CAVALLI ELETTRICI – Shannon Pufahl

Shannon Pufahl è cresciuta nelle campagne del Kansas. Come tanti scrittori americani ha un curriculum abbastanza variegato: barista, autrice musicale freelance, poi docente alla Stanford University. “Cavalli elettrici” è il suo primo romanzo. Edizioni Clichy, editore attentissimo ai nuovi fermenti d’oltreoceano – “Nomadland” di Jessica Bruder è stato uno dei migliori colpi del 2020 – lo ha portato in Italia con la traduzione di Giada Diano. 


È una storia diversamente western, ambientata nel secondo dopoguerra tra il Kansas e la costa californiana. I protagonisti sono due giovani coniugi e il fratello di lui. Quello tra Lee, Muriel e Julius non è esattamente un triangolo ma tra Muriel e suo cognato c’è una strana alchimia fatta di pensieri sconci, di sguardi furtivi, di parole non dette. 
Muriel è il personaggio più interessante del libro: lavora in una tavola calda fuori San Diego, frequentata da ex fantini e allenatori. Muriel sente le loro conversazioni, prende appunti, e nei giorni liberi, all’insaputa di Lee, corre a scommettere all’ippodromo di Del Mar. La vita segreta di Muriel, le sue puntate vincenti, le inquietudini che ha ereditato dalla madre, donna travagliata che ha avuto diversi amanti, occupano la prima parte del romanzo, la più promettente. Personaggio speculare a quello di Muriel è il cognato Julius, uno sbandato, un uomo infido, attratto da Muriel ma innamorato di Henry, un baro che ha conosciuto in un casinò di Las Vegas. 

“Cavalli elettrici” è una storia di bugie e di scommesse. Le esistenze di Muriel e di Julius – Lee rimane più sullo sfondo – sono governate dall’azzardo e dalla menzogna. Per almeno cento pagine il romanzo è perfetto: la Pufahl sa scrivere, i luoghi della storia, dal Kansas all’Ovest passando per Tijuana, sono uno scenario meraviglioso, vibrante, evocativo; le vicende ambigue di Muriel e di Julius, un propellente ben calibrato. Poi però la storia diventa inspiegabilmente lenta, prende direzioni incompatibili col nucleo centrale del plot, le tracce aumentano, si aprono nuove scene nelle quali entrano ed escono decine di altri personaggi ininfluenti, che distraggono il lettore dal senso del racconto. E allora si ha la sensazione che il romanzo imploda come un castello di carte – troppe – messe senza criterio una sull’altra, fino a che l’azzardo (quello della Pufahl ) non si risolve in un bluff smascherato.

 
Peccato, “Cavalli elettrici” poteva essere un capolavoro, le premesse c’erano tutte: l’inseguimento del sogno, il viaggio dal Midwest alla California, il sobborgo della “Revolutionary road” di Richard Yates, i tradimenti, il gioco, la perdizione. Ma la Pufahl ha voluto strafare, aggiungendo pezzi e divagazioni che hanno allargato la storia senza misura, rovinandola. 

Angelo Cennamo

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SOGNI DI BUNKER HILL – John Fante

La Los Angeles di Arturo Bandini è una città in fermento, brulicante di uomini d’affari e aspiranti artisti. Hollywood, una miniera d’oro per sceneggiatori e soggettisti. John Fante si è guadagnato da vivere scrivendo soprattutto per il cinema, attività che lui giudicava un ripiego, utile, a volte necessario, ma un surrogato della più nobile arte della letteratura ”John dovrebbe  limitarsi a scrivere libri. Scrivere dei film, per quello che ne so, è uno spreco di talento e di tempo. Anche se ora il salario del cinema ci fa comodo” dirà la moglie Joyce a un editore amico di suo marito.

“Sogni di Bunker Hill”, l’ultimo romanzo, dettato a Joyce da un Fante ormai cieco e con entrambe le gambe amputate per via del diabete, racconta proprio le prime esperienze nel mondo della celluloide del giovane Bandini, arrivato a Los Angeles dal Colorado in cerca di fortuna. Bandini è una simpatica canaglia, un provincialotto goffo e sfacciato, animato da grandi speranze. Trova alloggio in un alberghetto di Bunker Hill gestito dalla signora Brownell, una vedova più anziana di sua madre, con i capelli bianchi e la dentiera. L’attempata signora Brownell non ha esattamente i tratti della giovane e sensuale Camilla Lopez di “Chiedi alla polvere”, ma Arturo se ne innamora e ci finisce a letto. È riuscito a strappare un contratto alla Columbia, che lo paga profumatamente per non scrivere nulla, nel frattempo si gode la vita curiosando tra colleghi e aspettando la grande occasione per debuttare finalmente come romanziere. Che ci vuole, basta trovare una frase giusta, poi una seconda, una terza e il resto viene da sé. Ma la strada è irta di ostacoli e piena di sorprese, non tutte piacevoli. Troppo facile illudersi, caro Bandini. Il ritorno in Colorado, dalla sua famiglia, con gli stessi pochi dollari che aveva in tasca quando era partito per Los Angeles, ha le tinte del neorealismo di certi film di De Sica: il padre italiano che sotto la neve accoglie il figliol prodigo rioffrendogli quello che un tempo fu il suo paltò; la madre piangente che porta in tavola le lasagne, i fratelli intorno a fargli mille domande sui divi del cinema, e Arturo che finge di conoscerli tutti manco si trattasse dei suoi migliori amici. 

“Sogni di Bunker Hill”, uscito nel 1982, come gli altri romanzi della saga di Bandini ha una forte impronta autobiografica. È un bel romanzo ma una spanna sotto i due capolavori di Fante: “Chiedi alla polvere” e “La confraternita dell’uva”, che hanno venduto decisamente più copie di questo. Né ha riscosso la popolarità di “Full of life”, l’opera di maggiore successo del Fante ancora in vita, al quale però l’autore non sembrava particolarmente legato “Full of life è stato scritto per soldi. Non è un romanzo molto bello”. 

Quando John Fante morì, l’8 maggio del 1983, all’età di 74 anni, pochi mesi dopo la pubblicazione di “Sogni di Bunker Hill”, negli Stati Uniti quasi nessuno si ricordava più di lui.

Angelo Cennamo

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C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD – Quentin Tarantino

Uma Thurman e John Travolta che nei panni di Mia Wallace e Vincent Vega ballano un twist sulle note di “You can never can tell” di Chuck Berry. È la scena più nota di “Pulp fiction”, il film che nel 1994 – nel 1992 l’esordio con “Le Iene” – consacra Quentin Tarantino tra i registi più famosi e strapagati del pianeta.

“C’era una volta a…Hollywood” arriva nelle sale cinematografiche venticinque anni dopo “Pulp fiction” e a distanza di qualche mese Tarantino ne fa uscire una versione romanzata, sovvertendo una vecchia prassi che vuole i film tratti dai libri e non il contrario.  Quando scrivo queste poche righe non ho (ancora) visto il film con Brad Pitt e Leonardo Di Caprio; la cosa non mi dispiace, potendo parlare del romanzo più liberamente, senza condizionamenti, soprattutto senza sapere quanto il racconto scritto sia fedele o meno al film. La storia è ambientata alla fine degli anni Sessanta e del cast – parola quanto mai appropriata – fanno parte due protagonisti e altrettante seconde linee. Vediamoli.

Rick Dalton è una vecchia gloria del cinema costretta ad accettare un ruolo di prim’attore in uno spaghetti western diretto da Sergio Corbucci – “il secondo miglior regista di spaghetti western del mondo”, gli dice il nuovo impresario Marvin. Rick è un tipo alla buona, un po’ retrò, vissuto all’ombra di Steve McQueen.

Cliff Booth è la sua spalla, la sua controfigura. A dirla tutta, Cliff “è stato” la sua controfigura; sì perché, da quando sul set de “Il calabrone verde” diede una bella lezioncina di karate nientemeno che a Bruce Lee, la collaborazione tra Cliff e Rick si è ridotta al ruolo di autista e poco altro. Gli altri due personaggi del libro sono Sharon Tate, un’avvenente autostoppista che se n’è andata dal Texas sognando di diventare un’attrice, e Charles Manson, un ex detenuto con ambizioni da rockstar. Ma accanto a questi quattro protagonisti ce n’è un quinto, un po’ defilato sullo sfondo, è il vicino di casa di Rick: Roman Polanski. Rick lo vede entrare e uscire dalla sua villa a bordo di una fuoriserie; “La vita è troppo breve per non guidare una spider” è la migliore battuta pronunciata da Polanski, la leggiamo a poche pagine dalla fine. 

Più che un romanzo “C’era una volta a Hollywood” è un saggio sul cinema mascherato da fiction. Tarantino si diverte a raccontare aneddoti, alcuni realmente accaduti, altri meno – il libro è pieno di nomi di attori e attrici, titoli di film, di canzoni – mescolandoli alle vicende dei suoi personaggi. Il risultato è decisamente apprezzabile, per quanto l’autore abbia, come dire, giocato in casa; la prova del nove l’avremo col secondo romanzo, semmai Tarantino dovesse pubblicarlo. Non stupisce che il ritmo del racconto sia cinematografico, a mo’ di sceneggiatura, con sequenze molto evocative. La scrittura di Quentin Tarantino ricorda quella di Joe Lansdale: veloce, tagliente, battute fulminanti. Rick e Cliff non saranno Hap e Leonard ma la simpatia è la stessa. Provaci ancora, Quentin.    

Angelo Cennamo

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LA LUNA E I FALÒ – Cesare Pavese

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”.


“La luna e i falò” Pavese finì di scriverlo nel novembre del 1949. Pochi mesi dopo, il 27 agosto del 1950, si sarebbe tolto la vita in una camera d’albergo di Torino. Tracce della sua lunga gestazione, oltre un decennio, le ritroviamo per esempio ne “Il mestiere di vivere”, il diario, l’opera intima e senza filtri del più americano degli scrittori italiani – l’America (la California e il Nuovo Messico) si insinua anche in questo racconto attraverso i numerosi ricordi del protagonista, flashback che si alternano alla vicenda del ritorno in patria in un infinito rincorrersi tra passato e presente. “La luna e i falò” è probabilmente il punto più alto della narrativa pavesiana, la summa di una produzione legata soprattutto alla descrizione dei luoghi – le Langhe piemontesi con le sue mille contrade – e agli echi della guerra, mondiale e civile, appena terminata. Più che una trama, il romanzo si presenta come un viaggio dantesco – il riferimento alla “Divina Commedia” fu voluto dall’autore – che “Anguilla”, questo il nome della voce narrante, compie nelle campagne dove aveva vissuto da ragazzo con l’amico Nuto (Virgilio). Anguilla è un trovatello, Pavese usa la parola “bastardo”, la sua identità è vaga, la geografia incerta: il ritorno alle origini non può appianare quello sradicamento che lo ha accompagnato dall’infanzia alla trasferta negli Stati Uniti. Tutto il libro è percorso dalla contraddizione tra lo straniamento e il desiderio di rivedere casa (quale casa?). Ed è proprio questa contraddizione a rendere Anguilla un personaggio interessante, alla stregua del Merasault de “Lo straniero” di Albert Camus. Attraverso gli occhi e la voce di Anguilla il lettore accede ad un microcosmo di storie contadine (amori, amicizie, tragedie e superstizioni) che valicano qualunque confine: le Langhe di Pavese non sono così diverse dal Kentucky di Chris Offutt o dagli Appalachi di Ron Rash. “Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo”. Avevo letto per la prima volta “La luna e i falò” ai tempi del liceo; a distanza di molti anni l’ho ritrovato in splendida forma. “Invidio Pavese, la sua capacità di sondare l’italiano fino in fondo” Jhumpa Lahiri.

Angelo Cennamo

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ESTATE – Ali Smith

Grace Greenlaw ha due figli: Robert e Sacha, e un ex marito che vive nell’appartamento accanto al suo con una nuova fidanzata ventenne (Ashley). I Greenlaw sono una moderna e allargata famiglia inglese al tempo della pandemia e della Brexit. Grace ha votato per uscire dall’Europa. Suo marito per rimanerci, ma poi è stato lui a chiedere il divorzio e ad andare via. Si fa per dire. Parte da qui il quarto ed ultimo capitolo della quadrilogia che Ali Smith ha dedicato alle quattro stagioni dell’anno, esperimento letterario quasi unico al mondo: in Italia Luca Ricci ha in corso un’operazione simile. “Estate” non è un vero romanzo, piuttosto un collage di storie sconnesse tra loro che però ritrovano un filo comune nel senso della diversità e nell’andirivieni di un tempo che cancella ogni cosa lasciandoci poche orme, suggerendoci un percorso. È questo il sentiero che la Smith ha scelto di percorrere, mescolando l’attualità alla storia – la vicenda familiare dei Greenlaw si alterna a quella dei campi di prigionia inglesi negli della seconda guerra mondiale. La vita dei Greenlaw è sconvolta dalla comparsa di altri due personaggi, i non-compagni Art e Charlotte. È la cifra di tutti i libri di Ali Smith: gli incontri salvifici. Robert, il figlio mezzo matto di Grace, e fan accanito delle politiche nazionaliste di Boris Johnson, rimane folgorato dalla bellezza della trentenne Charlotte, ma ha solo tredici anni. Ecco il tempo, che separa, illude, comprime, e aggiunge altri protagonisti del passato: i più noti Einstein e Shakespeare, la meno conosciuta Lorenza Mazzetti, autrice del romanzo “Il Cielo che Cade”, ma anche direttrice del Teatro delle Marionette di Roma e fondatrice insieme a Lindsay Anderson, Tony Richardson e Karel Reisz del movimento cinematografico Free Cinema nell’Inghilterra degli anni Cinquanta. La destrutturazione applicata da Ali Smith non è sragionata ma guidata da una simmetria del divenire che spilla ogni storia ad un’altra. Graffette immaginarie per un libro da leggere nelle righe e tra le righe. “Estate” potrà risultare un testo difficile, a tratti dispersivo, ma è un’iniezione di fiducia per chi sospetta che la narrativa abbia già dato il meglio di sé.

Angelo Cennamo

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BOBI – Roberto Calasso

“Faremo solo i libri che ci piacciono molto”.
La vita di ognuno è fatta di incontri, incontri avvenuti, più spesso mancati. Quello avvenuto nella Roma del boom economico tra Roberto Calasso e Roberto Bazlen ha cambiato la vita di entrambi e il volto dell’editoria italiana. Roberto Bazlen, per tutti “Bobi”, nacque a Trieste nel 1902 e morì a Milano nel 1965. Fu amico di Debenedetti, Solmi, Moravia. Amò la narrativa di Kafka e quella di Svevo, “il più moderno degli scrittori italiani”. In vita non pubblicò nulla; nel suo necrologio, Eugenio Montale lo definì “semplicemente un uomo a cui piaceva vivere negli interstizi della cultura e della storia”. Il nome di Bazlen è legato soprattutto alla nascita della casa editrice Adelphi. Questo libricino di appena 86 pagine, che ho divorato in una notte di fine luglio, vuole essere una testimonianza e un tributo all’amico, all’intellettuale, al co-fondatore. Calasso muore lo stesso giorno in cui l’Adelphi, la sua Adelphi, lo manda in libreria. Appunti, ricordi, segreti, suggerimenti – “Se vuoi leggere il più inquietante demoniaco libro di tutta la letteratura universale, fatti venire Die Blendung [Autodafè] di Elias Canetti”- di un uomo che in punta di piedi, tra stenti e illusioni, ha attraversato la parte migliore del Novecento, e costruito con un manipolo di sognatori come lui un pezzo pregiato della nostra editoria.

Angelo Cennamo

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TELEFONO – Percival Everett

Zack Wells insegna geologia in un college di Los Angeles. Ha una moglie (Meg) e una figlia (Sarah) quasi adolescente, abile giocatrice di scacchi. Zack può dirsi un uomo felice: cosa gli manca? Eppure una strana inquietudine sembra attraversarlo fin dalle prime pagine di questa storia, che inizia a dipanarsi con un misterioso ritrovamento: in una delle tasche della giacca che ha appena acquistato su ebay, Zack scopre un biglietto con su scritto “aiutami” in spagnolo. Che significa? A chi è rivolta quella richiesta? Uno stupido scherzo? Negli stessi giorni la vita di Zack viene sconvolta da una notizia improvvisa che riguarda sua figlia, la sua unica figlia. Sono queste le due tracce principali di “Telefono”, l’ultimo romanzo di Percival Everett che nel 2021 ha sfiorato il premio Pulitzer, in Italia edito da La Nave di Teseo con la traduzione di Andrea Silvestri. La storia di Zack, raccontata in prima persona dal protagonista, è perlopiù un resoconto smarginato, nella migliore tradizione di Everett – ricordate “Percival Everett di Virgil Russell” o il più recente “Quanto blu”? – fatto di episodi e sottotrame apparentemente scollegati tra loro, a tratti inutilmente lunghi (la studentessa che cerca di sedurlo, la collega poco considerata dal Rettore, la protesta degli studenti di colore che Wells decide di ignorare nonostante sia anche lui di colore – particolare che scopriamo solo a pagina 92, un classico nella bibliografia del nero per caso Everett). Ma il genio dell’autore non perde smalto, si tiene a galla seguendo nuovi tornanti, primo fra tutti l’idea – prodigiosa – di scrivere non una ma tre versioni del libro, leggermente difformi una dall’altra a seconda della copia acquistata. Un trucco? Non direi. Ritorniamo però alla – alle – vicenda – vicende – del professor Wells. In Italiano Wells si traduce pozzi, cavità; non è un caso: di fronte al proprio dramma familiare, il nostro Zack reagisce fuggendo da se stesso e dai luoghi in cui vive per rintanarsi in una caverna del Gran Canyon prima, e nel deserto del New Mexico poi. Il grido d’aiuto contenuto in quel biglietto non era uno scherzo. Zack decide di ascoltarlo, assecondarlo, e con un po’ di fortuna riesce a seguire la pista giusta, dando così un senso alla tragedia che lo sta schiacciando. Leggere Percival Everett è come saltare nel buio: occorre fidarsi, lasciarsi condurre senza fare tante domande. “Telefono” è un grande romanzo con qualche imperfezione legata al ritmo: la vicenda dolorosa di Sarah in alcuni passaggi centrali può risultare noiosa e trascinata per le lunghe, ma è poco più di un dettaglio all’interno di una narrazione che nel complesso rimane vivace, colta, introspettiva, variegata, di ampio respiro.

Angelo Cennamo

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INFINITE JEST COMPIE 25 ANNI

Lo scherzo infinito di David Foster Wallace compie 25 anni. Quando uscì negli Usa, il 20 luglio del 1996, Wallace aveva già pubblicato due libri importanti: nel 1987 “La scopa del sistema”, la rielaborazione in forma di romanzo della tesi di laurea in filosofia, nel 1989 “La ragazza dai capelli strani”, la raccolta di racconti che lo aveva consacrato tra gli astri nascenti della nuova letteratura americana. 

Pietra miliare del realismo isterico o, se preferite, del massimalismo argomentativo, “Infinite jest” non è solo uno dei romanzi più significativi del postmodernismo americano, ma un affresco a volte esilarante a volte feroce della società dell’intrattenimento e di un’umanità votata a qualunque forma di dipendenza. Un libro impegnativo – non alla portata di tutti, più citato che letto – che richiede uno sforzo di concentrazione maggiore rispetto alla media sia per i contenuti che per la mole – nella versione italiana pubblicata da Einaudi 1280 pagine con circa 400 note a margine, parte integrante del testo – ma dopo averlo affrontato in ogni sua piega, dopo averlo amato e odiato, dopo essere stati tentati di abbandonarlo magari a pagina 30, vi ritroverete lettori migliori e orfani di una letteratura che non ha eredi. 

Angelo Cennamo 

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VECCHIE CONOSCENZE – Antonio Manzini

Non è semplice incontrare Antonio Manzini se non gli sei amico o se con lui non hai rapporti di collaborazione o di lavoro. Manzini è un eremita, vive rintanato in una specie di ranch nella campagna romana, tra cani e cavalli. Legge, scrive, poco altro. La promozione del nuovo libro passa attraverso sei, sette al massimo, appuntamenti programmati con l’editore, sempre lo stesso: Sellerio. Manco a dirlo, il SalerNoir Festival era uno di quelli concordati per il 2021. Un’occasione più unica che rara. Manzini. Proprio lui, il papà di Rocco Schiavone. Nella dedica che mi ha fatto al ristorante, nel corso della cena, ha scritto testuale: “Per Angelo. D’altronde…”. Chi conosce il manziniano sa che questa parola, “d’altronde” o “daltrondismo”, fa parte del suo repertorio di intrattenitore, di One-man-show. Sì perché Manzini, quando presenta i suoi romanzi, nelle sei o sette date che gli vengono imposte in un anno, non una di più, non ha bisogno di interlocutori o relatori: fa tutto da sé. Parla del più e del meno – mai del libro. Ricorda il maestro Camilleri, cita il suo editore, racconta le gag con l’attore Marco Giallini, ride e fa ridere chi gli sta intorno, svela, torna serio, fa lunghe pause alla Celentano, guarda nel vuoto, simula timidezza, si incupisce, poi esplode in un sorriso. D’altronde. E che vor dì? D’altronde è una supercazzola di sole tre sillabe che serve a disorientare l’assillante di turno, il polemico, il contestatore che cerca sponde, il rompicoglioni. D’altronde è la parola magica per farla finita, per non dare adito, per sviare, per assecondare senza dire di sì e senza dire di no. “Vecchie conoscenze” di una lingua che si adegua, ammicca, scardina. Mm. E se ci fossero parole migliori? Sticazzi.

Angelo Cennamo

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PANICO – James Ellroy

James Ellroy picchia sui tasti di una vecchia macchina da scrivere: non ha pc, non ha internet, neppure un telefono cellulare. Sua madre fu assassinata quando lui aveva dieci anni. Era il 1958. Il tempo del romanziere è fermo a quel giorno: tutte le vittime sono sua madre, l’America degli anni Cinquanta è la scena del delitto.  “Ho trascorso ventotto anni in questo buco infernale. Ora mi dicono che scrivendo le memorie delle mie disavventure potrei uscirne”. A parlare è Freddy Otash. Freddy è un poliziotto corrotto, poi un investigatore privato esperto in estorsione, che tiene in pugno mezza Hollywood. Freddy Otash è un uomo morto. Morto nel ’92. “Faccio di tutto tranne l’omicidio. Lavoro per chiunque tranne i comunisti.”
La gente è avida di notizie, vuole conoscere segreti e vizi dei vip: politici, star del cinema, giornalisti, sbirri – “L’America non è mai stata innocente” – Otash spia, ricatta, e spiffera tutto al “Confidential”. Nel tritacarne finiscono tra gli altri John Kennedy, Marlon Brando, Rock Hudson, James Dean – personaggio che Ellroy ha sempre disprezzato: “Mi sono divertito a pisciarci sopra” ha raccontato in un’intervista. “C’è il Peccato e il Perdono, stronzi. Non c’è nient’altro”, è una delle mille frasi da sottolineare. Una notte di capodanno Freddy Otash incontra Liz Taylor. Occhio a questa sequenza, da sola vale il prezzo del romanzo: “Liz allungò un braccio sullo schienale del divano. Il vestito scese più giù del reggiseno. Ci fissammo negli occhi e il resto della stanza scomparve… Ci mettemmo nudi. Eravamo ben fatti: lei aveva un paio di tette stratosferiche, io una dotazione da rovinafamiglie. Eravamo il meglio assoluto a Los Angeles, intorno al ’53”. Si intitola “Panic”, “Panico” nella versione italiana, l’ultima storia che il Dostoevskij americano ha dato in pasto agli avidi lettori di crime. Leggere Ellroy è faticoso: ritmo vertiginoso, frasi brevissime, molti punti, qualche virgola di tanto in tanto, un miliardo di personaggi che entrano ed escono dalla storia. L’amore di Otash per “Pertica”, un transessuale che sfiora i due metri, poco più che adolescente, e che gli consente solo pomiciate, è una delle tracce più interessanti. Otash che ingolla Old Crown, Otash devastato di dexedrine, Otash che ha perso il senso del limite, Otash che arresta l’insopportabile James Dean “era di qualche posto del cazzo dell’Indiana”. “Panico” dà la sensazione di somigliare ad altri romanzi di Ellroy, ma è solo una sensazione: prestando la giusta attenzione nella lettura (non è facile) vi renderete conto che si discosta dal resto della sua produzione per struttura (essenzialmente una commedia), per lingua – oscena e tagliente come sempre, ma più colta, ricca di allitterazioni – per senso dell’humor. Insomma siamo distanti da opere come “American Tabloid” o “Perfidia”, “Panico” è piuttosto un libro religioso oltre che satirico: la cornice della storia è il purgatorio, il protagonista un peccatore alla dannata ricerca di redenzione.

Angelo Cennamo

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