LA STRADA PER LOS ANGELES – John Fante

La strada per Los Angeles - Fante

Che vita leggendaria quella di John Fante! Un romanzo parallelo a tutti quelli che ha scritto. Forse il più bello. Una vita difficile fatta di stenti e di mete rincorse con mille sacrifici, tra sogni, delusioni e tanti compromessi. Ma il tempo è galantuomo. Prendete ad esempio La strada per Los Angeles, il suo primo romanzo: Fante lo scrisse nel 1936 ma il libro venne pubblicato solo nel 1985, due anni dopo la morte dell’autore. Più o meno la stessa sorte che toccò a  Chiedi alla polvere, da molti considerato il  capolavoro di Fante. Pubblicato nel 1939,  Ask to dust venne consacrato come bestseller ben quarant’anni dopo  grazie ad una fortunosa ristampa pretesa da Charles Bukowsky, che di quel libro scrisse anche una toccante prefazione. Racconta Bukowsky che nel personaggio di Arturo Bandini – alter ego di Fante – rivide se stesso, e nella trama del romanzo la sua gioventù sbandata, vissuta alla ricerca affannosa di fama e di denaro. La saga di Arturo Bandini  ha inizio proprio con La strada per Los Angeles, il libro che Fante non vide mai pubblicato. Bandini è un ragazzo ribelle, megalomane, litigioso, mezzo matto, e anche goffo quando si vanta in pubblico del suo sapere. Per sbarcare il lunario e mantenere una famiglia di “femmine e parassite” si cimenta senza fortuna e con poca voglia in mille mestieri. Li molla tutti. Fino a quando lo zio Frank – quel minus habens, lo scemus americanus – lo costringe a lavorare al porto, in un conservificio. Lui, l’uomo colto, l’instancabile lettore di Nietzsche, Kant e Schopenhauer, lo scrittore! Come può abbassarsi a tanto Arturo Gabriel  Bandini? “Sono qui non per il vil denaro” – dirà il protagonista allo strano tipo che lo ha assunto controvoglia  – “ma per fare un reportage sull’industria ittica americana”. Quanto resisterà il “grande scrittore Bandini” in quel posto puzzolente e degradante? “Con la valigia in mano, scesi allo scalo ferroviario: mancavano 10 minuti al treno di mezzanotte per Los Angeles. Mi sedetti e incominciai a pensare al nuovo romanzo”. Comico, graffiante, emozionante e molto di più.

Angelo Cennamo

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AMERICANA – Don DeLillo

Alto, biondo, prestante, manager di una famosa rete televisiva: alla soglia dei trent’anni David Bell può dirsi un uomo affermato. New York è una città tentacolare e seducente nonostante gli echi della guerra in Vietnam. Le feste a Manhattan, gli amici, il sesso – meglio se con la ex moglie – e quella frenetica atmosfera di conquista possono però farti sprofondare in un vuoto insopportabile – il mondo di David ricorda un po’ quello del Bateman di American Psycho, avete presente? E allora, all’apice del successo, Mr. Bell decide di mollare tutto e con un vecchio camper e tre amici stravaganti parte per un viaggio nel cuore dell’America “una specie di racconto in prima persona, ma senza che io sia fisicamente presente, se non di sfuggita. Sarà in parte sogno, in parte narrazione. Un tentativo di esplorare certi aspetti della mia coscienza”. Pubblicato nel 1971 ( in Italia solo nel 2000) Americana è il romanzo di esordio di Don DeLillo. Romanzo letterario nato sotto la buona stella di autori come Eliot e Joyce; il DeLillo postmoderno è ancora allo stato embrionale. Difficile considerare Americana alla stregua di Underworld o Rumore bianco – i capolavori arriveranno qualche anno più tardi – e neppure del più noto roadbook Sulla strada di Jack Kerouac al quale questo libro sembra essere ispirato (il terzo segmento della storia ricorda molto anche Strade blu di William Least Heat-Moon, pubblicato dieci anni dopo). È impressionante tuttavia come DeLillo sia riuscito a riprodurre il mood e  i linguaggi di una certa antropologia newyorchese e a farlo con una scrittura maestosa nonostante la giovane età. Ritmo serrato, tanti personaggi simili, situazioni che alimentano una prolissità forse eccessiva –  “un romanzo lungo e incasinato” dice il protagonista – Americana, specie nella prima parte, offre uno spaccato fedele degli ambienti crudi e trasgressivi dello showbusiness televisivo, contrapponendo l’edonismo cinico della borghesia metropolitana alla sofferenza dimenticata, e occultata dai media, dei militari in Vietnam. La fuga verso l’America meno sofisticata delle piccole città e della provincia diventa per il giovane David una specie di catarsi, il tentativo disperato di raccontare un’altra umanità.

Angelo Cennamo

 

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ADDIO ALLE ARMI – Ernest Hemingway

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Pare che un giorno Cesare Pavese abbia fatto leggere un libro  a una sua ex allieva perché comprendesse la differenza tra la letteratura americana e quella inglese. Il libro era Addio alle armi di Ernest Hemingway, l’allieva Fernanda Pivano. Di lì a poco la Pivano sarebbe diventata la traduttrice in italiano dei romanzi di Hemingway e uno degli americanisti più titolati del suo paese.

A molti di voi sarà capitato di seguire il percorso di Fernanda Pivano, cioè di appassionarvi alla letteratura americana, di innamorarvene, passando attraverso le opere del grande maestro di Oak Park – Illinois. Per me è stato così. Il vecchio e il mare e I 49 racconti per cominciare, Fiesta, Per chi suona la campana a seguire. Il libro di cui voglio parlarvi è lo stesso che Pavese regalò quel giorno alla sua giovane allieva. Pubblicato negli Stati Uniti nel marzo del 1929, in Italia Addio alle armi venne oscurato dal regime fascista perché metteva in cattiva luce le nostre Forze Armate e minava uno dei valori più propagandati dalla dittatura mussoliniana: l’ardimento e la fedeltà alla patria. La storia raccontata da Hemingway culmina infatti con la disfatta di Caporetto, che nella versione romanzata è molto diversa da quella edulcorata e opacizzata dei manuali scolastici. Caporetto è indubbiamente una delle pagine più drammatiche del nostro Novecento e nella trama del romanzo l’orrore, la paura e – perché no – la codardia di chi fuggiva dal fronte ci vengono descritti dalla penna di Hemingway con grande intensità e squallido realismo.

Ma  Addio alle armi non è soltanto un romanzo sulla diserzione, è soprattutto una struggente storia d’amore tra un tenente americano ferito dallo scoppio di una granata e un’infermiera inglese. L’amore e la guerra, nello sviluppo della trama, si amalgamano dando vita a una mistura di  sentimenti fortissimi. Il racconto è avvincente, ma dentro la fiction scorre lo straordinario reportage di un giornalista che vive sulla propria pelle un pezzo importante della storia d’Italia. L’opera è sincera e non indulge alla retorica dell’eroismo o alla banale idealizzazione patriottica. Distinguere l’Hemingway romanziere dal cronista o dal soldato al fronte non si può: verità e finzione si mescolano in un crogiolo di visioni e suggestioni potenti. Ne viene fuori una narrazione vivida, di rara bellezza, sciorinata con uno stile sobrio, apparentemente disadorno: Hemingway descrive luoghi e personaggi senza usare una sola parola superflua, ma non omette nulla di quanto serva al lettore per sentirsi al centro della scena, avviluppato nel mood violento delle battaglie e dall’atmosfera erotico-sentimentale degli incontri furtivi tra il giovane Henry e miss Barkley. Un continuo perdersi per poi ritrovarsi in una grande avventura attraverso montagne, città, ospedali, laghi e strade sconosciute. Una corsa infinita e disperata verso la libertà.

Angelo Cennamo

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L’UOMO CHE GUARDAVA PASSARE I TRENI – Georges Simenon

 

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La figlia Frida faceva i compiti, la moglie maman incollava le figurine nell’album, mentre lui girava le manopole della radio fumando un sigaro: la vita anonima di Kees Popinga scorreva ordinata in una noiosa quotidianità fatta di silenzi, consuetudini e desideri repressi. Ma una sera di dicembre un tragico imprevisto la cambiò per sempre. L’uomo che guardava passare i treni, romanzo pubblicato per la prima volta nel 1938, appartiene a quella vasta collana di capolavori senza Maigret di Georges Simenon. Il romanzo è ambientato tra l’Olanda e la Francia. Il protagonista è uno stimato funzionario di una ditta di forniture navali sull’orlo della bancarotta. Popinga apprende la notizia del misterioso fallimento proprio nell’imminenza dei fatti. La notizia però non lo sconvolge, anzi si trasforma in uno strano grimaldello che gli apre la porta su un’esistenza nuova, inspiegabilmente più affascinante ed emozionante dell’altra. Dal suo datore di lavoro l’impassibile Popinga incassa gli ultimi fiorini rimasti in azienda e il giorno seguente scappa di casa senza destare alcun sospetto. Inizia così una breve ma intensa latitanza per una serie di omicidi, veri e presunti, che lo trasformeranno nel criminale più pericoloso e ricercato di Francia. I giornali e la radio parlano di lui e lui se ne compiace al punto di interagire con la stampa e di sfidare il commissario di Polizia che si è messo sulle sue tracce. Popinga e Lucas sono come due giocatori di scacchi che scelgono le loro mosse senza conoscere il gioco dell’avversario. La nuova vita da fuggitivo è esaltante, lo diverte. Da ricercato, Popinga non è più prigioniero delle sue vecchie abitudini, per la prima volta si sente un uomo libero, e poco importa se deve stare attento agli spostamenti e alle persone che incontra per non cadere in fallo. Come un delinquente esperto ed incallito, Popinga pondera bene ogni iniziativa annotando ogni cosa su un’inseparabile agendina. Quella strana apatia, quell’intrepida strafottenza ci riporta ad un altro celebre protagonista della narrativa francese, il Meursault de Lo Straniero di Camus, l’impiegato piccolo borghese che uccide uno sconosciuto senza nessun movente, e con indifferenza va incontro al proprio destino. L’uomo che guardava passare i treni è un romanzo breve ma denso, ricco di introspezione e di suspense. Un libro tecnicamente perfetto, ben calibrato in ogni aspetto della narrazione, scritto da un maestro della letteratura poliziesca che della metodicità alla Popinga ne fece uno mestiere.

Angelo Cennamo

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LA TRILOGIA DELLA PIANURA di Kent Haruf

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BENEDIZIONE

Dopo aver letto romanzi come Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo – Trilogia della pianura – è facile chiedersi come mai uno scrittore come Kent Haruf in Italia sia stato ignorato per tanti anni. E perché a pubblicare i suoi libri sia una minuscola e arrembante casa editrice milanese, NNeditore (tra l’altro cresciuta grazie alla riscoperta di Haruf), anziché un colosso dell’editoria come Rizzoli o Mondadori. Di Haruf si fa fatica a trovare anche pochi cenni biografici. Di lui sappiamo che è originario di Pueblo, nel Colorado, che è morto due anni fa, e che prima di approdare alla narrativa ha fatto svariati mestieri: l’infermiere, il carpentiere, il bibliotecario.

Benedizione, uscito per la prima volta in America nel 2013, racconta l’ultimo mese di vita di un uomo al quale è stato diagnosticato un cancro. Dad Lewis, questo il nome del protagonista, vive con la moglie Mary nella sua vecchia casa di campagna nella periferia di Holt, una cittadina immaginaria del Colorado – Stato situato nella zona centrale degli Usa, dal paesaggio mozzafiato, dominato da aspre catene montuose e da pianure sconfinate che d’estate profumano di mais. L’America contadina, romantica, nazionalista e puritana dei coniugi Lewis è un piccolo mondo antico fatto di valori semplici e indissolubili dove le parole computer e smartphone sono bandite dal racconto, e perfino l’adulterio può diventare causa di licenziamento. Intorno alla  figura del vecchio Dad e al suo capezzale ruotano diversi personaggi, mai gregari ma cooprotagonisti di una storia lenta e avvolgente che sa intrattenere e commuovere al tempo stesso: la figlia Lorraine, segnata da una precedente tragedia familiare e venuta da Denver per assistere i genitori nei giorni più dolorosi; il reverendo Lyle, malvisto dalla comunità di Holt perché predica la tolleranza negli anni in cui il suo Paese è in guerra contro l’integralismo islamico; la vicina di casa Berta May, che vive in compagnia della nipotina Alice rimasta orfana della madre; le signore Johnson: Willa e sua figlia Alene “donna di mezza età sola e isolata, l’insegnante senza marito che passa la vita in mezzo ai figli degli altri, una che un tempo prima aveva avuto un breve, eccitante momento di passione ma poi aveva fatto marcia indietro”; Frank Lewis, il figlio omosessuale di Dad e Mary, scappato di casa dopo il diploma e mai più tornato.

Benedizione è un romanzo corale in cui le vite dei personaggi si intrecciano le une alle altre in un afflato di valori e di sentimenti autentici che resistono al logorio della modernità. Un libro ricco di poesia e di suggestioni country che affronta i temi delle relazioni umane, della malattia e della ricerca della redenzione con molto garbo e con delicatezza. Il Colorado di Kent Haruf somiglia molto al Maine di Elizabeth Strout, così come la contea di Holt ci ricorda Crosby, il villaggio dove la scrittrice di Portland ha ambientato i racconti di Olive Kitteridge. Stesse atmosfere che evocano un’America lontana  dai grattacieli e dal frastuono delle metropoli; un Paese rurale, attraversato da mandrie di bovini al pascolo e solcato da strade polverose di terra battuta. In una delle scene più pittoresche del romanzo, Lorraine e le signore Johnson, per trovare refrigerio dalla calura estiva, si denudano e fanno il bagno nell’abbeveratoio del bestiame, tra le mucche che riposano, il fango e il letame. Pagine indimenticabili di una letteratura sobria e minimalista che merita di essere riscoperta e approfondita.

CANTO DELLA PIANURA                                                      

Con la sua trilogia della pianura Kent Haruf fa rivivere Hemingway, ha scritto qualcuno. Può sembrare un azzardo ma è proprio così. Ad Haruf mancherà forse il guizzo del fuoriclasse, la citazione dotta, la frase ad effetto che non si dimentica, d’accordo, ma dal grande maestro della letteratura americana lo scrittore di Pueblo ha ereditato lo stile asciutto, la prosa minimalista e soprattutto una vocazione paesaggistica che ignora la solita America dei grattacieli e dei ghetti metropolitani. Con Haruf si viaggia su strade sterrate, solcate da trattori e da mandrie di bovini. Gli altopiani del Colorado prima di tutto. Poi i sentimenti, veri, autentici, profondi, senza sovrastrutture mentali, tic e nevrosi. Canto della pianura e’ il secondo capitolo di un trittico emozionante e ricco di poesia iniziato con Benedizione e concluso con Crepuscolo. Una raccolta di storie indipendenti – divise in paragrafi brevi e alternati – che però si intrecciano l’una all’altra formando una sola trama. I protagonisti di queste storie sono gli abitanti della cittadina immaginaria di Holt. Uomini semplici che si svegliano all’alba per spaccarsi la schiena nei campi o negli allevamenti di bestiame, e che sanno divertirsi con poco. Vite insignificanti ma indispensabili per la voce stupenda, quieta e luminosa con cui Haruf racconta i suoi luoghi  leggiamo nella quarta di copertina.

Pochi i personaggi, tra i quali spiccano Tom Guthrie, un insegnante di storia sposato con una donna depressa che scappa dai figli e dal marito per ritrovare se stessa, e gli inseparabili fratelli McPheron, due anziani  allevatori che ospitano e accudiscono una minorenne incinta cacciata di casa. La storia dei McPheron è una perla preziosa per l’originalità della trama e lo spessore letterario dei protagonisti. Raymond ed Harold sono due cowboy solitari che non si sono mai sposati e non hanno mai avuto a che fare con una donna. La comparsa improvvisa di Victoria Roubideaux  porterà nelle loro vite una ventata di freschezza e un entusiasmo prima d’allora sconosciuto. Pagine indimenticabili di grande narrativa che evocano l’epopea del vecchio west e raccontano un’umanità non ancora perduta.

CREPUSCOLO

Le storie della contea di Holt, della sua campagna piatta e sconfinata, ci conducono nelle viscere dell’America più autentica  e ci raccontano un’umanità di altri tempi, semplice, genuina, lontana dall’apatia e dalle nevrosi delle metropoli. Con Crepuscolo si conclude la trilogia della pianura, la saga che Kent Haruf ha ambientato nel suo Colorado, terra di mandriani e di gente umile, legata alle sane tradizioni contadine che si tramandano di padre in figlio. Nell’ultimo tratto di questo viaggio lento e meravigliosamente ricco di poesia ritroviamo alcuni dei protagonisti dei due precedenti romanzi della trilogia ‎Benedizione e Canto della pianura : Tom Guthrie, l’insegnante cow boy con i suoi bambini Ike e Bobby, Victoria Roubideaux, la ragazza madre ora alle prese con gli studi universitari, e i fratelli McPheron, i due anziani allevatori che ospitano Victoria nella loro fattoria e che attraverso di lei imparano a conoscere per la prima volta l’universo femminile. In Crepuscolo la storia dei McPheron prende corpo fino a diventare il centro del romanzo, probabilmente il migliore della trilogia. L’episodio del tragico duello tra Harold e uno dei suoi tori è un capolavoro di rara bellezza capace di evocare le pagine più avventurose e intense di Ernest Hemingway. Le vicende dei McPheron e di Victoria si intrecciano ad altre storie non meno suggestive e interessanti, ad esempio a quelle di DJ, il ragazzino di undici anni che vive con il nonno malato di polmonite e della povera famiglia Wallace, costretta ad abitare  in una roulotte sgangherata e a subire l’arroganza di un parente alcolizzato e violento. Crepuscolo è un romanzo sul confronto generazionale, ambientato in una sperduta contea del Colorado dove le persone anziane, anziché vivere ai margini ed essere trascurate come altrove, rappresentano una risorsa preziosa e un punto di riferimento per l’intera comunità. Non ci crederete ma Holt è un paese per vecchi.

Angelo Cennamo

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LA TRAMA DEL MATRIMONIO – Jeffrey Eugenides

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Negli ultimi giorni di giugno del 2006, per le stradine di Capri si aggiravano tre giovani scrittori americani ospiti di un noto festival letterario. Di quella indimenticabile presenza sull’isola circola in rete una foto destinata a rimanere nella storia. I tre, apparentemente frastornati dal jet lag, sono posizionati l’uno di fianco all’altro, in tenuta casual, appoggiati alla ringhiera della piazzetta, confusi in mezzo agli altri turisti inconsapevoli. Jeffrey Eugenides, Jontahan Franzen e David Foster Wallace, quell’estate del 2006 erano a 40 minuti di aliscafo da casa mia: dovevo raggiungerli. Franzen, allora, aveva già pubblicato il suo capolavoro Le Correzioni e si apprestava a scrivere il quarto romanzo Libertà. Eugenides era reduce dal grande successo di Middlesex, che nel 2003 gli era valso il premio Pulitzer per la narrativa. David Foster Wallace, dopo la fatica di Infinity Jest – romanzo impressionante anche per numero di pagine, circa 1.300  – di lì a poco sarebbe ripiombato nel tunnel della depressione e morto suicida a soli 46 anni.

Non sappiamo quanto quella trasferta napoletana abbia ispirato Jeffrey Eugenides nella composizione de La trama del matrimonio, romanzo pubblicato nel 2011 e arrivato finalista lo stesso anno al National Book Critics Circle Award. E’ facile supporre però che proprio quella vacanza trascorsa in sua compagnia abbia fatto venire all’autore l’idea di ricalcare la figura di uno dei protagonisti della storia “Leonard Bankhead” su quella dello sfortunato amico David. La trama del matrimonio è il nome del seminario che una studentessa di lettere, Madeleine Hanna, ha deciso di frequentare prima di dedicarsi alla tesi di laurea. Madeleine si è iscritta alla facoltà di Lettere per la più banale delle ragioni: perché ama leggere. I suoi autori preferiti sono: Jane Austen, George Eliot e Henry James. Le letture di Madeleine e dei suoi compagni di corso sono una parte essenziale del romanzo, una presenza quasi ingombrante, ossessiva. Al punto che a Eugenides verrebbe la voglia di dire: d’accordo, Jeffrey, sei un vero intellettuale, hai una biblioteca fornitissima, ora però lasciaci leggere il tuo libro in santa pace. La trama del romanzo è il più classico dei triangoli: Mitchell  – giovane e goffo laureando in storia delle religioni – si innamora di Madeleine, la quale però si invaghisce del più affascinante Leonard, lo studente con la bandana che lotta di nascosto contro la depressione. Mitchell non si arrende, ma la grande occasione per fare colpo sulla ragazza, la sciupa, forse per un eccesso di timidezza. Passano gli anni, Madeleine dovrà fare i conti con le turbe psichiche di Leonard e con i suoi continui ricoveri in ospedale. Ma lo ama e decide di sposarlo anche contro il volere della famiglia. Mitchell nel frattempo è in giro per il mondo alla ricerca di una nuova dimensione spirituale. Il pensiero di Madeleine continua a tormentarlo. Non sa del matrimonio. Un giorno, per una strana coincidenza, i tre si ritroveranno ad una festa, con conseguenze imprevedibili. “Non esiste la felicità nell’amore tranne che alla fine di un romanzo inglese” diceva Trollope.

La trama del matrimonio è un bel romanzo con qualche imperfezione; mancano il vigore e le suggestioni di Middelsex – il libro che lo ha preceduto – ma scrivere due capolavori di fila sarebbe stato complicato anche per un fuoriclasse come Eugenides.

Angelo Cennamo

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ZUCKERMAN SCATENATO – Philip Roth

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Nei suoi libri, Philip Roth si diverte spesso a simulare e dissimulare le storie che racconta, a invertire i ruoli dei protagonisti, a mascherare la verità e nel contempo presentare come reali fatti che non sono mai accaduti. Lo fa per parlare di se stesso sotto mentite spoglie, per filtrare o schermire la propria biografia, evitando così di darla in pasto al pubblico nella sua nuda realtà. L’invenzione di Nathan Zuckerman, il suo alter ego, è l’espediente letterario attraverso il quale Roth conduce questo gioco abile, sottile, beffardo, con i lettori, alimentando percorsi e intrecci narrativi sempre originali, virtuosi e sorprendenti. Zuckerman è Roth, ma fate attenzione: non sempre Roth è Zuckerman. E quando sembra che lo sia, non è detto che lo sia per davvero. Un oscuro gioco di specchi che ritroviamo anche in altri romanzi.

Zuckerman scatenato è un libro freudiano nel quale ci sembra di scorgere da una diversa angolazione il Philip Roth di Lamento di Portnoy, il primo grande successo dell’autore di Newark, il romanzo che lo ha consacrato in America e nel mondo‎, uscito negli stessi anni in cui è ambientata la storia di Nathan Zuckerman. Nella finzione del racconto – e non solo di questo racconto – il romanzo è intitolato Carnovsky, ed è un libro che dissacra la tradizione ebraica, al punto da provocare la morte del padre di Nathan e da attirare sul giovane autore molte antipatie oltre che una grande popolarità e altissimi guadagni. Zuckerman è assediato, tormentato dai fan che gli chiedono pareri, suggerimenti; ha tutto quello che si può desiderare dalla vita, ma il successo che lo ha inaspettatamente travolto finirà prima o poi per isolarlo dagli affetti più cari e trasformarlo, proprio per i contenuti eretici del libro, in un possibile bersaglio.  

Zuckerman scatenato non è tra i capolavori di Philip Roth, ma è un romanzo divertente, graffiante, che appartiene al cosiddetto periodo del “figlio”, ovvero a quel primo gruppo di romanzi nei quali Roth si ribella alla famiglia, ai valori puritani della borghesia americana, e si scontra con la tradizione ebraica. ‎Patrimonio, uscito qualche anno dopo, ‎segnerà l’inizio di una nuova stagione creativa, sicuramente la più feconda della sua vasta produzione letteraria. Sono questi gli anni in cui Roth indosserà, almeno nella letteratura, i panni del padre, per scrivere i suoi romanzi migliori: Il Teatro di Sabbath, La Macchia Umana e Pastorale Americana. 

Angelo Cennamo  ‎

 

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LE FANTASTICHE AVVENTURE DI KAVALIER E CLAY – Michael Chabon

Kavalier-and-Clay-CoverApri un libro di Michael Chabon e ti ritrovi al cinema a vedere l’America: lui, lei, gli altri, la metropoli, i suoni, i colori, parole che scorrono come immagini su uno schermo che sembra la pagina di un giornale a fumetti. Quella dei fumetti è un’arte che Chabon conosce alla perfezione, come la magia, l’illusionismo, il mondo dello showbusiness. Le Fantastiche avventure di Kavalier e Clay  è un romanzo che vale il premio Pulitzer. Siamo nel 2001, Jonathan Franzen pubblica Le correzioni e Joyce Carol Oates Blonde  –  sui cieli d’America quell’anno dev’esserci stata una fortunata congiunzione astrale.

Il giovane ritrattista e aspirante mago Josef Kavalier scappa da Praga, occupata dai nazisti, per raggiungere suo cugino Sammy a New York. La fuga cinematografica di Josef ricorda un famoso numero di Henry Houdini, idolo di Josef e di tanti ragazzi della sua generazione. L’approdo a New York è la sua salvezza, l’agognata libertà. Non solo. I due cugini  diventano in breve tempo un’affermata coppia di disegnatori  e danno vita al più celebre eroe dei fumetti: l’Escapista. Con le loro storie fantastiche Joe e Clay spopolano ovunque, anche alla radio e in tv. Il successo e il denaro però non sono tutto, non bastano a ripagare la sofferenza per gli orrori della guerra e il distacco dagli affetti più cari. Josef è preoccupato per le sorti della sua famiglia rimasta in Europa e fa di tutto per ricongiungersi con il fratellino Tommy, forse la guerra non li ha separati  per sempre. A New York ha trovato l’amore, la popolarità, ma quel vuoto deve essere colmato a qualunque costo. Tra alterne vicende e ribaltamenti imprevedibili, le avventure degli inseparabili  Joe e Clay attraversano tre decenni di storia americana, incrociando i destini di molte altre celebrità, del cinema, della musica, dello sport. Un viaggio in lungo e in largo nella cultura pop a stelle e strisce, coloratissimo, vibrante, sincopato come una jam session di Duke Ellington. Si ride, si piange, il Grande Romanzo Americano è servito. Benvenuti nel fantastico mondo di Michael Chabon.

Angelo Cennamo

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OBLIO – David Foster Wallace

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Sono solo tre i romanzi che David Foster Wallace ci ha lasciato prima di congedarsi dalla vita quella sera di settembre del 2008: La Scopa del sistema, la vertiginosa rielaborazione della tesi di laurea in filosofia; Infinite Jest, l’opera fluviale di oltre milleduecento pagine che lo ha consacrato tra i migliori scrittori della sua generazione o, se preferite,  “Il principe della letteratura contemporanea americana” secondo la definizione di Details; Il Re pallido, il romanzo sulla noia al quale Wallace stava lavorando prima di morire, assemblato e pubblicato postumo dal suo editor Michael Pietsch. Un librone che nella stesura iniziale doveva contare cinquemila pagine, aveva confidato Wallace all’amico Jonathan Franzen in una delle loro ultime conversazioni telefoniche. Nel 2004 esce Oblio, una raccolta di otto romanzi brevi con i quali Wallace dimostra di avere una certa ecletticità anche di stile. Otto storie diversissime tra loro e con registri narrativi differenti. Recensire i libri di Foster Wallace è un’operazione complicata perché si finisce quasi sempre per omettere dei tratti significativi, di non rendere bene il senso – talvolta perfino di non capire il vero significato – dei suoi contenuti. Le opere di Wallace – sia per i temi trattati che per la scrittura – hanno pochi precedenti. Per definirne lo stile convulso e smarginato qualcuno è ricorso a quel “realismo isterico” già coniato per la scrittrice anglo-giamaicana Zadie Smith. Spesso Wallace è indecifrabile, i suoi testi sfuggono a qualunque etichetta o classificazione. Wallace piace, per esempio, perché meglio di tanti altri autori contemporanei sa cogliere in profondità il marcio della società americana e sa raccontare il disagio di chi la abita: uomini e donne il più delle volte segnati da traumi infantili, da nevrosi. È un autore schizofrenico, Wallace, magmatico, eccentrico, di un’intelligenza matematica: le sue narrazioni sono una sequela di virtuosismi che spaziano in una complessità non sempre alla portata del lettore medio. L’esposizione frammentata  – tipica dello stile postmoderno – finisce per annullare la sequenza temporale rendendo la lettura più faticosa. Attraverso descrizioni fittissime (massimalismo argomentativo), Wallace sembra condurci in un eterno presente, in una dimensione emozionale che non ha confini nitidi. Talvolta il finale delle storie viene astutamente anticipato nello svolgimento della trama. Di Oblio ci colpiscono l’originalità degli argomenti scelti e l’imprevedibilità delle storie: Mister Squishy  è una merendina da testare sul mercato. Nel romanzo che dà il titolo alla raccolta, un marito si sottopone a dei test clinici per scoprire se la moglie, quando lui russa, non può sentirlo russare perché sta dormendo. Il protagonista de Il canale del dolore è uno scultore di cacche umane, la cui moglie la donna mostruosamente obesa più sexy che Atwater abbia mai visto arriva a tradirlo goffamente tra i sedili di un’auto col giornalista che realizza lo scoop. Ma è in Caro vecchio neon che Wallace si supera con un superbo e preveggente gesto narrativo nel quale la fiction si sovrappone alla tragica verità che sta per palesarsi. Se non avete mai letto David Foster Wallace, iniziate da qui.

Angelo Cennamo

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LA CAMERA AZZURRA – Georges Simenon

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“Se io mi ritrovassi libera, faresti in modo di renderti libero anche tu?” Tony Falcone non aveva dato peso a quelle parole, coperte quasi dal rumore del treno “Lui e Andrèe erano due solo a letto, in quella camera azzurra che con una sorta di sfrenatezza impregnavano del loro odore”. Tutto sarebbe rimasto confinato in quello spazio, pensava lui, fuori dal tempo e dalla verità. La Camera Azzurra – pubblicato nel  1964 – è uno dei romanzi più riusciti del prolifico Georges Simenon, lo scrittore belga famoso per aver ideato il leggendario Maigret. Eppure la parte migliore della produzione letteraria di Simenon comprende una corposa serie di racconti e di romanzi che non sono ascrivibili alla categoria dei cosiddetti polizieschi – brutta espressione, poco adatta anche a definire le storie che hanno come protagonista il celebre commissario parigino. Il tema de La Camera Azzurra è tra i più abusati nella letteratura: l’adulterio. Scrivere un romanzo di successo parlando di tradimenti dopo tutto quello che è stato raccontato sull’argomento dall’Iliade in poi, passando per Otello e Desdemona, richiede buone dosi di coraggio e di talento. Doti che non sono mai mancate a Simenon, autore eclettico, dalla vena inesauribile, capace di attraversare qualunque genere letterario e di pubblicare un romanzo dopo appena venti giorni di lavoro metodico. Da grande maestro della narrativa, Simenon riesce a catturare l’attenzione del lettore con ogni dettaglio, anche il più insignificante: un rumore di passi, una luce che filtra attraverso la porta socchiusa, il gesto lento e silenzioso di un passante, il respiro affannoso di un bugiardo.

La Camera Azzurra è la storia di un’attrazione fatale che non si interrompe neppure davanti a un duplice omicidio. Ogni giovedì pomeriggio Tony e Andrèe vivono ore di passione in un albergo fuori città. Tutto era cominciato per caso: una ruota bucata, lo sguardo invitante di lei, il cedimento palpitante di lui, proprio lì, sul ciglio della strada. Per Madame Despierre quegli incontri furtivi, concordati con un segnale dietro la finestra, sono una vera ossessione, una mania devastante che le imprigiona il corpo e l’anima. Un uragano di lussuria e crudeltà che travolge due famiglie e l’incolpevole Tony, anche lui come la sua amante condannato dal vortice di quella insana passione più di quanto non faranno i giudici della Corte d’Assise: “Mai, neppure nei momenti in cui  i loro corpi erano stati più uniti, l’aveva trovata così bella, così raggiante”. Il Simenon che non ti aspetti, il sublime narratore dell’eros violento e irrefrenabile, dell’abbraccio mortale di due complici sfacciati e insaziabili. Com’è lontano Maigret.

Angelo Cennamo

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