JOHN HENRY FESTIVAL – Colson Whitehead

Luglio del 1996, a Talcott, West Virginia, si tiene un festival in memoria di un leggendario spaccapietre di colore che alla fine dell’Ottocento avrebbe sfidato e battuto una delle prime trivelle a vapore. Avrebbe perché della reale esistenza di John Henry nessuno può essere certo. Per partecipare all’evento, in città si ritrovano J. Sutter e una combriccola di giornalisti sbafisti che come lui girano gli States in lungo e in largo scroccando cene, alloggi e tutto il resto. I loro nomi sono segnati, registrati sulla Lista. “L’intento della Lista è di avere a disposizione un gruppo di persone affidabili a cui non frega un cazzo di niente, che vogliono roba gratis. La Lista desidera americani chiave. E gli sbafisti sono la quintessenza dell’americanità…”. Quando nel 2001 pubblica John Henry Days (in Italia John Henry Festival con l’editore Sur), Colson Whitehead non ha ancora vinto i due premi Pulitzer e il National Book Award (La ferrovia sotterranea e I ragazzi della Nickel sono arrivati qualche anno dopo). John Henry Festival è il suo secondo romanzo. A differenza di quanto risulterà nei libri successivi, il tema del razzismo qui viene appena sfiorato. Ciò che incuriosisce di più del romanzo è l’articolazione della narrazione, abbastanza complessa e con diversi capitoli che appaiono scollegati dall’argomento centrale, lasciato sullo sfondo, quasi si trattasse, e lo è, di un espediente per raccontare altro: il folklore, le perversioni del circuito mediatico, l’avvento di internet (così come John Henry “aveva abbandonato un’economia schiavistica alla volta di un’economia industriale”, J. sta abbandonando gli anni dell’analogico per entrare nel tempo digitale). Dicevo dei dubbi sulla reale esistenza di John Henry. La sua storia a un certo punto si intreccia con quella di John Hardy, un criminale vissuto negli stessi anni del protagonista e morto impiccato. I due John erano la stessa persona? Poco importa, quello che conta è che almeno la leggenda dello spaccapietre sia vera e che venga tramandata ai posteri. Le diverse microstorie che compongono il romanzo secondo una schema quasi decameronesco, dalle origini del blues ai concerti dei Rolling Stones, dalle droghe al collezionismo dei cimeli di John Henry, fino ai cartoni animati che ne riproducono la sfida alla trivella, superano spesso il confine della fiction. Anche per questo è difficile inquadrare John Henry Festival in un unico genere letterario. Per questo e per altro, nel senso che il lettore è chiamato a fare i conti non solo con una sorprendente vastità del racconto (riflessioni, digressioni, analisi della cultura pop americana) ma anche con una struttura così poco lineare che in alcuni passaggi non sembra neppure esistere. Insomma, non stiamo parlando di un libro facile e non sarà stato facile neppure scriverlo per Whitehead: l’approccio a John Henry Festival richiede pazienza e un tasso di concentrazione superiore alla media. Ma vi assicuro che lo sforzo alla fine sarà ben ripagato. Il miglior romanzo di Whitehead. 

Angelo Cennamo

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L.O.V.E. – Giancarlo Liviano D’Arcangelo

“Non leggi un libro di mille pagine perché hai sentito dire che il suo autore è un tipo simpatico. Lo leggi perché ti hanno fatto capire che l’autore è un genio”, disse David Foster Wallace a David Lipsky, il giornalista che Rolling Stone gli mise alle calcagna nel tour promozionale di Infinite Jest. Del fascino speciale dei mattoni che scavalca le mode e che non arretra neppure di fronte alla brutale semplificazione della messagistica social e di whatsapp, prima o poi ne riparleremo, è un argomento interessante: ci fa comprendere come e perché una certa letteratura (quella alta e studiata) continui a resistere ai de profundis degli analisti più pessimisti. Per ora la notizia è che il romanzo fluviale o massimalista o massimalista argomentativo (le sfaccettature sono diverse) è vivo e vegeto anche a latitudini più prossime di quelle di William Vollmann e Stephen King. In tempi recenti molti di voi avranno letto, altri si saranno arenati, su opere mastodontiche come La scuola cattolica di Edoardo Albinati (premio Strega nel 2016) e Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi. Giancarlo Liviano D’Arcangelo, scrittore e studioso di mass media bolognese del quale lessi qualche anno fa un bellissimo libro intitolato, vado a memoria, Il gigante trasparente, ha ripubblicato un romanzo monstre di ottocentocinquanta pagine che racconta la storia di un grosso impero finanziario. Il costruttore di questo impero tirato su dal nulla, la Sunrise Inc, si chiama Italo Giordano. Isacco è il primogenito destinato a succedergli; lui, perché l’altro figlio, Giordano, voce narrante della storia, non sembra affatto portato per il management: è un ragazzo goffo, vergine, con poco senso pratico e un’indole sensibile che non si confà al mondo cinico e spregiudicato degli affari. Eppure, per un tragico gioco del destino (absit iniuria verbis), a un certo punto di questa storia, a gestire l’azienda dei Giordano si ritroverà proprio il fratello meno adatto. L’insediamento di Giordano alla Sunrise Inc è la chiave di volta del romanzo, la trovata geniale alla quale accennavo nelle prime righe, la trovata che ribalta ogni premessa dell’autore e ogni aspettativa di chi legge. Giordano Giordano vorrebbe migliorare le condizioni dei lavoratori ma la tentazione contraria, quella cioè di assecondare i meccanismi dello schiavismo aziendale, risulterà sorprendentemente più forte, e si accompagnerà a una serie di altre scelte che daranno consistenza e vigore alla trama. Nessuno può dirsi innocente fino in fondo. Nessuno è immune dal male: è questo il paradigma intorno al quale Liviano D’Arcangelo imbastisce il plot di L.O.V.E., e dopo aver disegnato la distanza tra il bravo ragazzo e il ramo malvagio della famiglia, ricuce lo strappo perché “Il denaro è l’unico vero denominatore comune dell’umanità”. Il romanzo è chiaramente una reprimenda del capitaliamo e delle sue derivazioni più malefiche, ma D’Arcangelo è attento a non giudicare, non entra nel racconto per impartire lezioni di moralità. In L.O.V.E. non figurano personaggi buoni e altri cattivi, in ognuno di essi è presente un lato oscuro… l’uomo è un legno storto, diceva Kant. Leggendo mi sono venuti in mente un paio di vecchi libri americani: A volte una bella pensata di Ken Kesey ed Empire Falls di Richard Russo, più il secondo del primo, il romanzo che nel 2002 soffiò il Pulitzer a Le correzioni di Jonathan Franzen. La versione di Liviano D’Arcangelo però è più tosta, più truce, più nera. L.O.V.E. è una storia di perdizione, un viaggio avventuroso nel buio di una terra di mezzo marcia e trasversale, tra faccendieri senza scrupoli, amministratori corrotti, prostitute e prevaricatori seriali. Un romanzo che sprigiona tormento, aridità, e una curiosa cupezza; scritto con garbo e con senso della misura (ogni sua parte è ben strutturata), lunghissimo sì ma mai verboso o vischioso, e senza cali di tensione. Non lasciatevi impressionare dalla sua mole, lasciate che vi impressioni il racconto: veloce e fluido come nella tradizione dei migliori page turner. Nel 2024 Il Saggiatore ha portato in libreria due splendidi mattoni, uno è l’inarrivabile Le perizie di William Gaddis, l’archetipo del postmodernismo americano, l’altro è L.O.V.E. di Giancarlo Liviano D’Arcangelo. Non male. 

Angelo Cennamo

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CONVERSAZIONI AMERICANE. RAYMOND CARVER / con Valeria Parrella

“Io un lavoro ce l’avevo e Patti no. Lavoravo poche ore di notte in ospedale. Un lavoro da niente. Facevo qualcosa, timbravo il cartellino per otto ore e andavo a bere con le infermiere. Dopo un po’ Patti ha voluto mettersi a lavorare. Diceva che aveva bisogno di un lavoro per la propria dignità. E così si mise a vendere multivitaminici porta a porta”. Protagonista di Vitamine, uno dei racconti  di Cattedrale, la raccolta uscita nel decennio più rivoluzionario della letteratura americana moderna (Leavitt, McInerney, Ellis, Foster Wallace, Franzen, Chabon), gli anni ’80, è una coppia fintamente felice. Di coppie infelici in queste storie, e nelle altre, ce ne sono diverse. L’incipit spiega bene il resto: poche parole senza enfasi scritte quasi contro voglia, con noia. Distacco. Le rileggo al tavolino di un bar di piazza Dante, nel centro di Napoli, mentre aspetto Valeria (Parrella) che su whatsapp mi avvisa che è saltata una corsa della cumana “Angelo, ci vorrà almeno un quarto d’ora”. Va bene. È una mattina grigia di ottobre, si è alzato un forte vento che sta facendo agitare gli ombrelloni ancora aperti e volare bicchieri di plastica. Ci saranno dieci gradi. Mi pento di essere uscito di casa con una misera t-shirt di cotone. Dal mio tavolo vedo la vetrina dell’ex libreria Pironti, leggendario talent scout napoletano che con pochi mezzi soffiò grossi autori americani alle corazzate dell’editoria nazionale. Tutto torna, penso: ecco perché Valeria ha voluto incontrarmi qui. Ah, dimenticavo, semmai non si fosse ancora capito: l’argomento della nostra conversazione è Raymond Carver. Si sono fatte le 10,00. Una monetina di sole fa capolino dai tetti dei palazzi di fronte. L’aria si è riscaldata. Meno male. Valeria mi raggiunge dall’altro lato della piazza: occhiali scuri, trench e una borsa di stoffa che a occhio conterrà qualche libro. Solo ora mi accorgo di aver ricevuto un altro suo whatsapp, le voci della piazza devono aver coperto il bip “Meglio del previsto, pochi minuti e sono lì”. Chissà come avrebbe scritto Carver su whatsapp e più in generale sui social. Carver ha inventato Twitter trent’anni prima di Twitter. Nessuno ha influenzato la letteratura contemporanea come lui, disse una volta Rick Moody. A chi lo definiva minimalista, quasi indispettito rispondeva “Precisionista, non minimalista”. Resta il fatto che quel faticoso lavoro di sottrazione eseguito sui testi era in netta controtendenza rispetto alla prolissità di altri autori, soprattutto europei, o al massimalismo argomentativo di chi prima di lui (Gaddis, Pynchon) e dopo di lui (Vollmann, Foster Wallace, Lerner, Cohen) ha proceduto per espansione invece di limitarsi all’essenziale. Quanto quest’opera di ripulitura possa attribuirsi allo stesso Carver o al suo editor Gordon Lish è difficile dirlo. Sui racconti di Carver Lish ha fatto di tutto: cambiato, sostituito, soprattutto accorciato, tanto che non sono pochi coloro che si interrogano sulla reale identità di Carver: era veramente lui o il suo editor? Per farvi un’idea di come Gordon “Mani di forbice” abbia manomesso le storie del suo pupillo vi basta confrontare due raccolte gemelle: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore e Principianti, la versione integrale della prima, uscita qualche anno dopo senza i tagli dell’editor “Gli scrittori hanno bisogno dei loro editor quanto gli sportivi ne hanno dei loro allenatori, e a nessuno verrebbe da giudicare la prestazione di un nuotatore meno meritevole perché a bordo piscina qualcuno lo incita a mulinare le braccia più veloce” ha scritto Paolo Giordano nella prefazione del libro.

Come sai tutti i diritti sulle opere di Carver li controlla- è giusto controlla? Ne fa una supervisione, li esamina, li protegge, li custodisce…ec_ Tess Gallager. Quindi cosa succede, che se devi farne una nuova edizione per esempio italiana, l’editore prima cosa verifica che a Gallager piaccia il prefatore. Io dovevo scrivere su “Se hai bisogno chiama” e mandarono a Tess Gallager una mia raccolta di racconti tradotta in Usa da Europa Edition. Lei disse, ok, ma non deve scrivere che è minimalista. Ci ho pensato tantissimo su. Prima cosa perché l’ultima persona che mi ha detto nella vita cosa dovevo fare è stato mio padre quando avevo 16 anni, credo che dopo ho accettato solo consigli. Poi perché io ho solo la scrittura, quindi non la metto al servizio di ciò in cui non credo.Infine perché io avevo assunto su di me tantissime tantissime informazioni su Carver, di carattere biografico e critico, e ne ero stracolma. Dovevo dunque tornare a leggerlo, nuda, e chiedermi se potevo scrivere di Carver senza scrivere che è minimalista. È un esercizio difficilissimo destrutturarsi da lettore. Alla fine tutto questo paraustiello per dirti che sono sostanzialmente d’accordo. Precisionista non minimalista. Ho prefato, ed è finita così : Tess Gallagher is happy to approve this introduction. I wanted to share her message: I found Valeria Parraella’s essay very sincere and engaging as when someone shares a very personal but expansive encounter with a writer. I especially liked her connecting Ray to “To the Lighthouse”, one of my favorite books of all time.  She hits her high note there at the end to realize that in Ray’s work the middle class actually can become a protagonist. Although she doesn’t go on to say so, this makes Ray’s work cast a much wider net across the planet than authors before him.  Of course what we realize over here is that now Ray’s middle class has slipped its cogs and has become perhaps the lower middle-class. But this doesn’t diminish his reach, just re-calibrates it.  Do thank them for providing the translation. I enjoyed it very much. So interesting her entrance into Carver via kind of the back door in these posthumous stories.

Come dicevo prima a proposito di Vitamine, nelle storie di Carver non accade niente di speciale oltre lo scorrere del tempo e un agire comune, apparentemente irrilevante, letterariamente parlando insignificante, come riparare un oggetto, ricevere una visita, ordinare una torta. In Attenti, altro racconto contenuto in Cattedrale, dopo aver litigato con la moglie, il protagonista va ad abitare in una mansarda. Il lettore non sa qual è la causa del litigio né se e come i due coniugi risolveranno la crisi. “Dobbiamo parlare”, dice lei, ma Carver concentra la sua attenzione su un fatto del tutto marginale: l’orecchio del marito è otturato, e la moglie, che un giorno decide di ribussare alla sua porta, glielo stappa. 

Non è che non succede niente. Prima cosa c’è il grande problema base: di cosa sono fatti i libri? Di storia o di lingua? Nel migliore dei casi sono un sinolo aristotelico tra i due. Nel caso intermedio a me interessa la lingua. la trama… guarda la trama alla fine è una sceneggiatura. Non è così importante. Dunque Carver cosa fa? Mette solo le parole che servono, dentro le parole che servono c’è uno scrigno di informazioni che il lettore tira fuori dalla sua esperienza personale. Se io mi concentro sull’orecchio tappato do un sacco di notizie. So che c’è una consuetudine tra i due, so che si è in un momento intimo ma non romantico, di accudimento ma anche di fastidio, di necessità  non grave. Chiunque di noi ha vissuto quello, e chiunque di noi così può essere precipitato in una storia che gli appartiene. Allora cosa vogliamo dire? Che nelle nostre vite non succede niente? Che sono irrilevanti per questo? Su un piano universale certo che lo sono, è rilevante solo che la terra abbia agganciato una nuova luna, ma sul piano della narrativa le nostre storie piccole quotidiane sono tutto: perché sono l’unico ambito in cui viviamo, dunque anche l’unico ambito di giudizio. A me questo mi fa volare. Restare in silenzio in una stanza presa in affitto mentre di là due coniugi anziani guardano la tv è la siepe di Leopardi: oltre c’è l’infinito. 

In questi racconti c’è sempre un antefatto e un postfatto di cui non sappiamo nulla. Carver arriva al centro. È come se ci spalancasse una finestra per farci vedere cosa sta accadendo in quel preciso momento nella stanza. Carver fa con le parole quello che Edward Hopper fa con le immagini: ci mostra l’attimo in cui tutto è già accaduto. 

Sì ma questa è la misura del racconto. Cosa fai in un racconto? Entri nella stanza con il letto già disfatto e decidi se l’ha buttato per aria un ladro o una coppia che ha scopato tutta la notte, poi esci. È il racconto che fa questo. A te non piacciono i racconti, ma secondo me puoi affinarla questa cosa, puoi venire anche tu nella terra dove ti consegnano un nucleo incandescente. Quello che tu chiami il centro è il nucleo incandescente. Hopper è più freddo, più elegante, più upperclass. Carver soffre come una bestia. Ti ricordi quando mettesti su X una foto on the road e io ti dissi che la piana di Battipaglia o la Route 66 hanno un sentire che si somiglia? Ecco, io a Carver riconosco quella fatica. Ma forse sono io. Se io non avessi letto Carver e non ci avessi visto dentro la piana di Battipaglia oggi farei un altro lavoro e io e te non staremmo prendendo questo caffè.

I protagonisti delle storie di Carver non sono né degli eroi né persone comuni, sono uomini e donne sull’orlo di un’infelicità che si sta cronicizzando. Ricordano molto i personaggi di un altro gigante del realismo minimalista: Richard Yates. Ma se i personaggi di Yates inseguono un sogno senza raggiungerlo, quelli di Carver il sogno manco lo inseguono, perché sarebbe tempo sprecato. 

Voilà. perfetto. Lui è il cronista dell’infelicità. mica un ruolo semplice? lo psicopompo americano, un hermes traghettatore, con tinte molto evidenti, pensa per esempio alla torta di compleanno. A me viene mal di stomaco solo a pensarci, o alla stessa sequenza finale delle guglie della cattedrale disegnate a occhi chiusi…è molto significativo questo ossimoro che usi “giganti del minimalismo”, ci hai pensato? 

Carver ha scritto solo racconti e poesie, non si è mai confrontato con la forma del romanzo. Apparentemente può trattarsi di una libera scelta dettata dal gusto personale, da un’attitudine; probabilmente un’esigenza più terra terra: la perenne corsa contro il tempo per consegnare in cambio di poco e subito. Carver scriveva con i figli piccoli che gli urlavano addosso e le bollette di luce e gas che si accumulavano sul frigo. È complicato concentrarsi per anni su un romanzo se rischi uno sfratto per morosità. 

Gli americani amano raccontarla così, anche Alice Munro diceva sempre “scrivo racconti perchè ho 3 figli”, ma io sono italiana vengo da lo cunto de li cunti, da Boccaccio, da Pirandello, Verga, Banti, Ortese, non lo penso affatto. Scrivere un racconto è una cosa difficilissima, non puoi letteralmente sbagliare una parola, non un rigo, una parola. È un afflato. Ogni cosa che scrivi porta già in sé la sua misura, non c’entrano nulla le condizioni esterne. Rispetto al consegnare e pubblicare poi comprendi bene che c’è un abisso tra il mercato americano che ama i racconti e quello italiano che quasi li tiene in spregio. L’altro giorno Lorenzo Marone mi ha chiesto se avessi faticato a pubblicare racconti. No. Ma già che mi abbia fatto la domanda la dice lunga. (Dostoevskij aveva sempre lo sfratto, la vecchia si prende un’ascia in testa perché è una padrona di casa- eppure quante pagine sono delitto e castigo?)

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ANNI FELINI – Alessio Forgione

Quando nel 2018 lessi Napoli mon amour, il romanzo d’esordio pubblicato da NNEditore, ne ricordo ancora la cover, per Alessio Forgione immaginai un percorso letterario diverso da quello di molti altri autori della sua generazione. Chi nasce in un posto come Napoli capisce fin da subito di ereditare un’identità più marcata rispetto a quella di chiunque altro. I lettori di Telegraph Avenue sanno che seguo poco la narrativa italiana. Sanno anche della riluttanza che ho maturato da alcuni anni verso tutto ciò che esprime la tradizione della mia città. Scrivere a Napoli o di Napoli o semplicemente scrivere “se sei di Napoli” può rivelarsi un fattore di rischio. Il rischio di farsi risucchiare nel magma e nel dramma della perenne imitazione di sé per diventare come quelle statuine vip riprodotte dai maestri presepisti a San Gregorio Armeno. Ho già speso in altre circostanze parole di stima per Alessio Forgione perché attraverso i gangli della sua corazza di scrittore (si può anche leggere scrittore di razza) non ha mai lasciato che filtrasse la grammatica del pastorello che tanto piace invece ai cantori del posto al sole e del mare fuori. Anni Felini, il nuovo romanzo, conferma questa rara abilità di resistere ai cliché di un linguaggio – linguaggio non lingua – ai quali Napoli sembra purtroppo condannata senza appello. Il romanzo si apre con un gattino che sopravvive miracolosamente a un incidente d’auto. Giorgino diventa uno dei cinque gatti di Daniele (Papà Gattone), musicista napoletano con dei trascorsi londinesi, trasferitosi fuori città, nella “casa degli ulivi”, per lavorare all’uscita di un nuovo disco. Nella casa di Daniele arriva anche il protagonista della storia, uno scrittore in crisi di ispirazione e reduce da una lunga e burrascosa relazione sentimentale. Nei primi capitoli il romanzo assume la forma di una fiaba: Forgione dà voce ai gatti di Daniele e li fa interagire con la componente umana della casa. I gatti parlano tra loro, Daniele e il suo amico parlano con i gatti, il lettore vede e sente tutto. Qui la prosa è volutamente basica, elementare come quella di una filastrocca, per riprodurre un punto di osservazione e un lessico familiare che faccia comunicare i gatti alla maniera dei bambini. Che io ricordi, nella letteratura italiana contemporanea esistono almeno due precedenti di romanzi con animali parlanti. Qualche anno fa Giordano Meacci diede la parola a un branco di cinghiali in un libro che sfiorò il premio Strega. Più recentemente Bernardo Zannoni ha fatto lo stesso con una faina. La vicenda di Forgione però è più complessa, non si tratta cioè di una semplice storia animalista. Il focus del romanzo è tutt’altro. Anni Felini secondo me è un romanzo sulla cancellazione. Cancellazione è anche il titolo di un romanzo di Percival Everett diversissimo da questo ma con dei punti di connessione che nelle righe successive risulteranno più chiari. Cos’è che cancella Forgione nel suo testo? Intanto la distanza tra uomini e gatti e ogni subalternità degli uni rispetto agli altri. I gatti vivono seguendo l’istinto, è vero, gli uomini invece pensano e programmano. Ma al di là di questo, non ci sono altre differenze. Forgione cancella Napoli, che come spiegavo prima non ingombra la scena, non copre, non fagocita tutto: resta ai margini. Napoli viene indicata come “La città delle chiese abbandonate”, una specie di legge del contrappasso che Forgione si autoinfligge per distinguersi da chi del nome della città ne fa invece un uso smodato e compulsivo anche attraverso l’iconografia vesuviana o decumana o peggio: culinaria. La Napoli velata di Forgione affiora solo in qualche parola dialettale o nel ricordo di Ciro Esposito, il tifoso ammazzato prima della finale di Coppa Italia a Roma, e Annalisa Durante, la quattordicenne di Forcella stroncata da una pallottola vagante nel corso di un conflitto a fuoco tra clan. Forgione cancella perfino il racconto: usa il presente indicativo rappresentando i fatti in un divenire sempre attuale. Ogni cosa accade mentre la leggiamo. L’ultima cosa che Forgione rimuove dalla storia è il futuro. Le vite incerte e precarie dei gatti somigliano molto a quella del protagonista, un giovane uomo disorientato, in bilico avrebbe pensato Saul Bellow, alle prese con un romanzo da completare e con un amore sbiadito. Anni Felini non ha una vera trama, è un romanzo di senso non di trama; nel corso delle centonovanta pagine vi renderete conto che non succede nulla di speciale oltre le accelerazioni di una quotidianità che Forgione riportata a una condizione primordiale, essenziale come quella degli animali in casa. Bret Easton Ellis direbbe che i personaggi di Forgione non fanno: esistono. Anzi, coesistono.

Angelo Cennamo

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QUEER – William Burroughs

Leggere Queer di William Burroughs, scrittore leggendario del Missouri, è come leggere due storie, quella dentro il libro e quella fuori dal libro, la storia “del” libro, la sua gestazione lunghissima, la prima stesura che risale al 1952, i dubbi, le esitazioni, i tagli, la pubblicazione avvenuta oltre trent’anni dopo, nel 1985. Queer fu scritto sotto l’effetto di droghe (una prassi, direte, per un autore della Beat Generation) a Città del Messico, dove Burroughs si era trasferito dal Texas per un increscioso incidente giudiziario. È un romanzo autobiografico e incompleto, e strambo come tutti i libri di Burroughs. In questi giorni Adelphi lo ripropone in una versione inedita e con una nuova veste grafica. Il titolo fu suggerito a Burroughs da Jack Kerouac, suo amico e convivente per diversi mesi. Quanto la poetica di Kerouac abbia influito nella stesura del testo è difficile stabilirlo, resta il fatto che di Queer sono esistite un paio di versioni, su una delle quali aleggia lo spettro della moglie dell’autore, uccisa da un colpo di pistola sparato dallo stesso Burroughs forse per errore. Senza quella morte, confesserà lui qualche anno dopo, “non sarei mai diventato uno scrittore”, uno scrittore speciale e fuori dal comune, aggiungo io. In Queer, che è il secondo romanzo di Burroughs, ritroviamo le prime tracce di una prosa originale, messa a punto con più mestiere nei libri successivi e definita “cut-up”. Partendo dall’idea che anche le parole sono immagini, il metodo consiste nel tagliare delle pagine di un testo per poi ricomporle in un altro testo. In poche parole, Burroughs rubava dai libri di altri autori per poi assemblare “pezzetti vividi di dettagli che svaniscono”. Di cosa parla Queer. La trama, che non c’è – potete entrare nel racconto a pagina quaranta o sessantadue, cambia poco – è incentrata sulla relazione tra il tossicodipendente Lee – un uomo di mezza età, un alter ego di Burroughs, che trascorre la vita adescando ragazzi nei bar – e Eugene Allerton. Lee si innamora di Eugene ma non cerca un vero e proprio contatto con lui, Eugene è piuttosto il pubblico delle sue esibizioni, lo spettatore privilegiato dei suoi “numeri”. Intorno ai due amanti c’è un’umanità sordida, che si muove in un’ampia Interzona, da Città del Messico a Panama, uno scenario degradato che ricorda molto da vicino la Brooklyn di Hubert Selby Jr, altro outsider della letteratura, vissuto come Burroughs nella morsa degli stupefacenti, ma da squattrinato. Un tema importante di Queer è quello del controllo. Se, da un lato, Lee deve tenere a freno il proprio desiderio di drogarsi e il forte appetito sessuale, dall’altro Eugene non accetta nessuna costrizione “non gli piaceva avere impegni fissi”.    Queer è un libro crudo e lucente sulla falsariga di Pasto Nudo, il capolavoro, il romanzo dal quale non si può prescindere per conoscere a fondo l’anima e l’impronta inclassificabile di Burroughs. Nessuno è come William Burroughs. 

Angelo Cennamo

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OPERAZIONE SHYLOCK – Philip Roth

È il romanzo più politico di Philip Roth, più de La nostra gang, la satira contro Nixon, e di Complotto contro l’America, l’ucronia che vede gli Usa allersi alla Germania nazista dopo l’insediamento alla Casa Bianca di Charles Lindbergh. Ma è prima di tutto il romanzo col quale Roth fa definitivamente i conti con la propria identità ebraica: ingombrante, difficile da governare, incompresa, oggetto di scherno. Un processo lungo iniziato vent’anni prima con Lamento di Portnoy e proseguito con romanzi reali come La controvita o immaginari come Carnovsky, il libro che porta Nathan Zuckerman al successo e che fa morire di crepacuore suo padre. Si tratta fondamentalmente di un romanzo storico, ma attenzione: Roth è un furbacchione, è un furbacchione perché della storia e della sua non-fede religiosa ne fa un uso diverso da quello dell’invettiva o pistolotto che dir si voglia; Roth si serve dell’irrisolta questione ebraica per seguire quel tracciato pirandelliano che lo ha reso celebre, il canovaccio di sempre, vale a dire lo scambio di ruolo, il travestimento, il mascheramento. Operazione Shylock è più di ogni altra cosa un romanzo sull’identità. Tutta la vita Roth non ha fatto altro che tradurre in inchiostro se stesso indossando i panni di altri. È stato il suo gioco preferito, cinico, raffinato, un gioco ampiamente collaudato e portato all’estremo soprattutto in due libri: I Fatti, la finta autobiografia nella quale l’autore di Newark dialoga con l’alter ego Zuckerman, e questo (pubblicato nel 1993, in Italia ancora per poco con Einaudi e la traduzione di Vincenzo Mantovani), che ha come protagonisti addirittura due Philip Roth, il più vero dei quali però non è lo scrittore ma il suo sosia, la voce della coscienza, l’uomo che Roth forse non ha avuto il coraggio di essere fino in fondo o che è sempre stato senza rendersene conto. Nei giorni in cui deve intervistare un suo collega israeliano, Aharon Appelfeld, il vero Roth scopre l’esistenza di un altro se stesso che sta pianificando un’operazione folle; la chiama diasporismo: riportare gli ebrei in Europa per sottrarli a un secondo Olocausto arabo. L’altro, l’impostore, ha già preso impegni con uomini politici del posto e con il leader polacco Walesa. La vicenda è ingarbugliata ma il proverbiale gioco di specchi tra le due verità in questo caso non investe solo l’ego di Roth ma include anche le ragioni dei due contendenti. La partenza dello scrittore per Gerusalemme e l’incontro scontro con il Roth n. 2 innesca una ingegnosa sequela di eventi tragicomici col coinvolgimento di servizi segreti e di mille altri personaggi, impossibile da riassumere in poche parole per via delle complesse implicazioni filosofiche che Roth pone al vaglio del lettore in difesa di ciascuna delle posizioni in campo. Operazione Shylock non è un romanzo per tutti (se non avete nessun rudimento sulla questione israelo-palestinese oppure non vi interessa affatto l’argomento fareste meglio a scegliere o riscegliere altri titoli di Roth), e per quanto mi riguarda non lo inserirei neppure in una virtuale top ten del maestro insieme al Teatro di Sabbath, Pastorale, Macchia Umana, Patrimonio, La mia vita di uomo eccetera. Ma è pur sempre un romanzo di Roth, dammaticamente attuale, ipnotico, istruttivo, perfino divertente. 


Angelo Cennamo

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UN OTTIMISTA IN AMERICA – Italo Calvino

“In America nessuno ha scelto un luogo piuttosto d’un altro: ci si capita per caso e subito lo si fa proprio.”

Venticinque anni prima di “Lezioni americane”, il libro basato su una serie di lezioni preparate in vista di un ciclo di sei discorsi da tenere all’università di Harvard per l’anno accademico 1985-1986 (la morte lo colse prima di arrivarci), Italo Calvino fece il suo primo viaggio negli Usa “Partendo per gli Stati Uniti, e anche durante il viaggio, spergiuravo che non avrei scritto un libro sull’America (ce n’è già tanti!). Invece ora ho cambiato idea. I libri di viaggio sono un modo utile, modesto eppure completo di fare letteratura.” Il libro in verità non fu mai pubblicato perché, rileggendo le bozze, l’autore  giudicò il materiale raccolto “troppo modesto” per farne un’opera letteraria e “non abbastanza originale” come reportage giornalistico – avesse potuto vedere cosa si spaccia oggi per letteratura, l’umile scrittore avrebbe cambiato idea senza nessuna remora. Calvino gli States li girò in lungo e in largo per sei mesi, tra il 1959 e il 1960, incontrando uomini d’affari, politici, letterati, ma anche tanta gente comune. Soprattutto New York…”perché io New York la amo.” Per definire la Grande Mela Calvino ne coglie subito il senso, l’immagine basica, la sensazione più intima “prima di tutto New York è  un ritmo…una città elettrica, impregnata di elettricità.” Gli spazi, enormi, i grattacieli, ovvio, ma anche le auto “tutte lunghe, lunghissime, talora assurdamente lunghe e larghe.” Eppure Calvino sembra ambientarsi presto, non è il marziano a Roma di Flaiano, ma un giovane uomo curioso, un attento osservatore che non giudica. Il sogno, il pragmatismo, la ricchezza, e le diseguaglianze, talvolta feroci: la descrizione del fenomeno di chi sceglie di vivere nei camper per poi muoversi alla ricerca di lavori stagionali è una “Nomadland” di altri tempi.”

“Comincio a capirla, Chicago. Forse comincia a farmi paura. Insomma, comincia a piacermi. È la vera città americana, produttiva, materiale, brutale, tough” ( e di lì a poco ci sarebbe nato anche il primo presidente di colore, “negro” avrebbe scritto Calvino, rischiando la ghigliottina della futura Cancel Culture). La West Coast è un’altra storia. Il Pacifico è un mare infido, diverso, poco familiare, e Los Angeles, più che una metropoli, sembra un’accozzaglia di quartieri troppo diversi tra loro. “Capisco che dovrei scrivere qualcosa su Hollywood, ma non ho nulla da raccontare.” Dell’altra America, quella povera del New Mexico, con i suoi deserti e le riserve di indiani, di quella sì. O del profondo Sud, dalla Georgia all’Alabama dove “le case dei negri sono tuguri di legno” e la sola speranza di riscatto si chiama Martin Luther King. È un tempo di vigilia: King, Kennedy, la luna e tutto il resto. Il reportage di Calvino è preciso, dettagliato, colto, affettuoso, un On the road senza filtri o allucinazioni, lucido e generoso. Calvino ha amato l’America, noi amiamo lui: il romanziere, l’intellettuale, il viaggiatore.

Angelo Cennamo

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PERCHÉ CORMAC McCARTHY NON È NATO IN ITALIA

Perché in Italia non abbiamo avuto scrittori come Cormac McCarthy, Stephen King, William Burroughs, Toni Morrison, Don Delillo, Thomas Pynchon…? Le ragioni sono diverse. Storiche, prima di tutto. Poi d’identità, per quanto storia e identità vadano a braccetto. L’America è un paese relativamente giovane, ciononostante è pervenuto al romanzo prima di noi, che per oltre un millennio ci siamo allenati più a poetare che a narrare… “santi, navigatori e poeti”. L’America è un paese segnato da mille conflitti, non solo razziali, e da contraddizioni talvolta difficili da spiegare (la letteratura si nutre di contrasti, il miglior propellente dei romanzi è lo scontro, il dissidio); fin dalle sue origini terra di conquista e di sogni da inseguire: realizzati (Singer, Updike, Bellow, Roth, Bret Easton Ellis…), miseramente falliti (Richard Yates, Raymond Carver, il Philipp Meyer di Ruggine Americana…). A sua volta il sogno postula il viaggio – sogno e viaggio contano tantissimo in questo discorso – da Huckleberry Finn di Twain e Furore di Steinbeck a On the road di Kerouac, senza contare l’affollatissima epica Western di autori come Guthrie, McMurtry, McCarthy, di outsider della non fiction (Jessica Bruder con Nomadland) e dell’autofiction (Eddy L. Harris con Mississippi Solo, William Least Heat-Moon con Strade Blu…), possiamo dire che il romanzo americano è un viaggio senza fine, un perenne trasloco. Be mine, il quinto Bascombe di Richard Ford racconta la traversata in camper di un padre e di suo figlio disabile. L’ultimo regalo di Frank a Paul è un viaggio. Il viaggio è anche speranza in un nuovo approdo, voglia di ricominciare. L’America si è forgiata attraverso continue ondate migratorie, dall’esterno e dal suo interno; alcune sono già state tradotte nei libri (Europa e Africa), altre lo saranno nel breve periodo (Asia e Oceania). È un paese di grandi dimensioni. Gli spazi sconfinati, quelli abulici come il piatto Midwest e gli Appalchi, ma anche gli altri più ostili dal punto di vista climatico, incidono non poco sui processi creativi e sulla scrittura, le conferiscono cioè un respiro ampio, una più vasta universalità, autenticità non per forza subordinate al piccolo rituale. Esistono poi delle ragioni tecniche legate alla forma della comunicazione. I diversi linguaggi del cinema, della tv, del fumetto, della musica (Il rap spiegato ai bianchi di David Foster Wallace e Marck Costello…), unitamente al mito della forza, si pensi ad esempio ai Supereroi della Marvel o a certi personaggi del cinema di Ford o Tarantino, e della giustizia fai da te attraverso l’uso delle armi, hanno definitivamente conquistato la letteratura americana, amalgamandosi perfettamente tra loro (Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Michael Chabon e la serie di Hap e Leonard di Joe Lansdale sono tra i migliori esempi di come il fumetto abbia plasmato a sua immagine la letteratura). In italia questo processo non si è compiuto, forse per una certa diffidenza verso forme d’arte giudicate colpevolmente minori, forse per una ossequiosa dipendenza dalla “lingua letteraria” che è dura a morire. Un altro aspetto essenziale della china presa dalla letteratura d’oltreoceano nel corso degli anni, molto meno dall’avvento della Woke Culture, è la totale assenza di condizionamenti politici, di scuole, e conventicole. Ben altra storia rispetto per esempio al potere di vita e di morte che ebbe il gruppo Einaudi negli anni di Ginzburg e compagni, ai veti e ai filtri imposti a testi e ad autori non graditi per motivi squisitamente ideologici. Infine il coraggio o l’incoscienza di sperimentare nuove forme di racconto, che in America è incoraggiato fin da subito in molti corsi di scrittura, mentre in Italia viene puntualmente soffocato da editori poco visionari, più attenti ai bilanci che al valore reale dei manoscritti e alla loro capacità di sfidare le mode.  

(Foto di John Domini).

Angelo Cennamo

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L’EMPORIO DEL CIELO E DELLA TERRA – James McBride

James McBride, scrittore e giornalista newyorkese vicino ai settanta, è cresciuto tra Brooklyn e il Queens in una famiglia poverissima e numerosa: padre (afroamericano), madre (polacca) e undici fratelli. Dopo aver lavorato nelle redazioni del New York Times, Rolling Stone e Washington Post, McBride ha fatto il musicista jazz, poi lo sceneggiatore per Spike Lee. L’esordio nella narrativa risale al 1995 col memoir Il colore dell’acqua; la definitiva consacrazione è arrivata vent’anni più tardi con The Good Lord Bird, vincitore nel 2013 del National Book Award, cui è seguito, nel 2022, Il diacono King Kong. In questi giorni è uscito in Italia con l’editore Fazi e la traduzione di Silvia Castoldi The Heaven & Earth Grocery Store (L’Emporio del Cielo e della Terra), romanzo che negli Usa ha riscosso un successo clamoroso vendendo oltre un milione di copie (presto diventerà anche un film prodotto da Steve Spielberg). La storia è ambientata perlopiù a Pottstown, Pennsylvania, in un minuscolo quartiere di case fatiscenti e strade sterrate dove vivono neri ed ebrei, insieme ai bianchi “che non potevano permettersi di meglio”. Siamo negli anni ’30 dello scorso secolo. Chicken Hill, questo il nome del quartiere, è un microcosmo di mille storie con tanti personaggi che ruotano intorno alle figure principali di Moshe e Chona. Nella prima parte del romanzo, Moshe, ebreo rumeno proprietario di un teatro e di una sala da ballo, si innamora di Chona, una bellissima americana di origini bulgare, un’avida lettrice e un’idealista che, nonostante sia “storpiata dalla poliomielite”, non nutre “un briciolo di amarezza o un briciolo di vergogna”. Generosa e disponibile con tutti, Chona diventa un presidio di solidarietà quando insieme al marito rileva l’Emporio del cielo e della terra (a dire il vero, l’iniziativa la prende lei, Moshe ne farebbe a meno “Siamo ricchi, questa è una zona di neri e di poveri, e noi non lo siamo! Andiamocene in centro. Apriremo un negozio lì”). E così mentre Moshe ha successo nella sua attività artistica, Chona gestisce il negozio di alimentari che dà il nome al romanzo, offrendo credito a chi è più bisognoso. Leggendo di questo emporio mi sono ricordato del Brokeland Records, il negozietto di vinili dove Michael Chabon ha ambientato uno dei suoi romanzi migliori, Telegraph Avenue (perdonate questa specie di autocitazione). Come il Brokeland anche l’emporio è “un caravanserraglio dove la gente sta insieme, si rilassa… e si racconta storie a più non posso”. Un crocevia di gusti e culture diverse. Un giorno alla porta di Moshe e Chona bussano i vicini Nate e Addie per chiedere aiuto: Dodo, il loro nipotino dodicenne, diventato sordo per via di un’esplosione, si trova in pericolo; a seguito della morte della madre il ragazzino è rimasto orfano e presto le autorità verranno a prelevarlo per rinchiuderlo in un istituto. È il primo dei due eventi che fa decollare la storia. Nate e Addie sono disperati, occorre agire in fretta ma non sanno dove sbattere la testa. Moshe e Chona, che non hanno potuto avere figli, prendono a cuore la sorte del ragazzino e accettano di nasconderlo nell’emporio. Dodo è intelligente (non sente ma è abilissimo a leggere le labbra), brillante, sensibile, nella sua disabilità Chona ritrova la propria condizione, e grazie a lui per la prima volta sperimenta la desiderata maternità. Il secondo momento importante del romanzo è la separazione tra Chona e Dodo (madre e figlio). Quando la donna si ammala gravemente il bambino viene portato via e incarcerato a Pennhurst (un istituto psichiatrico abusivo) con la complicità di Doctor Roberts, il personaggio che incarna il male, il più cattivo del cast di McBride, membro del KKK e figura viscida contro la quale gli abitanti di Chicken Hill si uniscono nel tentativo di liberare Dodo. Unirsi è un po’ la parola chiave della storia e per questa piccola comunità, il cui melting pot simboleggia tutta l’America. L’Emporio del Cielo e della Terra è un romanzo sulla inclusività e la tolleranza. Una storia d’amore e di pace che non inciampa tuttavia nella retorica buonista e dell’accoglienza di questi anni. Chicken Hill è come la Napoli di Pino Daniele: ha mille colori, è un’America che sta imparando a stare insieme, che rapidamente prende forma e identità oltre ogni steccato, pregiudizio e intento separatistico. La prima parte del romanzo, per via dei numerosi riferimenti alla cultura ebraica, ricorda i capolavori di Isaac Bashevis Singer, capostipite di una lunga e gloriosa tradizione letteraria che ha visto in Bellow, Malamud, Roth, Safran Foer, Yoshua Cohen… alcuni dei suoi epigoni. McBride è uno scrittore “antico”; la sua prosa rigogliosa è una sinfonia di generi musicali che a volte stordisce per la complessità delle immagini e per la profondità degli stati d’animo, i retropensieri della sua fauna umana. Il suo nuovo libro è un atlante di sentimenti, un manuale di convivenza. Un antidoto contro il solipsismo e l’egoismo dei nostri anni. Nessuno si salva da solo. 

Angelo Cennamo




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PER SEMPRE – Richard Ford

La pentalogia di Bascombe Richard Ford avrebbe potuto concluderla alla maniera di John Updike, esattamente come era cominciata una quarantina di anni prima. Nell’ultima pagina di Riposa, Coniglio Harry Angstrom stramazza al suolo mentre gioca una partitella a basket con dei ragazzini. La stessa scena è nell’incipit del primo libro (Corri, Coniglio). L’idea di mostrarci Bascombe nel tentativo di rimettersi a scrivere a settantaquattro anni suonati e dopo tutto quello che gli è capitato fino ad ora, Ford deve però averla scartata dall’inizio; meglio andare sul sicuro, seguire “Lo stato delle cose” e quel doveva andare proprio così che è sempre stata la filosofia di vita del suo personaggio migliore. Si può leggere Per sempre (Be mine), in Italia con Feltrinelli e la traduzione di Cristiana Mennella, senza aver conosciuto le parti iniziali di questa lunga storia? Direi di sì, ma al vostro posto non lo farei. Proviamo allora a riavvolgere il nastro e a dare qualche informazione utile a chi volesse scavalcare i capitoli prececenti, nell’ordine: Sportswriter, Il giorno  dell’Indipendenza (premio Pulitzer), Lo stato delle cose, Tutto potrebbe andare molto peggio, per concentrarsi solo sulle ultimissime trecentocinquantacinque pagine, ammesso che siano davvero le ultime. 

Scrittorucolo, giornalista sportivo, poi agente immobiliare a Haddam, nel New Jersey, due divorzi, un figlio e una ex moglie morti, un tumore superato: Bascombe è tutto questo e molto altro ancora. Per sempre si apre con una nuova tegola per Frank: a Paul, il secondo figlio, oggi quarantasettenne, viene diagnosticata la SLA. Già da bambino Paul aveva dato segnali di scarsa tenuta mentale: ne Il giorno dell’Indipendenza lo avevamo visto rubare delle confezioni di preservativi e aggredire il commesso del negozio. Paul non provava interesse per nessuno sport, era affetto da una strana balbuzie e sognava di fare il ventriloquo. Haddam ha sempre dato rifugio a persone strambe, che portano gli stessi abiti ogni giorno, che sono impegnate nella stessa cosa a tutte le ore, che ridono di cose che sanno solo loro “Paul era uno di questi emarginati”. La sua vita non è mai stata all’insegna del successo “non ha nessun bestseller al suo attivo, né brevetti di software, né trofei… Paul non è mai arrivato”. Ha vissuto un po’ così, ma finché non si è ammalato, la vita “se l’è fatta piacere”. Nella prima parte del romanzo lui e suo padre sono dentro una Honda Civic, in partenza per la clinica del Minnesota dove sperimentano una nuova cura. Frank c’era già stato nel 2001 per farsi “bombardare la prostata di titanio”. Ora però è diverso: Frank ha un figlio che sta morendo, perché è di questo che si tratta. Paul non ha scampo e suo padre lo sa. Lo sa ma non cede: si dà degli obiettivi, prova a mappare e ad organizzare il tempo che gli resta “La vita è una questione di sottrazione graduale” leggiamo in Tutto potrebbe andare molto peggio. Accudire Paul è faticoso “Il moribondo fa sentire escluso e inadeguato chi non sta morendo, perché morire è una lotta che non somiglia a nessun’altra”. Il rapporto padre-figlio di Ford ribalta quello di figlio-padre del Philip Roth di Patrimonio, romanzo molto vicino a questo, che tocca le stesse corde. Frank sostiene Paul ma non smette di inseguire il piacere. Come Sportswriter, il primo capitolo della serie, Per sempre parla del grande tema della letteratura americana: la ricerca della felicità. Si può essere felici nonostante le tragedie che ci capitano nella vita? Frank pensa di sì. Non è un caso che l’introduzione del romanzo Ford l’abbia intitolata Happiness. Quando il figlio è in clinica, Frank è in compagnia di Betty Tran, la giovane massaggiatrice vietnamita con la quale mestamente gioca a fare l’innamorato. Una garbata relazione platonica da duecento dollari l’ora. Betty è la migliore attrice non protagonista del libro. È una ragazza carina, minuta e gentile, ma non è la Ramona di Herzog: non oltrepassa mai la soglia. Non deve. Non vuole. Prima che sulla vita di Paul scendano i titoli di coda, Frank noleggia un vecchio camper per andare a Mount Rushmore nel South Dakota, per poi proseguire oltre Rapid City, nel luogo con le effigi dei quattro presidenti scolpite nella montagna. La scena in cui Frank sale a bordo del camper nel quale non ci si sta neppure in due è straordinaria “A svegliare una bestia così ci si sente piccoli, ma anche potenti: una sensazione tipicamente americana, fatta per essere basica, comunque credo di poterla gestire, magari potrebbe anche piacermi”. È il momento più bello e significativo del romanzo, siamo in zona Strade blu di William Least Heat-Moon e Nomadland di Jessica Bruder; per quanto Ford li abbia ambientati nei sobborghi chic del New Jersey, i libri di Bascombe sono soprattutto romanzi on the road. Il viaggio con papà di Paul è goffo e doloroso, anche comico “Purtroppo durante la sosta ai box (lui crede che l’abbia abbandonato), Paul si è bagnato i pantaloni, ma adesso in macchina non ci si può fare nulla. Da veterano della prostata, conosco bene certe situazioni e posso capire cosa prova”. I dialoghi serrati tra i due sono pieni di scontri e di sbuffi. Nelle ultime battute Frank e Paul li vediamo di fronte alle sculture nella montagna, fermi a osservarle quasi inebetiti in mezzo a tutto quel silenzio. Ma perché sono proprio lì? “È fantastico”, dice Paul “completamente inutile e ridicolo… al mondo ci sono troppe poche cose fatte apposta con questa stupidità”. Per la prima volta lui e Frank vedono la stessa cosa nello stesso modo. Sipario. Applausi. 

Angelo Cennamo

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