Un matrimonio d’interesse, un amore negato, delitti, scambi di persona, e una donna dall’identità misteriosa, vestita di bianco, che attraversa l’intera vicenda di questo magnifico romanzo corale, strutturato come una raccolta di testimonianze, a volte come un diario, lungo quasi novecento pagine, in cui è la trama, perfettamente congegnata, a imporsi su ogni altra cosa. Un poliziesco ante litteram, una clamorosa storia d’amore, una velenosa saga familiare, ma anche lo spaccato preciso della borghesia rurale inglese nell’età vittoriana, tra segreti, bugie, raggiri, intrighi, passioni laceranti. Nel 1860 Charles Dickens volle pubblicarlo a puntate sulla sua rivista All The Year Round. Un grande successo che ha resistito al tempo e alle mode conservando intatta la propria lucentezza e la perfezione degli intrecci narrativi. Duecento anni fa nasceva a Londra Wilkie Collins e Fazi, il suo editore italiano, celebra l’antico maestro del genere riportando in libreria tre dei suoi capolavori: La donna in bianco, Senza nome, La pietra di luna. Non sceglietene uno solo, leggeteli tutti e tre.
Lessi qualcosa di Philip K. Dick negli anni dell’università, prima che i miei gusti letterari prendessero altre direzioni, e molto prima che l’idea del blog facesse capolino nella mia mente; a quel tempo ero preso da autori come Hemingway e Scott Fitzgerald, e dalla beat generation di Ferlinghetti, Corso, Kerouac, Burroughs, insomma quella roba lì.
Ho ripensato a Dick giorni fa, in libreria, mentre scorrevo i titoli di Stephen King alla ricerca di uno dei miei (pochi) pezzi mancanti del Re. Lo scaffale era lo stesso e i romanzi di Dick risaltavano sul nero lucido degli arredi per via delle nuove cover ideate da Mondadori: color panna, sobrie, eleganti, perfettamente in linea con i contenuti, molto americane. L’Uomo Nell’Alto Castello (The Man In High Castle), in Italia inizialmente pubblicato da Fanucci col titolo La Svastica Sul Sole, è uscito nel 1962 e ha segnato l’inizio della maturità artistica di Dick. Il romanzo si inserisce nel filone della cosiddetta narrativa ucronica, la letteratura cioè che riscrive la storia raccontandoci come sarebbe andata se… (Il Complotto Contro l’America di Philip Roth, Il Sindacato Dei Poliziotti Yiddish di Michael Chabon… eccetera).
Con Mondadori e la nuova traduzione di Marinella Magrì, La Svastica Sul Sole ritrova il suo titolo originale e, complice una fiction tv di grande successo in onda su Prime Video, torna a far parlare di sé incuriosendo anche chi non conosce l’autore del romanzo o non è avvezzo a questo genere di letteratura, tra la distopia e il romanzo storico.
La controstoria di Dick è ambientata nei primi anni Sessanta, in un’America che nella finzione ha perso la seconda guerra mondiale contro i paesi dell’Asse, e con una geografia politica evidentemente ridisegnata dai vincitori: l’Europa, l’Africa e gli Stati Uniti dell’Est fino alle Montagne Rocciose sono diventati un protettorato del Reich; Asia, Pacifico e Stati Uniti dell’Ovest sono finiti nelle mani del Giappone. I livelli della narrazione sono due: le vicende storiche si intrecciano a quelle personali dei protagonisti, uomini e donne comuni con delle vite pressoché anonime (il privato è decisamente meno attraente del pubblico). Cos’è che rende L’Uomo Nell’Alto Castello il capolavoro che noi tutti conosciamo? Intanto la non verosimiglianza della storia, la suggestione di un mondo capovolto, quasi inimmaginabile, nel quale un paese potente come gli Usa soccombe a Hitler e compagni, con un tempo tridimensionale che si muove a zig zag tra presente passato e futuro. In secondo luogo, la presenza nel libro di Dick di altri due libri: L’I Ching, l’oracolo dell’antica saggezza cinese (pare che lo stesso Dick lo consultasse per tutto, a mo di oroscopo) e La Locusta Si Trascinò A Stento, un romanzo censurato, proibito dal governo, che racconta l’epilogo reale della guerra. Il suo autore si chiama Hawthorne Abendsen, è un ex marine che si nasconde in un alto castello ma che nelle ultime battute del romanzo si mostrerà senza timore fino ad annunciare la sua verità clamorosa. La Locusta è chiaramente un espediente narrativo di grande impatto, la trovata geniale attraverso la quale Dick si diverte a giocare e confondere i lettori con il reale e l’immaginario, il fulcro di tutto, il meccanismo che cattura più di ogni altra vicenda e che rende il romanzo (quello scritto da Dick) un romanzo speciale.
In una cittadina nel nord dell’Arizona chiamata Randall, come Randall Flagg, il protagonista de L’Ombra dello Scorpione di Stephen King, quattro case e una grande segheria che fa molto America, accadono strani fenomeni: qualcuno ha profanato delle chiese e le ha vandalizzate con sangue di capra. Padre Selway e sua moglie sono spariti e molti degli abitanti del posto vengono assaliti dagli stessi incubi: sogni premonitori che annunciano disastri terribili, fuori da ogni logica o spiegazione razionale. Una brutta rogna per Jim Weldon, lo sceriffo della città chiamato a fronteggiare una situazione senza precedenti e ben al di sopra dei mezzi di cui dispone. Di Bentley Little in Italia sono stati tradotti (Ariase Barretta) tre romanzi: The Consultant, The Resort e questo (tutti e tre editi da Vallecchi di Firenze). In più occasioni ho scritto che Little ricorda Stephen King, dal quale lo scrittore di Mesa ha ereditato soprattutto la vena Horror – Little è assolutamente un romanziere Horror, a differenza di King che all’Horror viene invece accostato spesso per errore o con imprecisione. The Revelation è una storia veloce con tanti colpi di scena, e per quanto Little attinga al più stereotipato armamentario del “brivido”, riesce a tenere alta l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine includendo nell’eterna lotta tra il bene e il male elementi sui quali non sempre i suoi colleghi (lo stesso King) si soffermano più di tanto. Le vicende raccontate da Little si compiono cioè in luoghi visibili, dentro spazi aperti o familiari riconoscibili che danno nuovo colore e spessore alla traccia centrale del romanzo: la città posseduta dal demonio. I paesaggi di Randall e il caldo torrido che soffoca i protagonisti quasi come la peste nel romanzo di Camus, formano un corollario preciso e di grande effetto. Figura chiave della storia è Fratello Elias, un predicatore venuto dal nulla che nella seconda parte della narrazione acquisterà un ruolo decisivo per le sorti della comunità. Elias è un uomo di chiesa o è contro la chiesa? “Le religioni sono solo rozzi tentativi di spiegare la loro esistenza. Le religioni non hanno altro scopo se non quello di categorizzare i poteri che non si possono comprendere”. Ma il mistero e le nebbie che avvolgono Randall ora cominciano a diradarsi. Adesso tutto è chiaro, il male si mostra in ogni sua forma, il male ha le sue ragioni. Chi si salverà da questa apocalisse?
Il Michael Chabon de I Misteri di Pittsburgh non è lo scrittore esperto e dotato de Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay e neppure il fine raccontastorie di Wonder Boys e Telegraph Avenue, a mio avviso le due cose migliori insieme al Pulitzer di una carriera artistica che ha ormai superato il traguardo dei trent’anni. Nel 1988, o giù di lì, mentre ne abbozza la trama in un tugurio che puzza di biciclette, il giovane Michael sta completando il Creative Writing Program dell’University of California di Irvine. Sente il vento che gli soffia alle spalle, Michael. Ha la sensazione che la storia stia passando anche da quello stanzino, e che la letteratura americana di lì a poco, o forse no, cosa dico, forse quel processo è già in atto, entrerà in uno spazio nuovo, mai esplorato prima. Chabon, Foster Wallace, Franzen e Bret Easton Ellis sono i Fab Four che hanno impresso una svolta e aperto il romanzo a una generazione di maschi deboli e insicuri che però non temono di mostrare i lividi o di soccombere di fronte alle sfide più dure della vita. La “zona disagio” di Art Bechstein è compressa tra l’indicibile padre gangster e una sessualità poco nitida che non smette di tormentarlo nel corso della lunga estate che fa da sfondo alle vicende del libro. Ai protagonisti de I Misteri di Pittsburgh non accade un granché, Ellis direbbe che quei ragazzi “esistono”. Art si è appena laureato in economia e lavoricchia in una biblioteca. Il suo personaggio non ispira grossa simpatia, parlo per me: Art è perennemente indeciso su tutto, goffo, a volte perfino mellifluo, non sa mai quello che vuole né “chi” vuole. Intorno a lui, un gruppetto di amici con tic e sfumature diverse ma dalla personalità anche stilisticamente più decisa. Art oscilla, è scritto sulla quarta di copertina – decisamente il verbo più appropriato – tra l’amore di Arthur e quello di Phlox, la ragazza punk che prima o poi dovrà arrendersi a una certa evidenza. Ma è Cleveland il miglior attore protagonista su questo set mucciniano, la corda tesa tra i due Bechstein che soprattutto nella seconda parte darà ulteriore slancio al plot. Tutto il resto è sentimento e luce. L’esordio di Chabon è un libro fresco, di una leggerezza calviniana che qualche anno più tardi ha ispirato giovani autori anche di altre latitudini, penso ai primi passi di Niccolò Ammaniti e di Claudia Durastanti. Un po’ romanzo di formazione un po’ thriller, con una prosa essenziale, senza orpelli (“Tu sei un minimalista” dice Cleveland ad Art a pagina 206). L’affresco di una gioventù americana bianca, gaia, senza pensieri.
Ho scoperto l’esistenza di questo romanzo, del quale ignoravo pure l’autore, per caso, anni fa, leggendo una dichiarazione, forse era un’intervista, non ricordo, a David Foster Wallace. Cliccando su Amazon o Ibs vi accorgerete che L’Amante di Wittgenstein è l’unico libro di David Markson – scrittore originario di Albany, New York – disponibile in Italia. Negli Usa uscì nel 1988, quando Markson aveva ormai superato i sessanta senza grossi sussulti di notorietà, ma da noi è arrivato solo nel 2016 grazie all’editore Clichy (vi dice niente Nomadland?), che si è affacciato sul mercato editoriale proprio con questa pubblicazione. Inutile dire che buona parte della curiosità sul romanzo l’abbia accesa lo stesso Wallace, a suo tempo una specie di testimonial di Makson oltre che un caro amico e confidente. Prima di addentrarmi nel merito dell’opera vorrei però avvertire i lettori, cioè voi, che se non doveste essere attratti o gradire romanzi cerebrali o troppo cerebrali, fareste bene a stare alla larga da questo libro e dalle quattro cose che sto per dire: L’Amante di Wittgenstein è un romanzo profondamente cerebrale, nel senso che ogni cosa che troverete nel racconto accade o esiste unicamente nella mente della protagonista, e che la finzione o la percezione della verità in ordine a quanto accade è l’essenza stessa della non-storia. Kate è una pazza convinta di essere l’unico abitante rimasto sulla terra, e il suo monologo, anzi il suo interminabile flusso di parole non dette ma scritte, Kate le sta battendo a macchina, si traduce proprio come un’affermazione del suo esistere, ovvero come il superamento della logica cartesiana del “cogito ergo sum” nella realtà intesa come racconto. Il richiamo a Wittgenstein, al di là del titolo, è evidente. Nel suo lucido delirio di ricordi e di viaggi in tutto il mondo, dall’Italia al Messico, dove sarebbe stato sepolto il figlio Simon o Adam, Kate menziona mille personaggi della pittura, della scienza, della musica, della letteratura e della filosofia. Wittingenstein è il più citato, spesso male, con imprecisione “In questo senso il linguaggio è spesso impreciso, ho scoperto”. L’errare doloroso di Kate, che oggi scrive a macchina da una casa sulla spiaggia come Giuseppe Berto dalla sua bettola di Capo Vaticano, è l’immagine di quella solitudine o solipsismo che ha già legato a doppio filo Wallace al noto filosofo austriaco (Kate è “terribilmente, terribilmente sola”). Di conseguenza, il romanzo vuole essere il tentativo – riuscito o meno – di proiettare l’opera di Wittgenstein, Tractatus et similia, in una nuova forma di narrativa, la vetta più alta, dirà lo stesso Wallace, dello sperimentalismo americano. Come dicevo, L’Amante di Wittgenstein è un romanzo senza tempo e senza luogo. È soprattutto un romanzo senza trama. Le frasi sono brevi e tra di loro sconnesse, secondo una non linearità che riflette la follia della voce narrante ed errante ma anche la “solitudine” di ogni singolo brano del racconto “Ciò per cui darei seriamente qualsiasi cosa, in realtà, è capire come faccia la mia mente a saltare di palo in frasca come a volte fa”. Prima che venisse pubblicato, fu rifiutato quarantaquattro volte, ben oltre le trentadue di Shuggie Bain di Douglas Stuart e le diciotto dell’Ulisse di Joyce. Non è un romanzo per tutti ma è un romanzo che tutti dovrebbero leggere per uscire o per provare a uscire dai confini di una letteratura spesso convenzionale e povera di spunti originali.
C’è una parola in America che identifica i bianchi del sud un po’ ignoranti, rozzi e rancorosi. La parola è “redneck”. Demon Copperhead abita nel Southwest Virginia. Siamo negli Appalachi meridionali, in un posto sperduto di case mobili, birre e Vangeli, tra povera gente che sopravvive grazie a lavori occasionali o con sussidi statali, figli senza padri con storie di galera e di abbandoni. Sacrifici. Sudore. Malattia. Vi dicono niente Lee Maynard, Ron Rash e Chris Offutt? Ecco, quella roba lì. Demon è stato messo al mondo da una diciottenne drogata, dentro una di queste roulotte. Ama i supereroi della Marvel e sogna di vedere il mare. Dal padre, che non ha fatto in tempo a conoscere, ha ereditato i capelli rossi e quel soprannome Copperhead – Testa di rame – che lascia pensare a possibili origini irlandesi. Con Demon Copperhead – quasi l’anagramma di David Copperfield, il capolavoro di Charles Dickens al quale questo romanzo è volutamente ispirato – Barbara Kingsolver ha vinto il Pulitzer ex aequo con Trust di Hernan Diaz. In Italia il libro è uscito negli ultimi giorni del 2023 edito da NeriPozza e con la traduzione di Laura Prandino. La storia di Demon, lunga 650 pagine e raccontata in prima persona, è una corsa affannata tra affidi e rinunce “… tutti credono che l’adozione sia una cosa automatica… Ma nella Lee County ci sono molti più orfani che persone che li vogliono”, speranze tradite, sbandate, e improbabili riscatti attraverso lo sport. Una storia commovente che al di là dell’evidente richiamo dickensiano ci ricorda altri due romanzi recenti: Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart e Canada di Richard Ford, che di questo libro è una specie di bella copia.
Come in Shuggie Bain il rapporto madre figlio è centrale, almeno nella prima parte. Ma se nel romanzo di Stuart il ruolo della madre si impone su quello del piccolo Shuggie – Agnes Bain è uno dei personaggi femminili più straordinari della storia della letteratura di tutti i tempi – Kingsolver invece la sua traviata la lascia quasi ai margini del racconto, sovrastata da altri ruoli per concentrarsi sulla figura del figlio. Il risultato è inizialmente notevole, ma nella seconda parte la tensione cala e la trama si disperde in troppi rivoli superflui, non sempre interessanti e originali.
Come per altri scrittori di culto, esistono due versioni di David Foster Wallace: una reale, che si manifesta attraverso le opere che l’autore di Ithaca (NY) ci ha lasciato nei suoi vent’anni o poco meno di carriera (romanzi, racconti, saggi, reportage, interviste); un’altra virtuale, il cosiddetto intellettualismo di Wallace, frutto di una massiccia iconografia alimentata da analisi critiche, studi, rielaborazioni, osservazioni di addetti ai lavori o di semplici lettori, così inspessita e stratificata da poggiare su giudizi altrui più che su opinioni personali. Wallace è un autore più citato che letto, e i suoi libri spesso vengono mostrati anziché aperti perché fa figo, per accreditarsi nei circuiti culturali che contano o in certe bolle social. Non ho mai creduto ai libri che ci cambiano la vita. Non esistono. Esistono piuttosto degli autori e dei libri che cambiano il nostro modo di leggere, che ci rendono lettori più esigenti, impenetrabili, refrattari alla solita narrativa di trama, mainstream, lineare, con tutto l’iceberg in bella mostra. Infinite Jest ha questo potere. Fu pubblicato negli Usa nel 1996, in Italia arrivò quattro anni più tardi sull’onda emotiva di Edoardo Nesi (poi traduttore del romanzo) e di Sandro Veronesi, che dopo averne sentito parlare in un tour negli States e non riuscendo a leggerlo in inglese, pretese di farlo tradurre in italiano dai suoi amici della Fandango. In pratica sappiamo di Infinite Jest grazie al capriccio di due lettori eccellenti e fissati. Perché un romanzo di circa milletrecento pagine, molte delle quali occupate da centinaia di note – le note sono parte integrante del testo – continua a richiamare l’attenzione di tante persone compreso il sottoscritto? Avevo approcciato il mattone di Wallace due volte, l’ultima in prossimità del DFW Tribute che organizzai tre anni fa alla libreria Feltrinelli di Salerno. L’ho ripreso per la terza volta approfittando della sosta natalizia e di un vuoto di interessi che in un post semiserio su Facebook avevo definito come la condizione del lettore “assuefatto”, il terzo e ultimo stadio dopo quello dell’effetto acquario e del lettore consapevole. Non lo faccio per scelta. Come dicevo prima obbedisco a un richiamo, a una sirena odisseica che mi trascina in quello stato di dipendenza di cui sono piacevolmente vittime gli stessi personaggi del libro (Infinite Jest è anche un film introvabile che ipnotizza gli spettatori costringendoli a rivedere la pellicola di continuo, fino alla morte. Così pericoloso da trasformarsi in una possibile arma letale nelle mani di un particolarissimo commando terroristico). Rileggo Wallace perché “non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo”, così ne parlava Jonathan Franzen in un saggio. Sarà l’ennesima traversata lunga ed estenuante, lo so, ma la difficoltà di Infinite Jest è parte stessa del fascino di Infinite Jest, romanzo imperniato sul linguaggio e sul significato della letteratura prima ancora che su una vera e propria trama. Del legame stretto tra Wallace e Ludvig Wittgenstein si è scritto tanto. Wittgenstein è il filosofo del linguaggio e della impossibilità di scindere la realtà dalla sua esposizione. La distanza tra pensiero e parola in Wallace è così breve che leggendo le sue storie abbiamo l’impressione di non trovarci fuori dal racconto ma dentro la mente di chi lo sta portando in scena. No, una sola volta non basta per comprendere il senso di tutto ed entrare pienamente nella dimensione wittgensteiniana dell’azione e della sua rappresentazione. Di leggere Infinite Jest non si smette mai.
Se avete visto film del tipo Se mi lasci ti cancello, Essere John Malkovich o Anomalisa, leggere Antkind (Formichità), opera prima di Charlie Kaufman, uscita negli Stati Uniti nel 2020, in piena pandemia da Covid, e arrivata da poche settimane in Italia con Einaudi e la traduzione di Gaspare Bona, non sarà come precipitare in un buco nero o come sbattere all’improvviso contro un iceberg. No, perché avreste degli elementi in più per prendere le misure, orientarvi, districarvi nei mille e altri mille mondi abitati da questa testa matta di Kaufman, artista capace di cose terribili: clonare identità, uscire dalla normale cronologia del tempo, inventare nuovi e apocalittici scenari terrestri, sdoppiare esperienze, trasformare la verità in sogni e i sogni in verità. Ora voi vi aspettate che io dica due cose su Formichità, su questo mattone di oltre settecento pagine atteso tre anni quasi si trattasse di un Santo Graal soprattutto da un certo lettorato orfano di Bolaño, Foster Wallace e Pynchon (lo so che Pynchon è vivo ma come autore non lo è più). Bene. Datemi solo pochi secondi per schiarirmi le idee e tirare il fiato. Formichità l’avevo lasciato per un po’ di tempo in un angolo dello scaffale mentre ero preso dalle selezioni della shortlist del blog. Era lì che mi guardava, che mi chiamava: ma insomma quand’è che la smetterai di ignorarmi? Poi un giorno mi sono deciso e ho attaccato… Allora, lo dico subito: non so bene cosa ho letto. Prima ho citato Pynchon. È il solo riferimento che potrà aiutarvi a comprendere, almeno finché non sarete voi a leggerlo, il perimetro di quest’opera, che nonostante i non pochi difetti, la si può collocare nel migliore dei generi letterari, quello dei libri strani.
Formichità ha una trama? Sì, ma si esaurisce in una piccola parte della narrazione. Tutto il resto è un magnifico cazzeggio fatto di quisquilie (poche) e colpi di genio (tanti). B. Rosemberger Rosemberg – B. sta per Balaam, ma lui preferisce la B puntata “Per non ostentare la mascolinità” – di vite ne ha vissute tante “Tronfio conferenziere accademico. Stressato direttore di un grande magazzino. Dentista in una cittadina di provincia. Regista… Strisciante commesso in una gastronomia. Arrogante emulatore di Jean-Luc Godard… Invidioso critico cinematografico di terz’ordine…”. Per una strana circostanza, B. si imbatte nel più grande capolavoro cinematografico di tutti i tempi, un film d’animazione al quale ha lavorato per novant’anni uno sconosciuto regista afroamericano chiamato Ingo Cutbirth. Il film di Ingo dura tre mesi e non lo ha visto nessuno. Nessuno oltre B. È un film comico sull’incubo dell’umorismo, popolato da centinaia di pupazzi, molti dei quali però non vengono mai inquadrati dal regista: gli invisibili. Le aspettative di B., che tra le altre cose è un uomo molto insicuro, complessato e di brutto aspetto, durano poco. Tutto andrà letteralmente in fumo e costringerà il protagonista a ricorrere a un piano assurdo: ricordare l’intera storia del film per farne un remake con attori in carne e ossa, servendosi di un ipnotizzatore.
Quello che accade da qui in avanti è una infinita sequela di incontri ed esperienze strampalate, con mille divagazioni che non hanno nulla a che fare con la traccia principale del libro. Leggerete di caverne platoniche, film storici, di Donald Trunk (non Trump), e di formiche giganti, attraverso dilatazioni spazio-temporali nelle quali sarà facile perdersi o capire poco. Formichità è chiaramente un romanzo massimalista, Kaufman lavora per espansione, apre decine di incidentali che spesso vi daranno sui nervi, ma non sconfina mai nella presa in giro. Non è fuffa, la sua, è magma di nevrosi e di battute esilaranti, genio e sregolatezza. B. è figlio di Holden Caulfield e Alexander Portnoy: certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Con la solita ironia, Kaufman se la prende col politically correct che sta inquinando l’arte americana un tempo più libera e irriverente. B. è Ulisse che si apre all’ignoto, il ragioniere Fantozzi che sbava di fronte alla signorina Silvani, il Sam di Woody Allen che prova a darsi nuove chances. Insomma, non fatevi tante domande. Leggete Formichità. Divertitevi.
Il libro dell’anno per Telegraph Avenue è Le schegge – The shards – di Bret Easton Ellis (in Italia con Einaudi e la traduzione di Giuseppe Culicchia). Il romanzo di Ellis prevale su: L’anno che bruciammo i fantasmi di Louise Erdrich, The sentence nella versione originale (Feltrinelli – traduzione di Andrea Buzzi); L’atlante di William Vollmann, raccolta uscita negli Usa nel lontano 1996 (lo stesso anno di Infinite Jest di David Foster Wallace e Fight Club di Chuck Palahniuk) ma pubblicata per la prima volta in Italia nel 2023 (minimum fax – traduzione di Cristiana Mennella); Il passeggero di Cormac McCarthy, preferito al gemello Stella Maris, arrivato in libreria pochi mesi dopo (Einaudi – traduzione di Maurizia Balmelli); Manifesto Criminale di Colson Whitehead (Mondadori – traduzione di Silvia Pareschi).
L’affermazione de Le schegge, che è netta e che è scaturita, come è prassi, da un giudizio condiviso anche con i lettori del blog, la si può motivare più o meno così: per la geniale operazione di sdoppiamento e di contenimento compiuta dall’autore, che raccontado la genesi del suo primo romanzo, ha di fatto ridisegnato i confini della metafiction secondo paradigmi nuovi. Ellis ripercorre le tappe di avvicinamento a Meno di zero: la progettazione, più in generale l’ambizione di scrivere, trascinando la vecchia storia nella nuova e uscendo da questa per diventare se stesso e darle voce. L’espediente narrativo adottato dall’autore, unitamente alla vivacità della trama – diversamente thriller, rapida nello scorrimento – e alla fedele rappresentazione di una certa borghesia californiana anni ’80 perennemente sull’orlo del precipizio, fa di questo romanzo il miglior affresco di una generazione disillusa e allucinata. Non solo. Il coraggio col quale Ellis racconta la sua storia, nella forma e nei contenuti, fregandosene dei lacci o dei subdoli tentativi di censura che minacciano di guastare, anzi che stanno già guastando molti pezzi della narrativa contemporanea non solo in America, aggiunge ulteriore valore e appeal al libro, trasformandolo quasi in un atto di resistenza a un’editoria dominata da deliranti forme di pedagogismo e strane vocazioni redenzioniste. La gioventù di Ellis è bianca, straricca, deideologizzata, socialmente disimpegnata, estranea quindi a qualunque format imperante. Le schegge vince anche per questo.
L’appuntamento era Brera, a due passi dalla pinacoteca, poi “il taxi ha fatto un giro strano”, allora decido di raggiungerla in un caffè dietro piazza Duomo. Dopo la pioggia scrosciante della prima mattinata, il cielo comincia timidamente a schiarirsi. Eccola Silvia, è in un angolino e mi sta salutando con la mano. La raggiungo facendomi largo tra un gruppetto di studenti. Silvia Pareschi vive tra il Lago Maggiore e San Francisco, ma il suo lavoro di traduttrice la porta in giro per il mondo e per fortuna che Milano è nel mondo, nel suo mondo. Volendo stilare una lista di grandi scrittori americani o di lingua inglese tradotti da Silvia, si fa prima a inserire i nomi di quelli che mancano. È la prima volta che la incontro di persona e la ringrazio per avermi concesso questa intervista. Cominciamo? Cominciamo.
Venendo da te, in taxi, pensavo a tutti gli autori con i quali hai lavorato. Vado a memoria: Nathan Englander, Jonathan Franzen, Don DeLillo, Ernest Hemingway, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Shirley Jackson, Annie Proulx, Junot Díaz, Colson Whitehead… manca qualcuno?
Mi hai fatto venire voglia di contare gli autori che ho tradotto… sono in tutto quarantatré, venticinque uomini e diciotto donne. Nella tua lista mancano almeno tre dei miei preferiti: Amy Hempel, la maestra del racconto, difficilissima da tradurre con il suo stile minimalista tutto giocato sulle sfumature e il suo amore per i giochi di parole; E. L. Doctorow, un grandissimo scrittore che in Italia non ha mai riscosso il successo che meriterebbe, di cui ho tradotto uno degli ultimi libri, Homer & Langley, e ho ritradotto un capolavoro come Ragtime (che uscirà all’inizio del 2024 per Mondadori); e il mio amatissimo Denis Johnson, autore di libri straordinari come Jesus’ Son e Albero di fumo (che vorrei tanto vedere ripubblicato, visto che è fuori catalogo da anni), del quale Jonathan Franzen ha detto «Il Dio in cui voglio credere ha la voce e il senso dell’umorismo di Denis Johnson».
È strano, ma per quanto tu abbia dato voce a tutti questi scrittori, se dico “Silvia Pareschi” il mio primo pensiero va a Franzen. Non riesco a pensare a lui senza collegarlo a te. Voglio dire: non riesco ad immaginare Franzen con una voce diversa dalla tua. Questa cosa non mi capita neppure con Vincenzo Mantovani e Philip Roth.
Forse perché da un certo punto in poi Roth è stato tradotto dall’altrettanto bravo Norman Gobetti, mentre Franzen, a parte il primo romanzo, La ventisettesima città (tradotto da Ranieri Carano) l’ho tradotto tutto io? Ho cominciato la mia carriera di traduttrice proprio con Le correzioni – sono stata fortunatissima – poi sono tornata indietro e ho tradotto il suo secondo romanzo, Forte movimento, e poi naturalmente sono venuti Libertà e Purity e Crossroads. Più tutta la saggistica. Abbiamo viaggiato insieme, siamo diventati amici, mi sono addirittura appassionata di ornitologia a causa sua. Insomma, posso praticamente considerarmi la sua ventriloqua. In questo momento sto traducendo un suo breve articolo, ed è davvero un piacere ritrovare la sua voce, la sua scrittura fluida ed elegante che conosco così bene. Insomma, io della scrittura di Franzen sono innamorata, e come scriveva Pavese in una lettera a Bompiani: “Per tradurre bene, bisogna innamorarsi del materiale verbale di un’opera, e sentirsela rinascere nella propria lingua con l’urgenza di una seconda creazione. Altrimenti è un lavoro meccanico che chiunque può fare.” Mi innamoro sempre un po’ degli autori e delle autrici che traduco, ma di Franzen di più.
Un italiano o italiana che traduce letteratura americana immagino impari fin da subito a convivere con i fantasmi di Vittorini, Pavese, Pivano, i pionieri di questo mestiere. Dico bene?
Sì, soprattutto per quanto riguarda il ruolo svolto da quelle “tre corone” della traduzione novecentesca nel traghettare in Italia la grande letteratura americana. A chi traduce oggi resta la passione per un lavoro difficile e carico di responsabilità – ma anche di grandi soddisfazioni – però manca quella dimensione avventurosa, quel senso di scoperta e di libertà che la letteratura americana rappresentava per quegli intellettuali che avevano conosciuto l’atmosfera soffocante del fascismo (l’espressione “patria ideale” per riferirsi all’America ricorre sia negli scritti di Pavese sia in quelli di Vittorini). E poi, da parte mia, grandissima invidia per Pivano che ha conosciuto Hemingway.
A proposito di Fernanda Pivano, qualche anno fa hai ritradotto per Mondadori Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Un’esperienza che mette i brividi solo a pensarci.
Ecco, appunto. Io amo dialogare con gli autori che traduco, non solo per chiarire dubbi di traduzione, ma anche, quando è possibile, per facilitare il mio compito di ventriloqua. Quanto mi sarebbe piaciuto chiacchierare con il vecchio Hem! Tradurre Il vecchio e il mare è stato un lavoro affascinante, non solo per la qualità eccelsa della scrittura, ma anche perché Hemingway era uno scrittore che lasciava molte cose non dette, affidandone la comprensione all’intuito e all’acume dei lettori, e tradurlo significa necessariamente scavare in profondità nel testo, esplorare la parte sommersa dell’iceberg che è piena di tesori nascosti.
Ogni lingua ha una propria storia, struttura, evoluzione, aggiungerei suono. Quali sono le maggiori difficoltà nel rendere fruibile e credibile in italiano un testo americano?
Dipende dal testo, dipende dall’autore. L’inglese può essere più conciso dell’italiano, avere frasi brevi, sincopate e paratattiche come in Hemingway, ma può anche avere periodi lunghi e pieni di subordinate come quello di Franzen. La sintassi di Franzen è più vicina a quella italiana della sintassi di Hemingway, e per questo la trovo più facile da tradurre. Con due grandi scrittori come loro bisogna naturalmente avere un rispetto assoluto dello stile: non si tratta dunque di rendere fruibile il testo “addomesticandolo” in qualche modo per il lettore, ma semplicemente di presentare al lettore lo scrittore così com’è.
Torno per un attimo a Jonathan Franzen per ricordare la sua lunga amicizia e rivalità con David Foster Wallace, verso il quale – come saprai – il sottoscritto ha una specie di venerazione. La storia della faticosa traduzione italiana di Infinite Jest, con una serie di tentativi falliti prima di arrivare a Edoardo Nesi (obbligato da Sandro Veronesi), è quasi un romanzo parallelo a quello originale, un’odissea che mi suggerisce un altro titolo di Wallace: Una cosa divertente che non farò mai più. Wallace è uno dei nomi che manca in quella lunghissima lista di autori. Ti piacerebbe tradurlo?
Gli scrittori bravi mi piacerebbe tradurli tutti!
Qualche settimana fa ho letto una tua riflessione interessantissima sull’Intelligenza Artificiale e sulle possibili sue applicazioni alla narrativa (scrittura, editing, traduzioni…). È davvero una minaccia, come si teme, o pensi che nel medio periodo possa diventare una risorsa, aiutarci ad essere più competitivi?
Secondo me la vera minaccia rappresentata dall’IA applicata alla traduzione è che si finisca per applicare il principio della good enough quality, ossia della qualità accettabile. Che cioè la traduzione diventi una mera trasmissione di significato, di “contenuto”, e che si arrivi a perdere la sensibilità allo stile inteso come modalità espressiva personale e unica dell’autore. Non credo che possa avvenire da un giorno all’altro, e non sono neppure sicura che avverrà, ma sicuramente in un mondo in cui le capacità necessarie per leggere criticamente un testo si stanno perdendo, la prospettiva di un’IA intesa come strumento che può sostituirsi agli umani anche nei mestieri creativi non lascia certo ben sperare.
Da quando hai iniziato a fare il tuo lavoro come è cambiata la letteratura americana? I recenti fenomeni della Cancel culture e/o del cosiddetto Sensitive reading pensi siano delle limitazioni alla libertà di espressione o semplicemente delle nuove e più educate forme di rappresentazione?
Poco dopo che era successo il “caso” di Amanda Gorman, ho dichiarato in un’intervista che secondo me è assurdo giudicare il valore di una traduzione in base al colore della pelle, all’età o all’etnia del traduttore, perché in base a questo criterio io, per esempio, potrei tradurre solo persone affini a me, ossia donne bianche di mezza età. Anzi, se portassimo questo assunto alle sue estreme conseguenze, potrei tradurre solo me stessa. Ho aggiunto che secondo me l’unico criterio per decidere a chi affidare una traduzione è la bravura del traduttore o della traduttrice. Forse era una risposta troppo ingenua, forse non c’era spazio, fatto sta che quella domanda è stata poi espunta dall’intervista.
Il 2023 si è portato via due grandi maestri come Russell Banks e Cormac McCarthy. Per fortuna la letteratura americana è così vasta, generosa, feconda, che non ammette buchi generazionali, e per quanto la vecchia guardia dei Pynchon, DeLillo, Joyce Carole Oates, Stephen King sembri irraggiungibile: autori come Joshua Cohen, Ben Lerner, Tiffany McDaniel, Emma Cline… lasciano ben sperare per il futuro. Se dovessi puntare su un paio di nomi tra le nuove leve, chi ti viene in mente?
Non ho ancora letto l’ultimo di Emma Cline L’ospite, ma spero che sia tornata alle altezze di Le ragazze, che mi era molto piaciuto. Lo stesso vale per un altro autore interessante come Nana Kwame Adjei-Brenyah, che dopo gli ottimi racconti di Friday Black ha da poco pubblicato il suo primo romanzo.
Prima di lasciarci: a cosa stai lavorando in questo momento?
In questo momento mi sto concentrando sulla ritraduzione dei classici. Ora sto lavorando a The Brothers Ashkenazi di Israel J. Singer, e poi tornerò a Hemingway con A Farewell to Arms.