“Non voglio dirti cos’è successo. Voglio dirti cosa ho provato”.
Cassandra Williams ha dodici anni, suo fratello Wayne ne ha sette. Sono da soli su una spiaggia che giocano. Lei lo fa entrare in una buca, lo ricopre di sabbia fino al collo. Poi la corsa in acqua con Wayne che scompare tra le onde. Inizia così The Furrows – Tra le onde – il nuovo romanzo di Namwali Serpell, in Italia edito da Fazi con la traduzione di Enrica Budetta – tra i dieci libri dello scorso anno secondo il New York Times. Serpell è una giovane scrittrice afroamericana, originaria dello Zambia. Insegna inglese all’università di Harvard, e con Capelli, lacrime e zanzare, il romanzo precedente, si era imposta all’attenzione del pubblico e di molti suoi colleghi, a cominciare da Jonathan Lethem che per lei ha una sorta di venerazione: “un talento selvaggio” scrive sulla quarta di copertina.
The Furrows è una storia dolorosa, un po’ onirica, che a metà strada evolve in un Mistery geniale, sulla falsariga di certi film di Alfred Hitchcock e Stanley Kubrick. Cassandra, come i genitori di lei (padre ingegnere, madre pittrice), non si rassegna all’idea che Wayne possa essere morto. Quel giorno, dopo aver perso i sensi, si era ritrovata a parlare con uno sconosciuto che l’aveva soccorsa. Subito dopo l’uomo era svanito nel nulla, proprio come il corpo di suo fratello.
Oggi Cassandra è adulta ma quel ricordo tragico non l’abbandona mai. Rivede Wayne ovunque: in aereo, nei ristoranti, nei vagoni della metropolitana, finché un giorno non le capita uno strano incontro che dà una sterzata alla storia, nella prima parte raccontata con la sua voce, nella seconda con quella di un altro protagonista che, non ci crederete, ha lo stesso nome e cognome di suo fratello.
Ho letto Tra le onde nel giorno in cui è stato pubblicato il brano inedito dei Beatles, come sapete ricostruito e completato con l’aiuto dell’Intelligenza Artificiale. Non ho potuto fare a meno di pensare alle due vicende, a quella di Cassandra che “fa” rivivere il fratello morto, e a quella di Paul McCartney, che decide di riportare in sala dell’incisione i suoi amici Lennon ed Harrison. Due vicende tristi per ragioni diverse ma due vicende sicuramente tristi. Tra le onde è un romanzo sulla memoria e sulla rivisitazione del tempo, sul senso dell’identità e l’illusione, ma è soprattutto un romanzo sulla perdita e la sua accettazione. L’identità misteriosa dell’altro Wayne, nella seconda parte, aggiunge alla trama nuova tensione e accende la curiosità del lettore. È il crinale del vero e del falso il miglior propellente del romanzo. La scrittura di Serpell ha la stessa magia e brillantezza di quella di Tiffany McDaniel, autrice capace di allargare le maglie del realismo e di condurci nelle zone più buie dell’inconscio.
Una sera del 1997, al Madison Square Garden, David Bowie presentò Lou Reed come il “re di New York”. Reed negli anni Sessanta era diventato fonte di ispirazione per tanti giovani artisti angloamericani come l’allora diciassettenne Bowie: “Era una musica così cool che non credevo fosse umanamente possibile”. L’amicizia tra le due rockstar è tra le parti più interessanti di “Lou Reed il re di New York” di Will Hermes – edito in Italia da minimum fax con la traduzione di Chiara Veltri e Paola De Angelis – una biografia così vasta e articolata da rivelarsi già dalle prime battute una mappa straordinaria per orientarsi nel suggestivo mondo della cultura e della controcultura americana nel trentennio che ha visto cambiare per sempre la scena musicale e non solo quella. Le oltre settecento pagine di Hermes celebrano il primato di Reed ma danno spazio anche a tutti gli altri protagonisti che sono ruotati intorno alla star, perché “Al pari di molti artisti, ed essere umani compiuti, Reed è stato il prodotto di una comunità”. La comunità di Reed si chiama Velvet Underground, una band di scarso successo commerciale ma che negli anni della rivoluzione sessuale ha avuto un peso specifico paragonabile a quello di grossi team come Beatles e Rolling Stones “i primi artisti rock importanti a non avere alcuna possibilità di attrarre un pubblico di massa”. I distacchi, i ritorni, la nostalgia: la lunga storia di Reed, che è fatta di rovinose cadute, dipendenze da alcol e da ogni genere di droga, trasgressioni e malattie mentali, è indissolubilmente legata a quella dei Velvet. Una volta però chiusa l’esperienza col gruppo, Reed si trova davanti a un bivio: reinventarsi come musicista o mollare tutto. Il rock si sta scindendo in due scuole di pensiero: il progressive, molto ispirato dalla musica classica europea, e il glitter, che punta al punk. Entrambi i filoni hanno per capitale Londra, la patria di Bowie. Reed capisce che deve ripartire da lì. Il suo primo album da solista lo incide a Londra; la consacrazione arriverà con il disco successivo (Transformer, uscito l’8 novembre del 1972), che conterrà due dei suoi maggiori successi di sempre: Perfect day e Walk on the Wilde Side, con quella doppia linea di basso – una suonata col contrabasso acustico l’altra con un Fender Jazz elettrico del 1960 – che farà storia. Quello di Reed è un percorso avventuroso ma corroborato da mille altri interessi e da numerose contaminazioni che oltrepassano i confini della musica: non è un caso che i due mentori di Reed abbiano avuto poco a che fare con il rock. Il primo è Dalmore Schwartz. Il grande Schwartz che a soli venticinque anni arrivò al successo con una raccolta intitolata Nei sogni cominciano le responsabilità e che ispirò il protagonista de Il dono di Humboldt, il romanzo col quale Saul Bellow vinse il Pulitzer, fu uno dei professori di Reed alla Syracuse University. In cattedra ci arrivò proprio grazie all’intercessione di Bellow dopo che l’alcol e la depressione lo avevano reso uno straccio e avviato alla morte. L’altro è Andy Wharol, l’inventore della Pop art fu anche il primo a credere nei Velvet e a fargli da manager. Come Wharol, Schwartz occupa buona parte del libro e ci consente di scoprire un lato forse poco conosciuto della star: la passione per la scrittura. Reed pensava di farne un mestiere prima che la sua vita sterzasse definitivamente verso amplificatori e chitarre elettriche (“sono uno scrittore, non farò altro che aggiungere la musica” diceva ai compagni di corso alla Syracuse). Amava autori come William Burroughs (Heroin e I’m Waiting for the Man sono di fatto la versione musicale di Pasto Nudo) e Hubert Selby Jr “Hubert Selby Jr, William Burroughs, Allen Ginsberg e Delmore Schwartz… Riuscire a fare quello che hanno fatto loro, nel breve spazio di una canzone, usando parole altrettanto semplici. Se arrivi allo stesso risultato di quegli scrittori, aggiungendoci batteria e chitarra, non puoi fare di meglio sulla terra”. Ed è esattamente questo che Reed ha fatto in quarant’anni di carriera, tra alti e bassi, numerose collaborazioni con altri artisti, riscoperte e adattamenti a nuovi mood musicali, tour in giro per il mondo, riconoscimenti forse tardivi, esperienze letterarie fatte di poesie e recensioni, gli amori di una notte e quelli di una vita, come Laurie Anderson, la donna che lo ha visto morire per un brutto male al fegato nel giorno del compleanno di Sylvia Plath e Dylan Thomas e che ne ha tramandato il mito. Quale eredità Lou Reed lascerà ai posteri? Tanta roba, ma davanti a ogni altra cosa l’impronta della sua passeggiata selvaggia, con quelle due linee di basso che ci fanno battere il cuore. Du du du du du – du du du du.
In Italia uscirà il 21 novembre con Einaudi e la traduzione di Cristiana Mennella, ma è già disponibile nella versione inglese. Romanzo breve che si divora in poche ore. Alla soglia dei settant’anni, Seymour Baumgartner si interroga sul passato felice con Anna, la moglie oggi assente, e sui giorni che gli restano. Il flusso di malinconica coscienza ricorda quello del penultimo Bascombe (Tutto potrebbe andare molto peggio). “La vita è una questione di sottrazione graduale” dice l’everyman di Richard Ford, Seymour ha perso la cosa più preziosa che aveva: Anna. L’approccio di Seymour non è all’altezza della stessa saggezza di Bascombe, uomo cinico e dalla corteccia dura. L’alter ego di Auster (il romanzo è stato scritto durante un delicato ricovero ospedaliero dell’autore) ha un che di romantico che lo rende più fragile e goffo, ma la sua profonda umanità traspare in ogni pagina, in ogni singola frase del libro. L’amore per Anna e l’accettazione della perdita è la traccia essenziale del romanzo. Il resto è corollario. Simpatico, autentico, Seymour è uno dei personaggi più riusciti di Auster, e speriamo non sia l’ultimo. Baumgartner è un manuale di sopravvivenza che non insegna nulla ma ci guida verso una maggiore consapevolezza, alla ricerca dei dettagli più invisibili e decisivi del nostro vivere.
Nato a Prattville, Alabama, trentaquattro anni fa, Brandon Taylor nel 2020 si è rivelato tra le voci più interessanti della letteratura americana dei nostri tempi con il romanzo Real Life – Una Vita Vera – finito nella shortlist del Booker Prize e del National Book Critics Circle John Leonard Prize.
Gli Ultimi Americani – con Bollati Boringhieri e la traduzione di Francesca Manfredi – è una raccolta di storie che si legge come un solo romanzo.
Siamo in pieno Midwest. Iowa City è “quel buco di città, nel mezzo di uno stato nel mezzo di un paese”. In un quartiere poco distante dal centro, un gruppo di studenti universitari segue un seminario di poesia. Il contesto sembrerebbe quello dell’Iowa Writers’ Workshop, tra le più accreditate accademie di autori americani, riferimento per ragazzi e ragazze che sognano di diventare i nuovi John Cheever e Raymond Carver. Tra questi scopriamo Seamus, aspirante poeta, omosessuale (l’omosessualità è una delle tracce del libro), che si mantiene lavorando in una casa di riposo. Il contrasto tra l’urgenza delle cose pratiche, il tangibile quotidiano e il fuoco sacro dell’arte è l’altro tema affrontato da Taylor. Il seminario frequentato da Seamus ricorda il quartier generale dei realvisceralisti dei Detectivi Selvaggi di Bolaño, una specie di porto franco dove le ambizioni di giovani visionari si scontrano con la ruvidezza della vita reale, mescolandosi a vicende sentimentali o più banalmente sessuali, talvolta brutali, come l’incontro tra Seamus e il rozzo Bret. L’approccio violento e imprevisto tra i due mi ha riportato all’ultimo Pasolini all’idroscalo di Ostia. Ha ancora senso fare il poeta negli anni Duemila?, si chiede Seamus (I poeti sono amati solo perché non sanno stare al mondo, scrisse Saul Bellow). Dipende. “Esiste un genere di poeta per cui lo scopo di tutto quanto è il prestigio. La poesia stessa è il prestigio: e se nessuno ti vede scrivere una poesia, se nessuno ti vede fare il poeta, allora non sei davvero un poeta”. Il gruppo, dunque. Visto da dentro e osservato da fuori: Ivan, un altro dei personaggi, “era sicuro che i poeti, cosi come i ballerini, andassero tutti a letto insieme. Come se fossero un branco inquieto… L’Iowa era una specie di inverno culturale, in quel senso: erano tutti venuti in quel buco di città, per studiare arte, per affinare se stessi e le proprie idee allo scopo di farne armi perfette, terribili e, nella deprivazione monastica che trovavano lì, si rivolgevano gli uni agli altri. Ogni specie morente è alla ricerca del proprio conforto”. Specie morente. Ecco cosa sono i poeti e gli altri artisti di Brandon Taylor: una specie in via di estinzione “gli ultimi americani”. Ivan è un ex ballerino che va avanti a prestiti studenteschi accumulando debiti su debiti per studiare finanza. Per venirne fuori decide di darsi al porno. Sono le vite precarie di Taylor, ragazzi che faticano nel lavoro e nelle relazioni. Fyodor è un insegnante vegano, detesta il compagno Timo “assassino di animali” perché impiegato in un mattatoio. Bea sopravvive dando lezioni di nuoto. In queste vite non accade nulla di speciale, i personaggi di Taylor non fanno: esistono, direbbe Bret Easton Ellis. Lottano tra disuguazianze e nuove opportunità, dolore e desiderio, talento e mediocrità.
Il nome di John MacDonald (24 luglio 1916 Sharon, Pennsylvania – 28 dicembre 1986 Milwaukee, Wisconsin) figura sulla lista dei grandi scrittori americani in Italia sconosciuti. La lista è lunga, attraversa generi, epoche, stagioni, mode, e se non fosse per editori attenti come Mattioli 1885, pagine straordinarie come ad esempio quelle di Che fine ha fatto Janice Gantry? forse non ci sarebbe mai capitato di leggerle. MacDonald, che anche dalle nostre parti ha sfiorato la popolarità con Il Termine della Notte (romanzo-verità che anticipò il capolavoro di Truman Capote A Sangue Freddo) e soprattutto con Cape Fear, è stato un autore piuttosto prolifico, e di spessore – di solito le due cose non vanno di pari passo – l’unico scrittore di thriller ad aggiudicarsi il prestigioso National Book Award.
Che fine ha fatto Janice Gantry? è datato 1961. La versione “made in Italy” (da domani in libreria) è come sempre di Nicola Manuppelli. La storia si svolge in una provincia della Florida e ha come protagonista un certo Sam Price, oggi assicuratore, un tempo discreto giocatore di football. Sam se la cavava abbastanza bene sui campi di gioco ma a causa di un infortunio ha dovuto abbandonare. Questa almeno è la sua versione. La verità però è un’altra, più squallida, e ha a poco a che vedere con ossa, muscoli e legamenti.
La disavventura che gli ha stroncato la carriera sportiva ha spinto Sam all’isolamento e portato al fallimento il suo matrimonio con Judy, una splendida pin-up che non smette di tormentarlo nei ricordi e che lo costringe a continue e inutili comparazioni con altre donne. Ma lo sfortunato effetto domino che ha segnato la vita di Sam non si esaurisce con il football e con Judy, prosegue con un paio di eventi direi decisivi per il romanzo: la relazione breve con Janice Gantry; l’incontro (nel momento peggiore) con una sua vecchia conoscenza: Charlie Haywood. Fatti che danno sostanza alla trama avviandola in due direzioni parallele: il crimine e l’eros, i temi preferiti di MacDonald. Janice, più comunemente Sis, vedova di un uomo molto violento, è una ragazza esuberante e sessualmente vorace (non so perché l’ho immaginata come la Ramona di Herzog di Saul Bellow). Con Sam la scintilla è scoccata subito ma Sam è assillato dal passato, e poi quel musone romantico tutto casa-lavoro-pesca non ha le giuste ambizioni per realizzare i sogni di una donna concreta come Sis. Per quanto i due continuino a flirtire e a dividere lo stesso ufficio, ora Miss Gantry ha deciso di sposare un altro, un avvocato molto più grande di lei, Cal McAllen, anche lui vedovo con due figli adulti… soprattutto danaroso. Cal ci viene descritto come un tipo “smorto”, anonimo “potrebbe commettere un omicidio davanti a quaranta testimoni e nessuno di loro si ricorderebbe nulla di lui”. I personaggi di Cal e Sam ruotano come rivali intorno alla figura di Sis, ma di fronte a un caso eccezionale i due decidono che quella reciproca diffidenza merita una tregua. Il caso eccezionale è proprio l’improvvisa scomparsa della ragazza, dietro la quale potrebbe esserci un oscuro disegno di Charlie, già condannato per aver tentato di scassinare una cassaforte e poi fuggito dal carcere senza lasciare traccia. Sam una sera se l’è ritrovato in casa. Lo ha ospitato e protetto in nome della vecchia amicizia, ma questa cortesia si rivelerà una brutta rogna. Parte da qui la storia di Sam Brice. La lunga e rocambolesca indagine che lo vede coinvolto in prima persona occuperà tutta la seconda parte di questo bel romanzo sul senso del dovere e sugli amori, che iniziano e non finiscono mai.
Non ricordo se vi ho mai raccontato dell’embargo al quale un tempo sottoposi i libri di Ellis per via di quella stupida rivalità tra lui e David Foster Wallace. È una storia imbarazzante e assurda che non vale la pena di essere raccontata. Ne parlo unicamente per dare la misura di quanto fosse importante tra gli anni Ottanta e Novanta negli Stati Uniti un certo discorso sul linguaggio, di come un preciso mood letterario “nell’epoca minimalista ispirata dalla new wave e dal punk in cui sguazzavamo nel 1981” a un certo punto (1987) finisse per scontrarsi con una nuova forma di massimalismo che sembrava archiviata con il miglior Pynchon, e di come tutto questo logos si riflettesse tra i lettori dell’uno e dell’altro autore traducendosi in un delirio collettivo ad excludendum.
Tredici anni dopo Imperial Bedrooms, Bret Easton Ellis ritorna alla narrativa col romanzo forse più ellisiano di tutti. Si dice che Ellis scriva sempre lo stesso libro e Le Schegge (The Shards – Einaudi – traduzione di Giuseppe Culicchia) per molti versi conferma questa – virtuosa non noiosa – coazione a ripetere iniziata con Meno di zero, l’opera che a soli vent’anni scaraventò l’autore californiano on the stage della letteratura yankee o, se preferite, sull’onda anomala del Brat Pack, a surfare insieme a scrittori come Tama Janowitz e Jay McInernay (nel romanzo McInernay viene citato in un flashback datato venerdì 12 settembre 2008: quel venerdì David Foster Wallace si impiccò nella sua casa di Claremont, a poche miglia dal luogo indicato. È un caso che Ellis abbia collocato il finto appuntamento con McInernay proprio in quel weekend? Chiusa parentesi). Meno di zero Ellis lo adopera come canovaccio per raccontare non solo la gestazione del romanzo ma per ripercorrere le tappe di avvicinamento a un successo che lo ha travolto fin dagli esordi contro ogni pronostico. L’operazione si spinge oltre la metafiction: Ellis esce dal primo romanzo (“ma non c’era una storia, c’erano scene ma non aveva una vera e propria trama, c’era solo un tono sordo, divagante, che cercavo di perfezionare”) per diventare se stesso e traslocare insieme al plot nell’altro libro. Un romanzo è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci si innamora di qualcuno, leggiamo nell’inicipit. Al centro di questo sogno si muove la tipica gioventù di Ellis, losangelina, bianca, altoborghese, sessualmente ibrida, sfacciata, incredibilmente matura per quell’età, patentata “A L.A. diventavi adulto la settimana in cui prendevi la patente”, disinteressata alla politica anche se alla Casa Bianca c’è un ex attore, elegante fuori e dentro le uniformi scolastiche stilose alla “I giardini dei Finzi-Contini” della Buckley High School. Ragazzi senza adulti intorno, con genitori assenti perché alcolizzati o in carriera, che fluttuano da un posto all’altro “a me non importava cosa facessero i personaggi. Esistevano, e volevo solo trasmettere uno stato d’animo, immergere il lettore in un’atmosfera particolare creata da dettagli attentamente selezionati”. Prestate attenzione alle ultime cinque righe, contengono il senso di tutto: per almeno due terzi della storia, i protagonisti di Ellis “esistono”, non fanno. Esistere include qualunque gesto, anche il più insignificante narrativamente parlando, ma Ellis quei gesti nel romanzo ce li mette lo stesso, gli servono a riprodurre gli stati d’animo di una generazione, la sua, e la giusta atmosfera di una metropoli beata del proprio successo e terrorizzata dal Pescatore, un serial killer sulla cui identità vi interrogherete dalla prima all’ultima pagina.
Bret è un adolescente diffidente, turbato fino alla paranoia. La sua alterazione è così vibrante e amplificante nella percezione dei fatti da condizionare perfino il lettore. Come gli altri diciassettenni della combriccola, Bret beve, fa uso di droghe, si impasticca di tranquillanti. È fidanzato con la bellissima Debbie – tutti i protagonisti del romanzo sono alti e belli da fare schifo – figlia di un noto produttore cinematografico, come lui omosessuale.
La storia, puntellata da decine di dischi in classifica, film di successo e noti romanzi di Stephen King e Joan Didion soprattutto, è accompagnata da una tensione crescente che si riversa su due tematiche essenziali. La prima: l’attesa (nelle prime duecento pagine) poi conoscenza (nelle successive cinquecento) di un nuovo compagno di scuola: Robert Mallory (Robert è a mio avviso il personaggio più riuscito del romanzo: folle, bugiardo o leale a seconda dei casi, misterioso, carismatico come lo Svedese di Philip Roth). La seconda: la sospetta implicazione di Robert nei delitti del serial killer, che non solo uccide ma tortura anche gli animali delle sue vittime. Un altro tema centrale del romanzo è l’omosessualità di Bret, repressa e taciuta con Debbie, vissuta fino allo stremo (talvolta solo fantasticata) con i suoi amici, drammatizzata in un episodio decisivo della storia che ci riporta a Il laureato di Charles Webb. Le schegge è un romanzo tragico e sensuale su una stagione americana che nessuno ha saputo raccontare meglio di Ellis, e su una generazione allucinata e disillusa, perennemente in fuga da se stessa.
L’indifferenza con cui sono accolti in Italia tutti i libri di Russell Banks non è venuta meno neppure in occasione dell’uscita dell’ultimissimo romanzo del grande maestro americano deceduto nel 2022, pochi mesi dopo la sua pubblicazione negli States. In Italia La Terra Della Magia lo hanno ignorato perfino quelli di Einaudi, dico Einaudi, editore che non si risparmia quando si tratta di pubblicizzare i soliti italiani da vetrina, ma che scompare di fronte ad eventi eccezionali come the last appearance di uno tra i più importanti romanzieri contemporanei. E se in molte librerie la nuova opera non è proprio arrivata e in altre ha fatto capolino una singola copia, al massimo tre, Il Dolce Domani, forse il capolavoro di Banks, è stato disponibile per pochi giorni solo nelle edicole (ormai rare pure quelle) con la collana Americana curata da Sandro Veronesi per il Corriere della Sera. Ma questa è un’altra storia, direte, dopotutto l’invisibilità di Banks sugli scaffali peninsulari non è poi tanto diversa da quella di altri grossi autori soverchiati da mezze calzette più nazionalpopolari.
The Magic Kingdom (La Terra Della Magia – Einaudi – traduzione di Gianni Pannofino) è uscito esattamente un anno dopo Foregone (I Tradimenti), il cui protagonista (un uomo anziano, irrimediabilmente malato e alla fine della propria vita) è di fatto un alter ego dell’autore. In tanti avevamo pensato che I Tradimenti potesse risolversi in una sorta di testamento spirituale di Banks, l’ultimo sforzo prima di congedarsi dalla narrativa e dalla vita. E invece lo scrittore di Newton, Massachusetts, ha fatto in tempo a regalarci una nuova storia, nuova ma dal sapore antico, alla maniera di altri maestri, specie del Sud, ai quali questo romanzo sembra voler essere un tributo: Mark Twain, William Faulkner, Eudora Welty, Flannery O’Connor.
Nei primi anni Settanta, Harley Mann è un ex immobiliarista della Florida giunto al culmine di un’esistenza avventurosa, piena di ricordi e di nodi irrisolti. Harley ha un’urgenza. Harley ha una storia da tramandare, la sua. Per farlo ricorre al mezzo più efficace di cui dispone: un registratore a bobine Grundig TK 46. Un capitolo per ogni bobina. Harley parla parla, non si trattiene, per troppi anni si è trascinato nel petto un macigno, ma ora ha deciso di liberarsene per affermare una verità della quale perfino lui aveva dubitato. Ma qual è questa verità?
Abbiate pazienza, perché la storia di Harley Mann è lunga, più lunga delle 429 pagine del romanzo, per via delle mille cose accadutegli, vere o presunte, alcune, le decisive, mai chiarite del tutto.
La storia inizia negli anni Dieci del Novecento. Nella prima immagine c’è una vedova che con i suoi quattro figli maschi (due coppie di gemelli) e un quinto figlio in arrivo, lavora come una schiava in una piantagione della Georgia. Ma la permanenza alla Rosewell Plantation per i Mann è solo la prima tappa, la più infelice e faticosa di un’esistenza che di lì a poco riserverà nuove sorprese. Il debito che costringeva i Mann a vivere nel peggiore degrado viene saldato da John Bennett, il decano di una setta religiosa, gli shakers, che ha una colonia giù in Florida, a New Bethany.
Il viaggio dei Mann dalla Georgia alla Florida, su treni e chiatte a vapore, tra paludi e praterie, è un capolavoro di epica americana – questo romanzo non diventerà un classico della letteratura, questo romanzo è già un classico della letteratura. Perché il decano John, che dopo le prime cinquanta pagine del libro diventa una figura centrale della storia, ha deciso di saldare il debito dei Mann? È il primo dei dubbi che assalirà il piccolo Harley, geloso della madre e delle attenzioni a lei rivolte da quel patriarca-santone tuttofare, dall’accento da contadino del Kentucky, prodigo di buoni consigli, premuroso e soprattutto ligio all’Ora et Labora degli shakers, che impone ai propri adepti la rinuncia a ogni piacere della carne e per questo tiene gli uomini separati dalle donne. Buona parte del romanzo è il racconto delle giornate che si susseguono all’interno della colonia, con i ruoli che ciascuno è chiamato a ricoprire per mandare avanti le numerose attività che fanno di New Bethany una piccola nazione dentro la nazione. Chi si univa agli shakers doveva cedere alla comunità tutti i propri beni, e chi non possedeva nulla poteva destinare i figli al lavoro sotto la guida dei decani fino alla maggiore età. A New Bethany comandano il decano John e la decana Mary, e la disciplina militaresca stabilita dai due leader non ammette deroghe, raggiri, turbamenti. I shakers credono in Gesù e nella sua reincarnazione femminile: Madre Ann Lee “Il dovere degli shaker, il fine di ogni loro atto, consisteva nel vivere ogni istante come se quella seconda apparizione fosse già avvenuta”.
La comparsa nella colonia di Sadie Pratt, una giovane donna malata di tubercolosi e volontaria in un ospedale vicino, imprime la prima svolta alla storia, che da questo momento ruoterà intorno alle sole figure di Harley, Sadie e il decano John, tutti gli altri personaggi di colpo spariscono, finiscono fuori campo o diventano marginali. Harley è ancora un adolescente ma con Sadie è amore a prima vista. Tra i due ci sono sette anni di differenza; fino a pagina duecento sembrano tanti ma a due terzi del racconto la distanza si accorcia sempre di più fino ad annullarsi in un peccato irreparabile.
Harley, Sadie, John. Qual è il ruolo del decano in questo curioso o solo immaginato triangolo amoroso? Siamo alla seconda svolta del romanzo, che ora in avanti perde la sua matrice picaresco-religiosa per trasformarsi in un noir. La vicenda umana troppo umana di Harley e Sadie, la sua evoluzione triste, apre una breccia nel vano progetto di felicità alimentato dagli shakers. Tutti gli Eden nascondono una tentazione, leggiamo sulla quarta di copertina, e il paradiso di New Bethany non fa eccezione. La parabola biblica disegnata da Russell Banks è l’amaro resoconto di una speranza tradita, di una drammatica presa di coscienza che va oltre la fede e ogni possibile redenzione terrena.
“Tutti vogliono possedere la fine del mondo” è l’incipit del romanzo col quale Don DeLillo, alla soglia degli ottanta anni, inizia ad interrogarsi sul mistero della grande notte cosmica che lo attende. In Zero K, lo scrittore del Bronx affida al miliardario Ross Lockart la mission impossible di sospendere la vita per poi riprenderla dopo molti anni ricorrendo alla tecnica della criogenesi. Nel libro successivo, la fine del mondo si prefigura come un silenzioso black out che piomba senza preavviso su New York durante il Supebowl. Cormac McCarthy, che appartiene alla stessa generazione di DeLillo, sonda l’ignoto scrivendo due romanzi (Il Passeggero e Stella Maris) dal sapore molto delilliano. L’ultima frontiera di McCarthy non ha niente a che vedere con i deserti del New Mexico e del Texas: in Stella Maris le lunghe cavalcate di John Grady col suo socio Racey Lawlins e la romantica caccia alla lupa lasciano il posto a una fitta rete di dissertazioni filosofiche che vedono impegnata una ventenne dottoranda in matematica dal QI non testabile e il suo psichiatra. Alicia Western, questo è il nome della ragazza, è affetta da anoressia e da una grave forma di schizofrenia paranoide. Le sue allucinazioni, visive e uditive, hanno riempito le parti in corsivo dell’altro romanzo (Il Passeggero), che si apre proprio con la morte della ragazza per suicidio. È il 1972, in Vietnam si combatte senza sosta e gli strascichi della seconda guerra mondiale, almeno nella famiglia Western, non smettono di farsi sentire per le ragioni che spiegherò più avanti.
Breve premessa: quando si recensicono libri attesi da molti anni, scritti da monumenti della letteratura come Cormac McCarthy, si rischia di lasciarsi attrarre dalla forza centripeta dei condizionamenti, o di inciampare in invisibili forme di sudditanza che possono in vario modo falsarne il giudizio. Per quanto mi sarà possibile, proverò a scrollarmi di dosso ogni zavorra affettiva e a parlare del romanzo con il giusto e dovuto distacco. Ma non vi assicuro di riuscirci.
Come ne La scopa del sistema di Wallace, uno degli attori non protagonisti di Stella Maris è il filosofo austriaco Wittgenstein, rifacendosi al quale McCarthy ritiene che una grossa parte del parlato abbia origine da contenuti fino a un attimo prima sconosciuti al nostro inconscio. Come si realizzi questo processo già affrontato per la verità qualche millennio prima da Gorgia di Leontini (Nulla esiste, e se anche esistesse non sarebbe comprensibile, e se anche fosse comprensibile non sarebbe comunicabile agli altri), McCarthy non ce lo dice, ma il rapporto tra la realtà e la sua possibile rappresentazione linguistica e conoscibilità oggettiva (in questo caso il richiamo è a Kant) è uno dei temi principali affrontati nel libro, la cui struttura tra l’altro somiglia a quella dei Oi Dialogoi di Platone (“Non sfuggirò mai a Platone” si legge a pag. 111). Si può dire la stessa cosa circa l’uso e la funzione della parola, per la musica? (Alicia è anche una virtuosa del violino “La prima volta che ho sentito Bach ho avuto un’esperienza extracorporea”). Parebbe di no, “La musica non è un linguaggio. Non allude a niente se non a se stessa”, per quanto essa preceda le parole e prescinda perfino dall’umanità “Schopenhauer dice che se l’intero universo svanisse l’unica cosa che rimarrebbe sarebbe la musica”. Come spiegavo all’inizio, però, il vero centro di gravità (non più permanente) della fragile esistenza di Alicia, è la matematica, e la conversazione tra lei e il dott. Cohen, lo psichiatra che registra tutto, parola per parola, ne investe le più svariate applicazioni. A un certo punto della non-storia, le vicende personali di Alicia si sovrappongono a quelle del padre di lei e al suo rapporto professionale con Oppenheimer (il padre di Alicia faceva parte del gruppo di scienziati che ha lavorato sulla bomba che è stata sganciata a Hiroshima), da qui il mio richiamo precedente agli strascichi della seconda guerra mondiale. La questione paterna, già affrontata ne Il Passeggero, in Stella Maris viene sviscerata in una dimensione più intima, più umana. Tutto in Stella Maris è più intimo e doloroso, a cominciare dal contesto in cui è collocato il dialogo che compone il libro: la camera di un ospedale psichiatrico. La discussione o seduta psicoanalitica di Alicia è come l’estuario di un fiume, nella seconda parte diventa incontenibile e in alcuni passaggi di difficile comprensione per i numerosi rimandi filosofici. Cohen e Alicia si provocano a vicenda, l’uno diventa spalla dell’altro e la naturalezza del confronto-ascolto non è scontato. Negli Stati Uniti i due romanzi sono stati pubblicati insieme, in Italia a distanza di qualche mese l’uno dall’altro: prima Il Passeggero poi Stella Maris (la traduzione è di Maurizia Balmelli). Siamo sicuri che l’ordine giusto non sarebbe stato quello inverso? Io le due parti le avrei perfino accorpate in un unico romanzo e ridotto di una trentina di pagine almeno il dialogo di Alicia, che delle due è indubbiamente la più interessante. Stella Maris è un libro cerebrale, colto, la sintesi perfetta tra il lirismo barocco di Suttree e il minimalismo apocalittico de La Strada. A qualcuno forse non scalderà il cuore ma ne sentiremo parlare a lungo.
La vedova di un broker ucciso nell’attacco al World Trade Center cerca una bistecchiera nel box dove ha raccolto i ricordi della sua precedente vita matrimoniale. Sara è ancora giovane e di bell’aspetto, il suo secondo marito, Dave, le ha regalato un paio di tette nuove, siliconate. Muovendosi tra le cose che ha ammassato in quei pochi metri quadri, suo malgrado, Sara deve fare i conti con un passato bugiardo e contraddittorio. Brian “lo aveva cancellato del tutto… lo aveva semplicemente buttato via”, ma Brian è incancellabile, lui è ancora lì e continua parlarle, a rivelarsi attraverso necrologi, pagine di giornali, foto, appunti. Il box è la sua vera tomba, il “suo mausoleo”. Quella di Sara è una delle tre storie che compongono Scarti, romanzo uscito la prima volta nel 2013 e ripubblicato in Italia sempre da minimum fax dieci anni dopo con una nuova cover e la traduzione di Assunta Martinese.
Troppi Jonathan nella letteratura, scrive il Franzen di Purity, e tra i tanti, Miles è di sicuro il meno conosciuto, almeno da noi. E se il suo unico libro tradotto (Want Not) a suo tempo non ebbe molta fortuna, le ragioni di questa sua invisibilità o non curanza restano inspiegabili. Sì perché Scarti è un romanzo fuori dall’ordinario, per qualità, tecnica narrativa, per le dinamiche familiari che lo animano, soprattutto per il senso delle sue trame. Al di là della chiara riflessione etica sul consumismo e sullo spreco, evidente soprattutto nella vicenda di Talmadge e Micah, la coppia che occupa abusivamente un appartamento a Manhattan e rovista nei cassonetti per “restare fuori dal sistema… per dire no”, Scarti ha molto da dire proprio in termini di esplorazione del significato dell’essere e del sentirsi umani. Di più. Scarti è un romanzo sulla speranza e sulla possibilità di resistere a qualunque dramma, di opporsi al peggiore dei destini adattandosi a nuove forme, seguendo altri canali, meditando sul fine ultimo. A tutti i personaggi del libro capita di subire delle sottrazioni (La vita è una questione di sottrazione graduale, fa dire Richard Ford a Frank Bascombe in Tutto potrebbe andare molto peggio): lutti, abbandoni, incidenti, malattie. Ma questi uomini e donne umiliati o sconfitti Miles li sprona a non mollare, indica loro una via di uscita, una seconda opportunità, e la miracolosa convergenza delle tre storie, nel finale, ne attesta l’approccio ottimistico.
Elwin Cross Jr. è un docente di lingue morte “Delle 6500 lingue che esistevano adesso nel mondo, solo 600 sarebbero sopravvissute alla prossima generazione”. Seguitemi, la storia di Elwin è la parte migliore del libro. Sua moglie, Maura, lo ha lasciato per un altro uomo. Elwin sa che nel giro di qualche giorno perderà anche suo padre, perché smetterà di riconoscerlo per via dell’Alzheimer. La malattia sta progredendo e l’ospedale che lo tiene in cura ha deciso di congedarlo, di “rottamarlo”. Rottamare. È lo stesso verbo usato dal meccanico al quale si rivolge Jr. per quella leggera ammaccatura che ha ricevuto la sua auto a causa dell’investimento di un cervo. Rottamala. Ma lo scarto può ritornare in gioco, ci dice Miles. A tutto si può rimediare, perfino alla sottovalutazione di questo capolavoro – uno dei migliori romanzi americani dell’ultimo decennio – che minimum fax ripropone a lettori poco attenti perché possano dare al libro e a sé stessi una seconda chance. Dicevamo di Elwin. Il prof. è in sovrappeso e qualcuno gli consigliadi “mangiare solo metà porzione e buttare il resto nella spazzatura”. Gli avanzi finiscono sulle tavole di persone come Talmadge e Micha, ideologi del riciclo, la cui parabola apre uno squarcio su un’America impoverita e fuori dai radar (le tendopoli di San Francisco ne sono una testimonianza recente).
“Nel mondo c’è gente che ha fame. E guarda qua. Questi la roba da mangiare la seppelliscono”.
In uno dei momenti più divertenti, forse ispirato dal monologo dell’insozzatore di cessi di Infinite Jest di Wallace, il cinico Dave, che dopo Sara finirà per sedurre anche la figlia di lei, si ferma a guardare il suo stronzo perfetto al centro del water “lo stronzo che un uomo potrebbe provare a produrre per una vita intera senza mai riuscirci”. Dave pensa che sarebbe un peccato tirare lo scarico e cancellare per sempre quel prodigio irripetibile. Vorrebbe fermare il tempo, conservare il gesto, testimoniarlo, tramandarlo. Decide che lo stronzo va fotografato, immortalato perché anche gli altri possano vederlo. È l’immagine torbida e iperbolica che racchiude meglio di ogni altra il senso di un libro generoso e straziante.
Angelo Cennamo
NOTA
Torno sul romanzo di Miles che ho appena recensito per aggiungere non so bene neppure io cosa. È che scrivendo e rileggendo più volte la recensione, forse per la prima volta ho avuto la sensazione di non aver detto tutto quello che avrei voluto dire. Mi è sfuggito qualcosa, qualcosa di inafferrabile, di intraducibile. Scarti è un concentrato di storie che si dilatano oltre la normale misura di una narrazione tipo. Entrarci è come abitare uno spazio con tutto il corpo, non solo con la mente o l’immaginazione. In questo libro ho camminato, toccato pezzi di carta, assaggiato del cibo, parlato con un malato di Alzheimer, accarezzato un cervo investito e sul punto di essere fatto a pezzi, mi sono seduto sul divano con un’adolescente e il suo patrigno perverso, ho letto delle mail, mi sono scontrato con un fanatico attivista antisistema, ho pianto, ho rimesso in discussione alcune delle mie convinzioni. Insomma non vi ho detto tutto. Mancano dei pezzi. Scarti anche questi di una meditazione su un luogo ora inaccessibile ma nel quale forse riuscirò ad entrare in altri momenti.
Di come sia celebrato e riverito in patria Colson Whitehead, lo scrittore americano più premiato degli ultimi trent’anni almeno, mi pare di averne già parlato anche su questo blog: due Pulitzer e un National Book Award vinti in poco meno di trentasei mesi con La Ferrovia Sotterranea e I Ragazzi della Nickel, e un terzo Pulitzer sfiorato nel 2001 con John Henry Festival. Piuttosto non vi ho ancora detto nulla del GRNN, il Grande Romanzo Nero Newyorchese al quale Whithehead ha iniziato a lavorare due anni fa con Harlem Shuffle (Il Ritmo di Harlem) nella scia di altri grossi autori che lo hanno preceduto, non ultimo E.L. Doctorow (Ragtime). Lo faccio adesso in occasione dell’uscita di Crook Manifesto (Manifesto Criminale – Mondadori editore, 378 pagine, traduzione di Silvia Pareschi), secondo capitolo di un progetto ambizioso e magari un giorno destinato a realizzarsi in altre forme oltre quella letteraria, cinema o serie tv – per la sceneggiatura basterà fare il copia-incolla col testo dei romanzi o aggiungere poco altro.
Crook in inglese vuol dire imbroglione, delinquente, definizione perfettamente calzante alla fauna umana che popola il romanzo o per meglio dire i tre romanzi inclusi nel libro, tra loro connessi in modo da formare un… sto per dire una brutta parola, tenetevi… AFFRESCO …ecco l’ho detta… del decennio più complicato della storia recente di New York: gli anni Settanta. Il protagonista di questa lunga vicenda iniziata con il romanzo precedente è un afroamericano di mezza età: Ray Carney. Il suo Carney’s Furniture, sulla 125ma, è il più avviato negozio di mobili di tutta Harlem, ma anche luogo o covo di strani traffici. Carney è quello che si dice un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ed è per questo che ha finito per riciclarsi nella ricettazione (Carney preferisce chiamarla “Ricambio” la circolazione delle merci nella sua sfera illecita). Niente di serio eh, una parentesi breve, giusto il tempo di fare un po’ di grana e sistemare il negozio, comprare un paio di immobili, mettere da parte qualcosa per i figli. Oggi Carney riga dritto, così dice lui. Il fatto è che “il delinquente resta delinquente”, c’è poco da fare, e l’occasione per ricascarci è assai più banale di quanto si pensi, lo sono perfino un paio di biglietti per il concerto dei Jackson Five al Madison Square Garden. Glieli procurerà il detective Munson, ma il prezzo che Carney dovrà pagare sarà altissimo. Munson è il volto della polizia corrotta e tangentista smascherata da quel Frank Serpico, personaggio veramente esistito, portato al cinema da Al Pacino e Sidney Lumet.
Dicevo dei tre romanzi che compongono Crook Manifesto: con RINGOLEVIO siamo nel 1971. Ringolevio è un gioco che bene o male abbiamo fatto tutti da ragazzi: guardie e ladri, acchiapparello, nascondino, secondo le diverse declinazioni. È la parte migliore del libro, quella in cui assistiamo alla nuova metamorfosi di Carney: l’uomo, il marito, il padre, l’imprenditore (la metanarrativa di Whitehead che diventa spot da Poltrone & Sofà per decantare la merce del Carney’s Furniture, è magnifica) al centro della storia (privata e pubblica) di una New York che non ha ancora smaltito i postumi delle Pantere e degli assassini di Martin Luther King e Bob Kennedy, e che ora sta per imboccare un tunnel ancora più buio, se possibile, flagellata com’è dalla violenza di strada, dalla droga e dalla sporcizia “Capivi che la città stava andando in malora quando anche l’Upper East Side cominciava a fare schifo… Si insinuava in tutti, come una tenebra che dilagava sopra l’East River e penetrava nel vasto reticolo di strade, il timore che le cose non fossero più come prima e sarebbe passato molto tempo prima che ritornassero a posto”.
NEFERTITI T.N.T. sposta le lancette a due anni dopo. Carney non c’è. Sulla scena compaiono Pepper, un autentico delinquente afroamericano, e il suo sodale Zippo, altro personaggio eclettico, multiforme, fotografo porno soprattutto “Harlem era cambiata. I delinquenti non avevano un codice d’onore, e neppure un briciolo di classe”.
Nefertiti T.N.T. è il titolo di un film ambientato negli stessi luoghi del romanzo, un gioco di specchi che riflette le storie e che ne anticipa, forse, la destinazione finale.
Carney ricompare nel 1976 ne I LIQUIDATORI, la parte più cruenta e cinica, occupata da una lunga serie di incendi che flagellano la città piegandola al malaffare di faccendieri e assicuratori senza scrupoli. La New York di Whitehead è la metropoli cupa e violenta che abbiamo conosciuto in romanzi come City on Fire di Garth Risk Hallberg, Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann, La Fortezza della Solitudine di Lethem. I mobili di Ray Carney sono come le Toyota di Coniglio Angstrom nella saga di John Updike. Altro viaggio, altre suggestioni di un’America che non si può fare a meno di leggere e di amare. To be continued.