SPORTSWRITER – Richard Ford

Sportswriter - Richard Ford

Ha raccontato una volta Richard Ford che certe sue intuizioni lui le annota su un taccuino. Appunta frasi, sensazioni, e le tiene lì ferme, in attesa di collocarle in un romanzo che non esiste. Eccone una “Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro”. Chissà, mi sono chiesto quando l’ho letta, se Ford questa frase aveva pensato di scriverla proprio per Sportswriter il primo dei libri che raccontano la vita di Frank Bascombe, il suo Grande Romanzo Americano diluito in uno dei più straordinari cicli letterari che siano mai stati pubblicati tra il Texas e il Maine.   

“Mi chiamo Frank Bascombe. Faccio il giornalista sportivo” Inizia così la storia dell’everyman uscito dalla penna di Ford, l’americano medio che il Paris Review ha definito “uno dei più memorabili protagonisti dei nostri tempi”. Bascombe ha scelto di vivere sulla costa del New Jersey, nella piccola e anonima città di Haddam, lontano dal frastuono della Grande Mela: di notte New York può diventare una città devastante per un uomo solo. Ha alle spalle un matrimonio finito con X – ma la vita è lunga, Frank  “È possibile amare una donna, e nessun’altra, e non vivere con lei e non vederla” – due figli, e un terzo, Ralph, morto bambino con la sindrome di Reye. A soli venticinque anni, il nostro antieroe ha abbandonato una promettente carriera di scrittore per fare il giornalista sportivo. Perché? Mancanza di ispirazione “avevo perso il mio senso dell’anticipazione. L’anticipazione è il dolce dolore di chi sa cosa verrà dopo: è un imperativo per ogni vero scrittore…scrivere di sport garantisce il metodo più facile per placare la sofferenza dell’anticipazione”. Fare il giornalista sportivo più che al mestiere dello scrittore somiglia a quello dell’uomo d’affari, al commesso viaggiatore, di quelli che c’erano una volta. Ma per Frank non è affatto una retrocessione. Il suo periodo di offuscamento è “difficile dire che cosa è la causa di che, perché, in fondo, tutto è la causa di tutto” lo divide tra il lavoro, gli amici del Club Dei Divorziati e la nuova fidanzata Vicki, la giovane infermiera che sa tenergli testa e mandarlo kappao quando meno se lo aspetta. Frank è un uomo saggio e navigato. A pag. 139, l’amaro disincanto raggiunge vette narrative altissime: “Ho smesso di cercare di conoscere chiunque altro da dentro, di essere dentro di lui perché tanto non può funzionaresono anche diventato meno austero e meno scrittore serio; mi preoccupo molto meno della complessità delle cose, guardo alla vita in modo più semplice e letterale…A me piace considerarmi un letteralista. Qualsiasi cosa ci capiti, sarà, alla lettera, quel che ci capita, quando ci capiterà.  Io cerco solo di sistemare tutto meglio che posso, secondo le mie abilità”. Grande lezione di vita e grande lezione di letteratura. Le perle di saggezza di Bascombe – nel romanzo ce ne sono tante – si mescolano al talento di Ford perché i due sono praticamente la stessa persona, come Zuckerman e Philip Roth  “Se scrivere di sport insegna qualcosa è che se si vuole che la vita abbia qualche valore, bisogna essere preparati ad affrontare, presto o tardi, l’evenienza del rimpianto più terribile e amaro. E bisogna essere capaci di sfuggirvi, perché se no si corre il rischio di rovinare la propria esistenza”. Frank è riuscito a fare entrambe le cose: ha affrontato il rimpianto, ha evitato la rovina ed è ancora qui a raccontarlo “Quando le cose vanno male, dò il meglio di me. Con il successo, peggioro”. La parte finale del romanzo è occupata dal racconto di una lunga e tormentata giornata di Pasqua – i giorni di festa di Bascombe, specialmente il 4 luglio, sono sempre complicati – durante la quale al protagonista della storia accade di tutto “Il fatto è, Frank, che quando diventiamo adulti tutto d’un tratto diventiamo la cosa che si vede, non siamo più quelli che la vedono”, gli dice Walter, l’amico del Club Dei Divorziati, che dopo avergli confidato di aver perso la testa per un uomo, si lascia risucchiare nel tragico vortice della depressione. Gli sarebbe bastato chiamare una puttana da cento dollari, pensa Frank, e sarebbe andata diversamente. Questione di feeling.

Angelo Cennamo               

 

 

 

 

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NAPOLI FERROVIA – Ermanno Rea

 

Napoli ferrovia - Ermanno Rea

 

Pochi scrittori hanno saputo raccontare Napoli come Ermanno Rea: Curzio Malaparte, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Matilde Serao. Non me ne vengono in mente altri. Ho letto Napoli Ferrovia – romanzo uscito nel 2007- sulla scia di Mistero napoletano il capolavoro di Rea, che con La dismissione completa una trilogia unica nel suo genere per realismo, poesia e denuncia sociale. La Napoli di Rea non è la città panoramica e solare della canzone melodica, e neppure quella efferata della gomorroide di Roberto Saviano. E’ prima di ogni altra cosa un luogo dell’anima dove l’autore ritorna, forse malvolentieri, per ritrovare i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza, i vecchi amici scomparsi, e i segni di un riscatto che non è mai arrivato. Napoli non è cambiata affatto questa è una città che inghiotte, metabolizza fingendo di farsi essa stessa straniera via via che integra lo straniero, lo divora.

Ma perché Rea, come tanti altri intellettuali ed artisti della sua generazione, ad un certo punto della vita decide di andare via da Napoli? Volli sperimentare anch’io il distacco dalla matrice, da vivere insieme come perdita lacerante, certo, ma anche come maturazione e conquista di libertà.

Con Napoli ferrovia il ritorno si materializza con la strana amicizia tra un giornalista ottantenne e Caracas, un naziskin di origini venezuelane che detesta l’America e il capitalismo occidentale, e che ha da poco abbracciato la fede islamica. Un uomo non cresciuto del tutto, un sognatore. Il suo regno è il pianeta Ferrovia anche se una casa vera e propria non ce l’ha. Caracas è una miniera di storie, un appassionato di dolore altrui, amico di prostitute e immigrati di qualunque razza e provenienza, per questo lo chiamano il Cristo della Ferrovia.

Piazza Garibaldi, a Napoli, è un crocevia di mille etnie diverse, il suo doloroso e degradato melting pot richiama quello di altre metropoli del mondo, dal Maghreb al Brasile. Con Caracas il vecchio giornalista se ne va in giro a sbucciare la città come una mela per le strade più inquinate e malfamate. Con lui scende all’inferno per ritrovare le sue origini e visitare quei luoghi dove non avrebbe mai avuto il coraggio di inoltrarsi da solo.

Caracas a Napoli c’era arrivato all’età di sedici anni, con sua madre. Era un ragazzo pieno di ambizioni, di progetti, che aveva studiato l’arte e la grafica pubblicitaria. Ma dov’era la Napoli, la città-sogno, il luogo accogliente ed ingenuo che gli avevano raccontato? Dov’erano le brezze profumate, il mare portato dal vento sin nelle case e nei bar? Napoli era un trionfo di miasmi.

I due amici si ritrovano puntualmente a piazza Dante per perlustrare vicoli, piazze e quartieri del centro storico, ma anche per guardarsi dentro e conoscersi meglio: il giornalista nostalgico, la vecchia cariatide comunista col mito della Ragione, e il naziskin fascistoide che non ama la parola “comunismo” e neppure la parola “democrazia”, che crede nel potere della forza e che arriva a negare l’olocausto degli ebrei, a dire che le camere a gas non sono mai esistite. Giri infiniti tra palazzi anneriti dal traffico, raccontandosi aneddoti e storie familiari, come quella di Rosa La Rosa, il grande amore perduto di Caracas, la ragazza sopraffatta dalla droga e senza scampo. Facile riconoscere nel corpo martoriato e sofferente di Rosa il corpo di Napoli, la città che Rea ama in modo viscerale ma che detesta anche per la troppa tolleranza e la sua infinita rassegnazione.

Il viaggio dei due amici si conclude a piazza Mercato, un tempo punto nevralgico della Napoli mercantile, luogo tra i più deturpati dalla guerra, poi dalla speculazione edilizia, infine dalla camorra. Tutto era cominciato in quella piazza con l’avviatissimo negozio di vernici del padre dello scrittore, l’amara suggestione di un tempo che non ritorna, e ultima narrazione di un libro totale, intenso, che non può lasciare indifferenti.

Angelo Cennamo

                       

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VIA GEMITO – Domenico Starnone

 

Via Gemito - Starnone

 

Tutte le volte che si parla di Domenico Starnone – scrittore e giornalista napoletano, premio Strega nel 2001 proprio con Via Gemito –  si va a parare sempre lì: sarà lui o non sarà lui Elena Ferrante? Fossi Starnone, a certi curiosi così insisitenti e scoccianti, che nella maggioranza dei casi non hanno letto né i suoi libri tantomeno quelli della Ferrante, risponderei alla maniera di Federì, il protagonista del suo romanzo. Direi loro: “Evvabbè, lo confesso: Elena Ferrante sono io, basta che la finite di romperocàzz“.

Che personaggio, Federì, ferroviere per necessità, pittore per vocazione, inchiodato all’insuccesso prima da un padre padrone poi da Rusinè, la moglie gretta e ignorante che gli fa fare solo brutte figure, e che al telefono risponde: “pront” senza la “o” finale. Hai voglia di spiegarle che deve dire “pronto”, perché da un momento all’altro potrebbe chiamare un gallerista importante o chissà chi. Federì la tormenta, le fa del male, Rusinè è il capro espiatorio dei suoi fallimenti, e lui è un uomo arrogante, manesco, geloso, possessivo, lo è con tutti, con lei e con i suoi figli. Nessuno deve contraddirlo, e chi osa farlo è nu strunzemmèrd, tutti strunzemmèrd compresi chilli sfaccìmm dei parenti di Rusinè, una banda di impiccioni scansafatiche buoni solo a portargli via i soldi.

La tragicomica famiglia di Starnone abita sul Vomero, in Via Vincenzo Gemito – lo scultore napoletano vissuto nell’Ottocento, al quale un’altra grande scrittrice partenopea, Wanda Marasco, ha dedicato il suo Il genio dell’abbandono – titolo dal sapore ferrantiano: che non sia proprio la Marasco Elena Ferrante. Siamo nella Napoli del dopoguerra, Federì e Rusinè faticano per sbarcare il lunario: mandare avanti quattro figli e una suocera col solo stipendio di ferroviere nun è ‘na pazziella. La casa è umida, manca tutto anche il mobilio. Federì si divide tra il suo vero lavoro e quello di artista, artista che non dipinge: “pitta”. Nature morte, paesaggi, ritratti di chiunque, anche dei suoi familiari, chilli strunz che non sono capaci di stare fermi un minuto quando si devono mettere in posa. Federì è un raccontaballe che ama vantarsi davanti ai figli e la moglie di amicizie mai coltivate e di mostre alle quali non ha mai partecipato. Eppure di occasioni per svoltare ne ha avute. Durante la guerra, per esempio, le truppe angloamericane lo avevano ingaggiato come interprete e scenografo al teatro Bellini. Quanti soldi che aveva guadagnato! Si era pure conquistato la stima di artisti internazionali: attori, registi, impresari. Federico, il tuo talento qui a Napoli è sprecato, gli dicevano tutti. Ma sarà poi vero? Stanco di vivere la sua passione nell’anonimato, Federì decide di camuffarsi da comunista per intrufolarsi negli ambienti giusti, quelli che ha sempre destestato. Lui, fascistone della prima ora, ora si atteggia ad artista radical chic di sinistra, prende la tessera del pci, disegna vignette per L’Unità e La Voce del Mezzogiorno. Qui il racconto di Starnone incrocia le storie di un altro romanzo famoso Mistero napoletano: gli anni, i luoghi, perfino alcuni personaggi sono gli stessi del capolavoro di Ermanno Rea. Federì arriva a conoscere pittori illustri del calibro di Renato Guttuso, così almeno dice lui, ma per quanto si dia da fare, resta fermo ai blocchi di partenza, lui il pittore ferroviere, senza una lira in tasca, con i soliti affanni e le frustrazioni di sempre. A raccontare la storia di Federì, le sue menzogne, la sua cialtroneria goffa e fantasiosa, è il figlio maggiore, Mimì. Il suo è un viaggio nei luoghi della Napoli di oggi, tra luci e ombre di un’infanzia piena di ricordi, delusioni e quadri ormai smarriti. Il finale malinconico di un romanzo travolgente che fa ridere, pensare e commuovere.

Angelo Cennamo

 

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IL MATRIMONIO DI FEDERICO

  

Il matrimonio di Federico

Caldo asfissiante. Afa. Alle quattro di pomeriggio, con 39 gradi all’ombra, arrivammo a via Cilea, sotto casa dello sposo. Le lamiere dell’Alfa Romeo di Colajanni erano roventi come una padella, e i sedili in pelle una vera tortura per i nostri corpi già martoriati dagli abiti della cerimonia. Colajanni indossava un fresco lana blu scuro su una camicia rigorosamente bianca. La cravatta a pois era in tinta con l’enorme pochette che gli usciva dal taschino, e ai piedi calzava i soliti mocassini neri. Lucidissimi. All’ultimo momento l’avvocato dovette rinunciare al panama perché in un gesto di stizza lo aveva lanciato fuori dal finestrino dopo essersi accorto di aver sbagliato strada mannaggiamòrt. Giulia, liberatasi della divisa di ordinanza – scarpette da tennis, jeans a zampa di elefante, maglietta stropicciata e capelli arruffati – aveva ritrovato l’eleganza dei primi tempi. Per la serata aveva scelto un tubino rosso scuro con una stola color panna. In macchina aveva tolto i sandali. Cercava disperatamente di refrigerarsi con un ventaglio di seta che si era premurata di mettere nella borsetta prima di scendere. In prossimità del palazzo, Colajanni mi indicò una cabina telefonica.

– Eccola –  Cosa? – La cabina telefonica. E’ da quella cabina che Federico ci annuncia i suoi disastri – Giulia scoppiò a ridere – Quali disastri, pà?  – I peggiori – disse l’avvocato, accendendosi la sigaretta, mentre con l’altra mano si passava il fazzoletto sulla fronte. – Poverino, non lo hai mai sopportato – Giulia non riusciva a comprendere l’avversione di suo padre per quello sciagurato di Federico. Era convinta che la sua fosse pura antipatia e che l’attività di studio, quella strana goffaggine, gli errori ripetuti e ripetuti ancora, la negligenza, a volte strafottenza, non c’entrassero nulla con le liti continue: Federì, nun ne è capito nu cazzo! Federì, ma che cumbin? Federì, ho detto ricorso non atto di citazione. Federì, hai dimenticato nata vota ‘a borsa in tribunale? Eccheccazzo!

– Vedi, Giulia – disse l’avvocato – Federico per me è una persona di famiglia. L’ho accolto nello studio come un figlio. Non è vero, Eduà? Ma se devo dirla tutta, la sua ostinazione per la professione mi ha sempre fatto incazzare. Glielo dico dal primo giorno: Federì, fai un concorso. Chiedi a tuo zio se ti prendono alla Sip. Niente da fare. Deve ringraziare il suocero che gli passa quelle quattro pratiche dell’Inps, se no, a quest’ora, stava fresco. – Sarà – disse Giulia – ma con lui sei troppo severo. Dovresti dargli più tempo, nessuno nasce avvocato –

Riuscimmo a parcheggiare proprio vicino al portone, tra un cassonetto straripante di rifiuti e il furgoncino di uno fruttivendolo. Salimmo in fretta per consegnare i regali prima che lo sposo si avviasse in chiesa. Colajanni aveva comprato un orologio svizzero, completamente d’oro, con i numeri romani. Io dei gemelli ed un fermacravatta. Federico, sarà stata l’emozione o forse il caldo, non so, ci venne incontro più rincoglionito del solito, sudato come un parcheggiatore abusivo sotto il sole di ferragosto. Tanto che Colajanni, dopo avergli fatto gli auguri, si strofinò il fazzoletto sul viso, manco avesse baciato una puzzola. Con molta fatica scartò i regali ricevuti, e visibilmente  commosso ci ringraziò con un altro bacio. Colajanni però stavolta riuscì a schivarlo.

– Forza forza, avviamoci che è tardi – disse l’avvocato, guadagnando l’uscita. Montammo di corsa in macchina e sfrecciammo verso S. Antonio a Posillipo dove di lì a poco si sarebbe tenuta la funzione. Mimmo grondava di sudore e suonava il clacson all’impazzata come se stesse correndo in ospedale con un ferito a bordo. Nonostante i lavori in corso per il rifacimento della carreggiata del primo tratto di via Orazio, arrivammo sulla collinetta di Posillipo in perfetto orario. Lasciammo le chiavi a un tizio col cappellino da marinaio  che tutti chiamavano ‘o barone, e ci avviammo verso la chiesa. Io e Giulia avanti, Colajanni un paio di metri dietro di noi. C’erano molte auto in sosta e la piazzetta era mezza piena.

L’avvocato preferì rimanere all’esterno. Attese la fine della messa appoggiato alla ringhiera della piazzetta fumando come un forsennato. Di tanto in tanto si avvicinava al sagrato per controllare a che punto fosse la cerimonia. Io e Giulia invece dovemmo soffrire stoicamente tra i primi banchi del santuario assieme agli altri invitati assiepati fino all’ingresso. Benedizione. Campane. Amen. Foto. Quando finalmente gli sposi uscirono, fu una liberazione per tutti. Colajanni si rimise immediatamente alla guida della sua Giulietta e, prima ancora che io e Giulia ci sistemassimo nell’abitacolo e chiudessimo per bene gli sportelli, sgommò verso il ristorante. Il peggio era passato.

Da Ciro a Marechiaro l’aria profumava di polpi all’insalata e di fritto di paranza. Il tavolo che ci avevano assegnato era nell’angolino più suggestivo della terrazza. Il tramonto ci sorprese all’improvviso – Finalmente respiriamo – disse Giulia, aggiustandosi i capelli con un fermaglio di madreperla. La brezza si fece piano piano vento e gli ombrelloni all’estremità della terrazza cominciarono ad ondeggiare.

Un’orchestrina prese a suonare uno vecchio swing americano e la terrazza di colpo si trasformò in una pista da ballo. Alla batteria riconobbi Marcello Calopresti, un vecchio compagno di università che non vedevo da anni. Federico conosceva Marcello? Forse era solo un caso. Suonavano pezzi americani molto ritmati, “sincopati” diceva l’avvocato. Poi passarono ai classici napoletani, sempre con arrangiamenti americani. Quando sulle note di “Voce e notte” l’avvocato scoppiò a piangere, non riuscii a trattenere il mio stupore: Colajanni aveva un animo sensibile e io non me ne ero mai accorto. Giulia lo guardò con tenerezza. Con la mano gli accarezzò la fronte. Li osservai in silenzio, rapito da quella scena così commovente ed insolita per due persone come loro, decisamente poco inclini al sentimentalismo. Giulia meno di lui. Eppure. Quella canzone doveva significare sicuramente qualcosa per entrambi. Giulia più tardi mi spiegò che era la stessa che aveva fatto innamorare i suoi genitori. Di fronte al ricordo della moglie, scomparsa prematuramente proprio nel dare alla luce la loro unica figlia, Colajanni non ce la fece a mascherare il suo stato d’animo e si lasciò andare ad uno straziante sfogo emotivo suscitando la curiosità degli invitati più vicini al nostro tavolo. Lui non se ne curò e si abbandonò fino in fondo al doloroso ricordo, accompagnando le note con un leggero gesto della mano. Poi, rialzando il capo e incrociando il mio sguardo affettuoso, accennò un sorriso, amaro e stentato. Solo un’infelice incursione di Federico poteva spezzare quel malinconico incanto, quell’atmosfera così struggente e beffarda. Difatti, proprio in quell’istante, il giovane sposo, contro ogni benevolo senso dell’opportunismo, si materializzò al nostro tavolo, e vedendo Colajanni in quello stato, con gli occhi rossi di pianto, esclamò ad alta voce – Avvocà, ch’è successo? Non vi sentite bene? Chiamo qualcuno? – Colajanni girò il collo strangolato dalla cravatta di Marinella, e con la coda dell’occhio gli fece capire che era tutto a posto. Poi, con la mano gli fece segno di andare. Dove, lo intuimmo solo io e Giulia.

Angelo Cennamo

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MISTERO NAPOLETANO – Ermanno Rea

 

 

Mistero napoletano - Ermanno Rea

 

Se tu avessi un miliardo di miliardi ti compreresti Napoli? E come la cambieresti?

Era questa la domanda più ricorrente nelle conversazioni che il giovane cronista de L’Unità Ermanno Rea intratteneva con i suoi compagni della redazione napoletana nell’Angiporto della Galleria Umberto. Siamo negli anni Cinquanta, Napoli è una città provata dalla guerra e dalla miseria, il suo porto è occupato dalla sesta flotta dei Marines, e nel pci locale sta per deflagrare uno scontro violentissimo tra l’ala stalinista incarnata dal segretario cittadino Salvatore Cacciapuoti, il despota, uomo arcigno, legato alla rigida ortodossia comunista, e i militanti del gruppo Gramsci, come dire: la parte più moderata, democratica e riformista del partito, e che ha avuto in Guido Piegari forse il suo esponente di spicco. A distanza di oltre trent’anni da quella esperienza politica e professionale, Rea decide di  tornare nella sua città per indagare su una vicenda misteriosa che lo ha tormentato per tutto questo tempo: il suicidio dell’amica e collega di redazione Francesca Nobili, avvenuto la sera del venerdì Santo del 1961.

Francesca sembra un personaggio uscito da un romanzo dell’Ottocento, l’eroina di una romantica e intricata storia di tumulti e di passioni che finisce in tragedia, invece è una donna reale, esistita per davvero nella Napoli del dopoguerra, e che per un decennio o forse meno ha incrociato il proprio destino con quello dell’autore di questo libro inchiesta, un po’ saggio un po’ romanzo, che ricostruisce fatti e circostanze seguendo la cadenza di un diario. Attraverso le testimonianze di vecchi amici, documenti archiviati e i diari della protagonista consegnatigli dalla figlia Viola, Rea ripercorre la lunga vicenda personale e familiare della cara amica scomparsa. La storia di Francesca si intreccia con quella del partito nel quale lei stessa militava, e ha come sfondo una Napoli in piena guerra fredda che sta vivendo una stagione cruciale per la rinascita dell’intero meridione.

La ricostruzione letteraria di Rea è molto particolareggiata, Rea nasce cronista e solo dopo una singolare esperienza da fotoreporter, all’età di 63 anni, si reinventa romanziere, e che romanziere.

Francesca Nobili – che si firmava Francesca Spada, col cognome di sua madre – era arrivata a Napoli all’età di quattro anni, dopo essere nata a Tripoli nel 1916 da un ufficiale di cavalleria scomparso forse in un’imboscata. Rea ce la descrive come un’apolide, estranea cioè a qualunque modello sociologico o culturale legato alla tradizione locale. La sua patria era il mondo intero, diceva. Era una donna affascinante, colta, dall’animo inquieto, con due lauree e un diploma al conservatorio. Non si curava del proprio aspetto, si mostrava sciatta, trasandata, agli abiti e ai rossetti preferiva la musica, la politica e la poesia peccato che amasse seppellire le sue grazie in un eterno maglione nero dal collo alto.

In verità, insieme alle sue grazie, Francesca avrebbe desiderato seppellire molto altro, un passato scandaloso che l’aveva resa difronte al pci napoletano una poco di buono, una donna sopra le righe, inaffidabile, una spregiudicata, anzi: una puttana. Prima di legarsi a Renzo, altro membro del pci e protagonista del romanzo, Francesca aveva avuto infatti un precedente matrimonio e un successivo compagno conosciuto in una setta di teosofici che praticava l’amore universale, Ugo Giannino, dalla cui unione erano nati i primi due dei suoi quattro figli. Ugo era riuscito a portarglieli via perché figli di “madre ignota” – la legge del tempo glielo consentiva. Ma non basta. Francesca era imputata del reato di saccheggio davanti al tribunale di Latina per una vecchia storia che risaliva al tempo della guerra e che, più avanti nel racconto, la spingerà a costituirsi in carcere. Insomma, il nome di Francesca era sulla bocca di tutti e non sempre per il suo fervore politico o per la passione con cui si dedicava al giornalismo. Lei e il suo nuovo compagno erano diventate persone scomode, moralmente indifendibili per quello stile di vita così disordinato, scandaloso, e quindi ricattabili.

Dicevamo di Renzo, Renzo Lapiccirella, l’attuale marito di Francesca. Rea ne parla come di un uomo di bell’aspetto, intelligente, generoso, disposto a sacrificare la propria laurea in medicina per perorare la “causa comunista” e inseguire un’improbabile vocazione al giornalismo. Renzo, si direbbe, è un vero progressista: non curante della malevolenza, delle calunnie, dei pregiudizi ( siamo nella Napoli degli anni Cinquanta), sfida tutto e tutti pur di stare con Francesca. I due abitano con i loro figli in una palazzina sui Camaldoli, in una casa misera, senz’acqua né riscaldamento, arredata di soli libri ( quelli non mancano mai) e da un pianoforte sgangherato al quale Francesca sfoga spesso i suoi tormenti.

L’ambiente al giornale e nel centro della città è certamente più stimolante, luccicante, un’atmosfera, reale o romanzata che sia, ricca di fermento e inebriante che il lettore percepisce, annusa anche con una certa invidia. Renzo e Francesca frequentano politici, artisti e intellettuali, un’umanità variegata e appassionata nella quale brilla su ogni altra la stella del più umanista degli scienziati: Renato Caccioppoli, il matematico matto che ispirò il primo film di Claudio Martone, e che si tolse la vita con un colpo di pistola nel 1959, due anni prima di Francesca.

Attraverso la sua persona Rea e tanti suoi compagni intravedevano come una possibilità quasi un sogno che non avevamo neppure osato sognare: quello di un comunismo trasandato, spettinato, stretto in un impermeabile un po’ liso, un comunismo insieme tenero e beffardo, divorato dalla passione per tutte le cose belle e giuste che esistevano sulla terra, un comunismo privo di pregiudizi, tollerante, nutrito di tutte le lingue presenti nel grande albero della vecchia cultura europea. Soprattutto, un comunismo non separato dalla libertà.

Lui, Renzo e Francesca erano accomunati da una napoletanità atipica, poco incline al folklore, molto anticonformista, e le loro scorribande in trattoria o in galleria, al giornale, ce lo confermano.

A questo punto una domanda è  d’obbligo: ma Rea era innamorato o no di Francesca?

E qui forse è arrivato il momento che io chiarisca in maniera perentoria di non essere mai stato innamorato di Francesca. Ma che chiarisca, nello stesso tempo, che la nostra è stata sicuramente un’amicizia amorosa” pag. 63.

Per quanto ci tenga a chiarire, Rea non ci convince affatto.  La sensazione è che l’autore della pasionaria Francesca sia stato innamorato eccome, e che nel suo libro inchiesta abbia taciuto non poche cose. Per rispetto, pudore o semplicemente per galanteria. Ma non importa: chi di noi non si sarebbe innamorato di Francesca, di una donna così fuori dagli schemi da sembrare un personaggio letterario più intrigante di una Emma Bovary o di Anna Karenina?

È il realismo, bellezza. Rea intinge la sua penna nell’inchiostro della vita e dei ricordi e confeziona un capolavoro di altri tempi. Un romanzo d’amore e d’amicizia intriso di storia e di politica. Malinconico, audace, carico di poesia e di sentimenti sconfitti.

Angelo Cennamo

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4 3 2 1 – Paul Auster

4321 Auster

Il caso che governa le nostre vite è il tratto distintivo dell’intera produzione di Paul Auster, scrittore americano di Newark – città natale anche di Philip Roth – che a settant’anni suonati ha voluto cimentarsi nel progetto letterario forse più ambizioso della sua carriera ultratrentennale, quel Grande Romanzo Americano che tutti gli autori a stelle e strisce sognano di scrivere un giorno, prima di appendere la penna al chiodo. A sette anni di distanza da Sunset Park esce 4 3 2 1, l’atteso librone di mille pagine (939), il romanzo di cui tanto si era tanto parlato alla vigilia nei salotti editoriali di New York e di San Francisco, che ha tenuto Auster chiuso in casa, lontano da eventi, uscite pubbliche e chissà da cos’altro, per più di tre anni.

4 3 2 1  racconta le quattro vite possibili di Archie Ferguson, ragazzo ebreo di origini russe anche lui nato per caso a Newark come il suo autore, il 3 marzo del 1947. I genitori di Archie, Stanley e Rose, sono persone umili: il padre gestisce un negozio di elettrodomestici insieme ai suoi fratelli, la madre fa la fotografa. Ma nell’evoluzione delle quattro trame del racconto le sorti economiche della famiglia Ferguson fluttuano dalla miseria più nera alla ricchezza, secondo il collaudato meccanismo delle sliding doors al quale Auster ci ha abituato con i suoi libri, a cominciare dalla celebre Trilogia di New York. Le avventure di Archie ricordano molto quelle di Augie March, lo scugnizzo di Chicago ideato dal premio Nobel Saul Bellow, altro scrittore ebreo come Malamud, Roth e lo stesso Auster, gloriosa stirpe di romanzieri oggi degnamente rappresentata dalla generazione dei Chabon, Lethem, Safran Foer ed Englander. Nel destino magmatico di Archie Ferguson, oltre ad una morte prematura – uno dei quattro Archie morirà da bambino – ci sono alcuni punti fermi. Innanzitutto zia Mildred, l’intellettuale della famiglia, la docente universitaria che introduce il giovane protagonista ai piaceri della lettura e della scrittura. Poi Amy, il grande amore di Archie, amica, fidanzata, amante e perfino sorellastra nel gioco dei destini paralleli abilmente disegnato da Auster. Archie è un ragazzo sessualmente precoce, attratto da giovani studentesse ma capace di sedurre anche donne molto più grandi di lui. In una delle quattro opzioni esistenziali, il protagonista del romanzo vive esperienze omosessuali e si lascia attenzionare da un uomo maturo in cambio di denaro.

Le vicende personali e familiari di Archie, i traumi, le passioni sportive che ci riportano ad altri grandi libri ( il prologo di Underworld o a Pastorale Americana ), il suo percorso universitario, alla Columbia o a Princeton o in nessun college – è questo l’Archie che ho preferito rispetto agli altri tre, quello cioè che decide di studiare da autodidatta e che sogna di diventare romanziere a Parigi, sotto la governance dell’affascinante Vivian – si intrecciano con l’affresco vivido, preciso, suggestivo della storia americana degli anni Sessanta che Auster usa da sfondo per le sue trame: gli assassinii di Kennedy e Martin Luther King, la guerra in Vietnam, i tumulti sociali, le rivolte studentesche. Nel Grande Romanzo Americano Archie ci è dentro fino al collo, sia in veste di personaggio che di scrittore.                  

Avrebbe inventato altre tre versioni di se stesso e raccontato le loro storie insieme alla sua storia ( grossomodo la sua storia, perché anche lui sarebbe diventato una versione romanzata di se stesso), e scritto un libro su quattro persone identiche ma diverse con lo stesso nome: Ferguson.  E’ lui il Numero Quattro, l’autore che finirà di scrivere il libro a Parigi, il 25 agosto del 1975.

Angelo Cennamo

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LA FERROVIA SOTTERRANEA – Colson Whitehead

 

 

La ferrovia sotterranea - Colson Whitehead

 

 

Colson Whithead, scrittore afroamericano di New York, in Italia è pressoché sconosciuto, nonostante la non più giovanissima età e la pubblicazione di ben otto libri tra romanzi e saggi. Nel 2016, Whitehead si è imposto all’attenzione della critica, oltre che dei lettori, con un romanzo premiato sia col Pulitzer che con il National Book Award. Non accadeva da almeno vent’anni che un libro si aggiudicasse entrambi i premi, i più prestigiosi della letteratura Usa. Underground railroad – nella versione italiana La ferrovia sotterranea – è un romanzo avventuroso che affronta i temi che più di ogni altro hanno segnato la storia e la cultura del continente americano: lo schiavismo e il razzismo. E lo fa senza indulgere alla retorica né agli stereotipi di altra narrativa o cinematografia che a questo argomento si sono ispirate per produrre decine di pubblicazioni, film e fiction televisive, da La capanna dello zio Tom a 12 anni schiavo, da Il buio oltre la siepe a Radici, il romanzo di Alex Haley che racconta la saga familiare di Kunta Kinte, poi diventato una fortunata serie tv.

Whitehead colloca la sua storia nel profondo Sud, in Georgia, nei primi anni dell’Ottocento. Cora, la protagonista, è una ragazza di colore prigioniera nella piantagione di cotone dove è nata e cresciuta. E’ una randagia perché è rimasta sola – ha perso la protezione di Mabel, sua madre, scappata chissà dove quando lei era ancora una bambina – e perché per la sua indole ribelle si è attirata l’antipatia e il discredito di molti altri schiavi. La piantagione dei fratelli Randall è un vero e proprio campo di concentramento dove centinaia di uomini, donne e bambini lavorano duramente, in condizioni disumane, per un tozzo di pane e un misero giaciglio. Chi batte la fiacca o, peggio, tenta la fuga, viene preso a frustate e bruciato vivo. Sopravvivere in quell’inferno è una scommessa angosciante che alimenta un solo desiderio: riuscire a guadagnare la libertà. Ma come? Cora è sfinita, non ne può più dei continui soprusi, dei maltrattamenti, delle molestie; decide allora di fuggire insieme al suo amico Caesar. Le è giunta voce che fuori dal campo, oltre la palude, esiste una ferrovia sotterranea che fa tappa in vari stati del Sud. Quella della ferrovia è un’invenzione fantastica dell’autore del libro per indicare una fitta rete di rifugi e di abolizionisti che hanno realmente sacrificato e messo a rischio la propria vita per aiutare gli schiavi scappati dalle piantagioni. Il romanzo diventa così il diario della lunga fuga di Cora, rocambolesca, pericolosa, ostacolata da uno spietato ed infallibile cacciatore di schiavi, Ridgeway, che nel suo prestigioso palmares annovera tanti successi ed una sola sconfitta, bruciante: la mancata cattura di Mabel.

Attraverso la  ferrovia sotterranea Cora raggiunge la Carolina del Sud dove acquista una nuova identità e inizia a lavorare come domestica. E’ convinta di trovarsi nello stato del Sud più illuminato verso il progresso della gente di colore. Ma si sbaglia. Cora non è ancora una donna libera, anzi non lo è per nulla, scopre infatti di essere stata comprata ad un’asta giudiziaria dal governo del paese, che i neri li raggruppa, li addomestica, e li sterilizza secondo una precisa ed inquietante pianificazione demografica.

Nella Carolina del Nord, Cora rimane nascosta per diversi mesi nella soffitta di Martin ed Ethel, due abolizionisti che pagheranno con la vita quella generosa ospitalità. Come Anna Frank e il Pianista del film di Roman Polanski, la fuggiasca scruta il mondo degli uomini liberi, lì a pochi metri dalla casa, attraverso la finestrella del suo nascondiglio. La libertà scorre felice davanti ai suoi occhi, ma Cora non può toccarla, assaporarla, farne parte. Non ancora. Ridgeway, il cacciatore di schiavi, non demorde, è sempre sulle sue tracce, deve rifarsi dopo la beffa di Mabel. Cora è di nuovo in pericolo, la sua fuga è inarrestabile. Dietro di lei ci siamo anche noi lettori, col fiatone, l’apprensione, la paura di essere presi e riportati nella piantagione dei fratelli Randall. Il racconto scorre veloce e ferroso come i treni della ferrovia sotterranea, magica, fiabesca. Cora è una ragazza forte, i lividi inferti sul suo corpo e sulla sua anima l’hanno indurita, resa quasi invincibile. Altri stati e nuovi incontri l’attendono: Royal, l’uomo che la salverà dalla cattura e che la farà innamorare; Valentine, l’etiope mezzo bianco che nella sua fattoria offre lavoro e istruzione ai neri come lei alla disperata ricerca della libertà. Perché fai tutto questo? Gli chiede Cora. Possibile che non capisci? I bianchi non lo faranno mai. Dobbiamo farlo noi, da soli.

Whitehead ha saputo costruire una storia appassionante, commovente, un po’ western un po’ pulp, ricca di colpi di scena e di suggestioni. Il suo libro è una testimonianza lucida, anche se in parte fantasiosa, di una vicenda, la brutalità del razzismo, sempre attuale e ancora irrisolta in molte parti del mondo. Un romanzo, ambizioso, potente, istruttivo, che non si dimentica.

Angelo Cennamo

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IL DONO DI HUMBOLDT – Saul Bellow

Il dono di Humboldt - Saul Bellow

I poeti sono amati ma solo perché non sanno stare al mondo. È questa l’amara riflessione di Charlie Citrine, protagonista e voce narrante de Il dono di Humboldt, il romanzo che ha portato Saul Bellow a vincere il Nobel nel 1976 consacrandolo tra i giganti della letteratura del Novecento.

Siamo negli anni Trenta, Von Humboldt Fleisher è un poeta d’avanguardia, il primo della sua generazione, bello grosso, spiritoso e colto, si distingue come critico, saggista, narratore, docente senza cattedra a Princeton, personaggio da salotto letterario, il principe dei conversatori “la sua conversazione era sostanziosa, nutriente”, le sue parole solcano l’universo come la luce, il suo volto è sulle copertine dei giornali più importanti, dal Times al Newsweek.

Negli stessi anni, Charlie è un giovane studente all’Università del Wisconsin, innamorato della letteratura, invidioso del talento e della fama del grande poeta newyorkese. Vuole conoscerlo, gli scrive una lettera. Humboldt gli risponde e lo invita a casa sua. Tra i due nasce una grande amicizia, un patto di reciproca fratellanza che piu avanti verrà suggellato dallo scambio di due assegni in bianco

“li incasseremo solo in caso di necessità”.

“Di lì a un anno ebbi un grosso successo a Broadway e lui andò in banca a incassare il mio assegno. Io l’avevo tradito, diceva: Io, suo fratello di sangue, avevo rotto il nostro patto d’alleanza, tramavo contro di lui, gli avevo messo gli sbirri alle calcagna, l’avevo imbrogliato. Ed era colpa mia se gli avevano messo la camicia di forza e l’avevano rinchiuso a Bellevue. Perciò andavo punito. Andavo multato. E la multa che mi impose fu di seimila settecento sessantatré dollari e cinquantotto centesimi”.

Sei un arrivista, Charlie, ti sei lasciato fregare dal fascino di Broadway, dal successo di cassetta, gli rinfaccia Humboldt. Come può uno scrittore fare così tanti soldi? Ebbene sì,  il denaro li aveva divisi.

Il successo di Humboldt dura poco più di un decennio, alla fine degli anni Quaranta la sua stella già non brilla più “l’ America affarista e tecnologica ama solo i suoi poeti morti. Li ama sì, ma solo purché non sanno stare al mondo. Prova stima ma anche compassione per questi esseri così puri, buoni, onesti, teneri, destinati a soccombere come poveri mentecatti”.

La verità è che la poesia è stata sconfitta dal potere della tecnica “Può una poesia caricarti su a Chicago e sbarcarti a New York dopo due ore? O può eseguire calcoli per un volo spaziale? Non ha tali poteri. E l’interesse è dove è il potere”.

Tormentato dal proprio declino e dalla miseria incombente, il vecchio genio affoga i dispiaceri nell’alcol e negli antidepressivi. In preda alla pazzia e alla gelosia morbosa per la moglie Kathleen, Humboldt viene prima arrestato poi ricoverato in manicomio.

Nel frattempo, Charlie diventa un commediografo di successo. È ricco sfondato, frequenta il jet set: intellettuali come lui, industriali, uomini d’affari, grandi editori, se ne va in giro in elicottero con Bob Kennedy! Ma l’ex pupillo di Mr Fleisher non sembra essersi montato la testa: al clamore e alla centralità di una megalopoli come New York continua a preferire la sua Chicago, la città dei vecchi amici e di mafiosi alla Ronald Cantabile – personaggio esilarante, goffo e feroce al tempo stesso, che entra nel romanzo barando in una partita a poker giocata con lo scrittore e altri due compari – Charlie non paga il conto? Ronald reagisce prendendo a bastonate la sua Mercedes nuova e minacciandolo di morte al telefono. Sembra impossibile, eppure da questo momento tra i due nasce uno strano e comicissimo rapporto di collaborazione che va avanti fino alle ultime pagine. Ronald propone all’ingenuo e sprovveduto Charlie affari loschi, si offre addirittura per far fuori Denise, la sua ex moglie che nella causa di divorzio gli sta portando via tutto. Charlie però non demorde e spara le sue ultime cartucce di celebrità e di uomo facoltoso con Renata, una giovane bagascia che per bellezza e sensualità ci ricorda la Ramona di Herzog “quella troia dalle enormi tette” che ora sembra essersi data una calmata pur di accasarsi col noto commediografo.

Nel corso del romanzo la vita di Charlie e quella di Humboldt non smettono di intersecarsi, anche quando i due sono fisicamente distanti. Una mattina, passeggiando per New York, Charlie rivede il grande poeta ridotto a vivere come un clochard, mentre tra due auto parcheggiate sta divorando una ciambella. Vorrebbe avvicinarsi, salutarlo, ma non ne ha il coraggio e perde così l’ultima opportunità per riconciliarsi con il suo amico-nemico. È la scena più emozionante del romanzo.

La morte di Humboldt mi commuoveva più dell’idea della mia”.

Nella mente di Charlie ora si affollano ricordi e rimpianti, riecheggiano le parole sacre che lo avevano nutrito in tutti questi anni: Poesia, Bellezza, Amore, Terra Desolata, Alienazione, Politica, Storia, Inconscio e le bizze di una psiche ballerina “Se l’Energia è gioia e se l’Esuberanza è Bellezza, il Maniaco-Depressivo la sa più lunga di chiunque altro, in fatto di Bellezza e di Gioia” gli diceva sempre Humboldt.

Perché quella mattina non gli ha parlato?

“Dopotutto, Humboldt aveva fatto quel che la cassa America si aspetta che facciano i poeti. Era corso dietro alla rovina e alla morte con più accanimento che non dietro alle donne. Aveva sciupato il suo talento, la salute, e aveva raggiunto il traguardo della tomba rotolando per una china polverosa. Si era scavato da sé la fossa”.

 

Charlie è un uomo infelice, ansioso, divorato dai sensi di colpa. Un depresso. Un melanconico. Non sopporta il successo. Deve districarsi tra una ex moglie, i suoi avvocati, il fisco, e Cantabile che non lo molla mai. Ha paura della povertà, Charlie, e il pensiero della morte non smette di tormentarlo. Pensa e ripensa a Humboldt, ai suoi insegnamenti, alla sua lucida follia. Ricordati che siamo esseri soprannaturali, gli diceva. Quella frase ritorna sempre. Cosa vorrà dire? Con il vecchio genio il conto resta ancora aperto. Sui titoli di coda, una lunga lettera e un misterioso testamento, la curva di un tempo che sembra non finire mai.

Leggendo Il dono di Humboldt – premio Pulitzer 1975 – libro ispirato alla figura di Delmore Schwartz, poeta depresso realmente esistito che aveva aiutato Bellow ai suoi esordi; secondo altri invece la rielaborazione di una storia raccontata a Bellow dal critico de L’Espresso Paolo Milano, suo amico – si ride, si piange, si medita. Il flusso di coscienza è il tratto essenziale di Bellow; i suoi romanzi sono lunghe riflessioni filosofiche sulla vita e la morte, sull’America, sull’inquietudine. Come Herzog e Mr. Sammler, Charlie Citrine vive immerso in mille pensieri: “Renata, Denise, le figlie, avvocati, tribunali, Wall Street, il sonno, la morte, la metafisica, il karma, la presenza dell’universo in noi, il nostro essere presenti nell’universo stesso”, il ricordo di Humboldt “prezioso amico immerso nella notte senza tempo della morte, compagno di un’esistenza anteriore (quasi), beneamato e perduto”.

Il dono di Humboldt è un’opera impressionante per ironia, intensità, senso estetico – un romanzo comico sulla morte, lo definì Bellow – l’atto culminante di una carriera superba e irripetibile.

Angelo Cennamo

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LINCOLN NEL BARDO – George Saunders

Lincoln nel Bardo di George Saunders

“Un uomo estremamente alto e trasandato avanzava fra le tenebre. Una grave infrazione. Non era orario di visite. Il cancello d’ingresso era chiuso. Piangeva sottovoce, e la crescente frustrazione per il fatto di essersi smarrito lo rendeva ancor più triste”.

 

“Lanciatosi fuori dalla porta, il ragazzino gli corse subito incontro, la gioia dipinta in volto. Che mutò in costernazione quando l’uomo non lo sollevò in braccio come, immagino, usava fra loro. Il ragazzino gli passò attraverso, mentre l’uomo proseguiva verso la casa di pietra bianca, piangendo”. 

L’uomo che avanza fra le tenebre è Abramo Lincoln. È la notte del 25 febbraio del 1862, la Guerra Civile è iniziata da un anno, e il presidente degli Stati Uniti si reca nella cripta del cimitero di Georgetown, a Washington, per aprire la bara e abbracciare Willie, il figlio prediletto, morto di tifo poche ore prima, durante una festa da ballo, all’età di undici anni. Questo è il dato storico su cui George Saunders – scrittore texano che il New Yorker colloca nella lista dei venti scrittori per il XXI secolo – imbastisce la trama di Lincoln nel Bardo, il suo primo romanzo, uscito nel 2017 e subito diventato un caso editoriale.

Nella tradizione buddhista, il Bardo è quello stato intermedio in cui la coscienza o consapevolezza della propria morte è sospesa tra la vita passata e quella futura.  È un non luogo, un altrove indefinito, una specie di limbo abitato da anime convinte di essere malate e di fare ritorno, prima o poi, una volta guarite, nel mondo dei vivi. Le casse da morto le chiamano “casse del malato”, e le tombe “case del malato”.

Tutto si svolge in una sola notte. Il presidente prende il corpo del piccolo Willie dalla bara, la “forma malata”, e lo stringe a sé. Piange. Willie lo guarda, gli gira intorno, entra nel suo corpo, nella sua mente, la pervade. Attraverso questa immedesimazione, fisica e spirituale, possiamo leggere nei pensieri del padre addolorato tutto lo strazio e l’avvilimento per quella morte inaspettata e crudele. Dietro di lui, lo stupore delle altre anime, che assistono alla scena per poi intromettersi, penetrare nello stesso corpo e amalgamarsi tutte insieme. Cento corpi diventano uno solo, una sola mente, un solo dolore. Willie non riesce a separarsi da suo padre e suo padre non riesce a sperarsi da lui. Il piccolo viene accompagnato da tre spiriti guida, le tre voci narranti: un reverendo; un omosessuale suicida, e un quarantaseienne colto dalla morte poco prima di consumare il matrimonio con la sua seconda moglie adolescente, e che ora vaga per il Bardo con il suo “formidabile membro” eretto. Nella storia tragica e surreale di Saunders non mancano momenti di leggerezza e di comicità – è la cifra dei grandi scrittori quella di far ridere anche nei momenti inopportuni o quando non te lo aspetti. Nel contatto con il padre Willie capisce finalmente di essere stato strappato alla vita “Non siamo malati, siamo morti”. Ora tutti sanno. Devono sapere.         

“Suo figlio se n’era andato; suo figlio non era più…suo figlio non era in nessun luogo; suo figlio era in ogni luogo”.

 

Lincoln nel Bardo è un’opera letteraria indefinibile. Considerarla un romanzo nella sua accezione classica sarebbe una forzatura: paragrafi di prosa si alternano a citazioni brevi, alcune vere altre riprodotte nella finzione. Frammenti che acquistano senso e significato solo se letti nella loro interezza e collegati alle altre parti della narrazione, quelle, per intenderci, più lineari e comprensibili. Saunders con maestria rimodula il linguaggio postmoderno in una scrittura volutamente ottocentesca. Il risultato è strabiliante. Leggendo il libro ho pensato alla lettera che Pasolini scrisse a Moravia per illustrare il progetto ambizioso al quale stava lavorando nei primi anni Settanta: Petrolio. Non sarà un vero e proprio romanzo, scrive Pasolini, ma una nuova forma letteraria. Ecco cos’è Lincoln nel Bardo: una nuova forma letteraria, con una struttura elastica che si scompone e si ricompone paragrafo dopo paragrafo. Un libro intenso e poetico, di non facile lettura, tra la Divina commedia di Dante e a A Livella di Totò.

Angelo Cennamo         

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IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI – Giorgio Bassani

 

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De Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani conservavo un vago ricordo liceale mescolato confusamente alle immagini del film – premio Oscar – diretto da Vittorio De Sica, e uscito otto anni dopo la pubblicazione del libro. Rileggendo il romanzo in età adulta, con calma, con più attenzione, lontano ahimè dalle atmosfere cupe e concitate delle interrogazioni di fine anno e dal frastuono delirante dei Duran Duran, ho ritrovato evidentemente un’opera molto diversa dalla sua, forse, innaturale collocazione scolastica – la scuola allontana i giovani dal piacere della lettura – e ne ho potuto finalmente apprezzare la bellezza delle ambientazioni oltre che della trama, la scrittura fluida, pulita, le dolorose implicazioni storiche che fanno da sfondo alle vicende narrate, la poesia che le avvolge, le malinconie taciute dei protagonisti.

Corso Ercole I d’Este questa strada di Ferrara è così nota agli innamorati dell’arte e della poesia del mondo intero che ogni descrizione che se ne facesse non potrebbe non risultare superflua

La storia raccontata da Bassani comincia e finisce qui, alla fine degli anni Venti del secolo scorso. Addentrandoci oltre il muro di cinta, bordato di cipressi, tigli e platani secolari, si schiude il piccolo mondo antico di un’aristocratica famiglia ebrea: i Finzi-Contini. Il professor Ermanno, sua moglie Olga, i figli Alberto e Micòl, la servitù. Quasi dieci ettari di bosco, e più in fondo, al termine di un viale ghiaioso, un edificio, nel ricordo della voce narrante – senza volto e senza nome – ancora superbo ed elegante: la mole neogotica della magna domus. Nel ’28 Micòl era una tredicenne bionda con grandi occhi chiari, già bella e dispettosa come dieci anni dopo, quando, promulgate le leggi razziali, il protagonista del racconto, su invito di Alberto, accede per la prima volta in quel luogo fuori dal mondo, nascosto tra la fitta vegetazione, che da ragazzino poteva solo immaginare percorrendo la strada esterna.

Il giardino dei Finzi-Contini, con il suo campo da tennis dietro l’edificio, è diventato il ritrovo di una gioventù universitaria, borghese ed ebrea, da un giorno all’altro esclusa dai circoli sportivi piu esclusivi della città, il dignitoso surrogato di una socialità negata. Qui il protagonista trascorrerà i pomeriggi autunnali del ’38, giocando a tennis con gli altri amici e passeggiando con l’adorata Micòl. A piedi o in bicicletta, a parlare del più e del meno, degli studi universitari da completare o di botanica. Quando la pioggia improvvisa costringe i due a riparare in un capanno e ad accomodarsi tra i divanetti di una vecchia carrozza di famiglia, per un attimo mi è sembrato di rivedere una celebre scena di Titanic, quella in cui Jack e Rose si abbandonano repentinamente alla passione tra i sedili di un auto parcheggiata nella stiva. La scena prosegue con i loro corpi sudati, avvinghiati l’uno all’altro, che sfumano dietro i vetri appannati dal desiderio. Ma il protagonista del romanzo non ha la stessa intraprendenza del giovane Di Caprio né Micòl la sfacciataggine di Kate Winslet. E allora di quel goffo contatto solitario nel chiuso della carrozza non resterà che il rimpianto di lui, troppo timido, troppo timoroso, per dichiarare l’amore. Il primo bacio, quello sì, prima o poi arriverà, ma sarà troppo tardi per dare inizio a ciò che non sarebbe mai cominciato. “Tutto perduto, niente perduto” avrebbe detto Stendhal.

Bassani ci racconta un sentimento equivocato, un amore non corrisposto, impossibile, l’avvilente e spudorata insistenza di un giovane innamorato oltre il rifiuto della propria amata. Posso tornare ogni tanto? Chiede l’illuso pretendente a una Micòl stufa ai limiti della maleducazione. Sei senza dignità, gli risponde lei, prima che la storia curvi sul dramma della deportazione e la farsa si trasformi in tragedia.

Il giardino dei Finzi-Contini è stato pubblicato nel 1962. Tre anni prima, Il gattopardo si era aggiudicato il premio Strega davanti a Una vita violenta di Pasolini. Negli stessi mesi, Raffaele La Capria scriveva Ferito a morte, Natalia Ginzburg Lessico Famigliare, Dino Buzzati i suoi Sessanta racconti, Carlo Emilio Gadda La cognizione del dolore e Primo Levi La tregua. Capolavori senza tempo, i grandi romanzi italiani, i romanzi di una nazione che in quegli anni aveva ancora molto da raccontare.

Angelo Cennamo

 

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