LO SPLENDORE – Pier Paolo Di Mino

Con l’inizio del Novecento, la fiducia nella realtà come qualcosa di conoscibile e ordinato comincia a vacillare. L’identità si dissolve, il tempo perde linearità, il mondo si frantuma in mille schegge. È da questa crisi che nasce la stagione del modernismo, una svolta epocale in cui il romanzo abbandona il compito di rappresentare soltanto il visibile per farsi strumento di altre esplorazioni. Autori come Joyce, Proust e Mann danno voce a questo nuovo orizzonte, reinventando il romanzo affinché possa contenere il disordine, l’ambiguità, il mistero dell’esistenza. Nel secolo precedente la narrativa era diventata quasi un metodo scientifico di osservazione: Balzac, Flaubert, Zola avevano radiografato la società e l’individuo con occhio analitico, fiduciosi nella forza di una rappresentazione oggettiva. Quel mondo ordinato, nel Novecento, non esiste più. Con il suo ambizioso e visionario romanzo Lo splendore – I. L’infanzia di Hans (Laurana Editore, collana fremen a cura di Giulio Mozzi), Pier Paolo Di Mino si colloca in questa eredità modernista. La sua opera, pur dialogando con la tradizione del grande romanzo europeo, compie però un salto laterale per sondare territori più arcaici e simbolici: la mitologia biblica, la Qabbalah, la sapienza alchemica, le tradizioni esoteriche. Già il titolo – omaggio allo Zohar, il “Libro dello Splendore” della mistica ebraica – rivela l’intenzione profonda dell’autore: restituire alla narrazione un ruolo iniziatico, capace di aprire varchi verso nuove forme di conoscenza. Ad ogni modo, Lo splendore non rinuncia alla forza affabulatoria del racconto popolare. Al contrario, vi attinge con gusto, intrecciando una trama densa, animata da personaggi vividi e situazioni avventurose, in bilico tra l’epica e la parodia. Al centro della storia c’è Hans Doré, nato nel 1911 alla periferia di Berlino, ignaro del destino eccezionale che lo attende: potrebbe essere l’unico in grado di salvare l’umanità dalla “macchina della necessità”, ovvero dalla cieca ripetizione della storia. Ma la sua vicenda è solo un nodo di una rete molto più ampia, una genealogia simbolica e narrativa che include figure archetipiche come Hermine, guaritrice errante; Clea, mistica in dialogo con una Madonna fumatrice di pipa; il violento Gustav; e Joseph Idel, fervente socialista poi disilluso. Tutti questi personaggi, spesso accompagnati dalle loro “ombre”, convergono in un disegno cosmico orchestrato da forze contrapposte: Hubel e Ginzburg, incarnazioni di un dualismo primordiale, da un lato; il prete Kircher e un enigmatico libraio, custodi di un sapere misterioso, dall’altro. Cuore del romanzo è il Libro azzurro, un atlante visionario in cui ognuno vede qualcosa di diverso o, più spesso, nulla. Un libro che non esiste, forse, ma che contiene “tutto il mondo”. Il viaggio iniziatico di Di Mino, che mette in discussione i concetti stessi di realtà, tempo, evoca esperienze lontane, da Cervantes a Sterne, da Singer a Gadda. Il risultato è un testo sfuggente, difficilmente classificabile, che si muove tra favola, poema, trattato allegorico ed epopea spirituale. Lo splendore chiede molto al lettore: attenzione, dedizione, disponibilità a smarrirsi, ma offre in cambio un’esperienza autentica di bellezza. Una bellezza che, come scrive Di Mino, “ci inchioda, si impossessa di noi, ci eleva spiritualmente”. In questo senso, leggere Lo splendore non è soltanto un atto estetico, ma un gesto di ricerca. Una discesa nei simboli e nei miti dell’Occidente, un percorso che attraversa le rovine della modernità per cercare, ancora, una luce: un senso profondo da restituire al caos dell’esperienza. 

Angelo Cennamo





Standard

GIALLO LIPARI – Francesco Musolino

C’è qualcosa di irresistibilmente disturbante in Giallo Lipari. E non è solo il contrasto tra la bellezza abbagliante delle Eolie e la violenza che si insinua tra le sue pieghe, e neppure il fascino ruvido del suo protagonista. È l’insieme: l’atmosfera vacanziera contagiata da una serie di crimini sottili, il disincanto che affiora in ogni dialogo, ogni gesto trattenuto, ogni dettaglio fuori posto. Il romanzo ha il passo nervoso e l’occhio clinico di chi non si accontenta della superficie: racconta un mondo che vuole apparire turistico e rassicurante ma che invece è friabile, corrotto, esposto.
Giorgio Garbo arriva a Lipari come ci si ritrova su un’isola dopo un naufragio: spaesato, arrabbiato, inadeguato. Viene da Milano – ‘U milanisi – veste bene, odia il caldo e i tempi morti. Lo hanno spedito lì come se fosse un premio, ma l’isola, per lui, è un purgatorio a cielo aperto. Invece di trovarsi a dirigere un tranquillo commissariato di provincia, finisce impantanato in una vicenda intricatissima: un cadavere ritrovato sulla spiaggia sotto i faraglioni e una brutta storia di cyber-stalking ai danni di Fatimah Boufal, influencer seguitissima, bersaglio perfetto nel vortice tossico dei social. Da subito, la dimensione idilliaca dell’isola viene incrinata: non c’è pace sotto il sole, ma solo segreti che fermentano. Lipari non è solo uno sfondo ma un teatro naturale che inghiotte e che amplifica. I vicoli stretti, le barche lussuose, le feste religiose che scandiscono il tempo lento del paese: tutto sembra cozzare con l’urgenza di Garbo, con la sua fame di ordine e di risposte, ma il paesaggio delle Eolie è troppo bello per essere innocente. Musolino costruisce il romanzo con precisione ma senza parti rigide. La trama scorre su due binari che pian piano si avvicinano: da un lato il corpo ritrovato sulla spiaggia, con i suoi misteri opachi; dall’altro il mondo digitale, invasivo e crudele, dove l’umiliazione pubblica è spettacolo, e la vendetta è virale. Il legame tra i due casi si svela poco alla volta, in un crescendo che tocca il revenge porn, il traffico di Fentanyl, il razzismo quotidiano che si insinua anche nei paradisi turistici. Temi sociali durissimi che emergono senza proclami e con la solita prosa asciutta alla quale Musolino ci sta abituando.
Garbo è sicuramente il cuore pulsante del romanzo. Non un eroe, ma un uomo complicato, testardo. I suoi incubi lo seguono da Milano, e Lipari, con il suo silenzio assordante, li fa riaffiorare. È un uomo che inciampa, che sbaglia, che si arrabbia con il mondo, ma che non smette mai di cercare la verità, anche quando fa male. Il dolore non lo redime, lo scava. Il suo istinto lo salva, ma lo condanna a restare lucido mentre tutto brucia. Musolino, gran lettore di Jean-Claude Izzo, anche lui edito da Edizioni e/o, è bravo a giocare col paesaggio, a trascinarlo nella storia. Le descrizioni restituiscono con forza la luce abbacinante delle Eolie, la claustrofobia del commissariato collocato in una scuola materna abbandonata, il luccichio fasullo degli ambienti vip, i pixel taglienti della vita online. Il libro è pieno di dettagli che funzionano come ancore narrative. Tutto si incastra alla perfezione in un mosaico di colori sgargianti che si rifanno alla migliore tradizione del noir mediterraneo.

Angelo Cennamo

Standard

DIGRESSIONE – Gian Marco Griffi

Gian Marco Griffi, astigiano, prossimo ai cinquant’anni, è uno di quegli scrittori che sembrano orbitare ai margini del mercato editoriale, come se la loro scrittura seguisse una traiettoria diversa, fuori dai radar, più lenta ma inesorabile. Ferrovie del Messico, il romanzo che lo ha rivelato nel 2022, è stato un caso letterario anomalo: non imposto dall’editoria, ma fatto esplodere dal passaparola di lettori ossessivi, nicchie di nerd, bolle social iperletterate e blog underground come Telegraph Avenue. Un libro che si è fatto spazio senza vincere lo Strega, che avrebbe strameritato, ma che ha lasciato un segno profondo. Ora Griffi torna con Digressione, un romanzo ancora più ambizioso e ancora più smisurato: oltre mille pagine che, come nel precedente, partono da un territorio familiare (la provincia piemontese) per spingersi verso derive linguistiche, narrative e immaginative sorprendenti. Se Ferrovie del Messico poteva essere un’eccezione nel panorama italiano, e lo era, Digressione lo è ancora di più, perché alza la posta. Non parliamo solo di una “Cosa lunga”, avrebbe detto Wallace, ma di un libro densissimo, tentacolare, concentrazionale: un romanzo-mondo che si espande in ogni direzione, come i cerchi nell’acqua lasciati da un sasso. Griffi ha iniziato a scriverlo il 25 ottobre 2024, dopo quasi due anni passati ad accumulare appunti, idee, frammenti sparsi. Duemila note nel telefono, ha raccontato su Facebook. Ma ci è voluto tempo per trovare la forma giusta. Quando ha cominciato davvero a scrivere, si è chiuso in una sorta di trance creativa: diciotto ore al giorno, ogni giorno, in isolamento quasi totale. La sua famiglia lo vedeva appena, per un’ora dopo cena. Il resto era immersione totale nel romanzo, che ha continuato a costruire come una cattedrale anarchica. Consegna la prima bozza a inizio febbraio 2025 (quella che ho letto io, più caotica e incompleta, ma fa lo stesso). Da lì inizia un lavoro editoriale febbrile con due figure fondamentali: Greta Bertella e Giulio Mozzi, che lo affiancano nella revisione in un processo altrettanto totalizzante. Anche loro si chiudono in casa per dare forma al magma narrativo. Griffi li ringrazia nella dedica come “i migliori grammuffastronzoli”: un’espressione affettuosa che restituisce il tono quasi mitologico di questa impresa collettiva. Digressione comincia nel 2013, in un parcheggio del Carrefour di Asti, con un atto di bullismo: la “prova riflessi”, un gioco crudele che segna il protagonista Arturo Saragat e il co-protagonista Tommaso Sconocchini. Arturo si trascina il rimorso per quel gesto come un peso inscalfibile e sogna un possibile riscatto. Tommi, invece, è la vittima silenziosa, sensibile, che regala ad Arturo un misterioso libro in spagnolo sulle ferrovie del Messico, appartenuto forse al nonno, ex capotreno. È da quel libro magico, scarabocchiato, vissuto, che si sprigiona la corrente della storia, delle storie. Il libro è come un talismano narrativo: ogni pagina è segnata da impronte, sottolineature, regole misteriose per un gioco chiamato Abschweifung (la digressione, appunto). Come la palla nel prologo di Underworld di DeLillo o la V. pynchoniana, il libro passa di mano, viaggia, infetta chi lo legge. È la porta d’accesso a una molteplicità di piani temporali, trame parallele. La narrazione si sdoppia, si moltiplica: tra l’adolescenza invernale di provincia e mondi ucronici in cui Mussolini è in esilio a Pantelleria ad allevare Asini Sacri e il Mediterraneo è una zona militarizzata. C’è una rete di dentisti sicari incaricati di eliminare chi presenta un’anomalia dentale precisa (il secondo premolare superiore sinistro cariato). Una fabbrica di mappamondi di lusso, l’“unica al mondo a essere anche la più pregiata dell’intero mappamondo”, campeggia come totem comico-assurdo. Tutto si tiene e tutto devia in un vortice di vicende che rispondono solo alla logica della digressione. Il titolo non è casuale: la digressione è l’elemento fondante del romanzo. Griffi non solo la pratica, ma la teorizza. Le sue digressioni sono veri e propri slittamenti quantistici: non semplici parentesi, ma curvature spazio-temporali, fratture della linearità. Come in Borges, ogni deviazione è un universo possibile; come in Bolaño, la trama si dilata fino a perdere i contorni. Il risultato è una progressione concentrica, espansa, pluridirezionale. C’è molto Calvino — quello di Se una notte d’inverno — ma anche il Charlie Kaufman di Formichità, con la sua tendenza alla metanarrazione paradossale e la penetrazione temporale, e il Danielewski di Casa di foglie, con i suoi esperimenti sulla forma-libro. Ma la voce di Griffi resta originale, riconoscibile: un realismo isterico, fatto di comicità provinciale, giochi linguistici, continue mutazioni di registro. Il romanzo si muove con la leggerezza di un sogno e la densità di un trattato. La vera domanda non è perché Griffi scriva romanzi come Digressione, ma perché la letteratura italiana non ne abbia visti altri, fino a ora. Il romanzo-mondo, il romanzo totale, ha una lunga storia fuori dai nostri confini. Da Gravity’s Rainbow a Infinite Jest, da Le perizie a 2666, esiste una tradizione del romanzo come iperoggetto letterario, come sistema vivente. In Italia, invece, la narrativa è rimasta per lo più legata a un’idea di realismo domestico. Digressione rompe questo schema. Non è un libro facile, non è per tutti, e forse non vuole esserlo. Ma è un libro importante perché apre altri spazi, perché osa. Perché, in un panorama spesso appiattito sul presente, moltiplica il tempo, attraversa i generi, scardina regole e convenzioni. Griffi si assume il rischio di questa ambizione folle con un’opera vertiginosa, smisurata, generosa. Quando lo leggerete, non inseguite una singola trama, abbandonatevi al magma, accettando la logica incantata e imprevedibile della divagazione. Un libro come questo non lo si finisce: lo si attraversa, lo si abita, ci si perde. Ed è esattamente questo il suo miracolo.

Angelo Cennamo

Standard

L’ETÀ DEL DISINCANTO – Jane Smiley

Dave, il protagonista di The age of grief – in Italia L’età del disincanto con l’editore La Nuova Frontiera e la traduzione di Valentina Muccicchini – sospetta che la moglie lo tradisca. È un sospetto forte, un tarlo, ma lui preferisce non sapere. Questa scelta di negazione non è tanto una forma di codardia quanto una bizzarra strategia di sopravvivenza. Dave incarna l’uomo comune, apparentemente saldo nel suo ruolo di marito e di padre, ma profondamente turbato da un dubbio insostenibile. Ma è solo un dubbio?
La narrazione si sviluppa attorno a un microcosmo familiare in cui ogni personaggio riflette un diverso modo di affrontare la frattura interiore. La moglie di Dave, con la sua complessità emotiva e i suoi segreti, appare come figura ambivalente: traditrice e al contempo vittima delle proprie inquietudini e insoddisfazioni. Le tre figlie, ognuna con il proprio carattere e le proprie dinamiche relazionali, aggiungono profondità alla storia – brevissima, poco più di cento pagine – mostrando come il tradimento e il silenzio possono riflettersi sulle generazioni più giovani, in modi a volte sottili, a volte esplosivi. Jane Smiley, premio Pulitzer con Erediterai la terra, racconta la storia con la voce di Dave. I dialoghi sono spesso scarni, caricati di silenzi e significati celati. La scelta di Dave di ignorare ciò che percepisce si fa metafora di una più ampia condizione umana: il conflitto tra la necessità di verità e il bisogno di protezione emotiva. In questo senso, L’età del disincanto ricorda certi romanzi di Richard Yates e John Updike.
Angelo Cennamo

Standard

ESTASI AMERICANA – CJ Leede

American Rapture di CJ Leede – in Italia Estasi Americana con l’editore Mercurio e la traduzione di Gaja Cenciarelli – è un’opera disturbante, iperbolica, che si colloca al crocevia tra l’horror corporeo e il romanzo di formazione, e che si offre come riflessione profonda sull’identità, la fede, il desiderio e la violenza sistemica dell’educazione religiosa in America, in particolare nel Midwest rurale. Ambientato in una provincia americana dominata dal cattolicesimo più rigido e da un’etica puritana che sopravvive nei dettagli quotidiani, il romanzo segue la sedicenne Sophie Allen, cresciuta in una famiglia iper-religiosa e repressiva del Wisconsin. La sua vita è definita da un codice morale ossessivo, dove il corpo è visto come sede del peccato, la sessualità femminile come minaccia

“La bellezza è pericolosa. È una tentazione e un peccato, bisogna nasconderla, fingere che non esista, per sicurezza, per decenza, per la grazia di Dio. La bellezza delle donne attira l’oscurità. È l’oscurità”.  

Il romanzo si apre su un’America colpita da un virus chiamato Sylvia, che provoca negli infetti un’esplosione di desiderio erotico incontrollabile, con derive omicide. Ma questa pandemia, più che una minaccia esterna, diventa allegoria del desiderio represso, della carnalità bandita da un’educazione violenta e colpevolizzante, e della furia che esplode quando il corpo, per troppo tempo negato, si riprende i suoi diritti. L’educazione ricevuta da Sophie non è solo religiosa: è una pedagogia del controllo e della paura, radicata in una visione patriarcale e binaria di una borghesia bigotta. Leede coglie con precisione il peso di una certa cultura del Midwest, dove la religione si intreccia a un senso di ordine, di pulizia morale e di rigida separazione tra il giusto e il peccato, e dove ogni deviazione – sessuale, identitaria, persino affettiva – è motivo di condanna e di rifiuto. Questo emerge con crudezza nel rapporto tra Sophie e suo fratello gemello Noah, espulso dalla famiglia e dall’intera comunità perché gay. La loro relazione, seppur interrotta, resta il cuore segreto del romanzo: Noah rappresenta l’assenza, ma anche la possibilità di un mondo altro, dove la libertà non è necessariamente dissoluzione, e dove l’amore non è peccato ma resistenza.

Dopo che i genitori vengono infettati e la casa si trasforma in un inferno domestico, Sophie fugge: inizia così un viaggio tra città deserte, rifugi improvvisati e comunità violente, durante il quale la ragazza incontra figure che mettono in discussione tutto ciò che le è stato insegnato. Maro, Cleo, Ben: ognuno di questi personaggi rappresenta un modo diverso di affrontare l’alterità, il trauma e la sopravvivenza. In questo itinerario, che è insieme geografico e psichico, Sophie scopre che il desiderio non è malattia ma linguaggio, che il corpo è memoria e arma, e che la religione può essere una forma di violenza quanto una maschera per il potere. Il virus, così, non è solo una minaccia biologica, ma il detonatore simbolico di un’esplosione identitaria: Sylvia agisce come uno specchio oscuro che riflette ciò che la società ha nascosto sotto il tappeto per decenni (sesso, rabbia, ribellione, vergogna). Dopo Maeve, il romanzo di esordio, CJ Leede si conferma una delle voci più interessanti ed estreme dell’horror contemporaneo. “L’horror – scrive Leede nella postfazione del romanzo – guarda negli occhi l’oscurità. Danza con l’assenza, la perdita”. Estasi Americana è un manuale di sopravvivenza alla morte delle persone e degli animali cari. Ogni frase di Leede sembra affondare nella carne viva dei suoi personaggi, mettendo a nudo paure ancestrali e desideri inesprimibili. Leede alterna la crudezza della narrazione horror – corpi che mutano, violenze apocalittiche, visioni da incubo – a passaggi intensamente introspettivi, dove il dolore e la spiritualità si fondono, suggerendo una forma di redenzione possibile solo nel caos. In questo equilibrio tra ferocia e grazia, Leede richiama due nomi cruciali della narrativa americana, appartenenti a generazioni diverse: Stephen King e Tiffany McDaniel. Da King, Leede eredita la capacità di trasformare l’orrore in specchio sociale. Come il maestro del Maine, Leede non racconta solo mostri o epidemie: racconta l’America, quella più marginale e in crisi. Alla maniera di McDaniel, Leede esplora il trauma, il significato della fede, e dell’isolamento. Da questo punto di vista, Estasi Americana è molto più di un romanzo horror: è un testo che si muove tra diversi generi e sensibilità attraverso un linguaggio feroce e brioso, che alterna immagini cupe, visioni mistiche e squarci di profonda umanità. La narrazione in prima persona filtra l’intera storia attraverso la coscienza di Sophie, rendendo tangibile il suo smarrimento, la fame di amore, il bisogno di comprendere e ricostruire se stessa. In un’America devastata non solo dalla pandemia ma dal fondamentalismo, dal sessismo e dalla solitudine, Estasi Americana non offre salvezza, ma suggerisce che nella consapevolezza del proprio corpo, nella forza dei legami autentici e nella distruzione dei dogmi, si può trovare una nuova forma di verità. È un romanzo che lacera e illumina, un grido di libertà sepolto sotto secoli di colpa e di repressione.

Angelo Cennamo

Standard

BIG TIME – Jordan Prosser

Big Time, esordio narrativo dello scrittore e regista australiano Jordan Prosser – in Italia con Mattioli 1885 e la traduzione di Seba Pezzani – è prima di tutto un romanzo sul tempo: su come lo percepiamo, lo temiamo, lo desideriamo cambiare. Se in superficie la storia si muove entro i confini riconoscibili di una distopia musicale, un’Australia futura in cui la cultura è censurata e la musica bandita, al centro pulsante del racconto si agita una domanda più ampia, quasi metafisica: che cosa accade quando il tempo smette di essere una linea continua e si trasforma in uno spazio abitabile, invadibile, riscrivibile? La vicenda ruota attorno a Julian Ferryman, bassista della band The Acceptables, impegnato con i suoi compagni in un tour surreale per promuovere il loro secondo album in un territorio dove le note sono considerate sovversive. Ma ciò che dà al romanzo il suo taglio più radicale è l’introduzione della sostanza “F”, una droga sperimentale che permette a chi la assume di vedere frammenti del proprio futuro. Non visioni mistiche, ma flash spietati, concreti, privi di interpretazione: ciò che sarà, semplicemente. L’effetto è dirompente. I personaggi iniziano a vivere come se il futuro li stesse osservando, correggendo, consumando. Prosser fa di questo espediente narrativo un motore concettuale potentissimo. Il tempo diventa una trappola: sapere ciò che accadrà toglie significato alle scelte, ma ignorarlo rende ogni decisione cieca. È qui che il romanzo si fa davvero inquietante: mostra come il futuro, lungi dall’essere una promessa, può diventare un peso insopportabile. Le relazioni tra i protagonisti si sfaldano sotto la pressione di ciò che “saranno”, e il presente diventa solo un passaggio obbligato verso una fine già scritta. In questo senso, Big Time non è solo una riflessione sul divenire ma sul determinismo, sull’illusione della libertà, sulla fragile architettura delle nostre vite. Nel corso della storia, la traiettoria personale di Julian si intreccia con una realtà che sembra sfaldarsi sotto il peso di anomalie temporali e coincidenze estreme, eventi inspiegabili che incrinano l’ordine apparente delle cose. Partite di calcio replicate al dettaglio a distanza di decenni, pazienti terminali che riferiscono esperienze comuni dell’aldilà, sincronismi inquietanti che sfuggono alla logica causale: tutto sembra suggerire che il tempo stia collassando su se stesso, che abbia perso la propria direzione. Non c’è più progresso, né passato riconoscibile: tutto si ripete, si annoda, come se il mondo stesse vivendo l’eco di se stesso. Julian è una figura chiave in un racconto dove il presente che si dilata diventa un campo di tensione. Il suo agire, l’assunzione della droga, la partecipazione alla produzione dell’album, la ricerca di senso nelle sue visioni, contribuisce, direttamente o indirettamente, a precipitare nell’instabilità. Il punto di non ritorno non è segnato da un evento politico o una rivolta, ma dalla convergenza tra arte, corpo e percezione temporale. Julian, che all’inizio pare solo un individuo smarrito in una realtà distorta, diventa progressivamente il nodo centrale di un paradosso: è spettatore di una fine che, forse, ha contribuito ad accelerare. Le coincidenze estreme sono allora sintomi e segnali, ma anche domande aperte: cosa succede quando la cultura viene usata per cancellare il futuro? Prosser lascia Julian sospeso in questa frattura, non come eroe o martire, ma come residuo umano di un presente che implode su se stesso.

Angelo Cennamo





Standard

PORTNOY – Philip Roth

1969. L’America non si è ancora ripresa dagli assassinii dei fratelli Kennedy e Martin Luther King – James Ellroy, Don DeLillo e Stephen King ne hanno tirato su un bel po’ di libri. Philip Roth pubblica il romanzo della consacrazione dopo le buone prove di Goodbye, Columbus, Lasciar andare e Quando lei era buona. L’invenzione di Nathan Zuckerman arriverà qualche anno più tardi, ma il gioco della simulazione si vede già: Portnoy è Roth, e il padre assicuratore di Portnoy è Herman Roth, il padre di Philip che più avanti sarà coprotagonista in Patrimonio. 

È la stagione del figlio, quella in cui Roth  interpreta il ruolo che gli riesce meglio, quella del contestatore, del ribelle. Nella finzione, il romanzo è Carnovsky, l’opera blasfema che farà infuriare la comunità ebraica e morire di crepacupre il padre di Zuckerman. Alex Portnoy è un trentatreenne piccolo borghese, con un impiego dignitoso al Comune di New York. È lì, sdraiato sul lettino del suo psicanalista a raccontare i tic e le nevrosi che lo accompagnano dall’infanzia. Tutto il libro è un lamento, vorticoso, incessante, comico, esilarante. Il 16 maggio il monologo di Roth torna in libreria con l’editore Adelphi, la nuova traduzione di Matteo Codignola e un titolo che fa storcere il naso ai puristi: semplicemente “Portnoy”. La versione di Adelphi / Codignola sarà una buona occasione per rileggerlo come se fosse la prima volta. Non si può smettere di leggere Roth, è come fare il tagliando all’automobile o le analisi del sangue. Certi libri ci danno il senso della distanza e della vicinanza alla storia, a un luogo, in questo caso a un modo di sentire e di vedere il mondo. L’uomo sul lettino racconta i conflitti con il padre, ebreo come lui, ma Alex non vuole esserlo (non vuole credere nel dio di Abramo, in nessun altro dio); l’odio-amore-incestuoso per la madre, ossessionata dall’ordine e dall’igiene (padre e madre sono “I più eminenti produttori e confezionatori di colpevolezza dei nostri tempi”); la misoginia che lo fa scappare dalle donne e dal matrimonio –Scimmia è il nomignolo affibbiato alla fidanzata ninfomane, gretta, ignorante, che fa sesso orale mentre lui declama poesie di Yeats. L’onanismo compulsivo della prima adolescenza – il dialogo tra lui, chiuso in bagno, e i genitori preoccupati per la sua finta diarrea – è una delle scene più divertenti del romanzo. Non aspettatevi il Roth più riflessivo, acuto della piena maturità, quello de La macchia umana, di Pastorale o Sabbath: lasciatevi andare. Il flusso lamentoso di Portnoy ci porta alla verbosità inarrestabile di un altro sconclusionato della letteratura americana, al giovane Holden di Salinger, il ragazzaccio mezzo matto che deve annunciare ai suoi genitori di essere stato cacciato dal liceo. Di fatto, Portnoy ne è il sequel: Portnoy è Holden Caulfield da adulto. La storia di Caulfield si conclude in una clinica psichiatrica, quella di Alex Portnoy ha come unica ambientazione lo studio del suo psicanalista. Disperati, erotici, stomp.

Angelo Cennamo

Standard

GALVESTON – Nic Pizzolatto

Nic Pizzolatto è originario di New Orleans. A molti di voi il suo nome non suonerà familiare, ma se dico True detective? Galvestone, il suo primo romanzo, risale 2010. In Italia fu pubblicato la prima volta da Mondadori, in questi giorni è ritornato in libreria con minimum fax e la traduzione di Giuseppe Manuel Brescia. 

È il 1987. Roy Cady, soprannominato Big Country, è un quarantenne texano, alcolizzato. Si guadagna da vivere riscuotendo debiti e ammazzando persone per conto di un boss mafioso chiamato Stan Ptitko. Roy ha due grossi problemi: la sua fidanzata lo tradisce col boss; il medico gli ha diagnosticato un cancro ai polmoni. Quando Stan organizza un’imboscata per farlo fuori, a morire sono i suoi sicari, mentre Roy e una prostituta adolescente, Raquel (Rocky) Arceneaux, sopravvivono e fuggono insieme dalla Louisiana verso il Texas. Rocky è una ragazza inesperta e poco  coraggiosa. Come Roy, viene dal Texas orientale, un “mondo ondulato di kudzu, alberi scheletrici e di acque buie” che “sembrava significare qualcosa per lei, come significava qualcosa per me… Il paesaggio aveva una gravità che ci riportava indietro nel tempo, ci possedeva con le persone che eravamo stati”. Rocky prova a sedurre Roy, Roy le resiste. Ma quanto durerà questo giochino? I due raccolgono una terza compagna: Tiffany, la sorellina di Rocky, di tre anni, che Rocky libera da un patrigno lurido minacciandolo con una pistola. I tre giungono all’Emerald Shores, un motel sulla strada a pochi isolati dalla spiaggia di Galveston. Lì si uniscono a un gruppo di disadattati, come i protagonisti anime perse, in fuga dalla rovina, unite da una fragilità comune e da una vaga speranza di redenzione “Tutte le persone deboli condividono un’ossessione di base: si fissano sull’idea della soddisfazione”. 

Di stereotipi ne incontrerete tanti, leggendo il libro: la fuga, la solitudine, il confronto generazionale, l’amore impossibile, la vita e la morte che si toccano, la sconfitta, lo squallore, ma Pizzolatto è bravo a non cascarci dentro, e a tenere in apprensione i lettori sul finale della storia. Galveston è un noir come Dio comanda. La spiaggia di Pizzolatto ricorda la San Diego di Don Winslow: mancano le tavole del surf ma c’è tutto il resto.  

Angelo Cennamo

Standard

IL COLORE DELL’ACQUA – James McBride

Uscito negli Usa nel 1995 e pubblicato per la prima volta in Italia da Rizzoli nel 1998, Il colore dell’acqua torna in libreria in questi giorni con l’editore Fazi – che di McBride ha già pubblicato The Good Lord Bird (2021), Il diacono King Kong (2023), L’emporio del cielo e della terra (2024) – e la traduzione di Roberta Zuppet. Più che un romanzo è l’autobiografia dell’autore nonché il suo fortunato esordio nella narrativa. Tradotto in oltre venti paesi con milioni di copie vendute, il libro ha due voci narranti (quella di McBride e quella di sua madre, con paragrafi alternati in corsivo) e un bel po’ di ingredienti del Grande Romanzo Americano. Intanto è la storia di una migrazione e di una bizzarra mescolanza etnica: Rachel Deborah Shilsky, la madre di James e di altri undici figli, nasce nella Polonia invasa da Hitler, fugge ad Harlem, sposa un uomo di colore e viene ripudiata dai suoi familiari. Da questo momento Rachel diventa Ruth, Ruth McBride Jordan. In secondo luogo, è la storia di un sogno realizzato, forse sarebbe più corretto dire utopia: come si può immaginare che un ragazzino di colore cresciuto con una madre (bianca), un patrigno quasi assente e così tanti fratelli e sorelle arrivi a frequentare il college e a diventare uno scrittore di successo? Il romanzo è pieno di personaggi, alcuni importanti altri gregari, e nella sua parte in corsivo, quella in cui è Ruth a raccontare, incrocia un altro romanzo di McBride: L’emporio del cielo e della terra, le due storie si somigliano. Ma Il colore dell’acqua è soprattutto la storia di Ruth, di una donna stroardinaria, coraggiosa, spavalda, tenace, instancabile, a metà tra la Magnani di Mamma Roma e Ages Bain del romanzo di Douglas Stuart (Storia di Shuggie Bain). A cinquantuno anni, vedova del primo marito ma ancora “bella e sottile”, odiata da tutti, bianchi e neri, la vediamo andare in giro per Brooklyn su una vecchia bici azzurra, e governare la sua prole secondo gerarchie rigidissime “il sistema del re / regina”, mettendo al primo posto lo studio e la fede. Non era una materialista, pensava che senza la conoscenza la ricchezza non servisse a nulla, “che in America la cultura mescolata alla religione fosse il modo per uscire dalla povertà… Gli anni dimostrarono che aveva ragione”. La New York degli anni Sessanta è una metropoli tentacolare, scenario di mille vicende storiche, tra rivoluzioni, proteste, fermenti culturali: senza questo contorno neppure McBride sarebbe diventato James McBride. Ciononostante ne Il colore dell’acqua tutto si ripete secondo logiche artistiche nuove ed originali. Il romanzo di McBride, come la sua stessa vita, è un meraviglioso miscuglio di colori, di suoni e di storie americane. 

Angelo Cennamo

Standard

LA GRANDE PIENA – Louise Erdrich

The mighty red, in Italia La grande piena, con Feltrinelli editore e la traduzione di Silvia Rota Sperti, è in parte una commedia romantica, in parte una saga familiare. La storia, ambientata nella cittadina di Tabor, nel Nord Dakota, nel post Lehmhan Brothers (la crisi finanziaria del 2008), ruota intorno al triangolo amoroso tra Gary Geist, giovane giocatore di football e rampollo di una ricca famiglia di proprietari terrieri; Kismet Poe, un’adolescente destinata a una brillante carriera universitaria fuori città e figlia di una trasportatrice di barbabietole da zucchero dipendente della fattoria dei Geist (Crystal); e Hugo Dumach, un libraio nerd che regala a Kismet una copia di Madame Bovary per alimentare in lei il dubbio e provare ad allontanarla dal rivale. Il romanzo si apre con Gary che chiede goffamente a Kismet di sposarlo. Lei lo allontana, ma dopo una serie di altri tentativi, inspiegabilmente e contro ogni pronostico, la ragazza cede, quasi plagiata dalla fragilità del suo corteggiatore stalker. Kismet dunque si lascia convincere, ma nel corso del romanzo rimarrà sempre combattuta, lo sarà anche dopo le nozze: l’attrazione per Hugo resisterà oltre ogni promessa e vincolo. In una trama parallela, Martin, compagno di Crystal e attore teatrale fallito, abbandona Kismet e sua madre dandosi alla fuga con i fondi per la ristrutturazione della chiesa locale. Le voci e i pettegolezzi sulla scomparsa di Martin investono anche altre questioni come l’uso e la difesa della terra, le difficoltà economiche della comunità di Tabor nel tempo peggiore dopo il Wall Street Crash, un incidente occorso a Gary e ai suoi amici. Insomma, nel libro di Erdrich c’è molta carne al fuoco, con tanti personaggi secondari che entrano ed escono dalla storia, ma non tutti questi blocchi narrativi sembrano intersecarsi nel modo giusto, specialmente il tema ambientalista e la crisi degli agricoltori con i dubbi amorosi di Kismet, che restano la parte principale e la più interessante della storia. La grande piena va accettatto per quello che è: un romanzo ben scritto e ben calato nel contesto tipico di Erdrich, ma confuso, con alcune parti divertenti, altre lente e un po’ noiose. 

Angelo Cennamo






Standard