BUTCHER’S CROSSING – John Williams

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Bastava un solo sguardo, o quasi, per contemplare tutta Butcher’s‎ Crossing: sei baracche o poco più, tagliate in due da una stradina sterrata. Lo scenario desolante che accoglie William Andrews dopo due settimane di viaggio sembra il piano sequenza di un vecchio film di Sergio Leone. Andrews è uno studente di Harvard alla ricerca di una nuova identità ancora sconosciuta “Era un sentimento, era un’urgenza che doveva esprimere. Ma sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, non sarebbe stato che un altro nome, inadatto a descrivere quella natura selvaggia che andava cercando…l’origine e la salvezza del suo mondo”.

In tasca ha una lettera di raccomandazione di suo padre. Deve consegnarla a un commerciante in pelli di bisonte. Sarà lui ad instradarlo in quel microcosmo di cacciatori spietati e di prostitute da saloon, uomini duri, dai modi spicci e disposti a tutto per un pugno di dollari. Miller, Charley Hoge e Fred Schneider hanno i volti e le mani segnati dalla fatica e dalle intemperie. Tra una caccia e l’altra, se ne stanno al Jackson a scambiarsi ricordi e a bere whisky. Andrews si unisce al gruppo per cacciare una grossa mandria di bisonti che Miller racconta di aver avvistato in un precedente viaggio nel Colorado, e mette a disposizione il suo gruzzoletto per finanziare la spedizione.

Capì che la battuta di caccia che aveva concordato con Miller non era che uno stratagemma, un trucco per ingannare se stesso, per blandire le sue abitudini più radicate. Non erano certo gli affari a condurlo laggiù…Partiva in completa libertà…Sentiva che ormai, ovunque vivesse, ora come in futuro, si sarebbe sempre più allontanato dalla città, per ritirarsi nella natura selvaggia.” 


Prima di partire, Andrews arriva a sfiorare l’amore disinteressato di Francine, la squillo più bella e desiderata del Jackson’s saloon. L’imbarazzo della prima volta però gli giocherà un brutto scherzo. La spedizione in Colorado, tra luoghi sconosciuti, sentieri impervi e mancanza d’acqua, è una vera odissea. La carovana di Miller deve superare prove durissime: la diffidenza di Schneider, sempre sul punto di abbandonare il gruppo nei momenti di maggiore difficoltà, la mancanza di riferimenti certi, prima il caldo poi la neve, che intrappolerà i quattro avventurieri nella tormenta e li costringerà a ritardare il rientro di molti mesi. Andrews e i suoi compagni di viaggio sono allo stremo, lottano per la sopravvivenza, e di quei bisonti che aveva avvistato Miller anni fa non vi è alcuna traccia. C’è da fidarsi? Non hanno altra scelta. La salita verso la montagna è una sfida improba, sfiancante, ma ecco che “A sud-ovest…una macchia nera si muoveva nella valle, sotto ai pini scuri che crescevano sulla montagna davanti a loro… Poi la macchia pulsò, come una grande massa d’acqua agitata da oscure correnti“. Finalmente si apre la caccia. Il fucile di Miller spara a ripetizione. L’inesperto Andrews obbedisce ai comandi del capo, mentre Schenider, come un forsennato, scuoia i bisonti abbattuti: almeno cinquemila capi, un bottino di ventimila dollari.

Ma con l’arrivo della primavera Andrews “sentiva che non sarebbe stato più lo stesso”. Quell’esperienza tra gli altopiani del Colorado l’aveva allontanato per sempre dalle proprie origini e gli aveva fatto maturare un desiderio irrefrenabile di libertà, una libertà a lui sconosciuta, indefinibile, forse inappagabile.

Ho letto Butcher’s Crossing sull’onda emotiva di Stoner, il romanzo più popolare di John Edward Williams, pubblicato nel 1965 e scoperto con cinquant’anni di ritardo grazie ad una fortunosa ristampa francese. Butcher’s Crossing era uscito in America cinque anni prima, più o meno nell’indifferenza di tutti com’era accaduto con l’altro libro di Williams, oggi considerato dalla critica “il romanzo perfetto” e celebrato con il suo autore in un saggio interessantissimo di Charles J. Shields. È un western letterario, spietato, carico di passione, ma anche un originale romanzo di formazione sulla ricerca della libertà e della bellezza. Pagine di grande letteratura sepolta per troppi anni da montagne di libri, inutili da scrivere, inutili da leggere.

Angelo Cennamo

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LA FORTEZZA DELLA SOLITUDINE – Jonathan Lethem

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Negli anni del liceo, tra gli appunti disordinati sulla mia scrivania,‎ avevo una vecchia foto di Brooklyn in bianco e nero, un po’ sgualcita, presa chissà dove. Mostrava lo scorcio di una strada verosimilmente malfamata, con un marciapiede sudicio, crepato, sbilenco, scritte illeggibili sui muri, dei neri con i capelli lunghi e jeans a zampa di elefante appoggiati all’ingresso di un palazzo, anche questo fatiscente, fatto di mattoni scuri – forse marroni – e delle auto con i musi lunghi incolonnate ai bordi della carreggiata. Per parecchio tempo quella foto ha evocato nella mia immaginazione l’idea dell’America – New York o San Francisco era uguale – i suoi mille dialetti, l’architettura, la musica, le sale da gioco nei seminterrati fumosi, i campi di basket all’aperto con le reti metalliche intorno, le fiancate colorate dei vagoni della metropolitana. A distanza di anni, ritrovo quella foto con lo stesso marciapiede consumato, le insegne al neon, le auto in sosta e i muri imbrattati di vernice, tra le pagine di romanzi newyorkesi come Città in fiamme di Garth Risk Hallberg, Follie di Brooklyn di Paul Auster, Underworld di Don DeLillo, o La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, autore che a Brooklyn ha ambientato almeno la metà dei suoi libri. La fortezza della solitudine è uscito nel 2003; racconta la storia di una lunga amicizia tra due ragazzi, uno bianco l’altro di colore, vicini di casa in Dean Street, esattamente a Brooklyn. Nel racconto appassionato di Lethem, che si sviluppa tra gli anni ’70 e i ’90, Dean Street ricorda la via Gluck della canzone di Celentano, il luogo di un’infanzia povera, tempestosa, ribelle, ma nello stesso tempo un posto creativo, fecondo di curiosità e di insegnamenti, dal quale non si può prescindere, è impossibile emanciparsi “dovevo tornare nel luogo a cui un tempo appartenevo“, dice il protagonista in uno dei passaggi più significativi. Al di là del colore della pelle, Dylan Ebdus e Mingus Rude, hanno molto in comune: sono entrambi figli unici, cresciuti senza madre né fratelli, e con due padri artisti. Quello di Dylan è un pittore frustrato, costretto a dipingere copertine di libri, ma con un sogno nel cassetto che prima o poi finirà per avverarsi. Mr. Rude è invece una meteora della black music caduta nella desolazione e nella dipendenza dalla cocaina dopo una aver vissuto una breve parentesi di popolarità nei Distinctions. Un romanzo di formazione, si direbbe, nella scia di Oliver Twist o Augie March. Ma quando Lethem attinge dal passato, lo fa con originalità e rimanendo fedele al proprio stile. Le scorribande di Dylan e di Mingus, l’amore per i supereroi, le partite di football, la droga, il bullismo nel quartiere, la scoperta del sesso, sono il diario di bordo di una militanza a volte spietata, pericolosa, tragica come la sparatoria che a un certo punto dividerà le strade dei due amici. Qualche anno dopo, Dylan lo ritroviamo a Berkeley, a scrivere per una nota rivista musicale. Tra un’avventura sentimentale e l’altra, l’ex scugnizzo di New York incontra e intervista big dello spettacolo – il libro è pieno di citazioni sul cinema e sulla musica pop, rock, funk – ma la sua nuova vita è come imprigionata dal passato: Dean Street, l’amico Mingus, la madre sparita sono per Dylan una vera ossessione, un tarlo che nelle ultime pagine lo spingeranno a tornare. The fortress of solitude è sicuramente una storia di amicizia, di conflitti razziali e di buona musica. Ma è anche un romanzo sull’assenza, sulla nostalgia, sui guasti del tempo, e sullo struggimento per qualcosa che è andato perduto. Più  che il grande romanzo americano, un grande romanzo su Brooklyn, come preferisce definirlo Jonathan Lethem.

Angelo Cennamo

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IL GIORNO DELL’INDIPENDENZA – Richard Ford

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Romanziere fallito, ex giornalista sportivo, ex marito, alla soglia della mezza età, nonostante tutto, Frank Bascombe è un ottimista. A bordo della sua auto se ne va in giro per il New Jersey a mostrare case in vendita a clienti assillanti e indecisi come i coniugi del Vermont Joe e Phyllis Markham. È un uomo pieno di rimpianti, Frank, col bisogno di inseguire le donne solo per tenersi tranquillo, ma da quando ha divorziato si è ripromesso che non si sarebbe mai lamentato della sua vita, sarebbe solo andato avanti e avrebbe cercato di fare del suo meglio, errori e tutto, perché “si può fare in modo che le cose vadano per il verso giusto solo fino a un certo punto“. Il “Periodo di Esistenza”, lo chiama lui, un tempo di libertà e di transizione che gli serve per riflettere e ritrovare se stesso. Bascombe è un uomo qualunque della provincia americana degli anni ‘80, l’everyman che incontriamo in mille altre storie, disilluso dall’umanità e indifferente alle vicende politiche, un professionista cinico, coraggioso, anche un po’ filosofo “Non vendi una casa a qualcuno, vendi una vita”.

Il weekend del 4 luglio è una buona occasione per trascorrere del tempo con la nuova fidanzata Sally e con Paul, il figlio quindicenne arrestato per aver rubato tre confezioni giganti di preservativi e aggredito un commesso. Paul vive nel Connecticut con sua madre Ann, monitorato dai servizi sociali e seguito da uno psichiatra. È un ragazzo fragile, segnato dal divorzio dei genitori e dalla morte prematura del fratello Ralph. La lunga gita in macchina di Frank e Paul, tra ingorghi di turisti festanti e fuochi d’artificio, si rivelerà piena di imprevisti e malinconici flashback, e avrà un finale drammatico che lascia però intravedere un futuro meno fosco.

Il giorno dell’Indipendenza è tra i romanzi  più noti di Richard Ford – autore che ha raggiunto la popolarità nel 1986 con Sportswriter, opera inserita da “Time” tra i 100 romanzi in lingua inglese. Nel 1996 ha vinto due premi importanti: il Pen/Faulkner e il Pulitzer, ed è il secondo capitolo della quadrilogia di Frank Bascombe, saga che prosegue nel 2008 con Lo stato delle cose e nel 2015 con Tutto potrebbe andare molto peggio. Il non-alter-ego di Ford ha abbandonato la professione di giornalista per intraprendere quella di agente immobiliare, e ha divorziato dalla moglie. Da quel giorno sono trascorsi sette anni, ma per quanto si sforzi di guardare avanti, Frank continua a rimuginare sui propri fallimenti e a fare i conti con quel passato ingombrante che nelle ultime pagine sembra ritornare. Un romanzo sulla disgregazione della famiglia, le difficoltà dei rapporti umani, la solitudine di un uomo adulto. Vissuti dolorosi, negligenze, colpi bassi dai quali è difficile riprendersi. Ma Ford non indulge all’autocommiserazione né alla retorica del colpevolismo, come fa ad esempio il suo collega Malamud con i suoi personaggi sconfitti dall’ingiustizia e perseguitati dalla malasorte. Le trame di Ford, anche quando si caricano di riflessioni amare e di brutti ricordi come questa, sono venate di comicità e di un moderato ottimismo. Insomma, per Frank Bascombe non tutto è perduto.

Angelo Cennamo

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ECCOMI – Jonathan Safran Foer

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Come può appassionarsi un lettore italiano a un romanzo che parla di una famiglia ebrea e della distruzione dello Stato di Israele con almeno un centinaio di parole incomprensibili scritte in lingua yiddish? Me lo sono chiesto prima di acquistare Eccomi di Jonathan Safran Foer –  enfant prodige della letteratura americana, autore di bestseller come Ogni cosa è illuminata e Molto forte, incredibilmente vicino.

Eccomi è un romanzo ambizioso che ha richiesto almeno un decennio di lavorazione, e il perché lo si intuisce da una serie di particolari che non sfuggono neppure al lettore più sprovveduto: la ricerca di una scrittura perfettamente aderente alla modernità, l’intensità “delle” sue trame, un’architettura di parole precise, calibrate in modo millimetrico; lo sforzo ( ben ripagato) di raccontare la globalità che si infiltra nel domestico, le piccole cose mescolate a eventi internazionali, dettagli di una quotidianità nella quale ci riconosciamo tutti. Leggendo Eccomi, e amandolo fin dalle prime pagine, ho capito questo. Ho capito che  i libri non hanno quasi nulla a che vedere con i luoghi in cui vivono i loro personaggi e alla fede che professano. E che in ogni storia particolare, in qualunque angolo del mondo essa venga raccontata, anche il più remoto, c’è sempre una dimensione umana più ampia – che dilata i confini, la lingua, le tradizioni – all’interno della quale ciascuno può ritrovare se stesso. Jacob Bloch e sua moglie Julia sono una coppia di quarantenni di Washington sull’orlo del divorzio. Hanno tre figli, il primo dei quali, Sam, è implicato in una brutta vicenda scolastica per via di alcune scritte omofobe e razziste. L’approssimarsi del suo Bar Mitzvah – il rituale ebraico che introduce all’età adulta – è un’occasione per rivedere i cugini israeliani e ritrovare il senso di un’identità forse perduta. Nelle due settimane in cui si svolge la storia, Julia deve decidere cosa fare del suo matrimonio: sul cellulare del marito ha trovato dei messaggi erotici destinati a un’altra donna. Il quadro delineato da Safran Foer  è minuzioso, ben calato nella realtà dei nostri giorni, con lunghi dialoghi che offrono al lettore una visuale intimissima delle vicende narrate: i due protagonisti conversano in bagno mentre si lavano i denti, in cucina con i loro figli, in macchina spostandosi da una parte all’altra della città.

Sembra di vederla, la famiglia Bloch: una moglie ferita e infelice che, per ripicca forse, flirta con un amico semi-divorziato; tre figli: uno sul confine dell’età adulta che vive una seconda vita virtuale su Other life, dove distrugge sinagoghe  attraverso il suo avatar Samantha; uno sull’orlo di un’estrema coscienza di sé, uno sull’orlo dell’indipendenza intellettuale; un padre xenofobo in preda al terrore e un nonno depresso. Jacob e Julia sono sposati da sedici anni, continuano a fare sesso, “ma quello che era sempre venuto spontaneo arrivò ad avere bisogno di uno stimolo (sbronzarsi, guardare “La vita di Adele” sul portatile di Jacob a letto, San Valentino) o di uno sforzo per vincere il disagio e l’ipotetico imbarazzo… Più vita condividevano, più si estraniavano dalle rispettive vite interiori“.

A metà romanzo, la tragica notizia di un violento terremoto che ha colpito il Medio Oriente e messo in ginocchio Israele, apre nuovi spazi narrativi e assesta un altro duro colpo al fragile equilibrio del protagonista. Per Jacob è giunto il momento di passare dalle parole ai fatti: deve difendere suo figlio dalle accuse di razzismo o punirlo come gli chiede il rabbino? Arrendersi al divorzio o adoperarsi  per ricomporre la frattura con Julia? Partire per difendere Israele dalla sua imminente invasione o abbandonare il campo? “Eccomi” è il paradosso biblico nel quale viene a trovarsi Abramo quando Dio gli chiede di sacrificare suo figlio. Dio chiede ad Abramo di uccidere Isacco e Isacco chiede a suo padre di proteggerlo. Abramo risponde: “Eccomi” a entrambi, nel tentativo impossibile di assecondare due richieste tragicamente opposte. Abramo è guidato dalla fede, non ha dubbi, non torna sui suoi passi, è pronto a qualunque sacrificio. Jacob incarna la declinazione laica dell’ebraismo: il suo ebraismo di facciata lo espone all’incertezza e al ripensamento. Essere ebreo che sentimento è? Se lo chiede anche Henry Zuckerman ne La Controvita di Philip Roth, prima di partire per Gerusalemme alla ricerca di un’identità forse mai conosciuta. Tutto il romanzo di Safran Foer è un tributo alla letteratura di Roth, con spunti e citazioni che evocano alcuni dei suoi maggiori capolavori: Lamento di Portnoy, ‎La mia vita di uomo. Il prolungamento ideale di una scrittura che sembra aver trovato nel giovane autore di Washington il suo erede naturale.

Eccomi è un romanzo sulla dissoluzione di un amore e di una nazione. Ma in fondo al buio e oltre il rimpianto c’è ancora tanta vita per cui spendersi: “La vita è preziosa e io vivo nel mondo“‎, dice Jacob a se stesso quando anche il suo cane Argo sta per abbandonarlo.

Angelo Cennamo

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L’UOMO DI KIEV – Bernard Malamud

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Tutte le volte che finisco di leggere un libro di Bernard Malamud mi dico: questo è il migliore romanzo di Malamud. E’ accaduto con Il Commesso – forse il libro più conosciuto, in Italia rilanciato qualche anno fa da una citazione di Marco Missiroli in Atti osceni in luogo privato – ma anche con Il Barile Magico e Le Vite di Dubin, una delle sue ultime pubblicazioni. “Nei romanzi di Malamud l’America non appare mai un’opportunità di riscatto‎. Uno dei suoi temi più frequenti è la marginalità“, scrive Alessandro Piperno nella prefazione de L’Uomo di Kiev – romanzo del 1966, vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award. E’ questo il tratto che distingue Malamud dagli altri tre grandi scrittori ebrei americani: Saul Bellow, Philip Roth e Paul Auster, più spavaldi e ottimisti nell’inseguire il sogno americano. I personaggi di Malamud sembrano nati per soffrire, sono perseguitati dalla sfortuna e dalle ingiustizie. E sono quasi sempre degli ebrei, perché gli ebrei, diceva, “li conosco bene, e poi perché sono  l’incarnazione perfetta del melodramma”.

L’Uomo di Kiev si ispira a una vicenda realmente accaduta nei primi anni del Novecento. La storia di Mendel Beilis, ebreo ucraino accusato ingiustamente dalle autorità zariste di un infanticidio  avvenuto alle porte di Kiev. Nella fiction, Beilis è Yakov Bok.

“In abiti larghi e berretto a visiera, era un uomo longilineo e nervoso con le orecchie grandi, le mani dure, chiazzate, chiazzate, il dorso ampio…Il suo naso a volte era ebreo e a volte no…La moglie lo ha lasciato per uno sporco forestiero”.

Con un carro scassato regalatogli dal suocero e un cavallo “brocco”, Yakov si trasferisce a Kiev per iniziare una nuova vita, per  cercare un lavoro e farsi un’istruzione. Si guadagna da vivere come tuttofare: “Viveva nel cuore del settore ebraico del quartiere Podol, in una casa popolare formicolante d’inquilini, pavesata di materassi che prendevano aria e di abiti cenciosi che asciugavano sopra un cortile stipato di bottegucce di legno dove tutti erano indaffarati e nessuno guadagnava. Campavano”.

Un giorno Yakov salva un vecchio caduto nella neve. Sembrerebbe un colpo di fortuna perché l’uomo, che è molto facoltoso, decide di ripagarlo assumendolo come contabile  nella sua fabbrica di mattoni. Ma fin da subito quell’incontro si rivelerà una terribile sciagura che condurrà il tuttofare alla distruzione. Il suo datore di lavoro infatti è un accanito antisemita e vive in un quartiere dove gli ebrei sono considerati i peggiori nemici dell’umanità. Tra molti dubbi, Yakov cerca di resistere dando false generalità e negando le sue origini ebraiche. Un giorno però accade l’irreparabile: in una grotta vicino alla fabbrica dove lavora, viene trovato un ragazzo di dodici anni assassinato. Era seduto con le mani legate dietro la schiena, era stato ucciso a pugnalate e morto dissanguato “probabilmente a scopi rituali“.
Yakov viene arrestato. Confessa subito di essere ebreo ma si proclama innocente “Sia clemente, signor giudice. Ho avuto così poco nella vita“.
La deposizione del suo datore di lavoro è un duro atto di accusa: ” Non è una persona onesta: per essere precisi, è un impostore…non l’avrei mai assunto se avessi saputo che apparteneva alla Nazione ebraica“. Durante la prigionia Yakov viene istigato a confessare il delitto in cambio di un lasciapassare per l’Europa; l’unico spiraglio, forse, per ritrovare la libertà. Ma lui non si fida. Bibikov, proprio il magistrato che crede alla sua innocenza, viene arrestato e ucciso misteriosamente in una cella vicina. Yakov capisce di non avere scampo. Lo hanno preso perché è ebreo: “Non c’era una ragione, c’era soltanto un complotto contro un ebreo, un ebreo qualsiasi, e lui era l’uomo scelto casualmente come capro espiatorio. L’avrebbero processato perché era stata formulata un’accusa, non c’era bisogno di altre ragioni. Nascere ebreo significava essere vulnerabili alla storia e ai suoi errori più spaventosi“.

Per certi versi, quella di Yakov è la stessa condanna che la sorte infligge a Morris Bober, il protagonista de Il Commesso, l’umile bottegaio di Brooklyn al quale gli affari vanno male, e che è costretto a subire le angherie del suo giovane garzone Frank Alpine. Come Yakov Bok, anche Morris Bober attribuisce la malasorte che lo perseguita alla fede ebraica. Entrambi provano a resistere alle avversità e alle ingiustizie arroccandosi nella forza d’animo e nella rettitudine, ma non basterà a salvarli dalla rovina.

Angelo Cennamo

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LA SOTTILE LINEA SCURA – Joe R. Lansdale

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“Sono un americano, nato a Chicago – quella tetra città – e affronto le cose come ho imparato da solo, in tutta libertà, e le racconterò a modo mio”. Recita così l’incipit di uno dei capolavori della letteratura mondiale, il romanzo che Saul Bellow volle scrivere ispirandosi a quel rivolo d’acqua che un giorno, passeggiando per Parigi, vide scorrere veloce, compatto e inarrestabile: Le Avventure di Augie March. Non ci sorprenderà allora che qualche decennio più tardi, un altro autore americano, forse per fare un tributo al premio Nobel canadese, abbia voluto iniziare un romanzo nello stesso modo, con il suo giovane protagonista che si presenta ai lettori: “Mi chiamo Stanley Mitchel, Jr. Tanto mi ricordo, tanto intendo scrivere”. Joe R. Lansdale, scrittore texano dalla penna pulp, è quanto di più diverso ci possa essere dal fine, colto e rigoglioso Saul Bellow, ma alle volte le parole fanno dei giri immensi e finiscono per mescolarsi in imprevedibili melting pot narrativi. Lansdale è un autore prolifico, eclettico, capace di spaziare dal western al noir, e di toccare la profondità con la leggerezza di una metafora, talvolta rozza ma efficace. Nel 2003 pubblica La sottile linea scura, romanzo di formazione divertente con delle venature thriller, a metà strada tra Huckleberry Finn e Molto forte, incredibilmente vicino, il libro che Jonathan Safran Foer scrisse immedesimandosi nei gesti e nel linguaggio del bambino protagonista, Oskar Skell.

La storia è ambientata in una cittadina immaginaria del Texas orientale, Dewmont. Siamo nella torrida estate del 1958 e il tredicenne Stanely Mitchel, ragazzo tanto vispo quanto ingenuo, lavora nel drive-in di suo padre, dove per un solo dollaro le coppiette possono lecitamente appartarsi in macchina fingendo di vedere un film. L’atmosfera fresca e spensierata del “Dew Drop” – questo il nome del cinema all’aperto – e del suo chioschetto di bibite e hot dog, ricorda la Milwaukee di Happy Days, con le sue auto decappottabili, la brillantina nei capelli e i primi blue jeans. Un giorno, giocando con il suo cane Nub nel bosco, Stanely finisce per mettere il naso in un segreto che doveva rimanere nascosto. Come un novello Sherlock Holmes, il ragazzino comincia un’indagine pericolosissima con l’aiuto di sua sorella Callie, ragazza molto corteggiata dai giovani di Dewmont, e del vecchio Buster, l’uomo di colore che lavora come proiezionista e tuttofare al “Dew Drop”. L’amicizia tra il bianco Stanely e il nero Buster è uno dei temi centrali del romanzo, insieme a quello della perdita dell’innocenza, ovvero l’attraversamento della “sottile linea scura” che segna le scoperte del male, del razzismo e del sesso. In una delle scene più commoventi del libro, quella in cui Buster conduce Stanely nel gabbiotto delle proiezioni per insegnargli i rudimenti del mestiere, la mente vola al premio Oscar Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore, con Philippe Noiret che tiene sulle ginocchia il piccolo Totò Cascio mentre fa scorrere la pellicola di un film americano in una vecchia sala di una provincia siciliana. Altri mondi, linguaggi diversi per raccontare l’infinita bellezza della vita e della gioventù.

Angelo Cennamo                                              

 

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RESTA CON ME – Elizabeth Strout

 

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Viaggiare attraverso gli Usa guidati da un buon libro fino ad inoltrarsi in quell’angolo remoto del New England, in alto a destra osservando la cartina, che profuma di campagna e più a est di salsedine, lì sulla costa frastagliata di pontili e imbiancata da stormi di gabbiani che nella nebbia del primo mattino garriscono ai pescatori di aragoste. Eccolo il Maine, il piccolo mondo antico, luogo dell’anima che Elizabeth Strout dilata in lungo e in largo per tessere le trame dei suoi racconti melodiosi e carichi di buoni sentimenti, proprio come un’altra grande scrittrice, l’italiana Elena Ferrante, fa con la sua Napoli. E’ un’altra America, il Maine, molto diversa da quella che vediamo nei telefilm polizieschi o che leggiamo nei romanzi di Don DeLillo, lontana dal frastuono delle metropoli, puritana, forse un po’ bigotta, ma ricca di umanità. Resta con me è il secondo romanzo di Elizabeth Strout, pubblicato nel 2006, tre anni prima del più celebre e pluripremiato Olive Kitteridge. La storia è ambientata alla fine degli anni Cinquanta nella piccola comunità protestante di West Annet, una cittadina del nord, vicino al Sabbanock River, “lassù, dove il fiume è stretto e gli inverni erano particolarmente lunghi“. Qui si trasferisce Tyler Caskey, un giovane reverendo, brillante, carismatico, sposato con una donna bella e sensuale. La presenza dei coniugi Caskey è per la piatta e sonnolenta cittadina di West Annet come una ventata di freschezza. Tyler è un ragazzo prestante, gentile, conciliante, con la voce profonda e sonora, e sa intrattenere i fedeli con sermoni sempre originali e appassionati. Il suo stile così insolito e informale affascina e incuriosisce: Tyler non legge, non prende appunti, e quando parla  “una luce sembrava illuminare i suoi lineamenti“. Sua moglie Lauren “era una donna di indubbia bellezza tanto da essere stata oggetto di chiacchiere fin dall’inizio, dalla sua prima comparsa alla cena con i diaconi e le loro mogli“. A quanto si diceva, la signora Caskey doveva trascorrere parecchio tempo davanti allo specchio: era vanitosa e amava i vestiti griffati. Troppo spendacciona per quel “bifolco di quattro soldi” di Tyler, come lo definiva il padre di lei. La storia si accende con la morte prematura di Lauren, evento che trascina il reverendo e la sua prima figlia, Katherine, in un vortice senza fine di pettegolezzi e di maldicenze. La bambina smette di parlare e si isola dai suoi  compagni di scuola. Ha un ritardo mentale, dirà la sua  insegnante. Tyler sarà invece additato come l’amante della sua domestica Connie Hatch, donna troppo vecchia per lui, e soprattutto già sposata per diventare la sua nuova compagna.

Quando ogni aiuto vien meno e il conforto svanisce….Resta con me, o Signore” è questo l’inno preferito di Tyler, il mantra che il giovane reverendo ripete a se stesso per rafforzare la propria fede e per resistere alla meschinità e alle calunnie dei suoi parrocchiani, insipegabilmente aridi e insensibili di fronte al dolore che lui sta vivendo. ‎
‎Resta con me è un romanzo scritto sotto voce, con il garbo e la delicatezza ai quali Elizabeth Strout ci ha abituati fin dal suo libro di esordio Amy e Isabelle.  La scrittura fluida e avvolgente della Strout è come una carezza consolatoria, una magia di rara bellezza, classe cristallina, vera letteratura. ‎

Angelo Cennamo

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LA MACCHIA UMANA – Philip Roth

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Coleman Silk è uno stimato professore di lettere classiche all’università di Athena, nel New England. Come preside della facoltà, e col pieno appoggio del nuovo rettore, Coleman prende il comando di un college antiquato, stagnante e sonnolento e, non senza pestare i piedi a tutti, gli toglie l’etichetta di casa di riposo per anziani professori, incoraggiando i rami secchi a chiedere il prepensionamento, reclutando giovani e ambiziosi assistenti  e rivoluzionando il programma di studi. Un giorno però basta una parola detta per sbaglio e male interpretata a scatenare l’inferno. Coleman deve difendersi da un’ingiusta accusa di razzismo che lo costringe ad abbandonare l’università. A quel punto tutto il suo mondo, la brillante carriera accademica, la sua bella famiglia crollano sotto il peso della impurità, della crudeltà, dell’abuso e dell’errore. All’età di 71 anni, dopo aver perso gloria e reputazione, e pure sua moglie – uccisa dal dolore per quel tragico stravolgimento – il professor Silk inizia una relazione con una donna delle pulizie trentaquattrenne che lavora al college: “si chiamava Faunia Farley, e qualunque fosse la sua infelicità, la teneva nascosta dietro uno di quegli inespressivi volti ossuti che, senza nulla celare, tradiscono un’immensa solitudine”. La giovane vita di Faunia è segnata da una serie infinita di deviazioni e tragedie familiari. Con il vecchio ma dinamico Coleman, la bidella tuttofare di Athena scopre una sensibilità mai conosciuta prima, fatta di cultura, tenerezza e rispetto. Ma c’è dell’altro: Faunia è la sola depositaria del segreto che Coleman per cinquant’anni ha nascosto a tutti, perfino alla moglie e ai  figli. Un segreto che il vecchio preside porterà insieme a lei nella tomba nell’ultimo tornante della sua seconda vita.

La storia raccontata ne La Macchia Umana è ambientata nel 1998, nei mesi in cui imperversa lo scandalo sessuale di Bill Clinton alla Casa Bianca. Le due vicende, per quanto diverse, sembrano sovrapporsi all’interno del medesimo scenario, quello di un’America puritana, bigotta, turbata, quasi offesa dalla macchia di sé che il presidente degli Stati Uniti lascia sul vestito di Monica Lewinski. L’imperdonabile goccia di impurità che fa traboccare il vaso dell’ipocrisia e del politicamente corretto “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui.”

Angelo Cennamo

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COLD SPRING HARBOR – Richard Yates

 

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Le vite ordinarie raccontate da Richard Yates nei suoi romanzi sono le nostre vite. Cold Spring Harbor, l’ultimo romanzo di Yates, viene pubblicato nel 1985, ventiquattro anni dopo il più celebre “Revolutionarity road”, il libro d’esordio che ha lanciato lo scrittore di Yonkers nel ghota della letteratura americana. Yates è appena uscito da un periodo difficile, tormentato, e non solo dal punto di vista professionale. Come nell’altro romanzo, al centro del racconto scopriamo storie di nuclei familiari –  in questo caso gli Shepard e i Drake – i cui destini si incrociano per una strana circostanza in un caldo e indimenticabile pomeriggio newyorchese. “Cold Spring Harbor” e’ il nome di un piccolo villaggio su Long Island. Qui vive Charles Shepard, un capitano dell’esercito costretto al congedo per un problema alla vista, con sua moglie Grace, donna sull’orlo di una crisi di nervi e quasi del tutto assente nello svolgimento della trama, ed Evan, l’unico figlio della coppia, uscito da un’adolescenza turbolenta, costellata di piccole infrazioni penali, grazie alla passione per i motori. Quando bussa alla porta di Gloria Drake, una porta qualunque, Charles ha l’auto in panne e ha bisogno di un telefono. “Gloria poteva avere non più di cinquant’anni, ma delle sue eventuali grazie di un tempo non era rimasto granché“. E’ una donna sola, divorziata da parecchi anni, con due figli. L’incontro tra i due sembra il preludio di una imprevedibile passione – Charles e’ un uomo gradevole e Gloria non nasconde affatto la simpatia che prova per lui – ma ad innamorarsi sono i loro figli: Evan – bullo di periferia, sveglio, pragmatico, con una breve esperienza matrimoniale alle spalle – e Rachel – ragazza fragile e sognatrice, con un fratello più giovane ( Phil), timido, goffo, che non andrà mai a genio al futuro cognato. Tutto il romanzo scorre senza sussulti attraverso le vicende quotidiane delle due famiglie, diventate tre dopo il matrimonio di Evan con Rachel. La narrazione fluida, come sempre curata e particolareggiata di Yates, non sembra infatti conferire al racconto lo spessore del capolavoro. Ma la ricomparsa nella trama di Mary, la prima moglie di Evan, conosciuta dal giovane Shepard tra i banchi del liceo e sposata per una gravidanza improvvisa, cambierà decisamente il corso degli eventi e chiuderà la storia con un finale amaro e inaspettato.

‎Perché ci piacciono così tanto i romanzi di Richard Yates? Perché nelle storie che raccontano non accade nulla: Yates ci sorprende con la normalità; i protagonisti delle sue trame sono persone come noi, uomini e donne che si sposano, che litigano e che fanno figli. Nella figura del capitano Shepard, ad esempio, ho ritrovato mio padre, anche lui pensionato dell’esercito. Nella decadente signora Drake, una vicina di casa, segnata dalla malinconia e con la paura di invecchiare. Il giovane Evan, invece, somiglia molto ad un mio vecchio compagno di scuola, bello e dannato proprio come lo scapestrato marito di Rachel. Si chiamava Giorgio. Chissà che fine ha fatto.

Angelo Cennamo ‎

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L’OPERA GALLEGGIANTE – John Barth

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Risalendo la corrente del postmodernismo americano, prima o poi si finisce per incrociare un autore leggendario, capace di scomporre e ricomporre le narrazioni secondo schemi inediti. Le sperimentazioni linguistiche di John Barth, negli anni cinquanta del secolo scorso, sono tra i migliori esempi di avanguardismo. La scrittura è consapevolmente intellettualistica, piena di giochi di parole e di quelle peripezie lessicali che spesso ritroviamo nel massimalismo isterico di scrittori contemporanei: Dave Eggers, David Foster Wallace: “Mi trovavo agli inizi d’un periodo di eremitaggio misantropico…Fuori, nel croccante prato marzolino…assapora una breve epistassi“.

L’Opera galleggiante è il romanzo più popolare di Barth; uscito per la prima volta nel 1956, viene ripubblicato undici anni dopo in una versione riveduta e corretta, meno indigesta per il grande pubblico. Ciononostante, insieme a Le perizie di Gaddis (uscito pochi mesi prima), il libro segna l’inizio di una nuova stagione letteraria proprio per lo stile bislacco, pirotecnico, del suo giovane autore. ‎Come buona parte del postmodernismo, la letteratura di Barth parla di se stessa, è autoreferenziale e/o metanarrativa “La mia prosa è uno strumento dall’andatura goffa, privo di grazia, e non ho alcuna padronanza degli stratagemmi stilistici“. La voglia di stupire spinge addirittura Barth a scrivere un paragrafo su due colonne, con due versioni diverse. Al centro del romanzo, dunque, non c’è la storia ma la rappresentazione della storia: “non riesco a terminare, lettori, non riesco a tenere la penna sino alla fine della riga“.

‎”Mi chiamo Todd Andrews…ho 54 anni…sono scapolo, vivo in una camera d’albergo a Cambridge, nel Maryland…sono il miglior avvocato forse sulla Costa Orientale…indosso vestiti costosi e fumo sigari Robert Burns” Ne L’Opera galleggiante –  il titolo è  ispirato da un fantasmagorico showboat che un tempo viaggiava per le paludi della Virginia e del Maryland – i romanzi sono due, concentrici : da un lato la storia di uno stravagante triangolo amoroso nel quale viene accidentalmente coinvolto il protagonista – stravagante perché consapevole, per meglio dire, istigato da una giovane coppia di suoi amici “ciascuno di noi tre amava gli altri due con tutto l’affetto di cui ciascuno era capace“. Dall’altro, il racconto di una vicenda intima, carico di introspezione e di spunti filosofici, che vede l’io narrante alle prese con una misteriosa “indagine” legata al suicidio del padre, anche lui avvocato, consumatosi l’indomani del crollo di Wall Street. Un tragico destino verso il quale sembra indirizzarsi lo stesso Todd il 21 giugno del 1937, data che farà da spartiacque nell’evoluzione della trama e intorno alla quale ruoterà l’intero romanzo. Il nostro avvocato non gode di buona salute: ha una prostata capricciosa, responsabile di imbarazzanti defaillances sessuali, ed è anche affetto da una rara forma di endocardite che lo costringe a vivere una vita senza mete e obiettivi, come  se ogni attimo del suo tempo fosse l’ultimo. “Nulla ha un valore intrinseco” è questa la conclusione della sua lunga peregrinazione filosofica. “Ma se la morte è la fine totale, non sarà meglio rimanere vivi in qualsiasi circostanza?” gli domanda un vecchio amico alle prese con le sue stesse turbe esistenziali. Sono trascorsi vent’anni da quel 21 giugno del 1937 e Todd Andrews non sa ancora spiegare perché il padre si è ucciso, e neppure perché non si è ucciso lui. L’indagine deve continuare.

Angelo Cennamo

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