LE CORREZIONI – Jonathan Franzen

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Le storie di Jonathan Franzen le amiamo per tante ragioni. Le amiamo perché ci aiutano a convivere con la modernità senza subire il fascino e la compulsività dei suoi riti omologanti. Lo stile garbato, ironico, la capacità di scavare nella parte più intima dei personaggi fanno di Franzen uno dei migliori autori della narrativa americana e non solo americana, e dei suoi libri – romanzi, saggi, editoriali – un’isola felice in mezzo a tanta roba inutile, tv spazzatura e grafomania da social.

Dopo aver pubblicato nel 1988 La ventisettesima città, e nel 1992 il giallo ambientalista Forte movimento, Franzen sembra destinato a seguire le orme dei grandi maestri del postmodernismo che lo hanno preceduto, da Barth a Pynchon e DeLillo, e a interpretare insieme al suo amico-rivale David Foster Wallace il ruolo dello scrittore avanguardista del tutto indifferente ai gusti del pubblico. Con Le correzioni, a distanza di quindici anni dall’esordio, Franzen dà invece una svolta quasi radicale al proprio stile preferendo tornare al passato per assecondare una vocazione, come dire, più dickensiana e per stipulare stavolta un patto con i lettori: ditemi che storia volete leggere, io ve la scriverò.   Nei giorni del 2001 in cui sta per essere pubblicato il romanzo, l’America non è stata ancora scossa dall’attentato dell’11 settembre (il romanzo è uscito dieci giorni prima… nell’incipit Franzen scrive: “Qualcosa di terribile stava per accadere”… incredibile). In che modo quel tragico evento avrebbe condizionato la stesura del testo se si fosse verificato qualche mese prima? Difficile dirlo. L’11 settembre è una specie di spartiacque, anche nella letteratura è esistito un prima e un dopo. Resta il fatto che il romanzo offre al lettore uno spaccato familiare preciso nel quale ciascuno, anche chi americano non è, può ritrovare una parte del proprio vissuto. I personaggi di Franzen sono così vivi che chiunque può riconoscersi o immedesimarsi.

Un fronte freddo autunnale arrivava rabbioso dalla prateria. Qualcosa di terribile stava per accadere, lo si sentiva nell’aria”.

L’incipit è di quelli che non si dimenticano. Le correzioni è un libro polifonico, con periodi lunghi e complessi e una venatura noir non dichiarata – la traduzione è di Silvia Pareschi. Franzen è bravo a raccontare la società americana attraverso le famiglie disfunzionali, la loro disgregazione, i conflitti generazionali. Le correzioni è uno dei Grandi Romanzi Americani, alla stregua di Underworld di DeLillo, di It di Stephen King, Pastorale Americana di Philip Roth. I protagonisti  sono una coppia di anziani coniugi del Midwest (St. Jude è una cittadina immaginaria del Missouri)   Alfred ed Enid Lambert, logorati dai ricordi e dalle delusioni di una lunga vita matrimoniale fatta di duro lavoro, di tante rinunce e di frustrazioni taciute. L’uno in preda ai sintomi del Parkinson, l’altra desiderosa di radunare per un ultimo Natale i tre figli (che oggi vivono sulle due coste) educati secondo i valori tradizionali, sempre attenti a correggere ogni deviazione dal giusto. Uno dei temi centrali del romanzo è lo scontro tra la tradizione incarnata dai genitori, rimasti nell’America rurale di St. Jude, e la modernità che ha contagiato i figli. Chip è un professore universitario che  ha perso il posto al college per avere intrattenuto una relazione sessuale con una sua allieva. Gary è un dirigente di banca che non vuole ammettere di essersi ammalato di depressione e di trascinarsi un matrimonio finito. Denise è una chef di successo ma dalla vita sentimentale troppo turbolenta e trasgressiva per l’educazione ricevuta. Ritrovarsi tutti a casa per l’ultimo Natale, come vorrebbe Enid, sembra impossibile ma forse non tutto è perduto, e chissà che dopo la tempesta, in casa Lambert, non ritorni finalmente il sereno.

Angelo Cennamo

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ZERO K – Don DeLillo

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“Tutti vogliono possedere la fine del mondo”  

Ross Lockart è un uomo forgiato dai soldi. Si era fatto presto un nome analizzando il profit impact dei disastri naturali. La sua giovane moglie, Artis Martineau, è gravemente malata di sclerosi multipla. Ross è tra i finanziatori di Convergence, un’azienda tecnologica che in un luogo segreto e inaccessibile del Kazakistan sperimenta la criogenesi, un’applicazione medica avveniristica che consente il congelamento dei corpi e delle coscienze fino a quando la medicina sarà in condizione di curare qualunque malattia  –  “Zero K” è lo zero assoluto, un’unita di misurazione della temperatura che corrisponde a meno duecentosettantatre virgola quindici gradi Celsius. K sta per Kelvin, il fisico che l’ha teorizzata.

Per sopravvivere alla propria  morte, certa ed imminente, ad Artis non resta che affidarsi al miraggio di questa nuova tecnica. E Ross? Ross è un uomo sano per quanto anziano, ma non vuole abbandonare l’amata compagna al suo oscuro destino. Decidere di seguire Artis nella macabra avventura della criogenesi è però qualcosa di più di una coraggiosa scelta d’amore, è l’opportunità di appagare il più folle dei desideri, quello di possedere anche la morte. “Tutto sarà rapido, sicuro e indolore” spiega il magnate della finanza al figlio Jeffrey, convocato in Kazakistan per un improbabile arrivederci e per una difficile riconciliazione dopo il doloroso divorzio da sua madre. Jeffrey tenta invano di dissuaderlo, è convinto che i medici gli abbiano fatto il lavaggio del cervello. Convergence più che un’azienda supertecnologica sembra infatti una setta di fanatici che promettono la resurrezione a ricchi uomini d’affari: “tempo, destino, possibilità, immortalita‘”. La morte è una creazione culturale, un’abitudine difficile da spezzare: questo è il messaggio che viene inculcato ai pazienti inebetiti che attendono di essere congelati. La permanenza di Jeffrey nel labirinto futuristico di Convergence occupa buona parte del racconto. Come Dante in un girone infernale, Jeffrey vaga tra i corridoi e i cubicoli  silenziosi di quel non-luogo isolato e angosciante, dove si costruisce il futuro, una nuova idea di futuro. Porte chiuse, stanze senza finestre e sulle pareti maxischermi che trasmettono immagini non proprio rassicuranti. Di tanto in tanto, si incontrano dei manichini che riproducono i corpi svuotati e abbandonati al cupo letargo artificiale.

Zero K è un romanzo postmoderno, un po’ filosofico un po’ fantascientifico, dalla scrittura gelida, lenta, disadorna, minimalista, con molte frasi brevi: “Entro in camera da letto. Non c’è un interruttore alla parete. La lampada è poggiata sulla cassettiera accanto al letto. La stanza è al buio“, e apatica come il tema della criogenesi e come il volto inespressivo che appare sulla copertina del libro. L’ultimo capolavoro di uno scrittore inarrivabile che ha avuto come suo unico erede David Foster Wallace – la fauna dei morituri che si aggira tra i corridoi asettici e spettrali della Convergence ricorda la “Enfield Tennis Academy” di Infinite Jest, con i suoi giovani tennisti prostrati e assuefatti alla noia – Un’opera ambiziosa per bellezza, originalità e profondità. Un libro che non si dimentica.

Angelo Cennamo

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SULLE TRACCE DI CAMUS

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Sfiorare i 40 gradi all’ombra e trovarsi tra le mani, per una strana coincidenza, uno dei capolavori della letteratura del Novecento. Avevo appena trovato scampo nella nuovissima e refrigerata libreria Feltrinelli di piazza Dei Martiri, dopo un’estenuante udienza di discussione in tribunale, strangolato da una regimental e appesantito da una giacca fin troppo slim, che il mio sguardo cadde su un volume incolonnato sopra il tavolo ovale, quello al centro della sala grande, al piano terra del megastore. Lo straniero di Albert Camus è un romanzo del 1942, in una classifica di Le Monde figurava al primo posto tra i 100 libri imperdibili del XX secolo. Conoscevo il nome di Camus per averlo incrociato forse in qualche testo liceale o chissà dove. Non ricordo di preciso. Sulla quarta di copertina c’era la foto in bianco e nero dell’autore, elegante in giacca e cravatta come me, ancora giovane avvocato, ben pettinato, con due note biografiche. Di nazionalità francese, Camus era nato però poco lontano da Algeri, nel 1913, da una famiglia poverissima. Quella mattina a Napoli c’era una calura soffocante e io stavo per comprare il romanzo del più famoso scrittore africano di tutti i tempi. Vi sembra un caso? Due sere dopo fui invitato da un amico ad un festival letterario che si tiene ogni anno tra le stradine e gli anfratti di un borgo del centro Italia. Trovammo posto in prima fila e attendemmo l’arrivo di un noto critico che di lì a poco avrebbe intrattenuto il pubblico con una lectio magistralis sul rinascimento. Prima di lui, l’intervistatore conversò amabilmente sul palco con un dirigente della Rcs libri, anche lui molto conosciuto. Ad un tratto il discorso si indirizzò non so come su Albert Camus. Zitti un po’. Tesi l’orecchio e pensai all’acquisto di due giorni prima. L’editore citò un dato che per certi versi confermava l’attendibilità della classifica pubblicata da Le Monde. Il dato era il seguente: a distanza di oltre cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, de Lo Straniero, solo in Francia, si vendevano circa duecentomila copie l’anno. Ascoltai la conversazione e pensai, anzi pregustai, la lettura che avrei cominciato forse quella sera stessa, tornando  a casa, al termine dell’interessante kermesse. Come immaginavo; Le Monde, per quanto animato da un legittimo spirito nazionalistico –  i francesi sono maestri nel difendere la loro arte – non sbagliava affatto: Lo straniero era un capolavoro assoluto. Divorai le duecento pagine del libro in poche ore, suggestionato dalla scrittura, dallo spessore filosofico e dall’attualità dell’argomento trattato: l’indifferenza verso tutto e tutti. L’apatia. La solitudine. Moravia ne aveva già parlato nel 1929 nel suo romanzo di esordio, ma il primato dell’esistenzialismo fu attribuito a Sartre e allo stesso Camus. Che botta, ragazzi.

Dopo aver preso Lo straniero corsi ad acquistare La peste, L’uomo in rivolta e Il primo uomo, opera postuma ricostruita da una serie di appunti che lo scrittore aveva con sé, in auto, la sera del terribile incidente che gli costò la vita. Era il 4 gennaio del 1960, Camus aveva 46 anni, la stessa età in cui David Foster Wallace decise che con il mondo poteva bastare. Camus, Albert Camus. In pochi mesi lessi tutto di lui: narrativa, saggi, articoli su riviste. Fu amore a prima vista.

Angelo Cennamo

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PARADISE SKY – Joe R. Lansdale

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Joe R. Lansdale è uno scrittore texano dai mille volti, capace di intrattenere i lettori attraversando più generi letterari, dall’horror al noir, dal fantasy al pulp. Il suo ultimo romanzo ha come protagonista un cowboy di colore “Nat Love”, personaggio veramente esistito alla fine dell’800 nell’America deschiavizzata da Abramo Lincoln. La storia del giovane Nat, il cui vero nome è Willie Jackson, è una fuga avventurosa da un marito razzista e vendicativo, Sam Ruggert, disposto a tutto pur di lavare col sangue il disonore provocato da uno sguardo indiscreto di Willie, posatosi per sbaglio sul culo di sua moglie, una mattina, mentre lei era intenta a stendere il bucato “Il grosso ventre bianco era appoggiato alla cintura come un sacco di patate, e torceva le labbra in mezzo alla barba come fossero due vermi rossi che cercavano di uscire da un groviglio d’erba”. “Scappa, Willie, verranno a cercarti! Scappa e non tornare più!” gli suggerisce il padre, prima che i compari di Ruggert diano alle fiamme il suo corpo e l’intera fattoria. Willie non ha scelta: sella l’unico cavallo scampato all’incendio, prende con sé una vecchia pistola regalatagli dal padre e parte per il Texas, dove lo attende un esercito di soli neri. Inizia così il suo lungo viaggio attraverso l’America più profonda e selvaggia, con Ruggert e i suoi uomini sempre alle calcagna. Una sequenza emozionante di sparatorie, agguati, sbornie, duelli, e incontri con personaggi leggendari: il pistolero Wild Bill, la sua amante Calamity Jane, Bronco Bob, tiratore scelto e aspirante scrittore, la bella e sfortunata Win, ma soprattutto Tate Loving, il mentore, l’uomo che per qualche anno  proteggerà Willie dai suoi inseguitori e che gli insegnerà a leggere, a cavalcare e a maneggiare le armi come un vero pistolero “il modo in cui quell’uomo sapeva sparare con entrambe le pistole era pura poesia“. Da Loving, Willie erediterà anche il suo nuovo nome “Decisi che avrei usato una parte del suo nome, o qualcosa di simile. Tate divenne Nate, Nate divenne Nat, e Loving divenne Love: fu così che mi trasformai in Nat Love”.

Paradise Sky è il più avvincente ed originale dei romanzi western, una storia appassionante, intensa, ricca di humor e di riflessioni amare su un tema sempre attuale come il razzismo. Il migliore tributo a un genere letterario che fa rivivere l’America verace e spietata dei racconti di Cormac McCarthy e dei film di Sergio Leone.

Angelo Cennamo

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Il country style di Kent Haruf

KENT HARUF Benedizione

Una piccola ma intraprendente casa editrice di Milano, la NN, ha ripescato tre romanzi sconosciuti al grande pubblico di uno scrittore americano morto qualche anno fa. I romanzi raccontano storie diverse ma sono legati dalla stessa ambientazione, da un luogo immaginario che fa da sfondo alle vicende dei suoi protagonisti. L’autore in questione è Kent Haruf, i suoi ultimi libri: Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo, che insieme compongono la cosiddetta trilogia della pianura. Di Kent Haruf sappiamo bene poco: una laurea nel Nebraska, svariati lavori manuali come il carpentiere e l’infermiere, una ristretta produzione letteraria composta da sei romanzi, e una serie di riconoscimenti che qui da noi hanno avuto un’eco quasi impercettibile. Perché amiamo i libri di Haruf e perché la sua prosa asciutta,  minimalista, si distingue da quella di altri autori Usa. Ci piace Haruf perché ha voluto e saputo raccontare un’America diversa e lontana dagli stereotipi della cultura di massa. La contea di Holt, nel Colorado, è un luogo ameno dove l’umanità sopravvive al crepuscolo dei suoi valori fondanti. I romanzi di Kent Haruf sono popolati di uomini semplici che ritrovano nelle proprie radici il senso di una vita spesso ripetitiva ma densa di sentimenti profondi e autentici.  Contadini, mandriani, anziani prossimi alla morte che cercano e sperano in un’improbabile redenzione, donne deluse da  precedenti amori, e figli tormentati dalla lontananza della famiglia. Tutta la letteratura di Haruf è dominata dal paesaggio del Colorado e dalla sua straordinaria fauna umana. La città immaginaria di Holt ( nella realtà Yuma?) ci riporta ad altri luoghi di fantasia della grande narrativa, alla Macondo di Cent’anni di solitudine di Marquez e alla Crosby di Olive Kitteridge di Elizabeth Strout. Al frastuono delle metropoli, alla devianza giovanile, allo stress della modernità, Haruf contrappone il profumo estivo dei campi di mais e il cigolio delle trebbiatrici. Non ci sono grattacieli nella trilogia del vecchio Kent ma pianure sconfinate attraversate da pascoli di bovini, e sentieri sterrati solcati da bici e trattori. Un incedere lento ma pieno di consapevolezza e di poesia che rende le sue storie intense e commoventi.

Angelo Cennamo

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RICORDARE PASOLINI

PASOLINI Ritratto

La notte tra l’uno e il due novembre del 1975, all’idroscalo di Ostia, veniva ucciso in circostanze tuttora poco chiare Pier Paolo Pasolini. Di quel giorno conservo un vago ricordo  fatto di immagini frammentate, in bianco e nero. Le prime che i telegiornali della rai, gli unici del tempo, mandarono in onda non appena si diffuse la notizia. Il fango, le pozzanghere, le baracche di quel luogo così povero, desolato, rendevano bene l’idea dello squallore e della tragicità dell’evento annunciato. Ma anche il contesto dove Pasolini aveva collocato, ambientato tutta la sua parabola di uomo e di narratore: la periferia. Avevo 7 anni e di quell’uomo dal volto scavato e dai grossi occhiali scuri, ucciso con una brutalità spaventosa e oscena,  non ne sapevo nulla. Sicché scoprii la sua esistenza – l’esistenza del poeta Pasolini – proprio mentre il telegiornale annunciava la sua morte. A distanza di tanti anni da quella notte, l’Italia piegata dal malaffare, dalla corruzione, precipitata nel peggiore degrado culturale e politico dai tempi del fascismo, riesce sorprendentemente a trovare un guizzo, un piccolo sussulto di dignità per ricordare la sua figura nei giorni dell’anniversario del delitto, e riaffermare il senso, il valore della sua opera a beneficio delle nuove generazioni.

Rileggevo le prime pagine di “Ragazzi di vita” e riflettevo su quanto la vicende personali di Pasolini: l’omosessualità, i vizi e i processi collegati in parte anche a quel vissuto così scandaloso e trasgressivo, abbiano finito per sovrastare la bellezza e l’unicità della sua produzione letteraria e cinematografica, relegandola ad una ingenerosa collocazione di nicchia. Non mi sorprende che sia potuto accadere in un Paese bigotto, ipocrita, provinciale come il nostro, dove perfino la cultura diventa motivo di scontro politico o, se preferite, tifo da stadio, tra destra e sinistra. Figurarsi negli anni settanta. Ma perché dopo tutto questo tempo dovremmo ricordare Pier Paolo Pasolini? E qual è il valore dell’eredità che ci ha lasciato? Una risposta a questa domanda possiamo trovarla negli “Scritti corsari”, la raccolta degli editoriali che lo scrittore eretico pubblicò sul Corriere di Piero Ottone. A cominciare dal più noto “Io so”. E’ l’eterna attualità delle sue opere la ragione per la quale ci piace ricordare Pasolini. L’immutata freschezza delle analisi sociologiche, oltre la profondità, la poesia e la modernità dei suoi romanzi e dei suoi film. Pasolini ci manca moltissimo. Ci manca la ferocia e il coraggio delle sue invettive. Ci manca l’anticonformismo con il quale combatteva l’omologazione e l’appiattimento della cultura di massa. La stessa che per tutto questo tempo lo ha collocato ed archiviato nel reparto imperioso degli intellettuali di sinistra. Lui che negli scontri di Valle Giulia difese i poliziotti figli di contadini contro gli studenti “proletari” figli di papà. E che storceva il naso di fronte a capelloni e cantanti beat. Non ha fatto in tempo, Pasolini, a completare la sua mutazione genetica da integralista di sinistra ad eretico reazionario, nel solco di un’altra grande scrittrice e giornalista del suo tempo: Oriana Fallaci. Resta però il ricordo e la traccia indelebile di un artista intorno al quale questo Paese così sgangherato, alla disperata ricerca di simboli e di modelli positivi, fa bene a stringersi per ritrovare un’identità forte, consapevole, e per salvarsi da una regressione che sembra non arrestarsi  mai.

Angelo Cennamo

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CONSIDERA L’ARAGOSTA – David Foster Wallace

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“E’ giusto bollire una creatura viva e senziente solo per il piacere delle nostre papille gustative?” Separare il David Foster Wallace saggista dal narratore, non ha molto senso. Lo chiamano “massimalismo argomentativo”, cioè una specie di logorrea inarrestabile e/o isterica che spinge Wallace a descrivere ogni cosa minuziosamente, nei minimi particolari, dal più evidente al bosone di Higgs. Di questa maniacale specialità l’imbandanato Wallace è campione del mondo. Considera l’aragosta è una originalissima raccolta di saggi brevi, articoli, recensioni, lezioni universitarie, pubblicata nel 2005, nella quale il genio di Athena ci conduce nei posti più stravaganti di un’America insolita, come non l’abbiamo mai conosciuta prima. Il reportage dagli oscar del cinema porno, tra protesi siliconate, scenografie sgargianti e battute trash, è un capolavoro di comicità che ci ricorda una certa filmografia di Woody Allen. Un’America trumpiana, a tinte forti, insulsa e volgare, nella quale Wallace affonda il bisturi dell’ironia tratteggiando alla sua maniera miti e performance della pornografia più spinta. Interessante la dotta e complicata dissertazione tra Prescrittisvismo e Descrittivismo nell’uso della lingua americana, con le sue insospettabili declinazioni politiche e sociologiche: “Tradizionalmente, i Prescrittivisti tendono ad essere conservatori politici e i Descrittivisti tendono ad essere liberali”. Profonda, quasi romanzesca, la tragedia dell’11 Settembre vissuta e raccontata da una vecchietta di Bloomington, una ricca cittadina del Midwest, circondata da enormi distese di granturco che somigliano ad un oceano. Appassionante e struggente è invece il racconto dell’ascesa di Tracy Austin, la baby campionessa del tennis mondiale, ritiratasi a soli vent’anni dopo una serie di infortuni “Negli atleti di livello mondiale che si affrancano dalle leggi della fisica c’è una bellezza trascendente che rende manifesto Dio nell’uomo. I grandi atleti sono la profondità in movimento”. Peccato che le autobiografie dei campioni dello sport non siano mai all’altezza del loro talento atletico “Per me resta difficile riconciliare l’insulsaggine della mente narrativa di Austin, da un parte, con gli straordinari poteri mentali che sono richiesti nel tennis di livello mondiale dall’altra”. Analizzare l’ironia di Kafka è per Wallace un bell’esercizio di stile, così come rappresentare la grandezza di uno scrittore assai distante nel tempo e dalla cultura americana: Fedor Dostoevskij. Seguire per conto della rivista “Rolling Stone” John McCain  “un senatore repubblicano realmente di destra, eletto in uno degli stati politicamente più trogloditi del Paese”, è un’occasione per conoscere e approfondire i rapporti tra media e politica. Avventurarsi tra i reporter delle primarie repubblicane, un’esperienza faticosa ed esaltante anche per i lettori, che nelle ultime pagine di questa folle corsa attraverso l’America si ritrovano nel lontanissimo Stato del Maine a spolpare e divorare pregiatissimi crostacei. Ma che male vi hanno fatto, le aragoste?

Angelo Cennamo

 

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UN UOMO – Oriana Fallaci

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Giornalista, saggista ma anche autrice di fiction. “Un uomo”, pubblicato nel 1979, è il romanzo della maturità e della consacrazione di Oriana Fallaci. Il protagonista della storia, realmente vissuta dalla scrittrice, è Alekos Panagulis, poeta ed eroe della Resistenza nella Grecia dei colonnelli. La Fallaci lo raggiunge ad Atene per un’intervista. Rimane ospite a casa sua per qualche giorno. Se ne innamora. La relazione tra Alekos e Oriana è fin da subito tormentata, violenta. Sono anni difficili per la Grecia (anche allora); Panagulis viene arrestato e torturato per le sue idee sovversive. Ritrova la libertà e si candida alle elezioni politiche. Sullo sfondo della storia d’amore si impongono le vicende storiche di un Paese lacerato dalla dittatura e dal futuro incerto. Oriana è costretta suo malgrado  a vivere un’unione scomoda e forse incompatibile con i propri impegni professionali che la portano a girare il mondo. I due amanti si lasciano, si ritrovano in un labirinto di gioie confuse. Oriana aspetta un figlio; lo perde quando scopre che lui la tradisce con un’altra donna. Quell’esperienza così atroce finirà in un altro romanzo “Lettera a un bambino mai nato”. Eppure la relazione prosegue, ritrova perfino la vitalità dei primi tempi; poi il giorno, quello maledetto, che dividerà per sempre le strade dei due amanti. La sera del primo maggio del 1976, Panagulis monta in macchina per iniziare un viaggio senza ritorno. 

“Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere. Un libro sulla tragedia del poeta che non vuole essere uomo-massa. Un libro sull’eroe che si batte da solo per la libertà e per la verità”.

Angelo Cennamo

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PASTORALE AMERICANA – Philip Roth

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Seymour Levov è un imprenditore di successo, con una moglie bellissima e una famiglia esemplare. Alto, prestante, dalle straordinarie doti atletiche, al liceo lo chiamavano lo svedese, “brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball”, ovunque apparisse, il giovane Seymour faceva innamorare tutti per i suoi modi gentili e per la sua fisicità così potente e armoniosa. “I genitori sorridevano e lo chiamavano bonariamente “Seymour”. Le ragazze chiacchierine che incontrava per la strada fingevano di svenire, e la più audace gli gridava : Torna indietro, torna indietro, Levov della mi vita!”. Se lo ricorda bene, Nathan Zuckerman, autore suo malgrado di questa storia immaginaria, che in quel liceo di Newark aveva come compagno di classe il fratello minore di Seymour, Jerry “un ragazzo con la testa piccola, magrissimo e flessibile come una stecca di liquirizia”. Negli anni Cinquanta, lo svedese, il ragazzo prodigio, il più amato, il più invidiato, sembra atteso da una vita di successi professionali e di gioie familiari, fino a quando un tragico imprevisto legato alle contraddizioni della guerra in Vietnam e che coinvolge l’adorata figlia Merry, quella vita non la fa a pezzi. Allora tutto appare diverso da come sembra e nulla è più salvabile.

Pubblicato nel 1997 e vincitore del premio Pulitzer, Pastorale americana è il capolavoro di Philip Roth, Il grande romanzo americano che racconta il falso mito della borghesia degli anni Sessanta e l’ipocrisia della perfezione familiare, dietro la quale spesso si celano tradimenti e inganni di ogni genere.

Pastorale americana fa parte della seconda produzione letteraria di Roth –  quella in cui lo scrittore di Newark, dopo essersi ribellato, da figlio, all’educazione familiare e alla tradizione ebraica in romanzi come: Lamento di Portnoy, Zuckerman scatenato e Patrimonio, veste i panni del “padre” per raccontare storie di padri – ed è un libro che scava nel marcio di una nazione fintamente gioiosa, sorridente, patinata, nonostante gli echi dolorosi del Vietnam, e di una società che sogna l’ordine e la prosperità, ma che è incapace di fare i conti con i propri limiti e con i drammi interiori. Un romanzo cinico, feroce, spietato ed ironico, nella migliore tradizione di Philip Roth.

Angelo Cennamo

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FORTE MOVIMENTO – Jonathan Franzen

Un misterioso sciame sismico colpisce la città di Boston uccidendo una ricca scrittrice New Age. Suo nipote, Louis Holland, si innamora di una stravagante e introversa sismologa dell’Università di Harvard, Renèe Seitchek, e insieme a lei inizia ad indagare sulle cause dei terremoti. La scoperta di Renèe è clamorosa: le scosse che fanno tremare Boston non sono originate da un fenomeno naturale ma provocate dalla Sweeting-Aldren, una nota industria chimica della zona che per anni ha smaltito rifiuti tossici nel sottosuolo. Il caso si complica ulteriormente dal momento che la maggiore azionista della Sweeting-Aldren è diventata Melanie, la madre cinica e anaffettiva di Louis. Renèe è vicina a svelare l’oscuro segreto, finalmente ne ha le prove, ma rischia di pagare con la vita la sua curiosità. Siamo nel 1992 quando il trentenne Jonathan Franzen pubblica Forte Movimento, il giallo ambientalista che racconta la complicata storia d’amore tra Louis e Renèe, preludio del più celebre Le Correzioni, finito di scrivere nove anni dopo. In Forte Movimento – il secondo libro di Franzen dopo l’esperimento iniziale e malriuscito de La Ventisettesima città – le doti narrative che qualche anno più tardi faranno di questo giovanotto semisconosciuto uno degli scrittori contemporanei più noti ed apprezzati, sono già mature, cristalline: la prosa elegante, la capacità di scavare nel vissuto dei personaggi, quel sottile umorismo venato di malinconia che solca la trama dall’inizio alla fine del racconto. Come nei romanzi successivi – Le Correzioni, Libertà e Purity – anche in Forte Movimento Franzen si dimostra abile nel rappresentare i conflitti familiari, l’amore e l’amicizia spesso non corrisposti, e nella capacità di cogliere le distorsioni, gli istinti piu bassi della società americana, tic e manie.

Forte Movimento è un romanzo ambizioso che attraversa più generi letterari, ben strutturato, senza rallentamenti o divagazioni noiose. Un libro denso di mistero e di passione col quale l’autore non sembra essersi separato del tutto dalla originaria impostazione postmoderna. È forse l’opera meno conosciuta di Franzen ma interessante come i romanzi della maturità.

Angelo Cennamo           

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