Se avete visto film del tipo Se mi lasci ti cancello, Essere John Malkovich o Anomalisa, leggere Antkind (Formichità), opera prima di Charlie Kaufman, uscita negli Stati Uniti nel 2020, in piena pandemia da Covid, e arrivata da poche settimane in Italia con Einaudi e la traduzione di Gaspare Bona, non sarà come precipitare in un buco nero o come sbattere all’improvviso contro un iceberg. No, perché avreste degli elementi in più per prendere le misure, orientarvi, districarvi nei mille e altri mille mondi abitati da questa testa matta di Kaufman, artista capace di cose terribili: clonare identità, uscire dalla normale cronologia del tempo, inventare nuovi e apocalittici scenari terrestri, sdoppiare esperienze, trasformare la verità in sogni e i sogni in verità. Ora voi vi aspettate che io dica due cose su Formichità, su questo mattone di oltre settecento pagine atteso tre anni quasi si trattasse di un Santo Graal soprattutto da un certo lettorato orfano di Bolaño, Foster Wallace e Pynchon (lo so che Pynchon è vivo ma come autore non lo è più). Bene. Datemi solo pochi secondi per schiarirmi le idee e tirare il fiato. Formichità l’avevo lasciato per un po’ di tempo in un angolo dello scaffale mentre ero preso dalle selezioni della shortlist del blog. Era lì che mi guardava, che mi chiamava: ma insomma quand’è che la smetterai di ignorarmi? Poi un giorno mi sono deciso e ho attaccato… Allora, lo dico subito: non so bene cosa ho letto. Prima ho citato Pynchon. È il solo riferimento che potrà aiutarvi a comprendere, almeno finché non sarete voi a leggerlo, il perimetro di quest’opera, che nonostante i non pochi difetti, la si può collocare nel migliore dei generi letterari, quello dei libri strani.
Formichità ha una trama? Sì, ma si esaurisce in una piccola parte della narrazione. Tutto il resto è un magnifico cazzeggio fatto di quisquilie (poche) e colpi di genio (tanti). B. Rosemberger Rosemberg – B. sta per Balaam, ma lui preferisce la B puntata “Per non ostentare la mascolinità” – di vite ne ha vissute tante “Tronfio conferenziere accademico. Stressato direttore di un grande magazzino. Dentista in una cittadina di provincia. Regista… Strisciante commesso in una gastronomia. Arrogante emulatore di Jean-Luc Godard… Invidioso critico cinematografico di terz’ordine…”. Per una strana circostanza, B. si imbatte nel più grande capolavoro cinematografico di tutti i tempi, un film d’animazione al quale ha lavorato per novant’anni uno sconosciuto regista afroamericano chiamato Ingo Cutbirth. Il film di Ingo dura tre mesi e non lo ha visto nessuno. Nessuno oltre B. È un film comico sull’incubo dell’umorismo, popolato da centinaia di pupazzi, molti dei quali però non vengono mai inquadrati dal regista: gli invisibili. Le aspettative di B., che tra le altre cose è un uomo molto insicuro, complessato e di brutto aspetto, durano poco. Tutto andrà letteralmente in fumo e costringerà il protagonista a ricorrere a un piano assurdo: ricordare l’intera storia del film per farne un remake con attori in carne e ossa, servendosi di un ipnotizzatore.
Quello che accade da qui in avanti è una infinita sequela di incontri ed esperienze strampalate, con mille divagazioni che non hanno nulla a che fare con la traccia principale del libro. Leggerete di caverne platoniche, film storici, di Donald Trunk (non Trump), e di formiche giganti, attraverso dilatazioni spazio-temporali nelle quali sarà facile perdersi o capire poco. Formichità è chiaramente un romanzo massimalista, Kaufman lavora per espansione, apre decine di incidentali che spesso vi daranno sui nervi, ma non sconfina mai nella presa in giro. Non è fuffa, la sua, è magma di nevrosi e di battute esilaranti, genio e sregolatezza. B. è figlio di Holden Caulfield e Alexander Portnoy: certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Con la solita ironia, Kaufman se la prende col politically correct che sta inquinando l’arte americana un tempo più libera e irriverente. B. è Ulisse che si apre all’ignoto, il ragioniere Fantozzi che sbava di fronte alla signorina Silvani, il Sam di Woody Allen che prova a darsi nuove chances. Insomma, non fatevi tante domande. Leggete Formichità. Divertitevi.
Il libro dell’anno per Telegraph Avenue è Le schegge – The shards – di Bret Easton Ellis (in Italia con Einaudi e la traduzione di Giuseppe Culicchia). Il romanzo di Ellis prevale su: L’anno che bruciammo i fantasmi di Louise Erdrich, The sentence nella versione originale (Feltrinelli – traduzione di Andrea Buzzi); L’atlante di William Vollmann, raccolta uscita negli Usa nel lontano 1996 (lo stesso anno di Infinite Jest di David Foster Wallace e Fight Club di Chuck Palahniuk) ma pubblicata per la prima volta in Italia nel 2023 (minimum fax – traduzione di Cristiana Mennella); Il passeggero di Cormac McCarthy, preferito al gemello Stella Maris, arrivato in libreria pochi mesi dopo (Einaudi – traduzione di Maurizia Balmelli); Manifesto Criminale di Colson Whitehead (Mondadori – traduzione di Silvia Pareschi).
L’affermazione de Le schegge, che è netta e che è scaturita, come è prassi, da un giudizio condiviso anche con i lettori del blog, la si può motivare più o meno così: per la geniale operazione di sdoppiamento e di contenimento compiuta dall’autore, che raccontado la genesi del suo primo romanzo, ha di fatto ridisegnato i confini della metafiction secondo paradigmi nuovi. Ellis ripercorre le tappe di avvicinamento a Meno di zero: la progettazione, più in generale l’ambizione di scrivere, trascinando la vecchia storia nella nuova e uscendo da questa per diventare se stesso e darle voce. L’espediente narrativo adottato dall’autore, unitamente alla vivacità della trama – diversamente thriller, rapida nello scorrimento – e alla fedele rappresentazione di una certa borghesia californiana anni ’80 perennemente sull’orlo del precipizio, fa di questo romanzo il miglior affresco di una generazione disillusa e allucinata. Non solo. Il coraggio col quale Ellis racconta la sua storia, nella forma e nei contenuti, fregandosene dei lacci o dei subdoli tentativi di censura che minacciano di guastare, anzi che stanno già guastando molti pezzi della narrativa contemporanea non solo in America, aggiunge ulteriore valore e appeal al libro, trasformandolo quasi in un atto di resistenza a un’editoria dominata da deliranti forme di pedagogismo e strane vocazioni redenzioniste. La gioventù di Ellis è bianca, straricca, deideologizzata, socialmente disimpegnata, estranea quindi a qualunque format imperante. Le schegge vince anche per questo.
L’appuntamento era Brera, a due passi dalla pinacoteca, poi “il taxi ha fatto un giro strano”, allora decido di raggiungerla in un caffè dietro piazza Duomo. Dopo la pioggia scrosciante della prima mattinata, il cielo comincia timidamente a schiarirsi. Eccola Silvia, è in un angolino e mi sta salutando con la mano. La raggiungo facendomi largo tra un gruppetto di studenti. Silvia Pareschi vive tra il Lago Maggiore e San Francisco, ma il suo lavoro di traduttrice la porta in giro per il mondo e per fortuna che Milano è nel mondo, nel suo mondo. Volendo stilare una lista di grandi scrittori americani o di lingua inglese tradotti da Silvia, si fa prima a inserire i nomi di quelli che mancano. È la prima volta che la incontro di persona e la ringrazio per avermi concesso questa intervista. Cominciamo? Cominciamo.
Venendo da te, in taxi, pensavo a tutti gli autori con i quali hai lavorato. Vado a memoria: Nathan Englander, Jonathan Franzen, Don DeLillo, Ernest Hemingway, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Shirley Jackson, Annie Proulx, Junot Díaz, Colson Whitehead… manca qualcuno?
Mi hai fatto venire voglia di contare gli autori che ho tradotto… sono in tutto quarantatré, venticinque uomini e diciotto donne. Nella tua lista mancano almeno tre dei miei preferiti: Amy Hempel, la maestra del racconto, difficilissima da tradurre con il suo stile minimalista tutto giocato sulle sfumature e il suo amore per i giochi di parole; E. L. Doctorow, un grandissimo scrittore che in Italia non ha mai riscosso il successo che meriterebbe, di cui ho tradotto uno degli ultimi libri, Homer & Langley, e ho ritradotto un capolavoro come Ragtime (che uscirà all’inizio del 2024 per Mondadori); e il mio amatissimo Denis Johnson, autore di libri straordinari come Jesus’ Son e Albero di fumo (che vorrei tanto vedere ripubblicato, visto che è fuori catalogo da anni), del quale Jonathan Franzen ha detto «Il Dio in cui voglio credere ha la voce e il senso dell’umorismo di Denis Johnson».
È strano, ma per quanto tu abbia dato voce a tutti questi scrittori, se dico “Silvia Pareschi” il mio primo pensiero va a Franzen. Non riesco a pensare a lui senza collegarlo a te. Voglio dire: non riesco ad immaginare Franzen con una voce diversa dalla tua. Questa cosa non mi capita neppure con Vincenzo Mantovani e Philip Roth.
Forse perché da un certo punto in poi Roth è stato tradotto dall’altrettanto bravo Norman Gobetti, mentre Franzen, a parte il primo romanzo, La ventisettesima città (tradotto da Ranieri Carano) l’ho tradotto tutto io? Ho cominciato la mia carriera di traduttrice proprio con Le correzioni – sono stata fortunatissima – poi sono tornata indietro e ho tradotto il suo secondo romanzo, Forte movimento, e poi naturalmente sono venuti Libertà e Purity e Crossroads. Più tutta la saggistica. Abbiamo viaggiato insieme, siamo diventati amici, mi sono addirittura appassionata di ornitologia a causa sua. Insomma, posso praticamente considerarmi la sua ventriloqua. In questo momento sto traducendo un suo breve articolo, ed è davvero un piacere ritrovare la sua voce, la sua scrittura fluida ed elegante che conosco così bene. Insomma, io della scrittura di Franzen sono innamorata, e come scriveva Pavese in una lettera a Bompiani: “Per tradurre bene, bisogna innamorarsi del materiale verbale di un’opera, e sentirsela rinascere nella propria lingua con l’urgenza di una seconda creazione. Altrimenti è un lavoro meccanico che chiunque può fare.” Mi innamoro sempre un po’ degli autori e delle autrici che traduco, ma di Franzen di più.
Un italiano o italiana che traduce letteratura americana immagino impari fin da subito a convivere con i fantasmi di Vittorini, Pavese, Pivano, i pionieri di questo mestiere. Dico bene?
Sì, soprattutto per quanto riguarda il ruolo svolto da quelle “tre corone” della traduzione novecentesca nel traghettare in Italia la grande letteratura americana. A chi traduce oggi resta la passione per un lavoro difficile e carico di responsabilità – ma anche di grandi soddisfazioni – però manca quella dimensione avventurosa, quel senso di scoperta e di libertà che la letteratura americana rappresentava per quegli intellettuali che avevano conosciuto l’atmosfera soffocante del fascismo (l’espressione “patria ideale” per riferirsi all’America ricorre sia negli scritti di Pavese sia in quelli di Vittorini). E poi, da parte mia, grandissima invidia per Pivano che ha conosciuto Hemingway.
A proposito di Fernanda Pivano, qualche anno fa hai ritradotto per Mondadori Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway. Un’esperienza che mette i brividi solo a pensarci.
Ecco, appunto. Io amo dialogare con gli autori che traduco, non solo per chiarire dubbi di traduzione, ma anche, quando è possibile, per facilitare il mio compito di ventriloqua. Quanto mi sarebbe piaciuto chiacchierare con il vecchio Hem! Tradurre Il vecchio e il mare è stato un lavoro affascinante, non solo per la qualità eccelsa della scrittura, ma anche perché Hemingway era uno scrittore che lasciava molte cose non dette, affidandone la comprensione all’intuito e all’acume dei lettori, e tradurlo significa necessariamente scavare in profondità nel testo, esplorare la parte sommersa dell’iceberg che è piena di tesori nascosti.
Ogni lingua ha una propria storia, struttura, evoluzione, aggiungerei suono. Quali sono le maggiori difficoltà nel rendere fruibile e credibile in italiano un testo americano?
Dipende dal testo, dipende dall’autore. L’inglese può essere più conciso dell’italiano, avere frasi brevi, sincopate e paratattiche come in Hemingway, ma può anche avere periodi lunghi e pieni di subordinate come quello di Franzen. La sintassi di Franzen è più vicina a quella italiana della sintassi di Hemingway, e per questo la trovo più facile da tradurre. Con due grandi scrittori come loro bisogna naturalmente avere un rispetto assoluto dello stile: non si tratta dunque di rendere fruibile il testo “addomesticandolo” in qualche modo per il lettore, ma semplicemente di presentare al lettore lo scrittore così com’è.
Torno per un attimo a Jonathan Franzen per ricordare la sua lunga amicizia e rivalità con David Foster Wallace, verso il quale – come saprai – il sottoscritto ha una specie di venerazione. La storia della faticosa traduzione italiana di Infinite Jest, con una serie di tentativi falliti prima di arrivare a Edoardo Nesi (obbligato da Sandro Veronesi), è quasi un romanzo parallelo a quello originale, un’odissea che mi suggerisce un altro titolo di Wallace: Una cosa divertente che non farò mai più. Wallace è uno dei nomi che manca in quella lunghissima lista di autori. Ti piacerebbe tradurlo?
Gli scrittori bravi mi piacerebbe tradurli tutti!
Qualche settimana fa ho letto una tua riflessione interessantissima sull’Intelligenza Artificiale e sulle possibili sue applicazioni alla narrativa (scrittura, editing, traduzioni…). È davvero una minaccia, come si teme, o pensi che nel medio periodo possa diventare una risorsa, aiutarci ad essere più competitivi?
Secondo me la vera minaccia rappresentata dall’IA applicata alla traduzione è che si finisca per applicare il principio della good enough quality, ossia della qualità accettabile. Che cioè la traduzione diventi una mera trasmissione di significato, di “contenuto”, e che si arrivi a perdere la sensibilità allo stile inteso come modalità espressiva personale e unica dell’autore. Non credo che possa avvenire da un giorno all’altro, e non sono neppure sicura che avverrà, ma sicuramente in un mondo in cui le capacità necessarie per leggere criticamente un testo si stanno perdendo, la prospettiva di un’IA intesa come strumento che può sostituirsi agli umani anche nei mestieri creativi non lascia certo ben sperare.
Da quando hai iniziato a fare il tuo lavoro come è cambiata la letteratura americana? I recenti fenomeni della Cancel culture e/o del cosiddetto Sensitive reading pensi siano delle limitazioni alla libertà di espressione o semplicemente delle nuove e più educate forme di rappresentazione?
Poco dopo che era successo il “caso” di Amanda Gorman, ho dichiarato in un’intervista che secondo me è assurdo giudicare il valore di una traduzione in base al colore della pelle, all’età o all’etnia del traduttore, perché in base a questo criterio io, per esempio, potrei tradurre solo persone affini a me, ossia donne bianche di mezza età. Anzi, se portassimo questo assunto alle sue estreme conseguenze, potrei tradurre solo me stessa. Ho aggiunto che secondo me l’unico criterio per decidere a chi affidare una traduzione è la bravura del traduttore o della traduttrice. Forse era una risposta troppo ingenua, forse non c’era spazio, fatto sta che quella domanda è stata poi espunta dall’intervista.
Il 2023 si è portato via due grandi maestri come Russell Banks e Cormac McCarthy. Per fortuna la letteratura americana è così vasta, generosa, feconda, che non ammette buchi generazionali, e per quanto la vecchia guardia dei Pynchon, DeLillo, Joyce Carole Oates, Stephen King sembri irraggiungibile: autori come Joshua Cohen, Ben Lerner, Tiffany McDaniel, Emma Cline… lasciano ben sperare per il futuro. Se dovessi puntare su un paio di nomi tra le nuove leve, chi ti viene in mente?
Non ho ancora letto l’ultimo di Emma Cline L’ospite, ma spero che sia tornata alle altezze di Le ragazze, che mi era molto piaciuto. Lo stesso vale per un altro autore interessante come Nana Kwame Adjei-Brenyah, che dopo gli ottimi racconti di Friday Black ha da poco pubblicato il suo primo romanzo.
Prima di lasciarci: a cosa stai lavorando in questo momento?
In questo momento mi sto concentrando sulla ritraduzione dei classici. Ora sto lavorando a The Brothers Ashkenazi di Israel J. Singer, e poi tornerò a Hemingway con A Farewell to Arms.
Per chi non lo avesse presente sulla mappa degli Stati Uniti, il Montana si trova su in alto, a Ovest, al confine col Canada, schiacciato tra l’Idaho, lo Wyoming e il Nord Dakota. È uno dei più grossi stati americani per dimensioni; un paese di boschi, laghi, ghiacciai, infinite praterie, che ospita buona parte del Parco Nazionale di Yellowstone, la sua maggiore attrazione turistica e simbolo di un’America incontaminata, lontana dal frastuono delle metropoli e dallo showbusiness. Insomma, il Montana è l’immagine ideale del Far West Americano, e il suo miglior cantore si chiama Larry Watson, scrittore di origini svedesi, nato nel vicino Nord Dakota, trapiantato nel Wisconsin dove ha insegnato per un trentennio, ma che di questo paese ne ha fatto il set abituale delle proprie storie. Nel 2020, un anno terribile, Watson ha pubblicato The Lives of Edie Pritchard, arrivato in Italia tre anni dopo con Mattioli 1885, la traduzione di Nicola Manuppelli e un titolo che (viva Dio) è rimasto uguale a quello originale: Le Vite di Edie Pritchard. Comincerò dalla fine: Le vite di Edie Pritchard è il più bel romanzo di Larry Watson, il più completo e inclusivo, 415 pagine di emozioni e nostalgie che possono portare alle lacrime (a me è successo). Una storia di viaggi o per meglio dire di fughe, dagli altri e da sé, di cadute e rinascite, di amori che non si incontrano mai, di addii silenziosi e di ritorni, di ossessioni non corrisposte; la storia di una bellezza che imprigiona e distrae, la storia di una donna che non dimenticherete facilmente. Nell’incipit è la giovane moglie di Dean Linderman ma di fianco a lei, in auto non è seduto Dean, c’è il fratello gemello Roy “Sì, forse lei e Roy avrebbero potuto essere una coppia, ma questo non significa che avrebbero dovuto”. Edie, Dean, Roy, un gioco pericoloso fatto di sfumature, equivoci, segreti che non lo sono più. “Non so nemmeno se riesco sempre a distinguervi” dice Edie: una frase che è una sinossi. È il 1967, il mondo sta per cambiare e nel mondo che cambia è compreso il matrimonio tra Dean e Edie. Dean lo ritroveremo più avanti in una scena da Anonimo Veneziano di Giuseppe Berto: certi amori fanno dei giri immensi, dice il poeta, ma non è detto che non finiscano, e per sempre. La trama riprende nel 1987. Edie è un’altra donna, Edie è un’altra moglie, Edie è soprattutto la madre di Jennifer. Gary Dunn, il secondo marito è un tipo possessivo, violento, geloso di un passato oscuro del quale non si è detto tutto, mancano molti pezzi. Edie, Gary… Roy. Già il secondo dei Linderman: pensavate che sparisse? No, Roy è un osso duro, il vecchio Roy non si rassegna, nei suoi occhi Edie è rimasta la ragazzina del liceo che una volta, una volta sola, lo baciò. Nel 2007 lui e Mrs Pritchard, che nel frattempo è diventata nonna di Lauren, li ritroviamo ancora in auto da soli, come trent’anni prima, che sfrecciano tra i paesaggi mozzafiato del Montana in un suggestivo e cinematografico replay, ma nulla è come sembra, nulla è come prima. È una faccenda complicata la vita, Edie lo sa.
Io e Antonio Lanzetta, in anni diversi, siamo cresciuti e abbiamo abitato nello stesso quartiere: la Zona Orientale di Salerno. Atlantic City dico io nel gioco infinito sui luoghi e le identità plurime al quale accennerò più avanti, perché anche di questo parleremo: di come la letteratura riesca a superare qualunque barriera spazio-temporale, a dispetto di pregiudizi, paure, mediocri localismi. Antonio Lanzetta ha esordito come scrittore oltre dieci anni fa con un romanzo Fantasy intitolato Ulthemar – La Forgia della vita e con una serie di racconti dello stesso genere, vado a memoria: L’ordalia di Joachim, L’orologio, Le ombre di Keidoran. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata, e per quanto il Fantasy sia rimasto un serbatoio prezioso al quale attingere, Antonio non ha esitato ad esplorare anche altri generi, dal Thriller (psicologico e storico) al Gotico, al Giallo, con romanzi tradotti in mezza Europa e in Canada, guadagnandosi l’appellativo di Stephen King italiano (Sunday Times)… niente male per un ragazzo di periferia costretto a percorrere almeno un paio di chilometri da casa sua per comprare It e Shining (nella Zona Orientale di Salerno si vende di tutto tranne i libri). Ora, penserete voi, iniziare una conversazione con Antonio Lanzetta per chi come il sottoscritto lo sente tutti i giorni attraverso l’ormai famosa chat di WhatsApp “David Foster Wallace Tribute” (la chat fu creata tre anni fa per organizzare una serata dedicata al genio del postmoderno, poi si è trasformata in una specie di rifugio letterario dove noi due e il nostro amico comune Luca Villani scambiamo libri, opinioni e gossip irripetibili) sia cosa facile: è già tutto scritto, è già tutto detto, basterebbe pubblicare la chat. Mm.
Facciamo così, cominciamo dalla fine: il tuo terzultimo romanzo: L’uomo senza sonno, con NewtonCompton, a gennaio sarà tradotto in Francia, Belgio, Svizzera e Canada. L’altro giorno ho visto il trailer in lingua francese e sono rimasto a bocca aperta. Una meraviglia.
Anche io. Devo essere sincero, non ho mai provato simpatia per i book trailer. Non ne ho mai capito l’utilità, perché quell’esperienza visiva che ti promette un video di pochi minuti non dovrebbe essere niente paragonato invece al viaggio di sola andata che dovrebbe offrirti la lettura di un romanzo e mi sento un po’ patetico e ruffiano nel dire che invece il video realizzato dall’editore francese è una bella botta. Peraltro, ero stato già pubblicato in Francia e le cose mi erano andate bene fino a un certo punto, ovvero l’amministratore delegato della casa editrice è stato coinvolto in uno scandalo “me too” dopo essere stato denunciato da un gruppo di autrici che avrebbe molestato sessualmente. Sembra la trama di un romanzo noir, ma purtroppo è capitato a me: il massimo della sfiga. Con “L’Uomo senza sonno” ritorno in una terra di lettori che amo tantissimo e con un nuovo editore, Mèra Editions, che pubblica solo thriller internazionali, quindi speriamo bene…
Al di là del successo che ha riscosso in Italia e dell’attenzione da parte dell’editoria straniera, L’uomo senza sonno è una tappa importante; in quella storia hai lasciato tutte le impronte del tuo modo di scrivere, consolidando un’idea di romanzo sulla quale precedentemente avevi ragionato solo per pezzi singoli. Quel libro è il compendio dello scrittore che sei oggi.
L’uomo senza sonno è una tappa nel mio processo di apprendimento della scrittura. Un livello al quale dovevo tendere per essere poi in grado di scrivere altre storie, migliorare lo stile, etc… Potrei dire in effetti che quel romanzo è un po’ il manifesto del mio impegno come autore, ovvero raccontare storie che abbiano una forte impronta territoriale, che permettano ai lettori di conoscere un po’ di posti e storie lontane dai riflettori. Un romanzo che inoltre racchiude in sé tanti generi e che prova a non seguire i binari tracciati dalle “scuole” di scrittura italiane. Prima come lettore e poi come autore, guardo sempre con interesse e fame di apprendimento verso la letteratura americana che mi offre sempre spunti fondamentali.
Il tuo ultimo romanzo (Delitto in riva al mare, NewtonCompton) è un Giallo classico. Nell’ultimo decennio in Italia c’è stata una proliferazione di giallisti mai vista prima. Una giungla di commissari, vicequestori, medici legali, detective. Il fenomeno ha generato una specie di consorteria nella quale è diventato difficile distinguere un autore dall’altro, una trama dall’altra. Da questo processo di omologazione tu però sei rimasto avulso. Non “fai gruppo”. Non sei “un giallista”, al massimo sei un autore che scrive anche dei Gialli. Probabilmente ti aiuta il fatto di non essere caduto nella trappola della serialità.
Copio una tua battuta, in Italia ci sono più commissari in libreria che nelle questure. Scherzi a parte, le dinamiche delle storie possono essere sempre le stesse e, alla fine, secondo me non conta essere originali e nemmeno preoccuparsi toccare temi già abusati da altri. La differenza tra gli autori la fa solo la buona scrittura, la capacità di creare personaggi tridimensionali. Da lettore non ricordo quasi mai le trame dei libri ma invece i personaggi sì. Più riesco a provare empatia per i protagonisti di una storia e più quel romanzo, una volta posato sulla mensola della libreria di casa, ha possibilità di entrare nella classifica delle letture che ho preferito. Prendi La Strada di Cormac McCarthy: una caratterizzazione dei personaggi così potente io non l’ho ancora vista da nessuna parte… per questo è in assoluto il mio libro preferito. Tornando poi al discorso degli autori italiani, mi vengono in mente le parole di Lansdale durante una sua intervista, ovvero che non bisognava scrivere in un certo modo solo per sperare di essere ammesso in un circolo di scrittori. Da ragazzino non avevo interesse a fare il boyscout o a tesserarmi al club degli scacchi, figurati se mi viene voglia a quarantadue anni di entrare in un circuito di amici-scrittori.
I protagonisti delle tue storie sono spesso dei ragazzini che devono fare i conti con scoperte e traumi dolorosi, e che da adulti restano inevitabilmente invischiati con i fantasmi del loro passato. L’età dell’innocenza è una traccia che ti accompagna sempre.
Mi piacciono i romanzi di formazione, quelle storie dove si mostra la crescita, il modo in cui si diventa adulti. Credo che quello del “divenire” sia il tema principale della letteratura, la massima espressione del viaggio dell’eroe. Chi sono i veri eroi? Siamo noi, le persone comuni. Più che i libri di trama, amo le storie di persone: il modo in cui si affrontano i conflitti, il cambiamento.
Quando presentammo in anteprima Delitto in riva al mare, ti strappai una risata dicendo che avevi scritto il Grande Romanzo sulla Zona Orientale di Salerno. Prima ho parlato del gioco che ci diverte tanto: i luoghi, le identità, l’universalità di certe storie. Ricordo quella foto di Capaccio che ti inviai con su scritto: benvenuti in Ohio. La frontiera è un luogo reale ma anche immaginario, un luogo di passaggio e di cambiamento. Nei tuoi romanzi c’è sempre un confine o più di uno: tra adolescenza e vita adulta, tra provincia o campagna e grande città. Ti senti uno scrittore di frontiera?
Mi sento sicuramente uno scrittore di frontiera. Credo che i veri autori sono quelli che si contraddistinguono per un’identità. Hanno, ovvero, qualcosa da dire e anche se le loro storie sembrano solo intrattenere, sono pervase da significati che si celano nelle pagine, messaggi che restano attaccati sulla punta delle dita dei lettori. Il mio sforzo più grande è quello di tendere verso un livello di questo tipo: essere uno scrittore che ha qualcosa da dire con i suoi romanzi, che ha un’identità, che scrive per il gusto di farlo, e non un pennivendolo.
Due parole chiave legate al confine sono: trasversalità e universalità. Il Cilento che fa da sfondo alle tue storie non è una terra chiusa nella sua dimensione locale. Al contrario è un microcosmo che si apre al mondo e che si riflette in altre latitudini. Il Cilento di Lanzetta non è diverso dal Kentucky di Chris Offutt, dal Texas Orientale di Joe Lansdale e dal Colorado di Kent Haruf.
Gli autori che hai citato (n.b. grazie anche solo per avermi accostato a loro!) hanno la forza di raccontare il mondo attraverso le realtà circoscritte e regionali dei luoghi in cui sono ambientati i loro romanzi. Leggere quel tipo di storie ti permette di saltare a bordo di un pickup e percorrere strade costeggiando campagne e boschi, attraversando cittadine sperdute dal mondo e imparando qualcosa in più sul loro conto. Tutto ciò è magnifico ed è l’effetto che mi piace riproporre nei miei romanzi.
Proprio questa universalità fa di te uno scrittore atipico. Leggendo le tue storie, salta agli occhi il legame stretto tra i protagonisti e le loro radici, e una mentalità di fondo che accomuna tutta la gente che vive lontano dal progresso, dalla civiltà che non sia quella contadina, e da una legalità riconosciuta.
Trovo che sia affascinante
Dicevo prima della tua condizione di estraneo da ogni etichetta-gruppo-categoria. Uno degli argomenti affrontati nella nostra chat è quello dei limiti o dello scarso coraggio di una certa editoria italiana, preoccupata più di assecondare i gusti della massa che di investire nella diversità, nella sperimentazione. Avrebbero mai fatto gli scrittori in Italia gente come Thomas Pynchon, Jonathan Lethem o David Foster Wallace?
Quasi sicuramente sarebbero stati condannati alla nicchia assoluta e avrebbero fatto fatica a emergere. Il mondo del libro in Italia funziona con dinamiche precise e per un autore ci vuole davvero uno stomaco di ferro per riuscire a stare nel sistema nonostante tutto e tutti.
Qual è secondo te lo stato di salute della letteratura italiana (degli autori e dei lettori)?
Ci sono più scrittori che lettori, non scopro l’acqua calda. Abbiamo bisogno di gente che legge e compra i libri (impedendo quindi ai negozi di chiudere). C’è stato un periodo, cominciato forse una decina di anni fa, contraddistinto da un’esplosione di scrittori esordienti ed emergenti. Se da una parte abbiamo assistito al crollo della critica letteraria, all’affermazione di determinati circoli viziosi dell’editoria, dall’altra – con una tale quantità di persone che vogliono a tutti i costi pubblicare – si è fatto ancora più difficile per un editore fare scouting, con il rischio magari che tanti scrittori di qualità restano all’ombra di altre figure, finché restano… finché non gli passa la voglia di scrivere.
Ogni tanto sentiamo parlare della morte del romanzo. Io dico sempre che il romanzo morirà quando moriranno quelli che lo sanno scrivere. Non so quanto siano fondate queste voci, ma l’incombenza dell’intelligenza artificiale, ad ogni livello, sta aprendo scenari nuovi ed imprevedibili. Tutto sta accadendo molto in fretta e la paura di non riuscire a governare il fenomeno è palpabile. In che direzione stiamo andando? Si salveranno solo i migliori o quelli saranno i primi a soccombere?
Tanti libri in Italia sembrano essere stati scritti da IA già da prima che le avessero create e istruite per la creazione di testi. Ho smanettato personalmente con una IA per comprenderne gli usi e, al momento, non ne sono spaventato: è priva di due cose che contraddistinguono un narratore di razza, ovvero il talento e l’intuizione. Ciò che mi preoccupa invece è l’appiattimento verso il basso da parte di certi editori convinti di poter determinare l’andamento del mercato e creare best seller che poi si rivelano meteore. Si cerca di replicare il successo degli altri: quanti saghe familiari sono uscite dopo I leoni di SIcilia? Quanti libri sui miti greci dopo La Canzone di Achille? Il problema è che pubblicare libri pensando solo al breve termine, al vendere il più possibile nelle prime settimane dall’uscita di un titolo, secondo me è sbagliato. Da lettore, non voglio best sellers ma long sellers.
Tim Winton, australiano di Perth, ha raggiunto la notorietà nel suo paese a poco più di vent’anni con un libro intitolato An Open Swimmer. Da allora Winton ha pubblicato una quindicina di titoli, tra romanzi e raccolte di racconti, alcuni dei quali editi in Italia da Fazi. Autore dallo stile personalissimo, il cui realismo sporco più che a Cormac McCarthy, come ha scritto di lui il Washington Post, lo fa somigliare al Lee Maynard della trilogia di Crum, Winton si colloca indubbiamente nella scia della cosiddetta narrativa di frontiera, così trasversale da non distinguere il West Virginia, dall’Australia o dal Salento del mio amico Omar Di Monopoli. Dicevo di Crum; nella storia raccontata dal giovane Jaxie Clackton ci sono la stessa desolazione e la stessa voglia di libertà del personaggio di Maynard, il coetaneo Jesse Stone. La fuga, dunque. È uno dei temi della storia, specialmente della prima parte, nella quale vediamo Jaxie alle prese con un padre padrone, alcolizzato e violento. Per non essere accusato della morte improvvisa del genitore, Jaxie decide di scappare. Lo fa a piedi, con pochi mezzi e ponendosi una strana meta: raggiungere nel Nord del paese sua cugina Lee, della quale è molto innamorato nonostante il vincolo di sangue. Sangue è un’altra parola chiave del romanzo. Il sangue degli animali uccisi e venduti dal padre di Jaxie, quello dei canguri e delle capre cacciati dal giovane protagonista nel corso del suo vagabondaggio.
Il flusso di coscienza che riempie le prime centoventi pagine del racconto, intervallate da una serie di flashback sui precedenti scontri tra Jaxie e il padre “Il Capitano” o “Il Segaiolo”, ricorda il tormento di un’altra vittima familiare: il Giuseppe Berto de Il Male Oscuro “Come ha dimostrato il padre mio che da vivo non contava più niente mentre appena morto o poco dopo ha ripreso a soverchiarmi…”. Il magma di parole sprezzanti e dolorose vomitate da Berto, senza curarsi troppo della forma e della punteggiatura, nel suo viaggio improvvisato dal Veneto a Tropea, contiene gli stessi tratti di dolore e di modernità della narrazione di Winton, come l’altra improntata a un realismo sfrontato e scevro da ogni vischiosità letteraria. Jaxie è un ragazzo burbero e sboccato, non genera nessuna empatia. L’incontro tra lui e Fintan MacGillis, un vecchio prete esiliato in un luogo sperduto dà la sterzata decisiva al romanzo, che nella seconda parte si arricchisce così di un secondo personaggio – secondo e ultimo – e di una conseguente componente dialogica. Jaxie e Fintan non si conoscono e non hanno voglia di conoscersi a fondo. Si studiano con diffidenza, e per quanto lo Zarathustra di Winton si mostri fin da subito generoso e ospitale, Jaxie non sembra affatto apprezzare quegli inusuali (per lui) slanci fraterni. La permanenza del ragazzo nel capanno di Fintan, situato in un luogo selvaggio, senza energia elettrica, acqua e qualunque soglia minima di comfort, apre la storia a nuove tematiche (la fede, la dignità, la trasgressione, il sacrificio, il destino), conferendole un’aura di magia e la dimensione epica dei grandi western americani.
Di Bentley Little, autore dell’Arizona, sui sessanta, lanciato da Dran Koontz nei primi anni Novanta, e delle sue affinità con Stephen King ne ho già scritto a proposito di The Consultant, il thriller aziendale che ha ispirato anche una fortunata serie televisiva su Amazon Prime, in Italia pubblicato da Vallecchi con la traduzione di Ariase Barretta. The Resort, romanzo del 2004 ma arrivato da noi solo quest’anno, sempre con Vallecchi, conferma la forza creativa di Little che, più di ogni altra cosa, è un superbo e prolifico costruttore di trame.
Mi piace pensare che esista una felice simmetria (una magica corrispondenza) tra la bellezza di certe cover e quella delle pagine che seguono. Vedendo la cover di The Resort capisci subito che oltre quel disegno coloratissimo e luminoso – mooolto americano – di Stefano Bonazzi si nasconde una storia intrigante e ben congegnata. Il romanzo racconta una vacanza di cinque giorni di una normalissima famiglia californiana, i Thurman (marito, moglie e tre figli), in una spa esclusiva chiamata Reata, situata in un luogo sperduto, quasi irraggiungibile, nel deserto dell’Arizona. Fin dall’arrivo però i Thurman si accorgono che in quel villaggio chic e reclamizzato accadono cose difficilmente spiegabili: feste rumorose in camere vuote, strane presenze in piscina, dipendenti che improvvisamente cambiano il loro aspetto, misteriose sparizioni.
Little si diverte a giocare con i contrasti: la luce del deserto e il buio dell’orrore; il divertimento (spesso forzato) e il sentimento della paura; il piacere dello svago e il male fisico; la libertà e il benessere che evocherebbe una qualunque vacanza e la costrizione, l’impedimento, perfino il dolore. I cinque giorni dei Thurman non finiscono mai e il terrore che piomba addosso ai villeggianti produce una specie di dipendenza: i Thurman subiscono umiliazioni, disservizi di ogni genere eppure si ostinano a rimanere, come bloccati da una forza invisibile che li plagia e li trattiene nel pantano oltre la normale sopportazione. Difficile staccare gli occhi da questo magnifico page turner a metà strada tra Shining (riecco King) e Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace. Little ci tiene col fiato sospeso dall’inizio alla fine, dà voce agli adulti ma anche ai ragazzi, ai figli della coppia protagonista, che nel corso della macabra vacanza scoprono le tentazioni del sesso, il senso della competizione e dell’amicizia, il disagio più estremo. Da quarant’anni Stephen King ha appiccicata sulla schiena la scritta “maestro dell’horror”. Ma siamo sicuri che King scriva romanzi horror? Bentley Little lo fa, meglio di tanti suoi colleghi più blasonati, e senza flirtare con altri generi.
Con L’ospite di Emma Cline e Baumgartner di Paul Auster, che in Italia uscirà il 21 novembre ma che ho già letto e recensito sul blog, si chiude il mio anno di libri. Farò in tempo a leggere Formichità, l’attesissima (e lunghissima) opera prima dello sceneggiatore Charlie Kaufman e Il capanno del pastore dell’australiano Tim Winton. Da domani inizierò a selezionare i cinque libri che faranno parte della shortlist di Telegraph Avenue (19 novembre) e tra i quali verrà poi scelto il libro dell’anno (4 dicembre). Come sempre sarà un’operazione complicata vista la mole delle pubblicazioni e l’equivalenza per qualità di molte di esse. Il 2023 è stata, tutto sommato, una buona annata libresca, contrassegnata dal ritorno di grossi autori, da riconferme confortanti, buoni esordi, e interessanti operazioni commerciali come la collana Americana, tuttora in corso con il Corriere della sera. Mediamente leggo un centinaio di libri all’anno, molti dei quali li recensisco qui e altrove. Classificarli non è un esercizio né utile né interessante: come dico sempre, la shortlist e il libro dell’anno sono un gioco, un modo come un altro per divertirsi e sentirsi comunità. Telegraph Avenue in questi sette anni è cresciuto moltissimo per numero di visualizzazioni (in Italia e nel resto del mondo) e nella considerazione di lettori e addetti ai lavori. Incontrarvi sul blog, sui social e in giro tra festival e presentazioni mi “fa sentire più umano”, direbbe uno scrittore che amo. Buone letture a tutti e stay tuned, please.
Molti di noi ricordano l’esordio di Emma Cline, scrittrice originaria di Sonoma, tra le voci più interessanti della nuova narrativa americana, amatissima dai lettori e acclamata dalla critica (è raro che le due cose vadano di pari passo). Girls fu un caso editoriale in tutto il mondo, era il 2016: Cline aveva appena ventisette anni e davanti a sé un futuro promettente. Dopo la raccolta Daddy e la non proprio esaltante novella Harvey, ispirata alla nota vicenda del produttore cinematografico Weinstein, arriva in questo finale di 2023 L’ospite (in Italia con Einaudi e la traduzione di Monica Pareschi), un page turner di grande qualità, serratissimo, che fa risaltare le doti migliori di Cline: introspezione, cura dei dettagli secondo un’estetica quasi delilliana – ben calibrata, moderna, colta e pop allo stesso tempo, senza sbavature e barocchismi. L’ospite è una storia densa di sensualità, drammatica, la cui ambientazione West-Coast-Borghese sembra mutuata da certi romanzi di Bret Easton Ellis. La protagonista si chiama semplicemente Alex e ha ventidue anni. Di lei non sappiamo altro. Alex apre il romanzo trascinandosi un passato invisibile del quale l’autrice non lascia trapelare nulla. Quel vuoto di conoscenza è l’altra parte del racconto: in quell’assenza di riferimenti Cline nasconde la premessa ma anche la spiegazione di tutto il resto… scelte, atteggiamenti, raggiri. Un espediente non da poco. Pensate per esempio agli antefatti che accompagnano tutte le trame di Raymond Carver: da dove sbucano quei personaggi? Che ne era di loro prima dello sviluppo della storia? Alex è una escort? Probabilmente sì, eppure nelle 274 pagine del romanzo non leggeremo mai quella parola, né altre simili. Oggi la vediamo muoversi ingioiellata ed elegante nella villa sull’oceano di Simon, il suo compagno cinquantenne che come il lettore ne ignora provenienza, parentela, studi e tutto il resto. Simon ne è realmente innamorato o la tiene con sé solo per esibirla ai suoi amici come farebbe un cacciatore con una preda? Difficile stabilirlo, ma durante un party in piscina la fino ad allora impeccabile fidanzata commette un errore imperdonabile che rimette in discussione ogni cosa e che finirà per innescare un effetto domino di nuove imposture. Sì, imposture perché Alex è prima di tutto una bugiarda e un’opportunista sempre sull’orlo di un nuovo abisso, e che di fronte a situazioni estreme, non esita a spacciarsi per quello che non è e a servirsi perfino di un bambino per attuare uno dei suoi piani. La corsa contro il tempo per provare a rimediare a quell’errore iniziale è tutto il romanzo. Splendido, emozionante, impetuoso.
Scorrendo il file di Robert Stone su Amazon o Ibs o Mondadori eccetera, troverete un solo romanzo tradotto in italiano: Dog Soldiers, che per una drammatica coincidenza è tornato in libreria (con minimum fax, la traduzione di Dario Impieri e un’insolita prefazione di Massimo Carlotto) proprio nei giorni in cui è riesploso il conflitto israelo-palestinese. La trama di Stone è ambientata nei primi anni Settanta, tra il Vietnam e la California. Il Vietnam è uno dei tre grossi traumi della storia recente americana, con l’assassinio di JFK e l’attacco dell’11 Settembre. Stone quel contesto lo conosce bene – scrivi di quello che sai – al punto da ricostruirlo con una sorprendente vividezza di dettagli e di immagini, dialoghi impeccabili, e con uno stile che attinge all’esperienza della Beat Generation. È quello il brodo di coltura in cui Stone si è formato: Dog Soldiers possiamo immaginarlo come l’anello di congiunzione tra Pasto Nudo di William Burroughs e On The Road di Jack Kerouac. John Converse, il protagonista del romanzo, è un giornalista e drammaturgo di insuccesso volato in Vietnam in cerca di ispirazione. La Saigon che gli viene incontro, nonostante la guerra, si mostra accogliente e piena di distrazioni: alcol, droga, prostituzione. John ne rimane travolto in tutti i sensi, anzi “con” tutti i sensi. Il caos entrato nella vita di John è lo stesso “disordine” con cui ha convissuto l’autore del libro: la personalità prismatica di Stone, che non ha mai nascosto il proprio modus vivendi anarchico-libertino (diciamo così), non era infatti diversa da quella dell’antieroe del suo romanzo. John fa il narcotrafficante in Vietnam, la moglie Marge ne diventa la sponda in California. “Ho capito come funziona”, dice Marge “O ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai va tutto bene. Se non ce l’hai è tutta una merda. Si o no. Acceso o spento. Partire o fermarsi”. I due si muovono sul doppio binario della storia, che nella seconda parte si trasforma in un avvincente road book. La fuga disperata di John e Marge è la metafora di una perdizione non prevista, la rimozione della moralità il tema centrale del romanzo. I personaggi di Stone non hanno pregi né virtù, non aspirano alla giustizia, non inseguono il bene; si riconoscono nelle loro fragilità e si lasciano guidare dagli eventi, perché sono completamente incapaci di prevederli figurarsi di governarli. La guerra è fuori, la guerra è dentro. Capolavoro.