malone, è un personaggio carismatico e indimenticabile. Un uomo dalla personalità variegata e poco trasparente, sempre in bilico tra il bene e il male, pieno di buoni sentimenti ma con molti lati oscuri. La sua figura ci ricorda quella di un altro poliziotto leggendario, realmente esistito e interpretato al cinema da Al Pacino: l’italo-americano Frank Serpico che nella New York degli anni Sessanta denunciò alla stampa un fitto sistema di corruzione all’interno della polizia, dopo che ogni tentativo era stato messo a tacere dai suoi superiori.

Tutto quello che Denny Malone desiderava era essere un buon poliziotto”. The famous last words di una storia vibrante e carica di contraccolpi emotivi. Pagine di fuoco che ci raccontano una metropoli cupa e violenta, la New York desolata di Underworld di Delillo e quella scabrosa di City on fire di Garth Risk Hallberg. La scrittura lacerante e prodigiosa di Don Winslow conferisce alla storia uno spessore vitale di rara intensità. Con il suo realismo mozzafiato, infatti, Winslow avvolge il lettore trascinandolo al centro della scena, nel tempo e negli spazi della narrazione. E’ la cifra che distingue uno scrittore qualunque dai maestri della letteratura. Winslow lo è.

Corruzione è anche la storia di un’amicizia tradita, il solco tragico che, nonostante tutto, divide se stessi dagli altri. Prima io, dice Malone. Prima i miei figli. Nessuno è perfetto, Denny, neppure gli eroi.

Angelo Cennamo

 

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CON LE PEGGIORI INTENZIONI – Alessandro Piperno

 

 

 

Con le peggiori intenzioni - Piperno

 

 

I Sonnino sono una ricca famiglia di ebrei romani, e Bepy “una creatura forgiata dal Ventennio fascista addolcita da un’overdose universale di causticità e humor repubblicano” ne è il capostipite. Esuberante, spregiudicato, 50 anni di reciproca infedeltà trascorsi con la moglie Ada – dalla quale ha avuto due figli: Teo e Luca – Bepy Sonnino è il ritratto dell’uomo di successo, amante della bella vita, instancabile e gaudente conquistatore di corpi femminili, anche i più insospettabili. Ma la parabola di quell’esistenza così sfrenata, adrenalinica e invidiata da tutti sembra ora volgere ad un repentino declino: frodi, ripicche, una bancarotta finanziaria e per finire un tumore alla prostata.

La storia avrebbe loro mostrato ch’è meglio essere braccati dai nazisti a venticinque anni con la speranza di sfangarla che ritrovarsi sessantenni senza il becco di un quattrino”. Ebbene sì: dopo aver costruito e consolidato lungo l’arco di una vita un’onorabile stimabilità, Bepy “ha smerdato tutto in un paio di mesi “. Magari avesse seguito l’esempio del suo amico ed ex socio Nanni Cittadini, imprenditore oculato, lui, e lungimirante, diventato esageratamente ricco per essersi ritrovato tra le mani –  e a sua insaputa, bel colpo di fortuna – due quadri di Michelangelo Merisi in arte Caravaggio, e per aver sposato una principessa napoletana, finita anche lei, a quanto pare, tra le braccia dell’irrefrenabile tycoon ebreo. Bepy e Nanni ci raccontano di una borghesia sfacciatamente opulenta, carismatica, godereccia e griffata. Dietro di loro, figli, nipoti e amici degli amici: storie parallele, talvolta amare, segnate dal dolore nel caso di Ricky, unico erede di Nanni, morto suicida, o dalla vergogna del default finanziario nel caso di Luca Sonnino, ritrovatosi a gestire da solo i guai familiari dopo la morte del padre.

A raccontare la storia dei Sonnino è Daniel, nipote di Bepy, ragazzo timido, introverso, terminale di una stirpe decaduta in ogni senso, e che attraverso la generosa ospitalità di Nanni rivive scampoli di vippitudine in costiera amalfitana, tra gite in barca e cene allegre nella lussuosa villa di Positano. Dicevamo di Daniel, la voce narrante. Una parte della storia è occupata dal suo feticismo onanistico che lo spinge a rubare la biancheria intima delle giovani donne che orbitano in quel mondo vizioso e altolocato, per poi sfogare nel bagno più vicino i suoi bollori puberali. Torbido passatempo che ci riporta ad almeno due capolavori di Philip Roth: Lamento di Portnoy, romanzo uscito alla fine degli anni Sessanta e che ha consacrato il grande scrittore di Newark, ed il più recente Il teatro di Sabbath, da cui Piperno ha “copiato” la scena del furto delle mutandine di Gaia, la nipote puttanella di Nanni della quale Daniel è un inconfessato innamorato. Tutto il romanzo, del resto, oltre ai riferimenti citati, ci appare come un generoso e gigantesco tributo alla produzione letteraria di Roth, al quale evidentemente Piperno deve molto in termini di ispirazione e di stile.

Angelo Cennamo

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SWING TIME – Zadie Smith

 

 

Swing Time - Zadie Smith

 

E’ l’identità la cifra dell’intera produzione letteraria di Zadie Smith, scrittrice anglo-giamaicana rivelatasi nel 2000, a poco più di vent’anni, con il romanzo Denti bianchi. Per definire il suo stile postmoderno e ricercato, il critico James Wood coniò l’espressione “realismo isterico”, definizione poi estesa anche ad un altro autore di culto degli ultimi decenni, l’americano David Foster Wallace.

Swing Time, pubblicato in Italia nel 2017, è il quinto romanzo della Smith. Mi è capitato di leggerlo proprio nei giorni in cui il parlamento si è pronunciato sul tema controverso dello Ius soli, ovvero sull’identità che non si tramanda dai genitori ai figli ma che si costruisce sul territorio attraverso l’inclusione e la contaminazione culturale. E’ lo scenario nel quale si muovono i personaggi  del romanzo della Smith, che racconta una lunga la storia di amicizia e inimicizia cominciata nella periferia multietnica di Londra nei primi anni Ottanta. Le protagoniste sono due bambine di sette anni che si incontrano la prima volta ad un corso di danza tenuto da una parrocchia. Si somigliano, hanno la stessa pelle scura e le stesse ambizioni. Molto diverse sono invece le loro madri: truccatissima e appariscente quella di Tracey, piuttosto sobria e femminista l’altra, senza nome lei senza nome la figlia che è la voce narrante del libro. Tracey è particolarmente dotata e portata per il balletto, meno la sua amica, che scopre di avere i piedi piatti e una madre che la spinge a fare altro. “Non ho lo smartphone, così lo nego a mia figlia” ha detto la Smith in un’intervista uscita in occasione della pubblicazione del libro. E’ lei la madre della bambina protagonista di Swing Time, ho pensato: lo stesso rigore, la stessa passione ideologica che mostra di avere il personaggio del romanzo. La Zadie della fiction è sposata con un uomo che non ha mai amato ed è molto presa dallo studio e dalle proprie ambizioni politiche. Più avanti nel racconto arriverà a sedere nel parlamento inglese, tra i banchi del partito laburista immaginiamo, e si legherà sentimentalmente ad una sua collaboratrice. Sua figlia intanto rinuncia ad ogni ambizione artistica per dedicarsi agli studi universitari. Nel network televisivo dove comincia a lavorare conosce Aimee, una celebre popstar australiana di passaggio in Inghilterra per promuovere il suo nuovo disco. Diventerà la sua assistente e la seguirà in giro per il mondo. Tra alterne vicende, le strade delle due giovani protagoniste sembrano dividersi per sempre. Tracey spicca il volo come ballerina professionista, la sua amica verrà invece coinvolta in un progetto benefico finanziato da Aimee in Africa. Ed è qui che il romanzo della Smith raggiunge il suo zenith. Il ritorno alle origini, nell’universo lento e ancestrale del continente nero è l’espediente attraverso il quale l’autrice ritrova il senso della propria identità e mette in correlazione due stili di vita, due modi di pensare e di vedere il mondo. La Zadie della fiction e la ricca e superficiale popstar ne sono le interpreti.

Swing Time è un romanzo ambizioso, carico di sentimenti e di riflessioni sociologiche su temi importanti e di stretta attualità. La scrittura di Zadie Smith, incalzante come i passi ritmati di Fred Astarire e di Michael Jackson, è quanto di più moderno ci possa essere nella letteratura contemporanea. La Smith è perfettamente calata nel suo tempo, sa occupare gli spazi, riprodurne e interpretarne gli umori; e l’ampio respiro delle storie che racconta, così universali, colorate, multietniche, ci spalancano gli occhi su una società sempre più globalizzata e iperconnessa.

Angelo Cennamo

 

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RUGGINE AMERICANA – Philipp Meyer

Ruggine Americana - Philipp Meyer

Pennsylvania. Buell è una cittadina sperduta nella Contea di Fayette. Un tempo qui si godeva un certo benessere, prima che la crisi divorasse ogni cosa: l’acciaieria, le fabbriche dell’indotto, la speranza della gente del posto.

“Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata”.

Tra le rovine di questa terra isolata e selvaggia, solcata da ruscelli e da foreste sconfinate abitate da orsi e cervi, si infrangono i sogni di due ventenni: Isaac English, mingherlino, timido ma dalla mente fina, e Billy Poe, grande e grosso, promessa mancata del football, bravo solo a menare le mani e a ficcarsi nei guai. Isaac vorrebbe andare al college per seguire le orme di sua sorella Lee, brillante studentessa a Yale, sposata forse troppo frettolosamente con un uomo ricchissimo, ma rimanda la partenza per accudire il padre, rimasto vedovo a seguito del suicidio della moglie e costretto a vivere su una sedia a rotelle a causa di un brutto incidente in fabbrica. Billy vive senza uno scopo. Disoccupato, abita in un trailer sgarrupato con sua madre Grace, donna dal vissuto travagliato, con un marito balordo, donnaiolo, sempre via di casa. Grace ci viene descritta come una donna sofferente, ancora affascinante e smaniosa di vivere. Di lei si è innamorato Bud Harris, capo della polizia locale, uomo dal temperamento rude ma dal cuore buono e generoso.

La storia di Isaac e di Billy ruota intorno a un tragico delitto avvenuto per caso proprio in una delle fabbriche dismesse della valle e che segna l’intera comunità di Buell. Da quel momento le strade dei due amici si separano: Isaac fugge verso la California dove spera di rifarsi una vita con i 4000 dollari rubati al padre, Billy viene arrestato e incarcerato con l’accusa di omicidio. Il vagabondaggio di Isaac tra fiumi e boscaglie, autostop e salti su treni in corsa, ricorda il peregrinaggio di Cornelius Suttre, il protagonista del romanzo di Cormac McCarthy, l’uomo alla ricerca di se stesso che abbandona la famiglia per trasferirsi su un fiume melmoso dove sopravvive pescando pesci gatto. Non lo sa, Isaac, che il suo amico rischia di beccarsi l’ergastolo per un reato che non ha commesso, e che in carcere qualcuno ha già deciso di fargli la pelle; dalle sue parti se non hai un buon avvocato – Billy e sua madre di certo non possono permetterselo – sei spacciato. Il destino dei due ragazzi finisce allora nelle mani di Harris, il poliziotto innamorato che più di una volta ha salvato quella testa calda di Billy Poe dalla galera. Il personaggio di Harris acquista spessore soprattutto nell’ultima parte del racconto, quando Poe decide di sacrificare la propria vita per salvare quella di Isaac. Per amore di Grace, non per altro, Harris prova a cambiare il corso degli eventi mettendo a rischio tutto se stesso: carriera, reputazione, la stessa vita, diventando il vero protagonista del romanzo.

Ruggine americana è il libro di esordio di Philipp Meyer, una delle voci più interessanti della nuova narrativa americana. La sua prosa minimalista e ruvida ricorda quella di autori leggendari: Cormac McCarthy, Don Robertson, Lee Maynard. Meyer ci emoziona con una scrittura fluida e un incedere camaleontico: i passaggi nello stesso periodo dalla prima alla terza persona, per poi entrare nel racconto e interloquire con i protagonisti, sono un espediente metanarrativo di grande impatto. Il plot ha una struttura polifonica divisa in più parti o paragrafi dedicati ai singoli personaggi della storia. Le voci e le visuali diverse si amalgamano perfettamente in un’unica narrazione, sempre vivace dall’inizio alla fine e densa di sfumature, che ha come sfondo un’America operaia, depressa e arrugginita dalla crisi.

Angelo Cennamo

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GLI SFIORATI – Sandro Veronesi

Gli sfiorati - Veronesi

La condizione umana di chi mostra di avere un carattere debole, governato da un‘unica stella, quella della cessione. Persone facilmente influenzabili, volubili, incapaci di imporsi una minima disciplina e con una forte tendenza alla sensualità e alla concupiscenza. “Schiumevolezza” è la parola inventata da Sandro Veronesi per raccontare una gioventù sbandata e superficiale che ha avuto ogni cosa senza possederla veramente. Schiumare vuol dire cambiare forma in continuazione, essere inafferrabili, indecifrabili. Gli sfiorati sono gli eroi di una generazione liquida, votata allo sballo, senza valori né ideali. Troppo facile l’accostamento agli indifferenti di Moravia, umanità per certi versi sovrapponibile a questa di Veronesi. No, qui si parla d’altro, per quanto il richiamo ad una borghesia vuota, oziosa, sonnolenta, sembri legare, per certi versi, le due narrazioni. Nel romanzo di Veronesi siamo alla fine degli anni Ottanta, anni di leggerezza, le ideologie sono crollate con il muro di Berlino, così come ogni punto di riferimento o medello pedagogico: la famiglia, la scuola, la politica, prossima al diluvio di tangentopoli. E’ in questo contesto che si sviluppa la storia di Mète, giovane grafologo, educato ai sani principi del cattolicesimo, e della sua sorellastra Belinda, diciassettenne, avuta dal padre in seconde nozze dall’aristocratica Virna Cironi Dalmasso. Belinda è di una bellezza devastante, una bomba dalle sembianze umane, una carica di sensualità che Mète prova a disinnescare in ogni modo per non farsi trascinare dal più torbido istinto carnale. Sentite come ce la descrive l’autore “Innanzitutto: biondezza. Non soltanto di capelli, sparsi ora al vento in un acqueo gioco di riflessi, ma una biondezza totale, corporea, una Febbre dell’oro imprigionata nelle carni”. Suo padre è preoccupato perché non studia, si droga, e la notte fa tardi con chissà quali compagnie. Prima di partire per la luna di miele, decide allora di affidarla al coscienzioso Mète perché la custodisca. Nella prima parte del romanzo Belinda compare una sola volta, al matrimonio dei suoi genitori. Nonostante le raccomandazioni del padre, Mète fa di tutto per non incontrarla. Ma la sua assenza è ingombrante. La cogliamo nei pochi dettagli che Veronesi semina nelle stanze della villa di famiglia, ora disabitata: i trucchi sulla mensola del bagno, un paio di calze, i passi leggeri sul pavimento, una conversazione silenziosa al telefono, un bigliettino lasciato sul tavolo. Da grafologo esperto, Mète sa scavare nell’intimità delle persone senza neppure vederle. Gli bastano poche righe scritte su un foglio: una consonante allungata oltremodo, una vocale più o meno aperta, un segno di interpunzione molto marcato. La schiumevolezza è il tratto di Belinda. Affascinante, portatrice di una sensualità innocente e inconsapevole, mutevole come un raggio di sole che filtra in mezzo agli alberi. Ha paura, Mète, paura di “quel suo splendore parassita, quelle sua quiete insana, quella passività che domina l’immaginazione……Belinda era incapace di negarsi a qualunque impulso, una volta che qualcuno glielo avesse saputo attivare”.

Gli sfiorati è una storia di saune e di noia. Di uscite notturne e di corteggiamenti vacui. Di amici traditi e poi ritrovati. Roma fa da sfondo. Maestosa, borghese e papalina come la metropoli viziata e disincantata di Paolo Sorrentino. Mète e Belinda: due corpi distesi sul letto. Ora sono vicini. Finalmente vicini.

Angelo Cennamo

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PER LEGGE SUPERIORE – Giorgio Fontana

 

Per legge superiore - Giorgio Fontana

 

 

Roberto Doni è un magistrato milanese di sessantacinque anni, di destra, iscritto alla corrente di Magistratura Indipendente. E’ sposato con Claudia e ha una figlia, Elisa, che studia fisica negli Stati Uniti. La sua è una vita tranquilla, sobria, rigorosa, borghese, tutta casa e lavoro. Nel tempo libero, Doni ama ascoltare musica classica e fermarsi di tanto in tanto a bere un bicchiere di rosso in qualche trattoria del centro. Sempre da solo, lì in un angolino a dare un’ultima occhiata alle carte dei suoi processi, e a ricordare il tempo andato, gli amici perduti, come Giacomo Colnaghi, giovane collega ucciso vent’anni prima dalle Br. Ne ha di esperienza, Doni “Il disincanto è l’unica teoria in grado di spiegare gli esseri umani, proprio perché non fornisce consolazioni”.

Un giorno, il sostituto procuratore generale si ritrova nel suo ufficio una giovane free-lance che ha preso a cuore il caso di un operaio tunisino accusato di un crimine che non ha commesso. Khaled Ghezal quella sera era altrove, spiega la giornalista, ma non ha alibi e nessuno può testimoniare la sua estraneità ai fatti. La ragazza, con molta insistenza, convince Doni ad iniziare un’indagine parallela, fuori dalle aule del tribunale, dagli automatismi della procedura penale e dai soliti luoghi comuni sugli extracomunitari. Il magistrato si lascia condurre in posti a lui sconosciuti, nella Milano caotica e multietnica di via Padova, tra spacciatori e nordafricani che sopravvivono alla meglio come facevano tanti italiani del sud arrivati nella metropoli lombarda negli anni del dopoguerra. E’ un’altra Milano quella che sta esplorando Doni, una realtà troppo distante dalla sua, meno rassicurante e ordinata, senza privilegi né comodità. La prospettiva di via Padova cancella i vecchi assiomi, squarcia il velo delle certezze e dei tecnicismi giudiziari nei quali il magistrato aveva trovato un cinico conforto. Suo malgrado, Doni rimette in discussione le proprie convinzioni e la stessa idea di giustizia che aveva erroneamente coltivato in tutti questi anni. Cambiare il corso degli eventi è ancora possibile, ma il prezzo da pagare sarà alto.

Nel 2011 Giorgio Fontana pubblica Per legge superiore un romanzo molto intenso e carico di riflessioni etiche su temi di grande attualità: l’immigrazione, il multiculturalismo e il senso reale della giustizia. Una storia appassionante, scritta con garbo e competenza, che in alcuni passaggi finisce per incrociare la trama e i personaggi di un altro romanzo dello stesso autore Morte di un uomo felice. Storie di magistrati in trincea, di uomini perbene che non vengono meno ai propri doveri, e che non accettano compromessi. Doni, come il Colnaghi dell’altro romanzo, ha conosciuto gli anni di piombo ma anche la Milano operosa e gaudente dei primi anni Ottanta. Nei romanzi di Fontana la toponomastica milanese ha sempre un ruolo da protagonista; Fontana conduce i suoi lettori per navigli, strade e parchi del centro. Parole come immagini che raccontano di bar, di negozi, l’austerità del Palazzo di Giustizia, il rumore dei tram, lo sfrecciare delle bici. La metropoli multietnica descritta in Per legge superiore ci ricorda anche le atmosfere e l’ambientazione di un altro bel romanzo, edito sempre da Sellerio: Torto marcio, il noir di Alessandro Robecchi nel quale la comunità nordafricana si contende il mercato degli alloggi abusivi di piazza Selinunte, mentre dall’altra parte della città due uomini facoltosi vengono freddati da un killer insospettabile. Miseria e nobiltà di una letteratura giovane e vitale che ci riporta a Gadda, Buzzati e Scerbanenco.

Angelo Cennamo                           

 

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