DAY – Michael Cunningham

Tre giornate (il 5 aprile di tre anni diversi) di una famiglia newyorchese prima e durante il Covid. La sinossi fa inarcare il sopracciglio d’accordo, ma fino a un certo punto. Il resto è deludente, noioso, di una mellifluità a volte irritante. Day è un libro lento e grazioso, inutilmente confidenziale, dubbiosamente assertivo, scollato dalla mente e dalle viscere di chi lo ha scritto e di chi si ritrova a leggerlo. Dan e Isabel, personaggio ispirato credo alla Isabel Archer di Ritratto di Signora di Henry James, mostrano il lato buono di sé ma il loro rapporto si sta incrinando anche per via di Robbie (?), il fratello bello e dannato di lei, che nei giorni del lockdown rimane bloccato in una baita. La reclusione solletica l’introspezione, accelera i conflitti… vi dice niente? Dan è un musicista rock fuori dal giro, Isabel un’editor fotografica dalla personalità irrisolta. Robbie sostanzialmente uno spiantato. 

Dan, Isabel, Robbie: tre ologrammi che Cunningham ritaglia dalla cronaca del già visto e inserisce in una storia moscia (sì, moscia) e sentita cento volte. La cronologia, strutturata come nel romanzo più noto dello scrittore di Cincinnati (Le Ore), è una sequenza di ingenue banalità, social compresi, espediente narrativo che se enfatizzato oltre la naturalezza dei gesti non aggiunge realismo né originalità al racconto. La storia gira senza pathos, fuori sincrono; l’afonia di Cunningham è quella del romanziere ormai avulso. Cunningham non è più dentro la stanza, Cunningham è dietro i vetri. Nei momenti angoscianti manca l’angoscia. In quelli dell’eros l’eccitazione. La contesa non è tesa. L’imprevisto non sorprende. I personaggi di Cunningham non sono drammaticamente umani, si sforzano di esserlo. La quotidianità è roba per pochi, direbbe Carver. Più che un romanzo sulla perdita, Day è una perdita di tempo. Va’ dove ti porta il Covid. 

Angelo Cennamo

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STRADE BLU – William Least Heat-Moon

Un professore del Missouri, lo stesso giorno, perde la cattedra al college e scopre che la moglie, dalla quale si era separato da alcuni mesi, sta con un altro uomo “Rick o Dick o Chick, qualcosa del genere”. È una mazzata durissima. A soli trentotto anni William Trogdon decide di farla finita. Potrebbe spararsi un colpo alla testa, ingozzarsi di barbiturici, oppure impiccarsi. E invece no, William ha un’idea migliore: prende il nome che gli sarebbe spettato per quel poco di sangue Sioux che gli scorre nelle vene, monta sul suo furgone scassato, ribattezzato per l’occasione Ghost Dancing, e parte “Un uomo che non riesce a far quadrare le cose può sempre levare le tende”. 

Il viaggio di William “Least Heat-Moon” nel cuore degli Stati Uniti, attraverso strade secondarie, quelle che sulle vecchie mappe venivano segnate di blu, è lungo tre mesi, avventuroso, con pochi punti di riferimento, soprattutto prodigo di incontri, uomini e donne che sembrano stare lì a non fare altro che aspettare il prof. col suo furgone per raccontarsi, mettersi in posa per una foto, diventare i protagonisti del suo futuro libro sull’America: un bestseller che schizzerà ai vertici delle classifiche e che sarà tradotto in tre continenti. Il viaggio di William è più la fuga da un presente doloroso o un coraggioso tentativo di ricominciare a vivere? Direi entrambe le cose, ma se non sei americano, se non sei cresciuto all’ombra di gente come Twain, Steinbeck, Kerouac, non puoi capire il senso di certe scelte, non puoi capire cos’è una fuga. Di prececenti ce ne sono diversi, leggendo Strade Blu ho pensato soprattutto a due altri viaggi, a quello di David Bell, il manager alto biondo e prestante dell’esordio di DeLillo (Americana), l’uomo di successo che molla gli agi di New York per attraversare l’America in camper, e al più recente Mississippi Solo, la folle traversata in canoa di Eddy L. Harris, arrivata in Italia a distanza di molti anni con l’editore La Nuova Frontiera. Rispetto ai suoi colleghi di viaggio William ha però ben altre motivazioni: William ha perso tutto, William deve ricominciare da zero. Ed è proprio la perdita la traccia principale di questo magnifico road book che ci fa conoscere l’America e i suoi abitanti meglio di mille altre opere di narrativa di autori più blasonati di Least Heat-Moon. Strade Blu è un libro epico e terapeutico, un libro che non si dimentica. 

Angelo Cennamo

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PUTTANE PER GLORIA – William T. Vollmann

Il puttanesimo consapevole è un capitolo a sé della letteratura, un serbatoio senza fondo che non distingue tra mainstream e genere, e che ha come riferimenti autori diversi per stile o voce, da Joyce a Bukowski, da Hubert Selby Jr a Roberto Bolaño, da Fabrizio De André a Massimo Carlotto, la serie è lunga. Nel 1989 William Vollmann aveva già raccontato il mestiere del sesso in Storie dell’arcobaleno (The Rainbow Stories). È un autore complesso Vollmann, speciale per molte ragioni e non tutte legate alla scrittura in sé. Scrive su qualunque argomento e tanto, lavora contemporaneamente anche su dieci progetti diversi. Per essere preciso, credibile, va nei luoghi delle sue storie e vive come i suoi stessi personaggi: povero con i poveri, biker con i bikers, mujaheddin con i mujaheddin.

Con Puttane per Gloria, Vollmann torna nel quartiere malfamato di Tenderloin, a San Francisco, due anni dopo The Rainbow Stories. Jimmy è un reduce del Vietnam; soggiorna in squallide pensioni, frequenta drogati, prostitute, avanzi di galera, senzatetto. Attraverso le testimonianze di questi reietti, Jimmy si mette sulle tracce di Gloria, prostituta e suo primo amore, scomparsa chissà dove, forse mai esistita. 

Ci sono due grandi assenti in questo libro: il primo è il Vietnam, che è uno dei traumi della storia recente americana più rappresentati, nel cinema come nella letteratura (il Vietnam fa da sfondo all’indagine di Jimmy ed è probabilmente la causa dei suoi deliri); l’altro è Gloria, il sogno inafferrabile: l’amore ma anche la gioventù perduta per sempre in guerra. Puttane per Gloria è un romanzo crudo e poetico sull’infelicità con un finale tassonomico che sconfina nel saggio, insolitamente breve per gli standard di Vollmann: appena duecento pagine. Jimmy come Henry Chinaski e Mickey Sabbath, il burattinaio triste di Philip Roth. Disperato, erotico, stomp. 

Angelo Cennamo

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LA DONNA IN BIANCO – Wilkie Collins

Un matrimonio d’interesse, un amore negato, delitti, scambi di persona, e una donna dall’identità misteriosa, vestita di bianco, che attraversa l’intera vicenda di questo magnifico romanzo corale, strutturato come una raccolta di testimonianze, a volte come un diario, lungo quasi novecento pagine, in cui è la trama, perfettamente congegnata, a imporsi su ogni altra cosa. Un poliziesco ante litteram, una clamorosa storia d’amore, una velenosa saga familiare, ma anche lo spaccato preciso della borghesia rurale inglese nell’età vittoriana, tra segreti, bugie, raggiri, intrighi, passioni laceranti. Nel 1860 Charles Dickens volle pubblicarlo a puntate sulla sua rivista All The Year Round. Un grande successo che ha resistito al tempo e alle mode conservando intatta la propria lucentezza e la perfezione degli intrecci narrativi. Duecento anni fa nasceva a Londra Wilkie Collins e Fazi, il suo editore italiano, celebra l’antico maestro del genere riportando in libreria tre dei suoi capolavori: La donna in bianco, Senza nome, La pietra di luna. Non sceglietene uno solo, leggeteli tutti e tre. 

Angelo Cennamo

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L’UOMO NELL’ALTO CASTELLO – Philip K. Dick

Lessi qualcosa di Philip K. Dick negli anni dell’università, prima che i miei gusti letterari prendessero altre direzioni, e molto prima che l’idea del blog facesse capolino nella mia mente; a quel tempo ero preso da autori come Hemingway e Scott Fitzgerald, e dalla beat generation di Ferlinghetti, Corso, Kerouac, Burroughs, insomma quella roba lì.

Ho ripensato a Dick giorni fa, in libreria, mentre scorrevo i titoli di Stephen King alla ricerca di uno dei miei (pochi) pezzi mancanti del Re. Lo scaffale era lo stesso e i romanzi di Dick risaltavano sul nero lucido degli arredi per via delle nuove cover ideate da Mondadori: color panna, sobrie, eleganti, perfettamente in linea con i contenuti, molto americane. L’Uomo Nell’Alto Castello (The Man In High Castle), in Italia inizialmente pubblicato da Fanucci col titolo La Svastica Sul Sole, è uscito nel 1962 e ha segnato l’inizio della maturità artistica di Dick. Il romanzo si inserisce nel filone della cosiddetta narrativa ucronica, la letteratura cioè che riscrive la storia raccontandoci come sarebbe andata se… (Il Complotto Contro l’America di Philip Roth, Il Sindacato Dei Poliziotti Yiddish di Michael Chabon… eccetera).

Con Mondadori e la nuova traduzione di Marinella Magrì, La Svastica Sul Sole ritrova il suo titolo originale e, complice una fiction tv di grande successo in onda su Prime Video, torna a far parlare di sé incuriosendo anche chi non conosce l’autore del romanzo o non è avvezzo a questo genere di letteratura, tra la distopia e il romanzo storico.

La controstoria di Dick è ambientata nei primi anni Sessanta, in un’America che nella finzione ha perso la seconda guerra mondiale contro i paesi dell’Asse, e con una geografia politica evidentemente ridisegnata dai vincitori: l’Europa, l’Africa e gli Stati Uniti dell’Est fino alle Montagne Rocciose sono diventati un protettorato del Reich; Asia, Pacifico e Stati Uniti dell’Ovest sono finiti nelle mani del Giappone. I livelli della narrazione sono due: le vicende storiche si intrecciano a quelle personali dei protagonisti, uomini e donne comuni con delle vite pressoché anonime (il privato è decisamente meno attraente del pubblico). Cos’è che rende L’Uomo Nell’Alto Castello il capolavoro che noi tutti conosciamo? Intanto la non verosimiglianza della storia, la suggestione di un mondo capovolto, quasi inimmaginabile, nel quale un paese potente come gli Usa soccombe a Hitler e compagni, con un tempo tridimensionale che si muove a zig zag tra presente passato e futuro. In secondo luogo, la presenza nel libro di Dick di altri due libri: L’I Ching, l’oracolo dell’antica saggezza cinese (pare che lo stesso Dick lo consultasse per tutto, a mo di oroscopo) e La Locusta Si Trascinò A Stento, un romanzo censurato, proibito dal governo, che racconta l’epilogo reale della guerra. Il suo autore si chiama Hawthorne Abendsen, è un ex marine che si nasconde in un alto castello ma che nelle ultime battute del romanzo si mostrerà senza timore fino ad annunciare la sua verità clamorosa. La Locusta è chiaramente un espediente narrativo di grande impatto, la trovata geniale attraverso la quale Dick si diverte a giocare e confondere i lettori con il reale e l’immaginario, il fulcro di tutto, il meccanismo che cattura più di ogni altra vicenda e che rende il romanzo (quello scritto da Dick) un romanzo speciale. 

Angelo Cennamo

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THE REVELATION – Bentley Little

In una cittadina nel nord dell’Arizona chiamata Randall, come Randall Flagg, il protagonista de L’Ombra dello Scorpione di Stephen King, quattro case e una grande segheria che fa molto America, accadono strani fenomeni: qualcuno ha profanato delle chiese e le ha vandalizzate con sangue di capra. Padre Selway e sua moglie sono spariti e molti degli abitanti del posto vengono assaliti dagli stessi incubi: sogni premonitori che annunciano disastri terribili, fuori da ogni logica o spiegazione razionale. Una brutta rogna per Jim Weldon, lo sceriffo della città chiamato a fronteggiare una situazione senza precedenti e ben al di sopra dei mezzi di cui dispone. Di Bentley Little in Italia sono stati tradotti (Ariase Barretta) tre romanzi: The Consultant, The Resort e questo (tutti e tre editi da Vallecchi di Firenze). In più occasioni ho scritto che Little ricorda Stephen King, dal quale lo scrittore di Mesa ha ereditato soprattutto la vena Horror – Little è assolutamente un romanziere Horror, a differenza di King che all’Horror viene invece accostato spesso per errore o con imprecisione. The Revelation è una storia veloce con tanti colpi di scena, e per quanto Little attinga al più stereotipato armamentario del “brivido”, riesce a tenere alta l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine includendo nell’eterna lotta tra il bene e il male elementi sui quali non sempre i suoi colleghi (lo stesso King) si soffermano più di tanto. Le vicende raccontate da Little si compiono cioè in luoghi visibili, dentro spazi aperti o familiari riconoscibili che danno nuovo colore e spessore alla traccia centrale del romanzo: la città posseduta dal demonio. I paesaggi di Randall e il caldo torrido che soffoca i protagonisti quasi come la peste nel romanzo di Camus, formano un corollario preciso e di grande effetto. Figura chiave della storia è Fratello Elias, un predicatore venuto dal nulla che nella seconda parte della narrazione acquisterà un ruolo decisivo per le sorti della comunità. Elias è un uomo di chiesa o è contro la chiesa? “Le religioni sono solo rozzi tentativi di spiegare la loro esistenza. Le religioni non hanno altro scopo se non quello di categorizzare i poteri che non si possono comprendere”. Ma il mistero e le nebbie che avvolgono Randall ora cominciano a diradarsi. Adesso tutto è chiaro, il male si mostra in ogni sua forma, il male ha le sue ragioni. Chi si salverà da questa apocalisse? 

Angelo Cennamo

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I MISTERI DI PITTSBURGH – Michael Chabon

Il Michael Chabon de I Misteri di Pittsburgh non è lo scrittore esperto e dotato de Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay e neppure il fine raccontastorie di Wonder Boys e Telegraph Avenue, a mio avviso le due cose migliori insieme al Pulitzer di una carriera artistica che ha ormai superato il traguardo dei trent’anni. Nel 1988, o giù di lì, mentre ne abbozza la trama in un tugurio che puzza di biciclette, il giovane Michael sta completando il Creative Writing Program dell’University of California di Irvine. Sente il vento che gli soffia alle spalle, Michael. Ha la sensazione che la storia stia passando anche da quello stanzino, e che la letteratura americana di lì a poco, o forse no, cosa dico, forse quel processo è già in atto, entrerà in uno spazio nuovo, mai esplorato prima. Chabon, Foster Wallace, Franzen e Bret Easton Ellis sono i Fab Four che hanno impresso una svolta e aperto il romanzo a una generazione di maschi deboli e insicuri che però non temono di mostrare i lividi o di soccombere di fronte alle sfide più dure della vita. La “zona disagio” di Art Bechstein è compressa tra l’indicibile padre gangster e una sessualità poco nitida che non smette di tormentarlo nel corso della lunga estate che fa da sfondo alle vicende del libro. Ai protagonisti de I Misteri di Pittsburgh non accade un granché, Ellis direbbe che quei ragazzi “esistono”. Art si è appena laureato in economia e lavoricchia in una biblioteca. Il suo personaggio non ispira grossa simpatia, parlo per me: Art è perennemente indeciso su tutto, goffo, a volte perfino mellifluo, non sa mai quello che vuole né “chi” vuole. Intorno a lui, un gruppetto di amici con tic e sfumature diverse ma dalla personalità anche stilisticamente più decisa. Art oscilla, è scritto sulla quarta di copertina – decisamente il verbo più appropriato – tra l’amore di Arthur e quello di Phlox, la ragazza punk che prima o poi dovrà arrendersi a una certa evidenza. Ma è Cleveland il miglior attore protagonista su questo set mucciniano, la corda tesa tra i due Bechstein che soprattutto nella seconda parte darà ulteriore slancio al plot. Tutto il resto è sentimento e luce. L’esordio di Chabon è un libro fresco, di una leggerezza calviniana che qualche anno più tardi ha ispirato giovani autori anche di altre latitudini, penso ai primi passi di Niccolò Ammaniti e di Claudia Durastanti. Un po’ romanzo di formazione un po’ thriller, con una prosa essenziale, senza orpelli (“Tu sei un minimalista” dice Cleveland ad Art a pagina 206). L’affresco di una gioventù americana bianca, gaia, senza pensieri.

Angelo Cennamo

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L’AMANTE DI WITTGENSTEIN – David Markson

Ho scoperto l’esistenza di questo romanzo, del quale ignoravo pure l’autore, per caso, anni fa, leggendo una dichiarazione, forse era un’intervista, non ricordo, a David Foster Wallace. Cliccando su Amazon o Ibs vi accorgerete che L’Amante di Wittgenstein è l’unico libro di David Markson – scrittore originario di Albany, New York – disponibile in Italia. Negli Usa uscì nel 1988, quando Markson aveva ormai superato i sessanta senza grossi sussulti di notorietà, ma da noi è arrivato solo nel 2016 grazie all’editore Clichy (vi dice niente Nomadland?), che si è affacciato sul mercato editoriale proprio con questa pubblicazione. Inutile dire che buona parte della curiosità sul romanzo l’abbia accesa lo stesso Wallace, a suo tempo una specie di testimonial di Makson oltre che un caro amico e confidente. Prima di addentrarmi nel merito dell’opera vorrei però avvertire i lettori, cioè voi, che se non doveste essere attratti o gradire romanzi cerebrali o troppo cerebrali, fareste bene a stare alla larga da questo libro e dalle quattro cose che sto per dire: L’Amante di Wittgenstein è un romanzo profondamente cerebrale, nel senso che ogni cosa che troverete nel racconto accade o esiste unicamente nella mente della protagonista, e che la finzione o la percezione della verità in ordine a quanto accade è l’essenza stessa della non-storia. Kate è una pazza convinta di essere l’unico abitante rimasto sulla terra, e il suo monologo, anzi il suo interminabile flusso di parole non dette ma scritte, Kate le sta battendo a macchina, si traduce proprio come un’affermazione del suo esistere, ovvero come il superamento della logica cartesiana del “cogito ergo sum” nella realtà intesa come racconto. Il richiamo a Wittgenstein, al di là del titolo, è evidente. Nel suo lucido delirio di ricordi e di viaggi in tutto il mondo, dall’Italia al Messico, dove sarebbe stato sepolto il figlio Simon o Adam, Kate menziona mille personaggi della pittura, della scienza, della musica, della letteratura e della filosofia. Wittingenstein è il più citato, spesso male, con imprecisione “In questo senso il linguaggio è spesso impreciso, ho scoperto”. L’errare doloroso di Kate, che oggi scrive a macchina da una casa sulla spiaggia come Giuseppe Berto dalla sua bettola di Capo Vaticano, è l’immagine di quella solitudine o solipsismo che ha già legato a doppio filo Wallace al noto filosofo austriaco (Kate è “terribilmente, terribilmente sola”). Di conseguenza, il romanzo vuole essere il tentativo – riuscito o meno – di proiettare l’opera di Wittgenstein, Tractatus et similia, in una nuova forma di narrativa, la vetta più alta, dirà lo stesso Wallace, dello sperimentalismo americano. Come dicevo, L’Amante di Wittgenstein è un romanzo senza tempo e senza luogo. È soprattutto un romanzo senza trama. Le frasi sono brevi e tra di loro sconnesse, secondo una non linearità che riflette la follia della voce narrante ed errante ma anche la “solitudine” di ogni singolo brano del racconto “Ciò per cui darei seriamente qualsiasi cosa, in realtà, è capire come faccia la mia mente a saltare di palo in frasca come a volte fa”. Prima che venisse pubblicato, fu rifiutato quarantaquattro volte, ben oltre le trentadue di Shuggie Bain di Douglas Stuart e le diciotto dell’Ulisse di Joyce. Non è un romanzo per tutti ma è un romanzo che tutti dovrebbero leggere per uscire o per provare a uscire dai confini di una letteratura spesso convenzionale e povera di spunti originali.

Angelo Cennamo

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DEMON COPPERHEAD – Barbara Kingsolver

C’è una parola in America che identifica i bianchi del sud un po’ ignoranti, rozzi e rancorosi. La parola è “redneck”. Demon Copperhead abita nel Southwest Virginia. Siamo negli Appalachi meridionali, in un posto sperduto di case mobili, birre e Vangeli, tra povera gente che sopravvive grazie a lavori occasionali o con sussidi statali, figli senza padri con storie di galera e di abbandoni. Sacrifici. Sudore. Malattia. Vi dicono niente Lee Maynard, Ron Rash e Chris Offutt? Ecco, quella roba lì. Demon è stato messo al mondo da una diciottenne drogata, dentro una di queste roulotte. Ama i supereroi della Marvel e sogna di vedere il mare. Dal padre, che non ha fatto in tempo a conoscere, ha ereditato i capelli rossi e quel soprannome Copperhead – Testa di rame – che lascia pensare a possibili origini irlandesi. Con Demon Copperhead – quasi l’anagramma di David Copperfield, il capolavoro di Charles Dickens al quale questo romanzo è volutamente ispirato – Barbara Kingsolver ha vinto il Pulitzer ex aequo con Trust di Hernan Diaz. In Italia il libro è uscito negli ultimi giorni del 2023 edito da NeriPozza e con la traduzione di Laura Prandino. La storia di Demon, lunga 650 pagine e raccontata in prima persona, è una corsa affannata tra affidi e rinunce “… tutti credono che l’adozione sia una cosa automatica… Ma nella Lee County ci sono molti più orfani che persone che li vogliono”, speranze tradite, sbandate, e improbabili riscatti attraverso lo sport. Una storia commovente che al di là dell’evidente richiamo dickensiano ci ricorda altri due romanzi recenti: Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart e Canada di Richard Ford, che di questo libro è una specie di bella copia. 

Come in Shuggie Bain il rapporto madre figlio è centrale, almeno nella prima parte. Ma se nel romanzo di Stuart il ruolo della madre si impone su quello del piccolo Shuggie – Agnes Bain è uno dei personaggi femminili più straordinari della storia della letteratura di tutti i tempi – Kingsolver invece la sua traviata la lascia quasi ai margini del racconto, sovrastata da altri ruoli per concentrarsi sulla figura del figlio. Il risultato è inizialmente notevole, ma nella seconda parte la tensione cala e la trama si disperde in troppi rivoli superflui, non sempre interessanti e originali. 

Angelo Cennamo

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LA LETTERATURA COME ESPERIENZA RELIGIOSA. INFINITE JEST.

Come per altri scrittori di culto, esistono due versioni di David Foster Wallace: una reale, che si manifesta attraverso le opere che l’autore di Ithaca (NY) ci ha lasciato nei suoi vent’anni o poco meno di carriera (romanzi, racconti, saggi, reportage, interviste); un’altra virtuale, il cosiddetto intellettualismo di Wallace, frutto di una massiccia iconografia alimentata da analisi critiche, studi, rielaborazioni, osservazioni di addetti ai lavori o di semplici lettori, così inspessita e stratificata da poggiare su giudizi altrui più che su opinioni personali. Wallace è un autore più citato che letto, e i suoi libri spesso vengono mostrati anziché aperti perché fa figo, per accreditarsi nei circuiti culturali che contano o in certe bolle social. Non ho mai creduto ai libri che ci cambiano la vita. Non esistono. Esistono piuttosto degli autori e dei libri che cambiano il nostro modo di leggere, che ci rendono lettori più esigenti, impenetrabili, refrattari alla solita narrativa di trama, mainstream, lineare, con tutto l’iceberg in bella mostra. Infinite Jest ha questo potere. Fu pubblicato negli Usa nel 1996, in Italia arrivò quattro anni più tardi sull’onda emotiva di Edoardo Nesi (poi traduttore del romanzo) e di Sandro Veronesi, che dopo averne sentito parlare in un tour negli States e non riuscendo a leggerlo in inglese, pretese di farlo tradurre in italiano dai suoi amici della Fandango. In pratica sappiamo di Infinite Jest grazie al capriccio di due lettori eccellenti e fissati. Perché un romanzo di circa milletrecento pagine, molte delle quali occupate da centinaia di note – le note sono parte integrante del testo – continua a richiamare l’attenzione di tante persone compreso il sottoscritto? Avevo approcciato il mattone di Wallace due volte, l’ultima in prossimità del DFW Tribute che organizzai tre anni fa alla libreria Feltrinelli di Salerno. L’ho ripreso per la terza volta approfittando della sosta natalizia e di un vuoto di interessi che in un post semiserio su Facebook avevo definito come la condizione del lettore “assuefatto”, il terzo e ultimo stadio dopo quello dell’effetto acquario e del lettore consapevole. Non lo faccio per scelta. Come dicevo prima obbedisco a un richiamo, a una sirena odisseica che mi trascina in quello stato di dipendenza di cui sono piacevolmente vittime gli stessi personaggi del libro (Infinite Jest è anche un film introvabile che ipnotizza gli spettatori costringendoli a rivedere la pellicola di continuo, fino alla morte. Così pericoloso da trasformarsi in una possibile arma letale nelle mani di un particolarissimo commando terroristico). Rileggo Wallace perché “non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo”, così ne parlava Jonathan Franzen in un saggio. Sarà l’ennesima traversata lunga ed estenuante, lo so, ma la difficoltà di Infinite Jest è parte stessa del fascino di Infinite Jest, romanzo imperniato sul linguaggio e sul significato della letteratura prima ancora che su una vera e propria trama. Del legame stretto tra Wallace e Ludvig Wittgenstein si è scritto tanto. Wittgenstein è il filosofo del linguaggio e della impossibilità di scindere la realtà dalla sua esposizione. La distanza tra pensiero e parola in Wallace è così breve che leggendo le sue storie abbiamo l’impressione di non trovarci fuori dal racconto ma dentro la mente di chi lo sta portando in scena. No, una sola volta non basta per comprendere il senso di tutto ed entrare pienamente nella dimensione wittgensteiniana dell’azione e della sua rappresentazione. Di leggere Infinite Jest non si smette mai.  

Angelo Cennamo

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