SESSANTA RACCONTI – Dino Buzzati

 

 

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Nel 1940 un giovane ed eclettico giornalista del bellunese, trapiantato a Milano, pubblica un libro destinato a diventare uno dei romanzi più apprezzati della letteratura mondiale. Ha poco più di trent’anni Dino Buzzati quando, tra un reportage e un editoriale sul Corriere della sera, comincia a scrivere Il deserto dei tartari – forse il più bel romanzo italiano del ‘900. Nonostante il successo internazionale, in Italia Buzzati deve faticare parecchio per ottenere la giusta considerazione da parte della critica, che invece matura con maggiore disinvoltura in altri Paesi, a cominciare dalla Francia. Questo accade probabilmente per due ragioni. La prima, una propensione fin troppo originale e spinta al surrealismo, ad una letteratura quasi onirica, eccessivamente moderna nel tempo in cui gli italiani preferiscono il neorealismo di Levi, Fenoglio e del primo Pasolini, oppure l’esistenzialismo ante litteram  di Moravia. La seconda, l’indifferenza di Buzzati nei confronti delle solite conventicole o correnti politicamente più attive nell’editoria e nel circuito degli artisti.

Nel 1958 è la volta di Sessanta racconti, una raccolta di scritti brevi, in parte già editi, con i quali l’autore vince il premio Strega. Da giornalista navigato, Buzzati è un maestro della scrittura breve; la forma del racconto gli è particolarmente congeniale perché mette in risalto il suo stile asciutto, essenziale, e il ritmo incalzante delle storie, sempre diverse, cariche di pathos, di suspance, di comicità e di poesia. Nei racconti di Buzzati spesso aleggia un mistero, talvolta è un evento che stenta ad avverarsi, altre volte è un fantasma “Gli amici”, “Racconto di Natale” e “L’assalto al grande convoglio, nel quale un vecchio capo brigante, per tenere fede a una promessa fatta ad un suo giovane adepto, da solo, si lancia in un improbabile assalto ad un convoglio di valori. Trafitto inesorabilmente, nell’attimo del trapasso l’uomo rivede su una collinetta i suoi compagni morti e cavalca insieme a loro verso l’altro mondo.

Nel tragicomico “Sette piani” un malato molto sfortunato, nel giorno del suo ricovero, viene sistemato all’ultimo piano di uno stravagante ospedale. Il piano, gli viene detto, riservato ai casi meno gravi. Ma nonostante le continue rassicurazioni dei medici sul suo buono tato di salute, il paziente viene trasferito giorno dopo giorno ai piani inferiori, fino a che si ritrova nel girone dei moribondi.

Sessanta racconti è una vertiginosa carrellata di personaggi fantastici ed imprevedibili tra i quali non mancano draghi, marziani, gocce d’acqua che di notte salgono misteriosamente le scale di un condominio, e un simpatico facocero –  ideato da Buzzati sessant’anni prima del cinghiale assassino di Giordano Meacci. Pagine di una letteratura inarrivabile e senza tempo.

Angelo Cennamo

 

 

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LIBERTA’ – Jonathan Franzen

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Nel 2010, nove anni dopo Le Correzioni, Jonathan Franzen pubblica Freedom – in Italia Libertà con Einaudi e la traduzione di Silvia Pareschi. È il suo quarto romanzo. La curiosità tra gli addetti ai lavori che fanno circolare segretamente le bozze dattiloscritte prima dell’uscita del libro contagia i lettori più affezionati e finisce per alimentare intorno all’autore di Western Springs un alone leggendario. Cresce l’attesa per quello che si preannuncia l’evento letterario dell’anno. Ad agosto, Time incorona Franzen come il più grande scrittore americano. Prima di lui, la prestigiosa copertina era toccata solo ad autori come Vladimir Nabokov e il premio Nobel Saul Bellow. 

Freedom racconta la storia di una famiglia apparentemente perfetta, i Berglund, pionieri di Ramsey Hill, un quartiere esclusivo della cittadina di St. Paul, nel Minnesota. Qui Walter e Patty hanno cresciuto i loro due figli Jessica e Joey secondo i principi della buona tradizione liberalprogressista. Ma come spesso accade nelle storie familiari di Franzen, dietro quell’armonia di facciata, quella freschezza mista di perbenismo e di ineccepibile senso civico, si nascondono conflitti laceranti e sentimenti torbidi. Dopo essere stato sedotto da Connie, una ragazza più grande di lui, sua vicina di casa, Joey decide di abbandonare i suoi genitori e di traslocare dai suoceri, gente di destra, maleducata e incolta. Patty vive la ribellione del figlio e il suo allontanamento come un tradimento immeritato, e sfoga la sua frustrazione nel diario segreto che uno psicanalista le ha suggerito di scrivere per affrancarsi dalla depressione. Poche righe giornaliere che rivelano al lettore una seconda storia, la più importante del romanzo: la relazione tra la signora Berglund e il musicista Richard Katz, migliore amico di suo marito al college (pare che per il personaggio di Richard, Franzen si sia ispirato al suo amico David Foster Wallace). Fin dai tempi dell’Università Patty è combattuta tra l’amore passionale per il fascinoso Richard e quello più composto per Walter, marito affidabile e padre esemplare. Il triangolo è angosciante e mette a dura prova i sentimenti dei due amanti, entrambi molto legati a Mr. Berglund, incarnazione di quell’agognata purezza che Franzen continuerà a inseguire nel romanzo successivo: Purity. Walter è “il bravo ragazzo”, l’amico fedele, il marito che sa ascoltare e che sullo sfondo della guerra in Afghanistan e delle politiche spregiudicate di Bush si inventa una crociata ambientalista per salvare un uccellino che rischia l’estinzione, del quale non importa niente a nessuno: la “dendroica cerulea”. Le deviazioni dal giusto di Patty Berglund e di Richard Katz non sono poi così diverse da quelle dei fratelli Lambert che abbiamo conosciuto ne Le Correzioni: “Tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” scrive Tolstoj, citato da Franzen per declinare in chiave moderna l’eterno conflitto tra il bene e il male. Freedom è  una storia con un lieto fine? Mm. Difficile comprendere quanto ci sia di lieto nella conclusione del libro, ma per arrivare a somigliare all’immagine di famiglia ideale che tutti gli altri vedono in loro (colti, attraenti, benestanti, con una bella casa, il giardino curato, invidiati dal vicinato) i Berglund dovranno percorrere un tempo lungo, l’intero tempo del romanzo. 

Angelo Cennamo

    

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LA MIA VITA DI UOMO – Philip Roth

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Il sarcasmo e la comicità con cui Philip Roth imbastisce le trame di certi romanzi fa pensare alla filmografia di Woody Allen. Pensateci, alcuni libri di Roth somigliano molto ai primi film di Allen: Provaci ancora, Sam; Io e Annie; Manhattan. I temi sono quelli: le relazioni familiari complicate, l’infedeltà, il sesso, la psicoanalisi, l’ebraismo. E sullo sfondo, spesso metropoli rumorose e snervanti.

La mia vita di uomo, pubblicato nel 1974, potrebbe essere stato tratto da uno di quei film. Al centro del romanzo, tra i più rothiani di Roth,  c’è il matrimonio tempestoso tra Peter e Maureen Tarnopol, un  giovane scrittore e una donna più grande di lui, pluridivorziata e isterica: “la donna che vorrebbe essere la sua musa ma è invece la sua nemesi” scrive il Newsday sulla quarta di copertina. L’unione tra Peter e Maureen si basa su una menzogna e sul ricatto morale: lei si finge incinta con un falso campione di urina e minaccia di suicidarsi se Peter dovesse porre fine alla relazione (è la vera storia del primo matrimonio di Roth). Per il giovane romanziere l’unione con Maureen diventa subito un incubo. Vorrebbe liberarsene attraverso la scrittura o l’infedeltà, ma non ci riesce: Peter è soggiogato da quell’arpia di Maureen che spia le sue trasgressioni e continua a minacciarlo. Neppure la causa di separazione riesce a rasserenare il clima; Peter ora è angosciato dalle spese per il mantenimento, che sono altissime e non gli danno tregua. A un tassista che lo riconosce e che gli chiede: “ Ehi Tarnopol, cosa stai scrivendo in questo periodo?” Lui risponde: “Assegni” – è la frase più comica del libro. Per fortuna che c’è Susan, una giovane vedova affascinante e di buona famiglia che si innamora di lui e lo accoglie ogni sera come una geisha nel suo lussuoso appartamento newyorkese. Ma Peter non riesce a darsi pace: la prospettiva di sposare Susan dopo il divorzio e di assecondare la sua smania di maternità lo scoraggia. In preda alla disperazione, decide allora di sfogare la propria infelicità da uno psicanalista. E lui cosa fa? Pubblica tutto su una rivista scientifica, travisandone cause ed effetti. Ne nasce un parapiglia grottesco. Eppure Peter quel medico maldestro non lo molla: la sudditanza psicologica va ben oltre la figura di Maureen. Quanti tormenti, che angoscia. E quanta comicità specialmente nelle ultime pagine, è lì che il romanzo tocca il punto più alto. La scena dell’incontro inaspettato tra Peter e la sua – quasi – ex moglie, con l’ultimo trabocchetto di lei, è davvero esilarante. Tutta la rabbia accumulata dallo scrittore esplode in un raptus di violenza e lei, terrorizzata, se la fa sotto. Nel senso letterale. Peter è sopraffatto dalla puzza che si propaga in tutte le stanze, ma non demorde. Maureen morirà sotto i colpi incessanti dell’esausto Peter? “Ma è davvero morta? Morta sul serio? Morta come sono i morti?”.

Angelo Cennamo

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TODO MODO – Leonardo Sciascia

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L’eremo di Zafer sembra un monastero ma non è un monastero. È un albergo tenuto da preti in un luogo imprecisato di un’ignota provincia italiana. Siamo in Sicilia? Può darsi. In questo luogo così sperduto e inaccessibile, tra querce e castagni, si è data appuntamento una combriccola di ministri, deputati e industriali per degli strani esercizi spirituali.

Un noto pittore, capitato per caso nella zona, si ritrova suo malgrado testimone di quella riunione segreta, organizzata e diretta da don Gaetano, figura enigmatica e sommo sacerdote di una liturgia che ha poco a che vedere con la Fede. Durante la recita collettiva del Rosario “si sentì come uno stappo”: uno degli ospiti, un ex senatore ora presidente di un grosso Ente di Stato, viene ammazzato con un colpo di pistola ravvicinato “opaco, attutito, come se l’arma fosse stata appoggiata al bersaglio”. Con la polizia arriva il procuratore Scalabri, vecchio compagno di scuola del famoso pittore. Si chiudono le porte e iniziano le indagini. Sul piazzale viene disegnata la sagoma della vittima. Ma ricostruire gli ultimi istanti e le posizioni assunte dai convenuti nel corso della preghiera sarà un’operazione complicatissima, forse inutile. Chi era di fianco al povero senatore Michelozzi? Nessuno sa, nessuno ricorda, nessuno ha visto. Quella congregazione di uomini potenti si trasforma in un canestro di vipere che si mordono tra di loro. In piena notte l’avvocato Voltrano cade giù dall’ultimo piano dell’edificio. Cosa nascondeva? chi voleva minacciare? Il caso si infittisce. Qual è il movente dei due omicidi? “Il fatto è che di moventi, tra questa gente, nei puoi trovare a migliaia”. Vero don Gaetano?

È 1974 quando Leonardo Sciascia pubblica Todo Modo, romanzo dalla trama suggestiva e dai contenuti torbidi che evocano non solo scandali e misfatti della politica, ma anche la degenerazione del clero, complice di quel malaffare. Una storia di delitti giocata sull’allegoria, che racconta, prima di tanti altri libri che verranno dopo, la corruzione e più in generale l’assuefazione e/o indifferenza al male. Il romanzo è un giallo in piena regola che però nessuno ha mai definito giallo. Pagine belle, feroci, potenti, di alta letteratura – anche il giallo può esserlo – che conservano intatta la loro attualità e ci fanno riscoprire uno dei maggiori autori del Novecento.

Angelo Cennamo

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IL PARTIGIANO JOHNNY – Beppe Fenoglio

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C’era un ragazzo, nelle langhe piemontesi, che amava i libri di Shakespeare e di Marlowe, e che all’italiano preferiva la lingua inglese. Un giorno, dopo l’otto settembre del ’43, decise di imbracciare un fucile e unirsi alla lotta partigiana. Non era comunista ma sognava la libertà, un paese senza fascisti e senza tedeschi. Prima di morire, a soli 40 anni, le sofferenze e il coraggio di quei giorni interminabili li mise in un manoscritto, scarabocchiato prima in inglese e poi tradotto in italiano. Quel ragazzo si chiamava Beppe Fenoglio, e quegli appunti incompleti, scritti in un italiano originale, innovativo, arbitrario e ricco di inglesismi – il  “fenglese” –  faticosamente riordinati e pubblicati postumi nel 1968, sono diventati  uno dei romanzi più belli e struggenti del nostro Novecento: Il partigiano Johnny. Un romanzo autobiografico che racconta un pezzo di storia italiana da una visuale molto diversa ed insolita rispetto alle tipiche narrazioni sulla Resistenza. Il partigiano di Fenoglio, affascinato e stimolato dai discorsi di due suoi insegnanti di liceo, Chiodi e Cocito, sceglie di abbandonare il rifugio in collina dove il padre lo tiene nascosto dai tedeschi, per inseguire il nobile ideale della libertà “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito in nome dell’autentico popolo d’Italia ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente…ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra“. Ma per non essere un emulo di Robin Hood, un partigiano deve per forza sposare la causa comunista, come sostiene Cocito, o gli basta combattere per la libertà, come gli risponde il collega Chiodi? Sarà questo uno dei temi del racconto, che inizia con l’arruolamento di Johnny proprio in una divisione “rossa” o “garibaldina”. Sentite come il partigiano Fenoglio descrive il suo capo Tito:  “Aveva un naso esageratamente minuscolo, ma malignamente piantato nella esagerata infossatura delle occhiaie, la fronte irregolare e bozzosa e come divorata dalla piantatura fitta e volgare dei capelli neri e senza lustro, con qualche striscia già innaturalmente bianca, repellente come bisce morte dissanguate e imprigionate nel catrame. La bocca era torta ed il mento sfuggente…Tito sei comunista? Johnny di sè : “I’m in the wrong sector of the right side“.
Ma  dovevano esserci sulle colline altre formazioni, formazioni “azzurre”, nelle quali egli non potesse così dolorosamente avvertire “lo stacco qualitativo” e fosse costretto a prendere lezioni di marxismo.
Eccoli gli altri, i “badogliani”, molti dei quali, come lui, ex sottufficiali dell’esercito, di estrazione liberale e piccolo borghese rispetto agli “operaiacci” dei partigiani rossi.
Il capo “Nord” era un bell’uomo di trent’anni con gli occhi azzurri “si muoveva con sobria elasticità su piedi in scarpe da pallacanestro“. Tra i partigiani azzurri Johnny si sente più a suo agio, anche se quei metodi così militareschi, diversi dalla vera guerriglia, rischiano  di complicare l’azione di contrasto al nemico. L’avventura di Johnny scorre veloce nella penna di Fenoglio ma le giornate vissute sul campo sono un’altra cosa, il tempo a volte rallenta e la noia ti trascina da un’altra parte “fare  il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare, poi vedere uno o più fascisti, alzarsi senza spazzolarsi dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata“. La liberazione della città di  Alba durerà solo pochi giorni “Johnny si alzò in tutta la sua statura fuori del riparo degli olmi, con un intontimento, che era quello della disfatta: una vera, campale disfatta“.  ‎Il gelido inverno del ’44 sembra non finire mai, i partigiani azzurri attendono invano gli aiuti del contingente inglese, e per evitare brutte sorprese decidono di sbandarsi. Johnny si ritrova solo, il suo vagabondaggio fino alle Alpi liguri, affannoso, sofferente, ci ricorda quello del protagonista di un altro romanzo straordinario: Suttree di Cormac McCarthy. Sono le pagine più emozionanti ed affascinanti dell’intero racconto. I partigiani azzurri si ritroveranno per un’ultima adunata, e nell’ennesimo scontro a fuoco coi fascisti la storia sfuma nell’immaginazione del lettore: “Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomoatico…Due mesi dopo la guerra era finita“.

Angelo Cennamo

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STONER – John Williams

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Nel 2013 una prodigiosa ristampa riporta in vita un romanzo sconosciuto, trasformandolo nel caso editoriale dell’anno. Sul New Yorker il critico Tim Kreider lo definisce “Il più  grande romanzo americano di cui non avete mai sentito parlare“, e tre anni dopo il biografo Chrles J. Shields ne celebra la bellezza e le doti narrative dell’autore con un saggio intitolato: L’uomo che scrisse il romanzo perfetto. Ma andiamo con ordine. Siamo nel 1965 quando lo scrittore texano John Williams pubblica Stoner, suo terzo romanzo dopo Nothing But the Night (1948), e Butcher’s Crossing (1960). I dati sulle vendite non sono entusiasmanti: il libro vende appena duemila copie, poco più di quattromila con una successiva ristampa. Il grande successo arriva solo nel 2011 grazie a una popolare scrittrice francese, Anna Gavalda, che legge il romanzo in inglese, decide di acquistarne i diritti e lo fa pubblicare nella sua lingua. Gavalda resuscita ‎Stoner esattamente come Charles Bukowski fece mezzo secolo prima con Chiedi alla polvere di John Fante, libro rimasto sconosciuto prima che Bukowski obbligasse il suo editore a ristamparlo. Nel giro di qualche mese il passaparola di altri autori, Ian McEwan e Julian Barnes su tutti, spingerà Stoner in vetta alle classifiche delle vendita di mezza Europa, ma non negli Stati Uniti, dove ancora oggi il libro di Williams stenta a essere riconosciuto come un capolavoro. Da cosa dipenda questa differente valutazione è difficile spiegarlo: la prosa lenta e rigogliosa di John E. Williams è forse più vicina al mood della letteratura europea? Il protagonista della storia non incarna appieno lo stereotipo dell’americano ottimista e vincente? Eppure dentro di sé William Stoner ha molto di eroico: l’impegno che da ragazzo profonde negli studi per emanciparsi dalle umili origini contadine e diventare un docente universitario; lo stoicismo con cui affronta le tante avversità della vita; la rettitudine che lo porta a respingere ogni deviazione dal giusto. Sono doti, queste, che a Stoner vanno riconosciute. Voleva essere un uomo normale, Stoner, nulla di più: avere degli amici, ma ne ha solo due, uno dei quali non fa in tempo a esserlo perché muore in guerra; una moglie affezionata che gli volesse bene, ma “Nel giro di un mese realizzò che il suo matrimonio era un fallimento”; un lavoro di cui andare fiero, ma la lunga faida vissuta con il collega Hollis Lomax per via di uno studente raccomandato lo costringe a starsene in disparte “Su di lui scese una specie di letargia”. A quarantatrè anni compiuti Stoner conosce finalmente l’amore e la passione che la sua Edith gli aveva sempre negato “apprese ciò che altri, ben più giovani di lui, avevano imparato prima: che la persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra”. L’amore vero ha il volto e i silenzi di Katherine Driscoll, una collega molto più giovane di lui, allieva del suo seminario. Sprazzi di felicità, gli unici di un’esistenza vuota, inutilmente ordinata. A porre fine alla relazione scandalosa ma neppure tanto clandestina non sarà Edith, indifferente perfino al tradimento, ma Lomax. Già, ancora lui. Di fronte al bivio crudele tra l’amore e il lavoro, Stoner sceglie le aule dell’università. Gli ultimi anni e la dolorosa fine che lo attende sono pagine di alta letteratura, le più intense e struggenti del romanzo, l’amaro bilancio di una vita grigia e desolata “Ponderatamente, con calma, realizzò che doveva sembrare un vero fallimento… Aveva voluto l’unicità e la quieta indissolubilità del matrimonio. Aveva avuto anche quella e non aveva saputo che farsene, tanto che si era spenta. Aveva voluto l’amore e ci aveva rinunciato, abbandonandolo al caos delle possibilità… Aveva voluto essere un insegnante e lo era diventato. Eppure sapeva, lo aveva sempre saputo, che per buona parte della sua vita era stato un insegnante mediocre. Aveva sognato di mantenere una specie di integrità, una sorta di purezza incontaminata; aveva trovato il compromesso e la forza dirompente della superficialità. Aveva concepito la saggezza e al termine di quei lunghi anni aveva trovato l’ignoranza. Che altro?, pensò. Che altro? Cosa ti aspettavi?”.

Angelo Cennamo                  

 

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LA SCOPA DEL SISTEMA – David Foster Wallace

1987, uno studente universitario di Ithaca (NY), cresciuto nel Midwest, riscrive la propria tesi di laurea in filosofia e ne fa un romanzo bislacco ma per tante ragioni destinato a lasciare un segno nella letteratura americana, in quegli anni alle prese col minimalismo di Carver, Ellis, Leavitt, McInerney. Si chiama David Foster Wallace, di lì a poco diventerà uno degli scrittori più innovativi della sua generazione, e a seguito della morte, avvenuta per suicidio a soli quarantasei anni, una vera e propria figura di culto. Definire lo stile di Foster Wallace è complicato anche per un linguista arguto come Stefano Bartezzaghi che del suo romanzo di esordio ha curato la prefazione italiana per conto di Einaudi. Postmoderno, si è detto. Ma c’è dell’altro. La scrittura è vertiginosa, ellittica, in alcuni passaggi ostica, incomprensibile, in altri più snella perché Wallace sa tradurre, scomporre pensieri complessi e rivestirli di nuove forme pop, avvicinare l’alto al basso, ispezionare la mente dei suoi personaggi, destrutturare sinapsi, offrire al lettore secondi e terzi punti di osservazione.

La Scopa del Sistema racconta le avventure di Lenore Beadsman, una ragazza fragile e insicura che si mette alla ricerca della bisnonna novantenne (ultima allieva del filosofo Wittgenstein), fuggita misteriosamente dalla casa di riposo insieme a un folto gruppo di altri pazienti e infermieri. Tutto quello che accade nelle cinquecentosettantacinque pagine del romanzo: la difficile relazione – diciamo pure l’impossibile relazione – tra Lenore e Rick Vigorous, l’ultraquarantenne conosciuto nello studio di uno psicanalista; la popolarità di Vlad l’Impalatore, l’uccellino che recita sermoni religiosi su una tv via cavo (in Telegraph Avenue di Michael Chabon c’è un pennuto che gli somiglia molto – Telegraph Avenue è uscito nel 2012); i problemi di tossicodipendenza del fratello minore di Lenore, LaVache, ragazzo nato con una sola gamba; insomma tutta questa proliferazione di storie, ognuna delle quali costituisce un romanzo dentro il romanzo, fa da corollario alla traccia centrale del libro che è proprio l’assenza della bisnonna filosofa. I pezzi cuciti da Wallace intorno alla vicenda della scomparsa non seguono una linea retta, la struttura è volutamente disarmonica, con una punteggiatura avventurosa, ma l’incastro tra le diverse sottotrame è efficace così come l’alternarsi degli spunti comici alle parti più filosofiche, i continui richiami agli studi dell’anziana fuggiasca: aporie, antinomie, messaggi cifrati; dettagli oscuri, in alcuni casi indigesti, che tuttavia stimolano la curiosità del lettore attirandolo in un vortice ipnotico. Ho riletto per l’ennesima volta La Scopa del Sistema anche per testarne la resistenza al tempo: Wallace è un autore generazionale? Quante volte ce lo saremmo chiesto. Direi di no; a distanza di anni, se possibile, ho trovato il romanzo migliorato, come se a ogni rilettura si sprigionasse una nuova brillantezza, si consolidasse il mito. Quando La Scopa  fu pubblicato non mancarono voci dissonanti di chi contestava a Wallace un eccesso di narcisismo e liquidava la sua opera prima come un vibrante esercizio di stile, nulla di più. In verità il romanzo funziona in ogni sua parte, perfino nei cazzeggi, ma per comprenderne appieno il senso: 1) non va persa di vista la sua fase embrionale, e cioè la tesi di laurea dell’autore, che viene fuori in diversi passaggi del testo, per esempio nelle trascrizioni delle sedute terapeutiche tra Lenore e il suo psichiatra o nei dialoghi tra Lenore e il fratello LaVache all’Amherst College; 2) va inclusa tra i protagonisti la figura invisibile di Wittgenstein. La presenza di Wittgenstein è consustanziale rispetto all’assenza di Lenore. Di più, i due sono praticamente la stessa cosa. Wittgenstein giudicava il linguaggio come un insieme di “giochilinguistici” dove il significato di una parola è l’uso di quella parola in un particolare contesto. Ecco allora la chiave di volta: siamo fatti di parole, non esiste realtà oltre il linguaggio, “La vita è il suo racconto” dice Lenore al suo psicanalista. Ma questo assioma vale anche per gli osceni sproloqui di Vlad l’Impalatore o gli animali parlanti ne sono esclusi? Dicevo di Wittgenstein, è la password per accedere e decriptare tutta l’opera di Wallace, non solo questo libro, basti pensare allo strapotere della pubblicità negli anni sponsorizzati di Infinite Jest. Quanto all’esuberanza o alla spregiudicata esibizione del talento (a ventiquattro anni certi virtuosismi non richiesti si possono anche perdonare, specie a chi possiede simili armamentari linguistici) questa non inficia la superba tessitura del romanzo, non mina la tenuta del plot, al contrario aggiunge qualità e brio al racconto, che dall’inizio alla fine non conosce cali di tensione né si perde in futili digressioni. Se non avete ancora fatto esperienza di David Foster Wallace, non perdete altro tempo. Cominciate da qui.

Angelo Cennamo

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LA RAGAZZA DAI CAPELLI STRANI – David Foster Wallace

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Dietro le quinte del David Letterman Show i ritmi sono frenetici e il frastuono snervante. Stacchi pubblicitari si alternano alle battute in studio. L’attrice del serial televisivo è divorata dall’ansia e va in onda con l’auricolare. L’occhio della telecamera indugia sulle smorfie e i tic dei protagonisti, gasati e sempre sorridenti. Tutto è veramente irreale. Il presentatore domina la scena con esperienza. La scritta APPLAUSI lampeggia di rosso. In sala, risate finte a crepapelle.

Un rampollo miliardario regala il concerto del musicista negro Keith Jarret alla sua combriccola di amici punk, drogati e puzzolenti, e per tutto il tempo rimane avvinghiato a Gin Fizz, la fidanzata tatuata con la cresta nei capelli a forma di fallo. Un Funzionario Commerciale nel garage della società incrocia il suo capo nell’imminenza di un infarto. Lo guarda fare una piroetta, creare con una raschiata una striscia ruvida e pulita nella fuliggine di un pilastro di calcestruzzo e abbattere col girotondo di un piede la ciambella di cemento che faceva da supporto a un segnale di SENSO UNICO. Il mento perso in una pozza di carne del suo stesso collo. “Meno male che il Funzionario Commerciale sapeva fare il massaggio cardiaco”.

Il segretario gay di Lyndon Johnson scopre suo marito a letto con il presidente degli Stati Uniti  La mano aperta e fredda di Duverger copriva parte del viso presidenziale come in una carezza interrotta.

Una campionessa lesbica di un telequiz ha una storia con l’autrice del programma. E un fratello autistico.

Per finire, il dramma e la poesia nell’amore incompiuto di Bruce La sua foto per me ha un sapore amaro. Alzino la mano quelli che sono disposti a credere che io bacio la sua foto.

Quando David Foster Wallace pubblica La Ragazza dai capelli strani ha meno di trent’anni. I suoi racconti sono un compendio variegato della cultura occidentale, una brillante carrellata di nevrosi e di ossessioni – una chiara parodia ellisiana, dirà Gerald Howard, editor di Bret Easton Ellis (oltre che di Wallace). Il dramma dell’incomunicabilità. Pagine esilaranti nelle quali Wallace tira fuori il marcio della società americana alla sua maniera, con umorismo, stile, e con quella oscura originalità sempre sul filo dell’incomprensione che lo rende unico e capostipite di una generazione di “strani” talenti. La Ragazza dai capelli strani è un esperimento letterario ben riuscito che ancora oggi conserva tutta la freschezza della sua prosa innovativa. L’opera che dopo La Scopa del sistema ha consacrato Wallace come astro nascente della letteratura Usa.

Angelo Cennamo

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L’OPERA STRUGGENTE DI UN FORMIDABILE GENIO – Dave Eggers

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Dave Eggers, classe 1970, nei primi anni Duemila era una giovane promessa della narrativa americana. Nel 2001 esce il suo primo romanzo: L’opera struggente di un formidabile genio, praticamente la storia della sua vita. A poco più di vent’anni Dave rimane orfano di entrambi i genitori, morti di cancro nel giro di qualche mese. Una tragedia devastante e inaspettata che lo costringe a fare da padre e da madre al fratellino di appena otto anni, e a rimettere in discussione progetti e stili di vita. Senza farsi prendere dal panico, Dave vende la casa di famiglia e da Chicago si trasferisce in California con il piccolo Toph. Prima Berkeley poi San Francisco, il nuovo corso dei fratelli Eggers è una sfida  difficile ma emozionante, prodiga di nuove esperienze e di una sconfinata libertà. I soldi ricavati con la casa basteranno per i primi  tempi ma non per sempre. Dave cerca un lavoro e con altri amici mette su una rivista satirica di nome “Might” – nella realtà “McSweeney’s“ la rivista letteraria più invidiata negli Usa. Le sue giornate sono frenetiche e piene di incombenze: l’ufficio, la rivista, la scuola di Toph, le faccende domestiche, di tanto in tanto il sesso, reale o immaginato fa lo stesso. Il rapporto tra i due fratelli è di grande complicità: Dave e Toph giocano a frisbee sulla spiaggia, recitano il ruolo di padre e figlio, si prendono cura l’uno dell’altro. Sono le pagine più tenere del romanzo, che nella parte centrale si perde tuttavia in una serie di divagazioni superflue e forse un po’ noiose. Negli ultimi capitoli però il plot riprende il ritmo iniziale e l’opera del formidabile genio ritorna struggente. Dave parte per Chicago, fa visita ai nuovi abitanti della vecchia casa di famiglia e finalmente recupera le ceneri di sua madre “Il sacchetto aperto lascia intravedere meglio la forma e i colori delle pietruzze all’interno. Che cosa sarà il bianco? Le ossa?”. Si rimette in macchina, corre verso il lago, si ferma, osserva la scatola, decide di liberarsene. Apre l’involucro sistemato all’interno e goffamente lancia nel vuoto i granelli, facendo cadere una parte delle ceneri sulle scarpe.  “Non riesco a decidere se quello che sto facendo è bello e nobile e giusto oppure meschino e disgustoso. Lei avrà una vita dopo la morte, ma io non l’avrò perché non credo”. Il romanzo d’esordio di Eggers è fresco, veloce, dalla scrittura fluida, l’intuizione di un giovane genio anche un po’ spavaldo che non ha saputo ripetersi con la stessa incisività nelle opere successive. Un libro che non lascia scampo, scrive David Foster Wallace sulla copertina. Un vero peccato che di libri così Eggers non ne abbia più scritti.

Angelo Cennamo

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FOLLIE DI BROOKLYN – Paul Auster

Se dovesse venirvi voglia di visitare New York non vi resta che preparare le valigie e partire. Oppure no, oppure rimanere a casa vostra, comodi sul divano a sfogliare un romanzo di Paul Auster, uno qualunque. Follie di Brooklyn è la storia di un assicuratore in pensione, divorziato e con un brutto male alle spalle. Nathan Glass è alla ricerca di un posto dove morire. Decide di trasferirsi a Brooklyn, nel quartiere dove è nato “non ci tornavo da cinquantasei anni, e non ricordavo nulla”. Il tempo che gli rimane lo occupa scrivendo “Il libro della follia umana”, una raccolta di burle e goffaggini che ha  vissuto con i suoi parenti e con gli amici di una vita. Scrivere è un modo come un altro per distrarsi, non pensare al peggio. Nathan sembra ormai rassegnato a giornate interminabili, noiose, solitarie, eppure il caso gli riserva ancora tanti incontri emozionanti. Con il nipote Tom, brillante studente universitario destinato a una carriera accademica di successo ma dopo il ritiro dal college costretto a reinventarsi taxista e poi commesso in un negozio di libri usati. Con Harry Brightman, libraio-intrallazzatore dall’animo generoso, e con la piccola Lucy, una pronipote che appare misteriosamente sulla scena del racconto senza dire nulla di sé.  Dopo essere sopravvissuto al tumore che lo affliggeva, il vecchio Nathan riesce a trovare il tempo di riconciliarsi con sua figlia Rachel, e di innamorarsi di Joyce, una vicina di casa, vedova. Ma proprio quando nella sua esistenza sembra essere tornato il sereno, Mr. Glass viene ricoverato in ospedale per un malore. Infarto? I medici lo dimettono la mattina dell’11 settembre del 2001. “Soltanto due ore dopo il fumo di tremila corpi carbonizzati sarebbe stato portato dal vento verso Brooklyn e si sarebbe posato su di noi in una bianca nube di ceneri e morte. Ma per adesso erano ancora le otto, e mentre camminavo lungo il viale sotto quello splendido cielo azzurro ero felice, amici miei, l’uomo più felice che sia mai vissuto”. Follie di Brooklyn è un romanzo contro la paura e il disincanto, una storia piena di sorprese e di ribaltamenti, di speranze e divagazioni interessanti, scritto sulla falsariga di una commedia brillante – pensate a certi film di Jack Lemmon o di Woody Allen – da un gigante della narrativa americana. Preparate il passaporto.


Angelo Cennamo

 

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