LA GRANDE PIENA – Louise Erdrich

The mighty red, in Italia La grande piena, con Feltrinelli editore e la traduzione di Silvia Rota Sperti, è in parte una commedia romantica, in parte una saga familiare. La storia, ambientata nella cittadina di Tabor, nel Nord Dakota, nel post Lehmhan Brothers (la crisi finanziaria del 2008), ruota intorno al triangolo amoroso tra Gary Geist, giovane giocatore di football e rampollo di una ricca famiglia di proprietari terrieri; Kismet Poe, un’adolescente destinata a una brillante carriera universitaria fuori città e figlia di una trasportatrice di barbabietole da zucchero dipendente della fattoria dei Geist (Crystal); e Hugo Dumach, un libraio nerd che regala a Kismet una copia di Madame Bovary per alimentare in lei il dubbio e provare ad allontanarla dal rivale. Il romanzo si apre con Gary che chiede goffamente a Kismet di sposarlo. Lei lo allontana, ma dopo una serie di altri tentativi, inspiegabilmente e contro ogni pronostico, la ragazza cede, quasi plagiata dalla fragilità del suo corteggiatore stalker. Kismet dunque si lascia convincere, ma nel corso del romanzo rimarrà sempre combattuta, lo sarà anche dopo le nozze: l’attrazione per Hugo resisterà oltre ogni promessa e vincolo. In una trama parallela, Martin, compagno di Crystal e attore teatrale fallito, abbandona Kismet e sua madre dandosi alla fuga con i fondi per la ristrutturazione della chiesa locale. Le voci e i pettegolezzi sulla scomparsa di Martin investono anche altre questioni come l’uso e la difesa della terra, le difficoltà economiche della comunità di Tabor nel tempo peggiore dopo il Wall Street Crash, un incidente occorso a Gary e ai suoi amici. Insomma, nel libro di Erdrich c’è molta carne al fuoco, con tanti personaggi secondari che entrano ed escono dalla storia, ma non tutti questi blocchi narrativi sembrano intersecarsi nel modo giusto, specialmente il tema ambientalista e la crisi degli agricoltori con i dubbi amorosi di Kismet, che restano la parte principale e la più interessante della storia. La grande piena va accettatto per quello che è: un romanzo ben scritto e ben calato nel contesto tipico di Erdrich, ma confuso, con alcune parti divertenti, altre lente e un po’ noiose. 

Angelo Cennamo






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SUNDOWN, YELLOW MOON – Larry Watson

Bismarck, North Dakota, una giornata qualunque del 1961. Un sedicenne sta tornando da scuola insieme al suo compagno Gene. I due vengono distratti dal suono di una sirena. Un’ambulanza. Un’auto della polizia. Qualcuno si è suicidato dopo aver ammazzato un noto politico della zona, il suo nome è Raymond Stoddard: è il padre di Gene. Inizia come il più classico dei noir Sundown, yellow moon, il romanzo del 2007 che Larry Watson ha intitolato come un vecchio successo di Bob Dylan, arrivato in Italia in questi giorni con l’editore Mattioli 1885 e la traduzione di Nicola Manuppelli. Qual è il movente del delitto, e perché mr. Stoddard, subito dopo aver stroncato la vita del senatore Monty Burnham, ha deciso porre fine anche alla sua? L’intera trama del romanzo ruota intorno all’enigma irrisolto, ma questo clima di sospensione e di incertezza Watson lo adopera per spingere la storia in altre direzioni. Lo studente senza nome oggi è uno scrittore affermato, e quella vicenda l’ha ricostruita a modo suo, scomponendola e trasformandola in fiction. Il doppio fondo zuckermaniano di Watson è il vero fulcro del romanzo, che dall’inizio alla fine scorre sul doppio filo della verità e della supposizione. Il vero e il falso si alternano anche nelle trame parallele a quella iniziale: l’amore conteso dai due amici per la seducente Marie Ryan; la nuova relazione della vedova di Raymond, Alma… Le ipotesi sulla tragedia di Keogh Street vengono vagliate e rielaborate ad alta voce nella fantasia del futuro scrittore, e la finzione diventa corsivo.

Cosa si nasconde dietro quel pomeriggio di un giorno da cani, uno squallido gioco di potere politico o una turbolenta vicenda di passioni? “La mia ipotesi non richiede molto altro oltre a ciò che sappiamo delle vite dei protagonisti, e alla consapevolezza che per portarci verso l’omicidio e l’autodistruzione nulla ha un potere simile a quello dell’amore”.  

Sundown, yellow moon è un romanzo sulla memoria e la sua dissimulazione, la storia di un’amicizia, di un apprendistato, di vita e di scrittura, la storia di un amore tradito. Se non avete letto nulla di Larry Watson, cominciate da Sundown, yellow moon, poi recuperate i superlativi Montana 1948 e Le vite di Edie Pritchard. 

Angelo Cennamo

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IL GIORNO DELL’APE – Paul Murray

Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo e il modo dei Barnes non potreste paragonarlo a quello di nessun altro. The bee sting – Il giorno dell’ape – dello scrittore irlandese Paul Murray è arrivato in Italia (con Einaudi e la traduzione di Tommaso Pincio) sull’onda di giudizi che definire entusiastici sarebbe poco: romanzo dell’anno per diverse riviste americane; uno dei più importanti libri di questo quarto di secolo per Sandro Veronesi; somiglia a Le correzioni di Jonathan Franzen, a detta di qualcun altro. Mi pare tutto molto esagerato o forzato. Intanto il Franzen de Le correzioni non c’entra nulla con questo libro: Franzen è più sofisticato di Murray, che del collega americano ha però più senso dell’umorismo, questo lo si può dire. E poi nelle dinamiche dei Lambert il gap generazionale è marcato, più centrale, porta a forme e architetture di maggiore precisione. Di cosa parliamo allora. Di un romanzo familiare in piena regola (il riferimento a Franzen ha senso per questo) che sorprende per l’ampiezza e gli incastri dei suoi blocchi narrativi. La storia è ambientata dopo la crisi economica del 2008, ma con dei salti all’indietro di quattro decenni. Murray alterna le voci e le prospettive dei protagonisti: moglie e marito (Imelda e Dickie), e i loro due figli (Cass e PJ). I Barnes sembrerebbero una sana famiglia della borghesia rurale irlandese; proprietari, come gli Angstrom di John Updike, di una concessionaria di auto. Ora però gli affari vanno male e lo spettro della povertà smorza sorrisi e finzioni. No, i Barnes non sono quello che sembrano. Cass è un’adolescente tormentata dall’incertezza del futuro e manipolata dalla sua amica Elaine, figlia di Mike, un viscido mercante di bestiame che potrebbe non solo incunearsi nella gestione della concessionaria ma approfittare dell’infelicità sessuale di Imelda. Il flusso di coscienza joyciano della bellissima signora Barnes è senza segni di interpunzione. Dickie gestisce “il garage” ma non pare portato per quel mestiere: legge i libri, pensa al clima e alla natura. Per farsi notare e riunire i genitori, prossimi al divorzio, PJ immagina di fuggire e nascondersi da un suo follower. La sola persona che può risollevare le sorti della famiglia è il vecchio Maurice, il suocero di Imelda che anni prima era stato costretto a lasciare l’azienda a Dickie. La comparsa sulla scena del ricco copostipite, che oggi trascorre le giornate a giocare a golf in Portogallo, consente a Murray di aprire la storia con dei succulenti flashback: prima di sposare Dickie, Imelda era fidanzata con suo fratello Frank, promessa del calcio, morto tragicamente a pochi giorni dalle nozze. Murray è bravo a scavare nel torbido e a sorprendere sia i lettori che i personaggi, nessuno dei quali sa dei segreti degli altri. I Barnes sono profondamente soli e infelici; i loro drammi, esistenziali sessuali economici, formano singoli romanzi dentro il romanzo. Ma al di là degli errori e delle imposture, è facile simpatizzare con ognuno dei protagonisti, anche perché tutti e quattro ci appaiono bisognosi di amore, di maggiore considerazione, di essere capiti. Nei conti della concessionaria c’è un buco di diversi milioni. Cosa sarà mai accaduto? E per colpa di chi? Di fronte al disastro, sull’orlo dell’abisso, Dickie guarda altrove, costruisce un bunker nel bosco dietro casa. L’imminente catastrofe economica viaggia sul binario di una possibile crisi ambientale, ma niente di woke. Il bunker è come l’arca di Noè, l’illusione o la speranza di Dickie è quella di traghettare la famiglia in un posto sicuro, entrare in una nuova vita, ribaltare tutto. 

Angelo Cennamo

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IL TAGLIAPIETRE – Cormac McCarthy

Dramma in cinque atti. Un’opera teatrale dunque, scritta nella sua stagione più feconda, qualche anno dopo Meridiano di sangue e contemporaneamente alla Trilogia della frontiera. Teatro. Ma quale opera di Cormac McCarthy non ha a che fare col teatro, dagli abissi e le visioni di Stella Maris e de Il Passeggero ai tormenti di (Cornelius) Suttree? Il tagliapietre uscì negli Stati Uniti nel 1994 ma ebbe poca fortuna; oggi ne avrebbe avuta ancora meno, con l’autore processato di appropriazione culturale e minacciato ai reading o sotto casa da frotte di lettori woke: come si permette quello yankee di McCarthy di scrivere di quattro generazioni di neri? Il libro, in Italia in questi giorni con Einaudi e la traduzione di Maurizia Balmelli, racconta (molto brevemente, meno di 130 pagine) le vicende della famiglia Telfair, arrivata a Louisville, Kentucky, dalla Carolina del Sud. Il protagonista della pièce, ambientata perlopiù nella cucina di casa, è Ben, nipote dell’ultracentenario Papaw, un trentenne che ha riununciato agli studi universitari per fare il lavoro del nonno: lo scalpellino.  

“Se non fosse stato per lui avrei fatto l’insegnante… Il mestiere non era nei libri. Ce lo tenevamo stretto al cuore. Ce lo tenevamo stretto al cuore ed era come un potere e sapevamo che non ci avrebbe tradito”.

Il testo è una specie di parabola biblica (“Un muro è fatto allo stesso modo in cui è fatto il mondo. Una casa. Un tempio”) nella quale Papaw assume il ruolo dell’Altissimo e Ben quello di Cristo. Big Ben, che al mestiere del padre e del figlio preferisce il cemento e che sguazza in affari loschi, è Giuda.

“All’origine di tutto… c’è il mestiere… La sua arte è la più antica che esiste”. L’uscita di scena del patriarca, saggio e silenzioso, innesca la spirale tragica del peccato e della morte. Non saprei dire se l’insuccesso de Il Tagliapietre sia derivato da una retorica un po’ forzata sulla condizione dei neri e in alcuni passaggi su quella delle donne: a pagina 46, sentiamo dire dalla sorella di Ben alla madre: “Tu pensi che gli uomini nascano con dei diritti che le donne non hanno. Che possano andare e venire come uccelli migratori e che sia perfettamente naturale… Certo che è naturale – risponde la madre – Tu cerchi di cambiare la natura”. Dettagli, forse. Nella profonda simbiosi tra Papaw e suo nipote Ben, ho rivisto lo stesso rapporto, ma capovolto, di Nick Molise col figlio Henry ne La confraternita dell’uva di John Fante, il più bel romanzo americano sulla paternità insieme a Patrimonio di Philip Roth. Come Papaw, Nick è uno scalpellino, ma Henry lo ha tradito scegliendo il mestiere dello scrittore. Pur di riavvicinarsi al padre, l’alter ego di Fante decide di seguire il vecchio in montagna con un furgone scassato, nel suo ultimo lavoro di muratore. “Un muro è fatto allo stesso modo in cui è fatto il mondo”, dice Ben sul palco di un teatro immaginario. Deve averlo pensato anche Henry, ne sono sicuro. 

Angelo Cennamo

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TREDICI STORIE E TREDICI EPITAFFI – William T. Vollmann

Da qualche anno, minimum fax sta ripubblicando delle vecchie opere di William Vollmann, autore californiano ormai sulla sessantina, spesso accostato a David Foster Wallace per la sua loquacità feconda e inarrestabile che lo porta a scrivere di tutto e a lavorare contemporaneamente anche su più testi. Pubblicare un genio della letteratura contemporanea come Vollmann, i cui libri però vengono acquistati col contagocce (gli italiani che hanno a casa una copia di Europe Central non riempirebbero la sala di un cinema parrocchiale) richiede una buona dose di coraggio; farlo con la continuità di minimum fax sulla base di un progetto di media o lunga durata, è rasentare l’incoscienza. Scherzi a parte, la qualità di un editore si riconosce anche da operazioni “a perdere” come queste. Si chiama personal branding e il brand di minimum fax, soprattutto per il made in Usa, è solido. 

Tredici storie e tredici epitaffi uscì negli Stati Uniti nel 1991, Vollmann allora aveva poco più di trent’anni ma alle sue spalle si era già messo sei sette volumi (voluminosi) interessantissimi, tra raccolte di racconti, romanzi e non- fiction. Qui da noi fece una lontana apparizione con l’editore Fanucci, la cui anima (Luca Briasco) è poi trasmigrata proprio in minimum fax, che in questi giorni lo ripropone con la traduzione di Chiara Belliti e Simona Vinci. Vollmann, che nel corso della sua carriera lo abbiamo visto sovrapporre generi e stili, mescolare vero e falso, e usare il proprio corpo per calarsi in qualunque vicenda umana, dalla guerriglia alla tossicodipendenza, dalla prostituzione alla povertà, dal mito dei padri fondatori della nazione, allo sbando del mondo giovanile, attraverso epoche diverse e i più remoti angoli della terra, ci offre un mosaico della sua America, continuamente sospesa tra ferocia e sentimentalismo, il cui spettro più ampio si misura soprattutto nella distanza tra scrittura, ricordo e morte. Nella nota introduttiva, Vollmann spiega che le singole coppie di storie ed epitaffi sono stati sviluppati nel tentativo di invertire il movimento solitamente lineare di una storia. L’idea è quella di un carro funebre che traina i lettori attraverso la pagina, nella direzione di un tempo finale dove gli epitaffi li aspettano per un’ultima riflessione sulla morte. La raccolta si apre con la storia più lunga, che è anche la più bella del libro “Il fantasma del magnetismo”. Siamo a San Francisco, l’epicentro della bussola mentale di Vollmann e della sua progressiva ansia da esplorazione che finirà per deflagrare a Las Vegas, con un’alternanza di toni allucinatori e favolistici che possono disorientare i lettori meno avvezzi a una certa narrativa. Il tema dominante è il viaggio. Lo sguardo di Vollmann, tra autobiografia e reportage, vaga dal sud-ovest americano ai bar della Thailandia affollati di ragazze, poi ritorna nelle stradine di San Francisco per proseguire a Gun City, praticamente New York. In “Manette, istruzioni per l’uso” assistiamo alla relazione sadomasochistica tra un uomo e una donna legati l’uno all’altra da manette invisibili ma nel contempo reali. La progressione allegorica è di grande effetto. Gli epitaffi di Vollmann sono come una dolorosa peregrinazione, fuori e dentro sé stessi. La rappresentazione vibrante, cruda, onirica di chi si sente condannato a vagare senza riferimenti in un mondo in frantumi, sempre più indifferente ai propri bisogni e cinicamente mutevole. Una presa di coscienza che non esclude la paura ma che fa posto alla speranza.  

Angelo Cennamo

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MOON PALACE – Paul Auster

“A poco a poco vidi i miei soldi ridursi a zero, venni privato dell’appartamento nel quale abitavo, finii con il vivere per strada. Se non fosse stato per una giovane di nome Kitty Wu, probabilmente sarei morto di fame. L’avevo conosciuta per caso soltanto poco tempo prima, tuttavia tale caso finii per considerarlo una forma di predestinazione…”. 

Marco Stanley Fogg è uno dei tanti personaggi di Paul Auster in balia del caso. Cresciuto senza padre e orfano di madre, quest’ultima viene investita da un autobus quando lui ha undici anni, il giovane protagonista e voce narrante della storia è accudito dallo zio Victor, un clarinettista senza ambizioni che per qualche anno lo mantiene agli studi universitari e poco prima di morire gli lascia in eredità oltre mille libri. Per la precisione, 1492. Proprio dallo zio, Marco aveva appreso che inizialmente il suo cognome era Fogelman, poi però qualcuno nell’ufficio immigrazione di  Ellis Island lo aveva ridotto a Fogg. La stessa identica cosa era accaduta al nonno di Auster quando dalla vecchia Europa era sbarcato nel nuovo mondo in cerca di fortuna. Con la morte di Victor, Marco vede assottigliarsi le sue già scarse risorse economiche; per sopravvivere è costretto a vendere i libri: dieci, cento, mille, poi finisce per strada

“Quando me n’ero andato dal mio appartamento, quel primo mattino, mi ero semplicemente messo in marcia, diretto ovunque decidessero di portarmi i passi”.  

Qui la storia del moderno David Copperfield ha una doppia sterzata: prima l’incontro, ovviamente casuale, con la giovane collega universitaria Kitty Wu; poi Auster inventa un uomo ricco e anziano di nome Thomas Effing che assume Marco come suo badante accompagnatore. La lunga storia di Effing, la sua doppia vita, è un romanzo dentro il romanzo. Effing racconta di essere stato un pittore famoso e, dopo una serie di disavventure, di aver intrapreso un viaggio a piedi nel sud-ovest americano, sfiorando la morte e la follia. La complessa vicenda di Effing ha il sapore dell’epica del vecchio west, e si contrappone a quella metropolitana di Marco Fogg. Le due vite si congiungeranno in un finale di rinnovata solitudine per Marco, questa volta non vissuta a Central Park ma nel posto del mondo che somiglia di più alla luna, il sud-ovest americano 

”Per le prime due settimane, mi sentivo come qualcuno che era stato colpito da un fulmine. Tuonavo dentro di me, piangevo, urlavo come un pazzo, ma poi, a poco a poco, la rabbia sembrava esaurirsi e mi stabilizzavo nel ritmo dei miei passi”.

”Moon Palace” (il titolo si riferisce a un ristorante cinese di New York) è tenuto insieme da una serie di improbabili coincidenze. La mia opinione è che Auster in certi romanzi abbia voluto strafare oltrepassando il limite della credibilità e della verosimiglianza. Accade soprattutto in questo e in Leviatano. Tutti i personaggi del libro ci appaiono sopra le righe, quasi si trattasse di caricature, per quanto le loro sfide risultino appassionanti, nulla in contrario, così come i lutti di Marco Fogg (la perdita è il tema più incisivo di Moon Palace, che contiene molti altri argomenti interessanti, dal viaggio inteso come esplorazione all’amore impossibile, al valore iconografico dell’Occidente).

”Questo romanzo mi ronzava in testa da molti anni prima che mi sedessi e lo scrivessi”, pare abbia detto Auster. ”Poi, a un certo punto, è arrivata l’insegna di quel ristorante “Moon Palace” e…”. 

Angelo Cennamo

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IL BASTARDO – Erskine Caldwell

Da diversi anni Erskine Caldwell era finito in un cono d’ombra, e il suo nome iscritto alla lunga lista dei grandi americani del Novecento dimenticati o fuori catalogo. In questi giorni una piccola ma gagliarda casa editrice milanese, De Piante, lo ha riportato in libreria con la sua opera prima, Il bastardo. Caldwell lo pubblicò nel 1929; nello stesso anno uscirono Addio alle armi di Hemingway e L’urlo e il furore di Faulkner. Come Faulkner, Caldwell racconta la società arcaica del Sud (era nato in Georgia, Faulkner nel Mississippi) i suoi retaggi culturali, dal patriarcato al senso dell’onore e al razzismo, ma con un tratto perfino più crudo, più estremo. Caldwell sguazza nell’orrido e nella depravazione fregandosene di censure e di scandali. Il bastardo è Gene Morgan, uno sbandato nato da una prostituta e allevato da una “negra” in una capanna, giù a Lewisville. Caldwell lo fa ciondolare da un oleificio a una segheria tra donne di malaffare e adultere. Tutto il romanzo, che è brevissimo, meno di centocinquanta pagine, è un torbido duello maschio femmina con ammiccamenti, gelosie, liti furibonde, provocazioni, abbandoni. Le donne ne escono malissimo, oggi un tipaccio controcorrente come Caldwell verrebbe crocifisso da femministe e cultori del woke. Caldwell procede per sottrazione, la sua prosa è carta vetrata: asciutta, senza orpelli, moderna come quella dei coetanei più noti. Il suo ritorno in libreria è tra le poche buone notizie di questo 2024 povero di lettori e di romanzi decenti. 

Angelo Cennamo

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DIEZMO – Rick Bass

Lonesome Dove di Larry McMurtry e Meridiano di sangue di Cormac McCarthy si contendono idealmente il titolo di più bel romanzo western di sempre. Entrambi furono pubblicati nel 1985, entrambi raccontano un pezzo di storia del Texas del XIX secolo sia pure con registri e stili diversi, più tradizionale il libro di McMurtry, lirico-filosofico quello di McCarthy. Un pezzo di Texas lo racconta anche Paradise Sky di Joe Lansdale, autore che al genere western ha dato un contributo importante. In questo filone (impegnativo, visti i precedenti) si colloca Diezmo di Rick Bass, autore texano di Fort Worth con un passato da geologo petrolifero. Per Diezmo si intende la decimazione che i messicani facevano dei prigionieri texani estratti a sorte. Il momento culminante e tragico della Spedizione Mier, avvenuta nel 1842. Sei anni prima, texani e messicani (in quegli anni il Texas faceva parte del Messico) si erano scontrati ad Alamo. Una sonora sconfitta per i primi, che appena un mese dopo, in un’altra storica battaglia (di San Jacinto), si rifecero sancendo la definitiva indipendenza. A distanza di molti anni, Bass fa raccontare quell’esperienza a uno dei protagonisti, il giovane James Alexander. Lui e il suo amico Jemes Sheperd non avevano fatto in tempo a combattere ad Alamo e neppure a San Jacinto ma ora potevano rifarsi rispondendo a una nuova chiamata alle armi voluta dal presidente Sam Houston: mettere su una milizia di cinquecento uomini e dirigersi verso il Rio Grande per vendicare un precedente attacco messicano. L’operazione (Spedizione Mier) si conclude con la sconfitta e la cattura dei soldati texani, tra i quali Alexander e Sheperd, che si ritrovano sbattuti in una cella, sottoposti a terribili torture e passati attraverso il Diezmo. Tra verità e finzione, pubblico e privato, soprattutto nella seconda parte il romanzo è una sequenza di scene brutali ed emozionanti… “Il Texas è nato nel sangue”. In linea con l’epica del confine di altri maestri, Bass mescola bene ogni ingrediente per confezionare una straordinaria storia di amicizia e di sopravvivenza in uno dei territori da sempre più suggestivi della letteratura americana. Ci sono voluti vent’anni per leggerla in italiano. La traduzione è di Francesca Cosi e Alessandra Repossi. 

Angelo Cennamo




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IL COLTIVATORE DEL MARYLAND – John Barth

Se da un lato il bilancio dell’anno libresco che sta per concludersi non pare esaltante, la bizzarra coincidenza che il 2024 finisca così come era cominciato, con il ritorno sugli scaffali, dopo molti anni, di una pietra miliare del postmodernismo, infinitamente lunga (1106 pagine) e complicata come l’altra (Le perizie di William Gaddis), è un segnale incoraggiante e in controtendenza rispetto ai soliti de profundis sulla narrativa d’avanguardia, più in generale sulla letteratura di qualità, destinata secondo certi analisti a soccombere contro l’IA, nell’indifferenza di lettori ormai disillusi o influenzati da giovani tiktoker. Il romanzo è morto, si legge ogni tanto su riviste, social, forum di vario genere. La verità è che a morire sono i romanzieri bravi, non il romanzo. Lo scorso 2 aprile è toccato a John Barth, l’uomo che insieme a William Gaddis il postmodernismo nordamericano lo ha inventato e insegnato a generazioni di altri autori, da Barthelme a DeLillo, da Foster Wallace a Vollmann. In quanti dalle opere di Barth hanno attinto, copiato, cut-uppato alla maniera di William Burroughs? Pynchon scrisse Mason & Dixon pensando a questo libro. E quando lo ultimò, mandò a Barth una copia con la dedica. 

Il coltivatore del Maryland – Sot-Weed Factor – edito in questi giorni da minimum fax con la traduzione di Luciano Bianciardi e una dettagliata prefazione di Giordano Meacci, uscì la prima volta negli Stati Uniti nel 1960, e una seconda volta, riveduto e corretto, nel 1967. Barth non era nuovo a certe ripetizioni, fece lo stesso con L’opera galleggiante, il suo romanzo più noto. 

La storia, ambientata tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti del diciassettesimo secolo, è una portentosa satira sull’umanità in generale e sulla vanità degli scrittori. Il bersaglio preferito da Barth è la letteratura picaresca di Sterne e Fielding; la poesia di Boccaccio, quella più metafisica di George Herbert e John Donne, autori come Smollett e Dickens. Raccontare la trama sarebbe impossibile e inutile, anche perché la sua magnificenza va colta negli anfratti incidentali dell’intera questione, soffermandosi sulle gag, i giochi linguistici e su come Barth si diverta nei mille siparietti a scardinare ogni convenzione letteraria prendendosi beffa perfino dei lettori. I tre protagonisti principali sono Ebenezer Cooke (personaggio realmente esistito, autore di “The Sotweed Factor, or A Voyage to Maryland, A Satyr”, da molti considerata la prima satira americana), la sorella gemella Anna e Henry Burlingame, un tempo precettore e corteggiatore di entrambi. 

Ebenezer è uno studente svogliato e stralunato, fiero della propria verginità che difende dalle avances di uomini e donne “Per me la mia castità è più importante della stessa vita”, senza nessuna vocazione, ma stregato dalla poesia. Spedito dal padre a governare una piantagione di tabacco nel Maryland, sulle rive del fiume Choptank, Ebenezer si autoproclama “Poeta Laureato” e immagina di essere incaricato di scrivere una epica “Marylandiade”. Il viaggio a bordo del Poseidone è un’Odissea metaforica dai tanti significati, il passaggio dall’idealismo giovanile al disincanto dell’età adulta, dall’immagine edulcarata di un’America generosa e accogliente all’inganno di un paese ostile e spietato. Tra complotti politici, equivoci da commedia dell’arte, arzigogolati scambi di identità “Il mondo è un gomitolo intricato, e ci son più nodi di quel che tu credi”, il Poeta Laureato rimane coinvolto in mille avventure, rapito dai pirati e gettato in mare, catturato da nativi e minacciato di morte, scopre un diario segreto delle avventure di John Smith e Pocahontas, aiuta Henry Burlingame a ricercare la verità sulle sue origini. Barth alterna barocchismi a volgarità, analisi filosofiche a battute sul sesso e la diarrea, mescola la critica sociale con elementi di umorismo nero. L’incontro nelle prime pagine con la prostituta Joan Toast che si fa portare a letto mentre lui si rifiuta di pagarla perché si è innamorato, è esilarante. Tutta la storia lo è,  ma è pervasa anche da un sentimento di innocenza misto di malinconia. 

Il coltivatore del Maryland è un romanzo che esplora la dimensione tragica di un’innocenza in cui si riflettono tutte le ambiguità morali della società americana, dalla mitizzazione della nascita della nazione e delle sue figure eroiche, alle ipocrisie e agli inganni del colonialismo. È questa la finestra sul mondo che Barth apre ai suoi lettori, il dietro le quinte serio mascherato dai frizzi e dai lazzi di paradossi, anacoluti e versi spezzati. Quando ho chiuso il libro ho pensato che Il coltivatore del Maryland fosse la cosa più vicina a Don Chisciotte che avessi letto. Pur non essendo un simbolo della nobiltà perduta e della ricerca del suo significato, come l’antieroe di Cervantes Ebenezer riflette sull’illusione e sulla verità, si confronta con l’assurdo, con le contraddizioni della propria esistenza e delle proprie azioni. Don Chisciotte è un romanzo postmoderno? Non in senso stretto, ma ha aperto una strada. 

Angelo Cennamo

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