A CIASCUNO IL SUO – Leonardo Sciascia

 

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Se vi capitasse di passare per Racalmuto, piccolo centro nella provincia di Agrigento, sul marciapiede del corso principale notereste una statua di bronzo che riproduce un uomo nell’atto di camminare. Tra le dita di una mano ha una sigaretta, l’altra mano è infilata nella tasca dei pantaloni, in un atteggiamento che in vita forse gli era abituale. Quell’uomo è Leonardo Sciascia. Lui, Verga, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Bufalino, più recentemente Camilleri: avete mai riflettuto sul contributo che la Sicilia ha dato alla letteratura italiana? Sciascia, che ricordiamo soprattutto per romanzi come Il giorno della civetta e Todo Modo, ha incarnato, in particolare, la voce critica del siciliano dissidente, eretico rispetto ad una società assuefatta sia al male che al professionismo dell’antimafia. La sua testimonianza, unica, sempre attuale, che ha fatto di lui uno dei migliori autori italiani della seconda metà del ‘900, la ritroviamo in svariati saggi, racconti ed editoriali scritti sul Corriere della sera fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta a Palermo il 20 novembre del 1989. Nel 1966 Sciascia pubblica A Ciascuno il suo. Il romanzo è ambientato in un paesino qualunque della Sicilia, ma come accade solo ai grandi protagonisti della narrativa, quel microcosmo anonimo di poche migliaia di anime, attraverso la penna di Sciascia diventa uno spicchio di mondo nel quale ognuno può ritrovare la propria identità. Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo, diceva Tolstoj. Ricordate la Macondo di Garcia Marquez o la fortezza nel deserto dei Tartari di Buzzati o la cittadina di Holt nella trilogia della pianura di Kent Haruf o il Maine di Elizabeth Strout? Ecco, la Sicilia di Sciascia è solo un espediente geografico per raccontare l’eterna lotta tra il bene e il male, i drammi e le commedie di un’umanità variopinta, spesso indecifrabile. La storia ha inizio con una lettera anonima ricevuta dal farmacista Manno, ritrovato qualche giorno dopo morto ammazzato in una battuta di caccia insieme ad un suo amico, il dott. Roscio. Il duplice omicidio immediatamente scatena una ridda di voci e di sospetti che però sembrano escludere il vero movente e il reale bersaglio del delitto. Cosa avrà fatto di male il farmacista cacciatore che viveva tranquillo, non aveva mai avuto questioni e non faceva politica? Ma poi: siamo sicuri che l’assassino volesse colpire proprio lui e non invece il suo compagno di sventura? Il professor Laurana, uomo di lettere e investigatore per diletto, è convinto di aver risolto l’intricato caso. Ma Laurana era un cretino….. 

Angelo Cennamo

 

 

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GLI ANNI – Annie Ernaux

Gli Anni - Annie Ernaux

Annie Ernaux – classe 1940 – è tra le autrici più autorevoli della letteratura francese. Nel 2008 esce Gli Anni, il romanzo-mondo che ha scalato le classifiche dei libri raccogliendo numerosi premi. “Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nostri nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra gli altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai nostri compagni di scuola”. Come accade che il tempo vissuto diviene la nostra vita? Gli Anni è il tentativo di raccontare se stessi sfogliando un album di vecchie foto. Ma anche il pretesto per allargare lo sguardo a un’intera generazione vissuta in Francia a cavallo degli ultimi due secoli, tra la seconda guerra mondiale e l’11 settembre del 2001. Ecco allora che il libro diventa una specie di biografia collettiva che offre al lettore un interessante spaccato di storia sociale, politica e di costume. Il romanzo-saggio si apre con gli stenti del dopoguerra e la liberazione. La piccola Annie non è mai stata a Parigi e a casa sua manca tutto, anche il gabinetto. Crescendo conosce il suo livello sociale e sa che è inferiore rispetto a quello delle compagne di classe. È una ragazza timida, occhialuta, ma con una valigia piena di sogni. La Francia deve fronteggiare l’insurrezione algerina, sono gli anni dell’esistenzialismo di Sartre e di Camus, nel Paese c’è molto fermento. La giovane studentessa trascorre il suo tempo pregustando la libertà e i primi amori. Le pagine più appassionanti del libro ci portano al Maggio francese “dappertutto nascevano movimenti, si pubblicavano libri e riviste, emergevano filosofi, critici, sociologi. Tutto andava in direzione di una nuova intelligenza, di una trasformazione del mondo… Niente di ciò che fino a quel momento era stato considerato normale veniva più dato per scontato: la famiglia, l’educazione, la prigione, il lavoro, le vacanze, la follia, la pubblicità…era finita l’epoca dell’ingenuità sociale… la parola chiave era Liberazione”. Sono questi gli anni più fecondi e più vitali della sua generazione “Leggere Charlie Hebdo e Liberation perpetuava la convinzione di appartenere a una gaudente comunità di rivoluzionari”. La guerra in Vietnam, le canzoni dei Beatles e quelle di Antoine, la pillola anticoncezionale, il consumismo: il mondo cambiava e la storia passava di lì. Annie ci stava dentro. Quel flusso magico e inebriante di film, musica, letteratura e politica la trascina verso l’agognata emancipazione: eccolo il femminismo. Il posto fisso nella scuola, il matrimonio, i figli  “il tempo si regolarizzava e scoprivamo la gioia dell’ordine”, ma anche il desiderio di trasgredire andando in vacanza da sole o semplicemente al cinema. Passano Les Annes, passano inesorabilmente, e Annie si ritrova adulta, fuori dal vortice di quella rivoluzione mancata, al centro di una routine familiare poco appagante. Ora sogna il passato non più il futuro. Ricorda una frase letta su Le Monde: “La Francia si annoia”. Le proteste contro Pinochet in Cile e nel resto del mondo sembrano portare un nuovo Maggio, ma il ’68, quel ’68, ormai è lontano. Il desiderio di rivivere una seconda giovinezza la spinge tra le braccia del giovane amante conosciuto dopo il divorzio “Quando fanno l’amore su un materasso posato per terra nel monolocale gelido di lui ha l’impressione di replicare scene della sua vita da studentessa” attimi di piacere dal retrogusto amaro, l’ultima illusione di riafferrare un tempo scappato via troppo in fretta “Mi ha strappata dalla mia generazione. Ma non sono entrata nella sua. Non sono in nessun tempo”. In una delle scene più tenere del romanzo, la protagonista, nuda, nel guardarsi allo specchio vede lo stesso corpo dei suoi sedici anni. Da allora ha smesso di crescere. Chapeau.

Angelo Cennamo   

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PERSECUZIONE – Alessandro Piperno

PERSECUZIONE

In quel villone sulla Cassia vive un ricco e affascinante luminare dell’oncologia pediatrica, stimato professore universitario, padre di due ragazzini complicati e marito esemplare di Rachel. Leo Pontecorvo ha il volto della buona borghesia romana, ebrea e di sinistra, con qualche peccatuccio giudiziario legato a una brutta storia di mazzette e a una frode fiscale. Nulla di grave, nulla di serio, soprattutto nulla di  paragonabile alla bomba atomica dalle sembianze umane che di lì a poco sta per deflagrare nella sua vita perfetta di uomo e di professionista affermatissimo a soli 48 anni. Del resto, come può immaginare il celebre cattedratico, il genio precoce della medicina infantile, che quell’invidiabile bolla di benessere e di imperituro ottimismo anche di fronte all’accusa di usura mossagli da un ex allievo, quella bolla gigantesca di serenità e di prosperità dentro la quale lui insegna, ama la propria moglie o semplicemente deambula, possa improvvisamente essere dissolta da un esserino fragile, silenzioso e invisibile come Camilla, la infida “troietta” dodicenne, travestita da innocua e perbene fidanzatina di suo figlio Samuel? Tutto era nato da quella (pessima) idea di portare Camilla in Svizzera per le vacanze di Natale. I suoi genitori avevano dato il loro assenso, e anche Leo aveva dato il suo “Pur sapendo che questo avrebbe prodotto un vulnus nella sua vita coniugale”. Un giorno il professore soccorre la ragazzina durante un attacco d’asma. Quel gesto, per un medico come lui del tutto ordinario e abituale, deve aver suggestionato la ragazzina al punto da spingerla a scrivere una lettera di ringraziamento e lasciarla… sul tavolo della cucina? All’ingresso? Sul letto matrimoniale dei signori Pontecorvo? No, la nasconde nel luogo più intimo e riservato di quel cottage vacanziero: il cassetto dove Leo, il dottor Pontecorvo, l’insigne scienziato, tiene le sue mutande. Le lettere diventano due, poi tre, poi quattro, e quel genio del professore, abilissimo chirurgo ma uomo poco pratico e concreto, incapace di fare la fila in banca anche per pagare la bolletta della luce, decide di rispondere di volta in volta a quell’assurdo e inspiegabile delirio grafico, forse per tenere  a bada “ la troietta” o semplicemente perché è un coglionazzo. E così, una sera d’estate, mentre gli altri ricchi residenti dell’Olgiata stanno per andare a cena in qualche ristorantino alla moda, freschi di mare e abbronzatissimi, la famiglia Pontecorvo si ritrova in cucina con la tv accesa sul telegiornale che ha appena sganciato la bomba atomica: Leo Pontecorvo è il molestatore sessuale di Camilla, la giovanissima fidanzatina di suo figlio. Boom! Silenzio, sgomento, incredulità, stordimento, nella mente di Leo si affollano mille sensazioni che diventano una sola: panico. Cosa dire? Come difendersi da quell’accusa abnorme, diffusa urbi et orbi, ascoltata da mezza Italia e scagliata come un pugno sul suo volto incredulo di uomo perbene, di sani principi, per quanto coglionazzo? Come smuovere quel macigno che gli è caduto addosso così all’improvviso?

Persecuzione racconta la storia di un uomo perbene che rimane vittima del pettegolezzo, della calunnia e dell’odio sociale, condannato, prima ancora che dai giudici, dall’opinione pubblica e dal silenzio dei suoi familiari. Qual è la colpa di Leo Pontecorvo? La sua colpa era quella di essere se stesso, di essere vissuto fin lì come Leo Pontecorvo. Il libro viene pubblicato nel 2010 ma non nella versione integrale di 692 pagine. Per non infliggere ai lettori il tour de force che avevo inflitto a me stesso, spiega Piperno nella prefazione alla recente edizione degli Oscar Mondadori, ho deciso di dividere il romanzo in due parti. La seconda parte Inseperabili sarà pubblicata due anni dopo, nel 2012, e premiata con lo Strega. Persecuzione è un romanzo feroce e ironico scritto da un autore che viene spesso accostato al grande Philip Roth per stile e ispirazione. E non è un caso forse che le vicende di Leo Pontecorvo ricordino quelle del protagonista di uno dei capolavori di Roth, il professor Coleman Silk de La Macchia umana, anche lui come Leo vittima di una calunnia e di un ingiusto processo. Il romanzo di Alessandro Piperno ad ogni modo non pecca di originalità, e riesce a coinvolgere il lettore fin dalle prime battute per la qualità della scrittura, per il sarcasmo e la suspense che arricchiscono e conducono la trama ad un finale farsesco oltre che imprevedibile.

Angelo Cennamo

    

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ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO – Marco Missiroli

Missiroli

La storia di Libero Marsell ha inizio con uno strano turbamento:  durante il trasloco dei suoi genitori da Milano a Parigi, Libero assiste al tradimento della madre con un amico di famiglia. Quella scoperta casuale e improvvisa, filtrata dallo spiraglio di una porta, segnerà di fatto l’inizio della sua adolescenza. L’inganno della madre, l’estasi del suo amante e la gelosia provata di fronte alla scena dell’adulterio,  alimentano uno smanioso desiderio di riscatto che spinge il giovane protagonista ad esplorare l’universo femminile e a dare sfogo alla sua immaginazione erotica. Una giovane e sensuale bibliotecaria, Marie Lafontaine, accompagnerà Libero nel corso degli anni alla scoperta dell’eros e lo inizierà ai piaceri della letteratura. La tenera amicizia che li lega, così intima, così ambigua, sarà uno dei temi centrali del racconto. Libero è un adolescente timido, sensibile, che prova rabbia e invidia per gli amici che, diversamente da lui, hanno già perso la verginità. Soprattutto per Antoine con il quale aveva promesso di farlo per la prima volta insieme, conoscendo due amiche o due gemelle. Ma è solo una questione di tempo e i suggerimenti di Marie si riveleranno preziosi. La sua prima volta avrà il volto e il corpo di Lunette, proprio la sorella di Antoine: “lei aprì le cosce e io esplorai l’origine du monde con le labbra, e la lingua e il naso”. Il divorzio dei genitori per  “Le Grand Liberò”, come lo chiama Marie, diventa l’occasione per stringere un legame di forte complicità con il padre, grande appassionato di tennis oltre che di libri. In una delle scene più esilaranti del romanzo Libero va a rovistare nei cassetti del genitore morto da poco e scopre un suo lato oscuro che sembra consolarlo: il padre nascondeva riviste pornografiche, preservativi, alcune matrici dei biglietti del Crazy Horse e la tessera del partito comunista francese. Durante una vacanza a New York la relazione con Lunette viene messa a dura prova da un gioco erotico che si spinge oltre il dovuto e che si conclude con il tradimento di lei dentro il bagno di un locale pubblico. Quella sequenza così torbida e trasgressiva, intuita da Libero oltre il muro della toilette, segnerà la fine della loro unione e spingerà il protagonista a completare gli studi di giurisprudenza in Italia, a Milano.‎

Libero è diventato un uomo, della timidezza dei primi approcci giovanili gli resta solo il ricordo. In Italia lo attendono altre avventure –  31 tacche segnerà l’amico Giorgio sul bancone dell’osteria ai Navigli – ma anche una nuova vita, più consapevole, più adulta.

Atti osceni in luogo privato è il quinto romanzo di Marco Missiroli,  scrittore riminese tra i più  interessanti della sua generazione, già vincitore del premio Campiello nel 2006 con la sua opera prima Senza coda. E’ un romanzo di formazione, ma anche un generoso tributo al cinema d’autore e alla grande letteratura del novecento, dall’esistenzialismo di Sartre e Camus ai classici della narrativa americana. In una delle pagine più poetiche del libro, Libero si presenta allo studio legale dove comincerà a lavorare con una copia de Lo Straniero nella tasca interna della giacca. Saranno proprio gli spunti di scrittori  come Hemingway, Malamud, Faulkner, dello stesso Camus, suggeriti dalla bibliotecaria Marie, a segnare le tappe di questo viaggio immaginario che è la sua vita, e ad instradarlo nelle faccende erotiche ed umane di quella progressiva maturazione.‎

Con questo romanzo così delicato e raffinato Missiroli fa rivivere il Simenon de La Camera Azzurra e di altri racconti passionali over Maigret, e pone fine – speriamo una volta per tutte – al dibattito stucchevole sulla crisi della narrativa italiana contemporanea. Nonostante la giovane età, la scrittura di Missiroli è meravigliosamente densa, colta, matura, sublime. Il ritmo incalzante della narrazione inoltre non impedisce all’autore di indugiare con cura sui turbamenti vissuti dal protagonista del romanzo per i suoi amori immaginati o reali,  offrendo al lettore un’opera superba e ammaliante, destinata a diventare un classico della letteratura.

Angelo Cennamo                      

 

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CAOS CALMO – Sandro Veronesi

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Quarantatré anni, manager di una nota azienda televisiva, benestante: Pietro Paladini può dirsi un uomo felice. Ha appena concluso una gara di surf con suo fratello Carlo e ora è disteso al sole della Maremma, beato, a pensare al matrimonio imminente con Lara. Un imprevisto beffardo però sta per deviare il corso degli eventi e travolgere tutto. Una donna scompare tra le onde, Pietro, di istinto, si tuffa nell’indifferenza di tutti, perfino del marito di lei. In quei minuti drammatici in cui rischia la propria vita per salvare quella di una sconosciuta, Pietro non immagina che poco distante dalla spiaggia, nella sua villa, sta per consumarsi un’altra tragedia: Lara viene stroncata da un aneurisma sotto gli occhi della figlia Claudia.

E’ questo l’antefatto di Caos calmo, il romanzo che nel 2006 vinse il premio Strega e fece conoscere nel mondo Sandro Veronesi, consacrandolo tra i migliori autori del panorama letterario italiano.

Ora Pietro è un giovane vedovo con una figlia di dieci anni e un futuro tutto da riscrivere. Ma è qui che il romanzo prende quota rivelando l’estro del suo autore. Da questo momento infatti l’esistenza del protagonista entra in una surreale fase di stand by durante la quale il tempo sembra rallentare e ogni cosa viene vissuta da una visuale completamente diversa da quella del cinico uomo d’affari della prima parte. Pietro smette di lavorare e decide di trascorrere le giornate davanti alla scuola elementare di Claudia. Una scelta a tutti incomprensibile, puerile, che Pietro però non fa per elaborare il suo lutto, per superare un dolore che forse non riesce neppure a provare fino in fondo, ma per risvegliare la sua coscienza di uomo e conoscere meglio il lato oscuro degli altri. Tutto nasce da una scommessa fatta con Claudia il primo giorno di scuola, al rientro dalle vacanze. Si fa per dire. Poi i giorni diventano due, tre, quattro, fino a che quella sosta si trasforma in un rituale assurdo e definitivo. Cos’è che spinge Pietro a rimanere lì, chiuso in macchina o seduto sopra una panchina per giorni e giorni? Una strana sensazione che lo riporta indietro, uno stallo che lo salva dalla sofferenza. E’ il caos calmo della fanciullezza. Un caos gioioso, privo di drammaticità, il caos degli zaini, degli astucci, dei quaderni, il caos dei bambini che contagia anche i loro genitori che, all’uscita di scuola, in quel breve lasso di tempo –  dieci minuti non di più – mollano la civiltà  alla quale sono inchiodati tutto il giorno e si comportano come i figli, lasciando l’auto in doppia fila, rischiando di perdere il cane o di farsi investire. In quel giardinetto Pietro trasferisce tutto il suo mondo: firma i contratti, telefona, riceve amici, parenti e colleghi di lavoro preoccupati per una fusione che potrebbe causare il licenziamento di alcuni di loro, Pietro compreso. Quel luogo fuori dal tempo, quell’oasi felice, via via diventa una sorta di confessionale dove tutti i protagonisti del racconto vanno a rivelare segreti e a sfogare le proprie sofferenze. Un giorno Pietro riceve la visita della donna che ha salvato in quella tragica mattinata al  mare. I due vivranno un’intensa notte di sesso nella stessa casa in cui Lara è morta pochi mesi prima, mentre Claudia dorme inconsapevole nella sua cameretta. Sarà l’ultimo guizzo di follia al quale Pietro si abbandonerà prima di ritornare alla faticosa normalità.

Caos Calmo è il miglior romanzo di Veronesi. Una bella fiaba moderna scritta con uno stile massimalistico e argomentativo dal sapore americano, ironico e profondo al tempo stesso. La prosa di Veronesi è scorrevole, briosa, e sorprende il lettore con un vortice di digressioni divertenti ed originali: Elenco delle compagnie aeree con cui ho volato: Alitalia, Air France, British Airways, Aeroflot, Iberia, Air Dolomiti, Air One, Sudan Air, Lufthansa; Aerolineas Argentinas, Egypt Air, Cathay Pacific, American Airlines, United Airlines, Continental Airlines, Delta, Alaska Airlines, Varig, KLM, TWA, Pan Am, Meridian, Jat. Così Pietro Paladini se ne va a zonzo nella memoria per non pensare al presente.          

Angelo Cennamo

 

 

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INFINITE JEST – David Foster Wallace

 

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Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Maneggiare un romanzo di David Foster Wallace è un’esperienza meta-letteraria. Un viaggio senza ritorno nelle viscere dell’umanità, il tentativo di esplorare un luogo sconosciuto di noi stessi e del mondo che ci sta intorno da una prospettiva nuova, inusuale, a metà strada tra l’iperrealismo e la follia. Ma perché uno scrittore oscuro e difficile come Foster Wallace piace così tanto? Difficile spiegarlo. Forse perché in quelle oscurità ritroviamo le nostre malinconie, le nostre insicurezze. Perché non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo: I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxiInfinite Jest  è un libro che per la sua mole – 1.280 pagine fittissime – incute terrore e scoraggia anche i cultori più incalliti della parola scritta. Lasciare però quel malloppo di carta in bella vista sulla scrivania alla stregua di un fermacarte qualunque o di un vecchio almanacco, temendo che la smisurata lunghezza possa annoiare o peggio logorarci i nervi fin dai primi capitoli – può accadere se non si è rodati al postmoderno spinto – è più di un peccato veniale: è negarsi a una rigenerazione emotiva che dopo tutto finisce per amplificare la nostra qualità di lettori – dopo aver letto Wallace si diventa lettori terribilmente esigenti. Una catarsi dunque. Ma prima della catarsi, il supplizio, sfiancante, ai limiti della sopportazione. Infinite Jest  è un romanzo meravigliosamente faticoso. Nei momenti di scoramento si ha voglia di lanciare il mattone contro la parete della camera da letto e maledire il critico della rivista o l’amico – in questo caso nemico – che ne ha consigliato l’acquisto. Ma dura poco. Dura poco perché dai libri di Wallace e dallo stu-po-re che generano le sue trame è difficile stare lontani. Quel vigore narrativo sempre sopra le righe, quella capacità rara di destare curiosità con un semplice dettaglio o con un dedalo di assurde coordinate dentro il quale ritrovare il soggetto della frase principale può diventare un vero rompicapo: è questo il genio letterario di Wallace. Infinite Jest  è un murales di emozioni profonde, dipinto con una prosa schizofrenica e così argomentativa da cancellare quasi la distinzione tra narrativa e saggistica. Un romanzo fluviale senza trama e senza un vero finale che racconta di una società rassegnata al proprio annientamento psichico e fisico. In un tempo imprecisato e sponsorizzato gli Usa avranno inglobato il Messico e il Canada in una supernazione chiamata ONAN. Wallace ambienta il romanzo all’interno dell’ETA ( Enfield Tennis Academy), un liceo per giovani promesse del tennis che sognano di  giocare nell’ATP “lo Show”, e all’Ennet House, un centro di riabilitazione per alcolisti e drogati che puzza del tempo che passa. Come tutti i protagonisti della storia, i ragazzi dell’ETA sono sopraffatti dalla noia e invischiati nell’uso di sostanze ricreative.  Infinite Jest è anche il titolo di un film misterioso che ipnotizza gli spettatori condannandoli ad una pericolosa assuefazione. Un’arma letale che può cambiare il corso degli eventi. Eccoci  dunque al tema del romanzo: la dipendenza. Dipendenza da qualunque cosa, non solo dall’alcol e dalle droghe. Forse anche dallo stesso libro che imprigiona il lettore più intrepido fino alle note del post scriptum in una sorta di stato catatonico: il magnetismo di Wallace è un argomento da approfondire, da studiare. Dicevamo della trama come espediente dell’autore per raccontare molto altro attraverso divagazioni su fatti, luoghi e personaggi, seguendo i consueti schemi labirintici ai quali the genius ci ha abituato per guidarci nel suo mondo enigmatico e ricco di suggestioni: dilatazioni spazio-temporali, periodi lunghi e frammentati senza mai un capoverso, punteggiatura fantasiosa. Un tracciato avventuroso che ci lascia senza fiato, attoniti. Del realismo isterico di Wallace e dell’impossibilità di cogliere fino in fondo tutte le sfaccettature della sua grammatica mentale non si può dire di più. La cosa più faticosa della mia vita dice Edoardo Nesi che del libro ha curato la traduzione in italiano. Cos’altro aggiungere: Infinte Jest  è un romanzo monumentale in ogni senso – il tomo è alto quanto il palmo di una mano – scomodo anche nell’approccio fisico. Ma è un’opera superba, irripetibile, che attraversa molti generi, una scheggia di autentica bellezza tra i classici della letteratura moderna.

Angelo Cennamo                                       

 

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SUTTREE – Cormac McCarthy

Suttree

“Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna”.

Knoxville, Tenessee, un uomo fugge dai suoi affetti più cari e si trasferisce in una baracca su un fiume. Il suo nome è Cornelius Suttree. Come un randagio solitario, Suttree sopravvive pescando pesci gatto che rivende in città, in quel mercato che sembra “un lazzaretto di generi alimentari e flora e umanità menomata”. Il suo mondo è un girone dantesco popolato di ladri, negri, ubriaconi e puttane. Una fauna di derelitti e di balordi con vissuti di galera e di grande sofferenza che incontra navigando con la sua barca e nei bar sgangherati di quella landa oscura fatta di “anonime costruzioni di carta catramata e lamiera, abitazioni fatte di nudo cartone e pisciatoi di assi traballanti inghiottiti da un turbinio di mosche”. Le giornate di Suttree sono un susseguirsi di ore avvilenti, oberate di una fatica inconcludente, precaria, tra i rottami squallidi di quella campagna povera, spettrale, sulle sponde di un fiume sporco ma vitale che scorre silenzioso oltre ogni solitudine, e “sotto il flusso dell’acqua cannoni e affusti, orecchioni incagliati che arrugginivano nel fango, barche a chiglia decomposte in mucillagine. Leggendari storioni dal corpo corneo e pentagonale, pesci gatto e carpe cupree e lucenti come lasche, con il loro ventre pallido e senza sprue, una densa fanghiglia tempestata di vetri rotti, ossa e barattoli arruginiti e cocci di stoviglie venate di crepe nere di fango“. In mezzo a quella brodaglia e a quegli scarti Suttree è “come feccia sul fondo di un calice”, un uomo che non ha propositi, né di tornare da dove è venuto né di raccontare quello che ha visto. Il suo è un girovagare senza fine, senza meta, che un giorno lo porterà ad abbandonare definitivamente quei luoghi palustri, prossimi ormai alla contaminazione di una nuova civiltà urbana “camminando per l’ultima volta lungo quella stretta strada si sentì scivolare di dosso ogni cosa. Finché non gli rimase più nulla di cui disfarsi. Era tutto scomparso. Nessuna scia, nessuna traccia“. Io, vagabondo che non sono altro.
Se non hai mai letto Cormac McCarthy della letteratura non hai capito nulla, disse una volta David Foster Wallace a un amico regista, al quale suggerì di fare di questo libro una trasposizione cinematografica. Chi ha conosciuto il McCarthy di Merdiano di sangue, Cavalli selvaggi, La Strada, leggendo Suttree – romanzo del 1979 tradotto in Italia solo trent’anni dopo – scoprirà una versione completamente inedita del grande maestro di Providence che Harold Bloom indica tra i superquattro viventi con DeLillo, Pychon e Roth, per via di uno stile tutt’altro che asciutto ed essenziale al quale McCarthy ci ha abituati con i suoi straordinari racconti western. Al contrario, Suttree è un romanzo dalla prosa rigogliosa, massimalista, argomentativa, poetica, ricca di metafore e di descrizioni suggestive che sembra aver lasciato una traccia profonda nella letteratura recente: “L’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati” – “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi (Infinite Jest  – David Foster Wallace). La storia di Cornelius Suttree è romanzo senza trama e senza un vero finale. Un diario o un lungo flusso di coscienza che ricorda l’Ulisse di Joyce, in alcuni passaggi anche la Divina Commedia di Dante: “particella di materia attonita che si essicca nel fango conciante, la terra damnata della defunta alchimia cittadina”. Un’opera superba, dalla scrittura ricercata, immensa, inimitabile.

Angelo Cennamo              

  

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DIO DI ILLUSIONI – Donna Tartt

Dio di Illusioni Tartt

“Dioniso è maestro di illusione, colui che sa far crescere una vite da un legno di nave e in generale rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è“.

In un tempo recente ma indefinito, il giovane incompreso Richard Pappin lascia la California e l’area di servizio dove vive con i genitori per trasferirsi in un college esclusivo del Vermont. Qui conosce Julian Morrow, un eccentrico professore di greco che seleziona i suoi studenti secondo criteri personali più che accademici. Morrow è un uomo carismatico, un fine intellettuale in passato amico di Ezra Pound e di T.S. Eliot, un oratore meraviglioso che considera il suo lavoro “una gloriosa forma di gioco“. Ma ha delle strane manie: i suoi corsi sono riservati a una cerchia ristretta di studenti che in lui avranno il solo ed unico maestro: “dopotutto anche Platone aveva un solo maestro, e così Alessandro“. Richard, che ha voglia di studiare il greco antico, ne rimane immediatamente affascinato, al punto di accettare senza riserve la sua rigida imposizione. Con lui ci sono altri 5 ragazzi, ricchi e viziati, più avanti nella conoscenza dei classici rispetto all’ultimo arrivato, verso il quale sembrano provare fin da subito una certa diffidenza. Bunny, Francis, i gemelli Charles e Camilla, ed Henry formano una conventicola snob e fuori dal mondo “nessuno dei cinque era minimamente interessato alle cose del mondo… alla luce elettrica Henry preferiva le lampade al cherosene” presa unicamente dallo studio della letteratura e dei miti greci. Richard inizialmente osserva il gruppo dall’esterno. Con molta fatica prova a penetrare quel muro invisibile di piccoli segreti, sotterfugi e di complicità  oltre il quale non riesce a vedere: “volevo cullarmi nell’illusione che fossero del tutto sinceri nei miei confronti, che eravamo amici, senza segreti. Invece di molti fatti non mi tenevano al corrente“. Richard ammira molto Julian Morrow, ma anche Henry, l’allievo più erudito e promettente ( il vero protagonista del romanzo) : “la loro ragione, i loro occhi e orecchi vivevano entro i confini di quei veri antichi ritmi – il mondo a me noto non era la loro casa – e, lungi dall’essere visitatori occasionali di quella terra, al pari di me stesso, turista ammirato, ne erano piuttosto abitatori permanenti“. Una sera i compagni di Richard, trascinati dallo studio ossessivo del greco e dal fanatismo di Morrow, cedono all’alcol e alla droga per raggiungere l’estasi dionisiaca. In un bosco fuori città celebrano un baccanale in piena regola, con preghiere, misteriosi riti magici e pratiche sessuali. Siamo al momento cruciale del racconto. In preda all’ebbrezza e a quello stato di scomposta esaltazione, Henry, forse senza rendersene conto, uccide un uomo. Bunny quella sera non c’è, ma l’assassino e i suoi complici faticano a nascondere il misfatto. Ora Bunny sa tutto, scherza, allude, ricatta: “aveva un carattere imprevedibile e si fiondava nella vita guidato solo dalla fioca luce dell’impulso e dell’abitudine“. Dentro quella imprevedibile spirale di violenza dovrà finirci anche lui. Il destino del gruppo è segnato, quel mondo di eccessi e di pericolose complicità comincia piano piano a sfaldarsi, a crollare un pezzo alla volta. “A cosa pensava Richard mentre vedeva morire Bunny? Non al fatto che stava aiutando i suoi amici a salvarsi, ma a piccole cose, insulti, insinuazioni, crudeltà che in quel momento, a distanza di mesi, chiedevano vendetta“.

Dio di illusioniThe Secret History nella versione americana  – è il romanzo di esordio di Donna Tartt, scritto venti anni prima del più celebre Il Cardellino, con il quale l’autrice americana vinse il premio Pulitzer nel 2014. È un libro ambizioso, con una trama originale e seducente sia per l’ambientazione spazio-temporale del racconto, a metà strada tra la modernità e l’antica Grecia, sia per la prosa erudita e ricercata che nella tradizione della Tartt risente molto l’influsso dell’arte e della cultura classica della vecchia Europa. Un romanzo di formazione nel quale si fondono sentimenti e ossessioni ai limiti del verosimile, che rendono però la storia ricca di suggestione e di una rara intensità che accompagna il lettore dal prologo – luogo nel quale si preannuncia la morte di Bunny – fino all’ultimo capitolo del libro. Per raccontare le vicende di quella bizzarra conventicola e delle sue illusioni perverse alla Tartt potevano bastare anche quattrocento delle seicentoventidue pagine di cui si compone il romanzo –  Simenon ne avrebbe impiegate al massimo 250. Ma è l’unico limite di un’opera nel complesso vigorosa, armoniosa e magnificamente scritta da una ragazza di appena 28 anni con un grande futuro davanti a sé.

Angelo Cennamo

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MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO – Jonathan Safran Foer

molto forte incredibilmente vicino

“Troppi Jonathan nella letteratura” scrive Jonathan Franzen nel suo ultimo romanzo Purity – Coe, Lethem, Miles…Safran Foer, che nel 2005, quando viene pubblicato Molto forte, Incredibilmente vicino, di anni ne ha appena ventotto. Jonathan Safran Foer è tra gli autori più interessanti e visionari della nuova generazione americana. Nonostante la giovane età, al suo attivo ha già diversi racconti, un saggio e tre romanzi ben recensiti. Nei prossimi mesi uscirà il suo quarto romanzo, l’attesissimo Here I am. Con Extremely Loud and Incredibly Close – nella versione Usa – Safran Foer si consacra tra gli scrittori più amati dalla critica e dal pubblico anche fuori dai confini nazionali. Il romanzo racconta la storia di Oskar Schell, un bambino di nove anni che ha perso il padre nell’attentato alle Torri Gemelle. Oskar è un ragazzino intelligente, intraprendente, sensibile, e con molta immaginazione. Un giorno, frugando nel ripostiglio del padre, trova una busta con una chiave. Sul retro della busta c’è una scritta: “Black”. Che vorrà dire? Chi sarà mai questo Mr. Black? E quale serratura aprirà quella chiave? Inizia così un viaggio straordinario di molti mesi che porterà il bambino alla ricerca di tutti i signor Black di New York. Quel girovagare tra i cinque distretti della città farà conoscere a Oskar un’umanità nuova e curiosa come lui, ma soprattutto lo farà sentire più vicino al padre. L’indagine del piccolo protagonista non è però l’unico tema del libro, la sua storia infatti si intreccia ad un’altra vicenda appassionante, quella di suo nonno, un uomo segnato profondamente dalla morte di una ragazza avvenuta durante la seconda guerra mondiale, al punto da rinchiudersi in un misterioso mutismo che lo porta a comunicare col mondo esterno solo attraverso la scrittura, e a scappare di casa alla nascita del figlio Thomas “perché la vita talvolta può essere più dolorosa della morte”.

Molto forte, Incredibilmente vicino è un romanzo dalla struttura insolita, immaginato e scritto da Safran Foer come farebbe un bambino dell’età di Oskar. La tecnica adoperata dall’autore contribuisce a rendere il racconto originale non solo per i contenuti della trama ma anche per il linguaggio stesso della narrazione e per la grafica ( alcune pagine sono occupate da una sola frase o da una sola parola, in altre troviamo delle lettere cerchiate di rosso ). E’ un libro ricco di tenerezza e di poesia che parla dell’assenza, quella del padre sconosciuto di Thomas, che trascorre la propria esistenza lontano dalla famiglia a scrivere lettere mai spedite al figlio. E l’assenza di Thomas, uscito dalla vita di Oskar troppo presto per una tragica fatalità che poteva essere evitata. Tutto il romanzo è giocato sulla doppia sponda temporale delle due storie che inaspettatamente si ricongiungono in un finale commovente ed intenso.

Angelo Cennamo                        

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BENEDIZIONE – Kent Haruf

KENT HARUF Benedizione

Dopo aver letto romanzi come Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo – la cd Trilogia della pianura – la prima domanda che ci salta in mente è come mai uno scrittore come Kent Haruf in Italia sia così poco conosciuto. La seconda è come mai i suoi libri siano pubblicati da una minuscola casa editrice milanese, la NNEditore, anziché da colossi dell’editoria: Einaudi, Rizzoli, Mondadori ecc. Di Haruf si fa fatica a trovare anche pochi cenni biografici. Di lui sappiamo che è originario di Pueblo, nel Colorado, che è morto due anni fa, e che prima di approdare alla narrativa ha fatto svariati mestieri: l’infermiere, il carpentiere, il bibliotecario.

Benedizione, uscito per la prima volta in America nel 2013, racconta l’ultimo mese di vita di un uomo al quale è stato diagnosticato un cancro. Dad Lewis, questo il nome del protagonista, vive con la moglie Mary nella sua vecchia casa di campagna nella periferia di Holt, una cittadina immaginaria del Colorado – Stato situato nella zona centrale degli Usa, dal paesaggio mozzafiato, dominato da aspre catene montuose e da pianure sconfinate che d’estate profumano di mais. L’America contadina, romantica, nazionalista e puritana dei coniugi Lewis è un piccolo mondo antico fatto di valori semplici e indissolubili dove le parole computer e smartphone sono bandite dal racconto, e perfino l’adulterio può diventare causa di licenziamento. Intorno alla  figura del vecchio Dad e al suo capezzale ruotano diversi personaggi, mai gregari ma cooprotagonisti di una storia lenta e avvolgente che sa intrattenere e commuovere al tempo stesso: la figlia Lorraine, segnata da una precedente tragedia familiare e venuta da Denver per assistere i genitori nei giorni più dolorosi; il reverendo Lyle, malvisto dalla comunità di Holt perché predica la tolleranza negli anni in cui il suo Paese è in guerra contro l’integralismo islamico; la vicina di casa Berta May, che vive in compagnia della nipotina Alice rimasta orfana della madre; le signore Johnson: Willa e sua figlia Alene “donna di mezza età sola e isolata, l’insegnante senza marito che passa la vita in mezzo ai figli degli altri, una che un tempo prima aveva avuto un breve, eccitante momento di passione ma poi aveva fatto marcia indietro”; Frank Lewis, il figlio omosessuale di Dad e Mary, scappato di casa dopo il diploma e mai più tornato.

Benedizione è un romanzo corale in cui le vite dei personaggi si intrecciano le une alle altre in un afflato di valori e di sentimenti autentici che resistono al logorio della modernità. Un libro ricco di poesia e di suggestioni country che affronta i temi delle relazioni umane, della malattia e della ricerca della redenzione con molto garbo e con delicatezza. Il Colorado di Kent Haruf somiglia molto al Maine di Elizabeth Strout, così come la contea di Holt ci ricorda Crosby, il villaggio dove la scrittrice di Portland ha ambientato i racconti di Olive Kitteridge. Stesse atmosfere che evocano un’America lontana  dai grattacieli e dal frastuono delle metropoli; un Paese rurale, attraversato da mandrie di bovini al pascolo e solcato da strade polverose di terra battuta. In una delle scene più pittoresche del romanzo, Lorraine e le signore Johnson, per trovare refrigerio dalla calura estiva, si denudano e fanno il bagno nell’abbeveratoio del bestiame, tra le mucche che riposano, il fango e il letame. Pagine indimenticabili di una letteratura sobria e minimalista che merita di essere riscoperta e approfondita.

 

Angelo Cennamo                                                      

 

 

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