Un romanzo che esce in contemporanea mondiale, con la stessa cover e lo stesso titolo in tutti i paesi (brevissimo, una sola parola, un nome di donna che campeggia su una vecchia casa vittoriana in mezzo al buio), desta una certa curiosità. Non vi pare? Se poi l’autore del romanzo in questione è Stephen King, allora non si può fare a meno di correre in libreria ad acquistarlo, questo romanzo, e a tuffarsi nelle sue cinquecentosei pagine con avidità, smangiucchiando unghie e polpastrelli senza alcun ritegno, come un ragazzino davanti alla nuovissima versione del suo videogame preferito. Direi che possiamo convenire anche su questo. Ma andiamo avanti e parliamo di Holly, l’ultima creatura del Re della letteratura americana, arrivato in Italia con Sperling & Kupfer e la traduzione di Luca Briasco. La figura dell’investigatrice privata Holly Gibney i lettori più affezionati di King l’avevano già incrociata in una fortunata trilogia di qualche anno fa, che di fatto spalancò allo scrittore di Portland le porte del crime seriale: Mr Mercedes, Chi Perde Paga, Fine Turno. Nel nuovo romanzo, Holly è sulle tracce di Bonnie Dahl, una ragazza scomparsa misteriosamente dopo essere uscita di casa in bici. La polizia non è riuscita a cavare un ragno dal buco (capita spesso nei thriller americani che la polizia non basti a risolvere dei casi giudiziari) ed è per questo che sua madre Penny si è rivolta alla nota agenzia Finders Keepers. Attenzione: la scomparsa di Bonnie potrebbe essere legata a una serie di altre sparizioni avvenute nella stessa zona nell’arco di un decennio. Holly arriverà a questa conclusione attraverso un’indagine dettagliata e per tante ragioni complicatissima, non ultima la pandemia da Covid. Chi segue abitualmente King sui social sa bene quali siano state negli ultimi anni le più grandi ossessioni del Re: l’ostracismo dei No Vax, Trump, l’avvento di Elon Musk su Twitter. Escludendo la terza, troppo recente per finire nel romanzo, King ha voluto impastare la sua trama con le altre due, correndo il rischio di sembrare, nel primo caso, un moralista, nell’altro un vassallo di Biden. Trump è la causa della rottura dei rapporti tra Holly e sua madre Charlotte, e del divorzio di Penny Dahl, il cui marito si è pure beccato il Covid perché “il suo idolo si è sempre rifiutato di portare la mascherina”. Nella famiglia di Holly il Coronavirus ha lasciato un segno terribile: Charlotte è morta per non essersi vaccinata; il suo socio, Pete, è finito in ospedale per via della stessa diffidenza. Ma Holly è prudente, se ne va in giro munita di mascherina, non stringe la mano a nessuno, mantiene le distanze, chiede ai suoi interlocutori se hanno fatto la doppia dose. Holly è un’accanita fumatrice, crede nella medicina, crede soprattutto in Dio. Holly fuma, prega, disinfetta. L’assenza forzata di Pete la costringe a raddoppiare gli sforzi tra mille difficoltà. Ma l’eroina di King non è sola. Al suo fianco giostrano il giovane Jerome e sua sorella Barbara. I due ragazzi di colore danno maggiore respiro alla storia e consentono di allargare il tiro a un altro dei temi che a King sta molto cuore: la scrittura. Barbara è un aspirante poetessa. Le fa da mentore la centenaria e pluripremiata Olivia Kingsbury, nel cui nome King si diverte a celare se stesso. Le dritte di Olivia alla sua allieva sono un felice richiamo a On Writing, il saggio di scrittura sul quale si sono forgiate generazioni di scrittori. Il Midwest di Holly è un agglomerato di grandi magazzini, vecchi Drive In, parchi desolati, autorimesse. La geografia urbana flagellata dalla pandemia è credibile, onesta, attuale.
Dicevamo delle sparizioni. Cosa e chi si nasconde dietro questo disegno criminale? Le indagini sembrano indirizzarsi verso una coppia di attempati professori universitari che vivono in una casetta vittoriana nei pressi di un college prestigioso. Pare che i due abbiano escogitato uno strano modo di curare la sciatica e pure la demenza senile. La malattia, la morte, la paura di invecchiare, l’illusione della poesia che ci rende immuni: King mischia le carte, muove le mani, e tira fuori dal cilindro uno dei suoi pezzi migliori degli ultimi anni. Holly è un crime dalle sfumatore horror. Del crime vi ho già detto, l’horror scopritelo da soli.
In un posto sperduto sulle montagne dello Stato di New York, Sam Dent, uno scuolabus precipita in una scarpata. Muoiono quattordici ragazzi, altri si salvano. A salvarsi è anche Dolores Driscoll, l’autista del mezzo che da vent’anni passa a prendere gli studenti di questo paesino nascosto nella neve, poco distante da Lake Placid, che si anima, si fa per dire, solo durante le vacanze. La storia inizia nel day after ed è raccontata da quattro voci, una delle quali è proprio quella di Dolores. Ho detto la storia, in verità i narratori (il padre di due ragazzi morti, un avvocato venuto da New York per accaparrarsi i mandati delle famiglie delle vittime, una studentessa sopravvissuta che però ha perso l’uso delle gambe) dicono molto di più rispetto alla sola versione dei fatti: ci fanno entrare nelle loro vite, confessano segreti, abusi, infelicità, tradimenti. Le bisettrici di Banks sono due: interno – esterno, vero – falso. L’unico protagonista che non fa parte della comunità di Sam Dent è Mitchel Stephens, l’avvocato. Mitchel è un professionista affermato della Grande Mela. Quando si trasferisce sul luogo dell’incidente viene percepito come un intruso, il suo distacco ammantato di retorica e di ottimismo sulla riuscita delle cause di risarcimento, inizialmente suscita diffidenza. Chiunque assocerebbe quella tragedia all’idea di un processo che porti a indennizzi milionari, eppure le famiglie di Sam Dent non vogliono essere permeate da nessuna forma di giustizia. La sola presenza dell’avvocato sul luogo dell’incidente crea scompiglio, nuova agitazione. Sembra che a nessuno interessi sapere chi è il colpevole. Di più. Sembra che nessuno sia veramente sopravvissuto a quella tragedia: a Sam Dent sono morti anche i vivi. Dove vuole andare a parare Russell Banks? Qual è il senso di questo bellissimo Il Dolce Domani, romanzo del 1991, in Italia fuori scaffale da anni e tornato disponibile grazie al Corriere della sera con la collana Americana curata da Sandro Veronesi? Si direbbe un thriller. Forse lo è. Ma la chiave della storia è fuori dal meccanismo del romanzo di genere al quale siamo abituati. Dicevo interno – esterno. La notizia dello scuolabus che precipita nel burrone fa il giro degli Stati Uniti, deflagra sui media, ma Banks di rimbalzo ci porta negli angoli più invisibili di queste vite spezzate. Dentro le case, nelle camere da letto, negli armadi. Billy Ansel, il padre di due ragazzini morti, ha una relazione clandestina con la madre di un’altra delle vittime. È un reduce del Vietnam (l’esterno che in un altro tempo ha già violato l’interno di Sam Dent) e per non soccombere alla malasorte (Billy è anche vedovo) si lascia andare all’alcol e al sesso con Risa, la moglie del suo migliore amico che incontra in una camera d’hotel al buio. Interessante è la svolta che Banks riserva alla vicenda dei due amanti: dopo l’incidente, tutto si ferma, si resetta, alla passione subentra l’indifferenza. Nichole Burnell, la ragazzina sulla sedia a rotelle che più avanti devierà il corso del processo, ha un conto aperto con la sua famiglia “Per me, le mie gambe valevano tutto allora e niente adesso. Ma per mamma e papà, niente allora e un paio di milioni di dollari adesso” dirà a un certo punto. Nelle battute finali, il cinismo di Nichole prevarrà su quello dell’avvocato. È il miglior colpo di scena. D’accordo, di chi è allora la colpa dell’incidente? Si chiede il lettore attraversando questo prisma di versioni. Il vero non è vero, il falso non è falso, e qualcuno lo avrà pure capito. Che importa, a Sam Dent sono morti anche i vivi.
Il cielo livido a Claremont minaccia pioggia e le strade deserte del primo pomeriggio fanno sembrare la città un luogo inospitale. Nell’aria c’è un che di sinistro. Arrivo in perfetto orario. Dal sedile del taxi riconosco la casa dalle vetrate ampie e dai cani che si rincorrono dietro al cancello. Lui è davanti alla porta di ingresso, in piedi: pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica, felpa e smanicato, gli occhiali alla John Lennon e l’immancabile bandana. Nella mano destra ha una bottiglia di Gatorade, come se avesse da poco terminato una corsa. Ha il viso stanco e non sembra contento di vedermi. Buongiorno, dico, avvicinandomi al prato inglese che circonda la casa. Salve, risponde lui, accennando un sorriso di circostanza. Con l’altra mano mi fa segno di entrare. Chiama i cani a se’ rassicurandomi che non mi faranno niente. Fa cenno al giardiniere di spegnere gli idranti. È più alto di quanto ricordassi. Ciao. Mi saluta di nuovo, in italiano. Questa volta sorrido io. Ci stringiamo la mano. È visibilmente sudato. Non mi sbagliavo: poco prima aveva fatto jogging. Mi fa accomodare nel salone a pianterreno, su un divano di pelle bianca. Davanti al divano c’è un tavolino basso, di legno nero, tipo Ikea, sopra dei barattoli vuoti di Pepsi, popcorn dappertutto e una copia di Infinite Jest aperta. Le pagine sono scarabocchiate di rosso. La mia copia, invece, quella che mi sono portato dall’Italia per la dedica, è intonsa come se non avessi mai letto il libro. Sulle pareti, poster di tennisti, una famosa stampa di Warhol e una foto sua in compagnia di Jonathan Franzen. Jon è il mio migliore amico, dice. Come la preferisci l’intervista? Sai è una giornataccia. Oh, mi dispiace. Insomma, non è un buon momento. Mi dispiace, non sapevo. No no, niente di grave. È che sono impegnato con una roba grossa, un libro che non riesco a finire. Un vero tormento. Racconta una mia esperienza personale a Peoria, nell’Illinois. Vorrei che sembrasse un romanzo ma non lo è. Parlo della noia ma non vorrei essere noioso. È pazzesco, lo so. Sono a metà, più o meno. Vuoi una Pepsi? Sei italiano, preferirai del vino. No, grazie, va bene la Pepsi. Ok, vado a prenderla e cominciamo. Nella breve assenza vengo attratto da uno scaffale sul lato destro della stanza. È appesantito da un centinaio di libri. Sulla parte alta sono accatastate delle racchette. Provo a leggere i titoli e i nomi degli autori ma sono troppo distante. Eccolo che arriva. Allora, come è andato il viaggio? Male, grazie. Ho una paura fottuta degli aerei. Come me! Accidenti, allora avevi proprio voglia di vedermi. Di’ un po’, Infinite Jest lo hai letto per davvero? Non sarai per caso uno di quei giornalisti che vengono qui a intervistarmi dopo aver dato un’occhiata su internet? Certo che l’ho letto! L’ho letto tutto, dalla prima all’ultima pagina, note comprese. Ok ok. Comunque scherzo, non farci caso. Allora, Dave, partiamo? D’accordo, vamos! Clicco sul tasto play del registratore. Emozione.
Infinite Jest lo hai scritto nei primi anni ’90. Come è cambiata l’America in tutto questo tempo? Molte cose che hai messo nel libro si sono avverate. Penso ad esempio al problema della dipendenza. Internet.
Non è cambiata affatto, anzi, vedo tante persone chiuse in casa. Giovani ipnotizzati dai social. Degli zombie scollati dalla realtà. Poco empatici. Famiglie di sociopatici. L’intrattenimento plagia, uccide. Nel romanzo parlo di una strana cartuccia. Oggi la cartuccia è lo smartphone.
I protagonisti del tuo romanzo sono giovani tennisti che per il successo sono disposti a tutto
Esatto. Non hanno alternative al successo. È un obbligo al quale non possono sottrarsi. Vivono in una società che ha fatto della competizione la prima ragione di vita, forse l’unica. Voglio dire, ti fanno credere che se arrivi secondo non vali niente. E allora non puoi consentirti di perdere. Sconfitta uguale emarginazione, emarginazione uguale morte.
Da ragazzo hai giocato a tennis, eri una giovane promessa
Sì. Ho scritto dei saggi sul tennis. Adoro i tennisti come Roger Federer: talento, forza atletica, umiltà, passione, poesia. Da ragazzo me la cavavo, facevo dei lob perfetti. Poi ho avuto un incidente e ho dovuto abbandonare.
Quante copie ha venduto nel mondo Infinite Jest ?
Non lo so di preciso. Credo molte. Non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che un libro di milletrecento pagine, così complicato, potesse piacere a tanta gente. Comunque sia, non scrivo con l’assillo delle vendite, non ho mai aspettative di questo tipo. Però fa piacere sapere che quello che scrivi viene apprezzato, viene condiviso dagli altri. Come dire, è gratificante. Sì, gratificante.
Molti giovani non leggono, sono presi solo da internet, dai social. Credi che la letteratura, i romanzi, sia una roba superata?
Bella domanda. Spero di no. La scrittura cambia pelle, evolve in altre forme. Io penso che sopravviverà. La vita è racconto, diceva un filosofo che ho studiato al college. Tutti hanno voglia di raccontarsi, farlo nei gruppi di wa o con i social è lo stesso. Può essere letteratura anche quella, no?
A proposito di scrittura, molti ti considerano un genio perché hai inventato un nuovo modo di fare letteratura. Dicono che dopo di te la letteratura non è più la stessa. Ne sei consapevole?
Dicono così? Be’, mi rendo conto di essere un po’ strano, questo sì. Diciamo che mi diverte superare certi steccati, sperimentare, sorprendere i lettori. Ma non lo faccio per esibire il mio presunto tra virgolette talento. Non lo faccio per dire ai lettori: vedete come sono bravo o roba del genere. Non mi interessa. Cerco solo di essere me stesso, di mostrare la mia natura intima senza filtri e senza ricorrere alla retorica della prosa più convenzionale. A volte mi chiedono della punteggiatura. La punteggiatura è una convenzione. Quando parli con qualcuno, i punti e le virgole non li vedi. Però, attenzione, esiste un limite, non si può stravolgere tutto. Ne ho scritto anche in un saggio sul prescrittivismo.
C’è una frase in questo libro che mi piace molto: “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi”
(Ride). Piace molto anche a Karen (sua moglie). L’ho rubacchiata al mio amico Don (DeLillo). In Rumore Bianco Don ha scritto qualcosa di simile, dice a bassa voce. Gli arcobaleni neri sono il bene e il male che ci portiamo dentro. Tutti abbiamo un arcobaleno nero. Ci fa paura, è lo spettro di uno spirito maligno, vorremmo cancellarlo. Mi piace pensare che le mie storie possano aiutare le persone a guardarsi dentro e a non avere paura di quel colore, il nero intendo.
Nel 2006 sei venuto a Capri – Napoli – la mia città
Wow! Yeesss! Ho mangiato delle insalate di polpi magnifiche. Se vuoi ordino una pizza, ma non farti illusioni: qui non siamo a Marechiaro. Scusa, mi avevi chiesto di Capri. Sì, ci venni con Jonathan e Jeffrey (Eugenides) per un convegno organizzato da Antonio Monda, mi pare si chiamasse così. Sì, ricordi bene. Nel pubblico c’ero anch’io. Fu un esperienza straordinaria in tutti i sensi. Conservo dei bei ricordi. Non sapevo che la letteratura americana dalle tue parti avesse un grande seguito. Mi piacerebbe tornarci, ma è troppo lontano e non amo i viaggi lunghi. Soprattutto in questo periodo.
Qual è, se esiste, il libro al quale ti senti più legato?
Non saprei, ne ho scritti così pochi. Quello al quale sto lavorando adesso forse è il libro che mi somiglia di più. Da qualche settimana però sono fermo. Non riesco ad andare avanti. Non c’è verso. È angosciante. Non mi era mai accaduto prima. Forse ho solo bisogno di una pausa. Vieni. Si alza di scatto dal divano.
Dove andiamo? In garage. Voglio mostrarti il materiale che ho raccolto. Il garage è dietro la casa. Per arrivarci attraversiamo un vialetto laterale. I cani ci seguono. Dave alza la porta di ferro marrone scuro, con le scanalature. Entrando vengo investito da un tanfo di panni sporchi e di cibo avariato. Lo stanzone è molto profondo, silenzioso e illuminato solo dalla luce artificiale di un grosso neon installato al centro del corridoio iniziale. Lungo la parete sinistra sono ammassati degli scatoloni pieni di libri. Più avanti altri scatoloni con appunti, dischetti e quaderni vari. Dave mi mostra alcuni manoscritti. Sono illeggibili. Mentre si abbassa di nuovo mi guardo intorno. A un tratto il mio sguardo si posa su un particolare del soffitto: il corridoio del garage è attraversato in senso longitudinale da alcune travi di legno massiccio. Dave si volta. Vede che ne sto fissando una in particolare. In quel punto il legno è scheggiato, e sulla parte centrale ci sono delle lettere cerchiate. Mi guarda. Scuote il capo. Vuoi sapere se è accaduto qui? Quella domanda, così diretta, mi toglie il fiato. Cosa? No, veramente. Eddai, l’ho capito a cosa stai pensando. Se ti interessa, sì, è successo lì, dove ti trovi adesso. Proprio in quel punto. Ma non chiedermi altro, ti prego. E non scriverlo sul blog, mi raccomando. Il volto di Dave ha cambiato espressione. È come se la mia curiosità avesse profanato la sua tomba. D’accordo, gli dico scusandomi. Scusandomi, e per cosa? Non è stato lui a condurmi nel garage? Ok ok, lascia stare, mi dice, aggiustandosi la bandana sulla fronte.Usciamo. Dave chiude la porta del garage tenendo sotto il braccio degli appunti che ha preso da un cassetto di una scrivania ricoperta di faldoni ben ordinati su tre file. Riattraversiamo il vialetto e ritorniamo in casa. Il sole è calato e si alzato un leggero vento. Scusami, Dave, non volevo. Provo a ricucire lo strappo. Tranquillo. Lascia stare. Ora però se non hai altre domande sul libro, io andrei. Sono esausto, non dormo da chissà quanti giorni e domani ho un’altra giornata complicata. D’accordo, Dave. Ok. A proposito, non ho ancora firmato la tua copia, dice spalancando gli occhi. Poi prende un pennarello nero dal tavolo e allunga il braccio per ricevere la mia versione italiana di Infinite Jest. Per me è il momento più emozionante. Sulla pagina bianca che precede il primo capitolo scrive: “Al mio amico (friend) italiano A. – Dave Wallace”. Ecco fatto. Ah, un’ultima domanda. Dimmi. Come ti piacerebbe essere ricordato, un giorno? Fammici pensare. Mm… “Un antidoto contro la solitudine”. Così. Ci salutiamo con un abbraccio. Mi accompagna alla porta. Grazie di tutto. Grazie a te e buon viaggio, mi dice passandosi una mano tra i capelli. Attraverso il prato inglese avviandomi verso il taxi che mi sta aspettando oltre il cancello. Sta cominciando a piovere. Uno dei cani mi segue scodinzolando fino all’auto. Entro in macchina. Mi accascio sul sedile di pelle. Oddio il libro! Dove l’ho messo? Che stupido, devo averlo dimenticato sul divano. Ripercorro il viale di corsa sotto la pioggia che in pochi minuti ha iniziato ad infittirsi. Busso alla porta bagnato fradicio. Non mi sente. Ribusso. Busso ancora. Viene ad aprire un signore anziano con degli strani occhiali e un cappellino dei Lakers. Chi sarà? Non ricordo di averlo visto prima. Scusi, gli dico con imbarazzo, cercavo Dave, Dave Wallace. Chi è lei? Sono un amico, un suo amico italiano. Mi guarda stranito. David Foster Wallace, intende? Lo scrittore? Sì, proprio lui. Ma Mr. Wallace è morto diversi anni fa. Non abita più qui.
Nel 1971 John Fante è un discreto sceneggiatore hollywoodiano con un passato da scrittore di insuccesso. Oddio, nel 1957 con Full of Life (“L’ho scritto per soldi, non è un buon romanzo”, scriverà in una lettera), una certa visibilità se l’era pure guadagnata. Manca ancora qualche anno a La Confraternita dell’Uva, il capolavoro della maturità che sfiorerà il cinema con Francis Ford Coppola, Fante butta giù un centinaio di cartelle sperando che il suo editore possa farle diventare un romanzo. Non c’è verso: Il Mio Cane Stupido uscirà solo quindici anni dopo, quando lo scrittore di Denver è già passato a miglior vita. Del resto, la sua è una lunga storia di ripubblicazioni pretese dal discepolo Bukowski e di successi postumi, basti pensare a Chiedi alla Polvere o a La Strada per Los Angeles.
Come La Confraternita, anche Il Mio Cane Stupido doveva diventare un film (con Peter Sellers e Frank Sinatra), poi però non se ne fece niente. Il protagonista del romanzo è Henry Molise, l’alter ego della seconda parte della carriera di Fante. Henry è uno scrittore di mezza età, disoccupato, costretto a mantenere la famiglia scrivendo per il cinema. Sogna di cambiare vita, di andarsene a Roma tra i suoi veri compaesani. Ha una moglie, Harriet, stufa di lui e quattro figli che non gli somigliano per niente. Quattro spine nel fianco. La comparsa in giardino di un cane randagio (Stupido), sornione ma perennemente eccitato, lo aiuterà ad uscire da quello stato di avvilimento nel quale è piombato da molti mesi. Stupido non sarà particolarmente educato, obbediente, ma ha una dote che a Henry manca: il coraggio, la sfrontatezza. Quando Stupido si scontra con gli altri cani del vicinato e li sodomizza, Henry gioisce. Ne è fiero. Stupido ha tolto a Henry la pace, la poca che gli è rimasta, ma quella strana bestia, grossa, pelosa, goffa, scomposta e arrapata, è la sua rivincita, il riscatto contro l’insuccesso dei libri rifiutati o poco venduti, le auto che non si è potuto permettere, le donne che lo hanno respinto. Un romanzo breve, divertentissimo e amaro come tutte le storie di Fante. Una meraviglia.
Di Bentley Little, scrittore sessantenne dell’Arizona, si sa poco; Little ha un’indole solitaria, non ama i circuiti letterari né i social, e l’isolamento che si è autoinflitto da quando ha iniziato a scrivere contribuisce ad alimentare intorno alla sua figura una specie di aura leggendaria (Salinger e Pynchon docent). The Consultant, pubblicato negli Usa nel 2022 e arrivato in Italia quest’anno con l’editore Vallecchi e la traduzione di Ariase Barretta, è il suo ultimo romanzo. Tutta la vicenda è ambientata all’interno di una società californiana di software. La CompWare – questo il nome della società – naviga in cattive acque, e la mancata fusione con un’altra azienda, fallita per un soffio, ha finito per acuirne la crisi in modo irreversibile. Austin Matthews, l’amminisrratore delegato, gioca la sua ultima carta ingaggiando uno staff di consulenti affinché gli analizzino le ragioni della crisi e gli diano dei suggerimenti per rimediare al dissesto e invertire la rotta. Si chiama BFG, nessuno sa cosa significhi l’acronimo, ma le credenziali di questa società di consulenza sono le migliori possibili. Regus Patoff è il volto della BFG. La mente. La voce. Insomma la BFG è Regus Patoff e nessun altro. Patoff è uno dei due protagonisti del romanzo, un horror aziendale che nelle sue trecentottantasette pagine, fittissime, racchiude l’eterna lotta tra il bene e il male. Il bene è Craig Horne, dirigente della CompWare. Craig è sposato con Angie e ha un figlio di nome Dylan, un bambino sensibile alla lettura e così innamorato del padre che non vorrebbe mai separarsene. La storia della CompWare viene raccontata parallelamente a quella della famiglia di Craig, normalissima, piuttosto unita. Le due trame sono indissolubilmente legate fra loro non solo per le ripercussioni nel privato della crisi societaria ma perché la BFG a un certo punto della storia arriverà ad occuparsi anche del Pronto Soccorso dove lavora Angie. Regus Patoff ci viene descritto come un uomo alto, magro, dallo sguardo gelido. La sua natura è compressa da Little in una dimensione umana che sembra avere diverse eccezioni. La CompWare cambia forma e struttura come La Casa di Foglie di Mark Danielewski. Patoff manda centinaia di mail in poche ore, compare misteriosamente nel salotto di Craig e di Matthews senza preavviso. Apprende con cinica soddisfazione delle numerose morti sospette all’interno dell’azienda, al punto da far ritenere che dietro quelle sparizioni ci sia proprio lui. Patoff è un mostro: sottopone i dipendenti della CompWare a continui colloqui videoregistrati e preceduti da preghiere. Spia il personale anche nell’intimità e lo costringe a seguire standard estetici e alimentari. Insomma, da controllore la BFG si trasforma in una specie di cancro che divora tutto (anche la dignità), dal quale la controllata non riesce più a liberarsi. Quanto durerà quel regime orwelliano? Sono lecite le restrizioni e le umiliazioni che Patoff impone agli impiegati della CompWare? Se lo chiedono tutti. Eppure qualunque soglia di tollerabilità venga superata né Matthews né Craig riescono a porre fine a quella assurda sudditanza.
The Consultant è una straordinaria parabola sulla violazione della privacy e sulla manipolazione. Little, non a caso laureato in comunicazione, ci mette in guardia dal potere della politica, della pubblicità, e dei social. Nel romanzo non mancano spunti di macabro umorismo. Tutto corre sul filo del paradosso, della rassegnazione e del mistero, alla maniera di certe trame di Stephen King, scrittore dal quale Little sembra aver preso molto. Che ne sarà di Craig Horne e di Regus Patoff? Buona lettura.
1987, uno studente universitario di Ithaca (NY), cresciuto nel Midwest, riscrive la propria tesi di laurea in filosofia e ne fa un romanzo bislacco folle ma per tante ragioni destinato a lasciare un segno nella letteratura americana, in quegli anni alle prese col minimalismo di personaggi come Carver, Ellis, Leavitt, McInerney. Si chiama David Foster Wallace, di lì a poco diventerà uno degli scrittori più innovativi della sua generazione, e a seguito della morte, avvenuta per suicidio a soli quarantasei anni, una vera e propria figura di culto. Definire lo stile di Foster Wallace è complicato anche per un linguista arguto come Stefano Bartezzaghi che del suo romanzo di esordio ha curato la prefazione italiana per conto di Einaudi. Postmoderno, si è detto. Ma c’è dell’altro. La scrittura è vertiginosa, ellittica, in alcuni passaggi ostica, incomprensibile, in altri più snella perché Wallace sa tradurre, scomporre pensieri complessi e rivestirli di nuove forme pop, avvicinare l’alto al basso, ispezionare la mente dei suoi personaggi, destrutturare sinapsi, offrire al lettore secondi e terzi punti di osservazione.
La Scopa del Sistema racconta le avventure di Lenore Beadsman, una ragazza fragile e insicura che si mette alla ricerca della bisnonna novantenne (ultima allieva del filosofo Wittgenstein), fuggita misteriosamente dalla casa di riposo insieme a un folto gruppo di altri pazienti e infermieri. Tutto quello che accade nelle cinquecentosettantacinque pagine del romanzo: la difficile relazione – diciamo pure l’impossibile relazione – tra Lenore e Rick Vigorous, l’ultraquarantenne conosciuto nello studio di uno psicanalista; la popolarità di Vlad l’Impalatore, l’uccellino che recita sermoni religiosi su una tv via cavo (in Telegraph Avenue di Michael Chabon c’è un pennuto che gli somiglia molto – Telegraph Avenue è uscito nel 2012); i problemi di tossicodipendenza del fratello minore di Lenore, LaVache, ragazzo nato con una sola gamba; insomma tutta questa proliferazione di storie, ognuna delle quali costituisce un romanzo dentro il romanzo, fa da corollario alla traccia centrale del libro che è proprio l’assenza della bisnonna filosofa. I pezzi cuciti da Wallace intorno alla vicenda della scomparsa non seguono una linea retta, la struttura è volutamente disarmonica, con una punteggiatura avventurosa, ma l’incastro tra le diverse sottotrame è efficace così come l’alternarsi degli spunti comici alle parti più filosofiche, i continui richiami agli studi dell’anziana fuggiasca: aporie, antinomie, messaggi cifrati; dettagli oscuri, in alcuni casi indigesti, che tuttavia stimolano la curiosità del lettore attirandolo in un vortice ipnotico. Ho riletto per l’ennesima volta La Scopa del Sistema, complice la nuova edizione curata da Sandro Veronesi per il Corriere della sera con la prefazione di Edoardo Nesi – la scelta di Nesi non è casuale, Nesi è il traduttore di Infinite Jest – anche per testarne la resistenza al tempo: Wallace è un autore generazionale? Quante volte ce lo saremmo chiesto. Direi di no; a distanza di anni, se possibile, ho trovato il romanzo migliorato, come se a ogni rilettura si sprigionasse una nuova brillantezza, si consolidasse il mito. Quando La Scopa fu pubblicato non mancarono voci dissonanti di chi contestava a Wallace un eccesso di narcisismo e liquidava la sua opera prima come un vibrante esercizio di stile, nulla di più. In verità il romanzo funziona in ogni sua parte, perfino nei cazzeggi, ma per comprenderne appieno il senso: 1) non va persa di vista la sua fase embrionale, e cioè la tesi di laurea dell’autore, che viene fuori in diversi passaggi del testo, per esempio nelle trascrizioni delle sedute terapeutiche tra Lenore e il suo psichiatra o nei dialoghi tra Lenore e il fratello LaVache all’Amherst College; 2) va inclusa tra i protagonisti la figura invisibile di Wittgenstein. La presenza di Wittgenstein è consustanziale rispetto all’assenza di Lenore. Di più, i due sono praticamente la stessa cosa. Wittgenstein giudicava il linguaggio come un insieme di “giochilinguistici” dove il significato di una parola è l’uso di quella parola in un particolare contesto. Ecco allora la chiave di volta: siamo fatti di parole, non esiste realtà oltre il linguaggio, “La vita è il suo racconto” dice Lenore al suo psicanalista. Ma questo assioma vale anche per gli osceni sproloqui di Vlad l’Impalatore o gli animali parlanti ne sono esclusi? Dicevo di Wittgenstein, è la password per accedere e decriptare tutta l’opera di Wallace, non solo questo libro, basti pensare allo strapotere della pubblicità negli anni sponsorizzati di Infinite Jest. Quanto all’esuberanza o alla spregiudicata esibizione del talento (a ventiquattro anni certi virtuosismi non richiesti si possono anche perdonare, specie a chi possiede simili armamentari linguistici) questa non inficia la superba tessitura del romanzo, non mina la tenuta del plot, al contrario aggiunge qualità e brio al racconto, che dall’inizio alla fine non conosce cali di tensione né si perde in futili digressioni. Se non avete ancora fatto esperienza di David Foster Wallace, non perdete altro tempo. Cominciate da qui.
Lessi da qualche parte un’intervista a Paolo Granata, docente di cultura dei media all’università di Toronto, circa le preoccupazioni piuttosto diffuse sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nei vari contesti, a cominciare dall’insegnamento. Uno dei possibili effetti della sua introduzione, spiegava il prof. Granata, sarà quello di rilanciare l’oralità, cioè far prevalere la parola detta su quella scritta, con quest’ultima relegata a un ruolo di mero supporto rispetto all’altra. Le parole di Granata mi sono venute in mente leggendo Rabbia di Chuck Palahniuk, romanzo che per la sua particolare tecnica narrativa, precisamente quella del racconto orale, è assolutamente in linea con questa nuova tendenza. Il romanzo, costruito con una polifonia insolita, è infatti una raccolta di testimonianze di amici e conoscenti di Buster “Rant” Casey, un giovane abitante di Middleton, cittadina sperduta nel cuore degli Stati Uniti, attraverso le quali l’autore imbastisce una bizzarra biografia del personaggio. Rant è morto tragicamente, diciamo pure stupidamente, in un incidente d’auto capitato però non per caso: Rant è rimasto vittima di un rituale da lui stesso architettato con altri ragazzi di Middleton, un gioco pericoloso che riproduce l’autoscontro dei luna park nelle strade della città con auto vere e lanciate a forte velocità, il Party Crashing. Che l’America di Palahniuk fosse un paese malato e votato all’annientamento lo avevamo capito fin dal libro d’esordio, Fight Club (1996). Come molti altri personaggi di Palahniuk, Rant Casey è sobillato da un disagio ingovernabile, Rant non si riconosce nella condizione tipica dell’uomo occidentale progredito, forgiato dalla pubblicità e dalla cultura di massa. Nel suo caso però Palahniuk aggiunge due ulteriori elementi di insofferenza o destabilizzazione: la monotonia e l’arretratezza della provincia. Una routine dalla quale il giovane protagonista fugge violando ogni convenzione, ordine precostituito, regola morale e civile “Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui resta è per sognare di andarsene”.
L’identità di Rant viene fuori da mille frammenti diversi che Palahniuk ha assemblato come delle Brevi Interviste Sull’Uomo Schifoso, per dirla alla Foster Wallace. Il tracciato di un’esistenza leggendaria ma senza gloria di un folle o un assassino o entrambe le cose che ha portato la morte a migliaia di persone attraverso il contagio “Se non hai mai avuto la rabbia, non puoi dire di aver vissuto…Rant Casey si è sempre cercato una morte orribile, fin dalle elementari. Serpenti o rabbia”. Pur assestandosi in una dimensione cinica e drammatica, Rabbia non manca di spunti comici, talvolta esilaranti, ed è farcito di citazioni e aforismi entrati ormai nel lessico familiare di una certa bolla letteraria. Le storie di Palahniuk sono tanto credibili quanto inverosimili ma è proprio questa contraddizione a renderle speciali e a tenerle fuori da ogni possibile classificazione o declinazione distopica. Nel bene e nel male, Palahniuk è uguale solo a se stesso.
L’ultimo romanzo della Border Trilogy di McCarthy esce nel 1998, a ridosso di una manciata di capolavori la cui concentrazione temporale ha pochi precedenti nella letteratura americana: Fight Club (Chuck Palahniuk), L’Atlante (William Vollmann) e Infinite Jest (David Foster Wallace) nel 1996; Underworld (Don DeLillo), Mason & Dixon (Thomas Pynchon) e Pastorale Americana (Philip Roth) nel 1997. Proprio nel ’98 il libro di Roth si aggiudica il Pulitzer, McCarthy invece lo vincerà un decennio più tardi con La Strada. Nel terzo episodio della serie ritroviamo John Grady Cole e Billy Parham in un ranch tra il Messico e il Texas ad allevare cavalli e ad ascoltare storie di vecchi cowboy. Siamo nei primi anni Cinquanta, un tempo di confine, con il west ormai al crepuscolo e una nuova sfida che bussa alla porta, forse la più difficile di tutte per il giovane ma non più giovanissimo protagonista: provare a cambiare il corso degli eventi e sfuggire a un destino già segnato. Città della Pianura è fondamentalmente una storia d’amore e come ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, direbbe Wallace. Lui, lei, l’altro. Lei è Magdalena, la prostituta messicana appena sedicenne che John conosce per caso in un bordello. L’altro è Eduardo, il protettore della ragazza. La vicenda amorosa occupa solo una parte del romanzo ma è la parte migliore, quella che salva tutto il resto da una narrazione che altrimenti risulterebbe ripetitiva e portata troppo per le lunghe, soprattutto se sommata ai due capitoli precedenti (Cavalli Selvaggi e Oltre il Confine). L’amore impossibile, l’amore contrastato tra John e Magdalena non è solo raccontato attraverso i momenti di intimità dei protagonisti ma si riverbera in due passaggi decisivi del romanzo: il dialogo tra John e Billy, con il primo che chiede all’amico di varcare il confine per andare a trattare l’acquisto della “schiava” del sesso; il redde rationem tra l’aspirante sposo e il cinico dominus, anche lui innamorato della ragazza o dell’idea di possederla. La tragedia che si consuma nelle battute finali, il sangue versato, chiudono la storia personale ma anche un’epopea che pochi hanno saputo tramandarci meglio di McCarthy, ultimo cantore di un’America spietata e avventurosa, e di una libertà che non conosce limiti. Città della Pianura è forse il romanzo meno riuscito della trilogia ma è la giusta conclusione di un’epica che aveva fino ad ora esplorato l’intero spettro dei sentimenti umani tranne uno: l’amore negato, l’amore da vendicare.
Per sapere cosa n’è stato della vita di James Ellroy tra il 22 giugno del 1958, il giorno in cui fu strangolata sua madre, e il 1981, l’anno del suo primo romanzo (Brown’s Requiem – pubblicato in Italia solo nel 1995 col titolo Prega Detective), dovreste dare una scorsa a I miei luoghi oscuri, la sua autobiografia ma anche il libro più intimo di questo autore crime che non può essere paragonato a nessun altro per quanto Joyce Carol Oates, una volta, lo definì il Dostoevskij della letteratura yankee. Quel che è certo è che, raccontando la grande scena del delitto americano, Ellroy non ha fatto altro che riprodurre quella scena lì, quella dell’assassinio di sua madre. Nel 1958 aveva solo dieci anni.
Più che acerbo, l’Ellroy di Prega Detective è completamente diverso dall’autore che abbiamo conosciuto nei libri a venire. La sua scrittura non è ancora in preda alla schizofrenia e a quel ritmo vertiginoso che l’ha accompagnato già da Dalia Nera (1987) e L.A. Confidential (1990) in avanti. L’Ellroy dell’esordio è uno scrittore compassato, ordinato, che non imbraccia il mitragliatore per spararci addosso parole dai suoni onomatopeici e contenute in frasi brevissime. Ra-ta-ta-ta-ta! Questo è Ellroy: ra-ta-ta-ta-ta!
La trama del romanzo è piuttosto debole e in alcuni passaggi anche poco verosimile, eppure la storia non pare risentirne, probabilmente per una serie di contrappesi che aiutano il lettore a non staccarsi dalle pagine fino alle ultime battute. Il paesaggio urbano, per esempio, che in altri libri non è così dominante o visibile (le scene di Tijuana, tra baracche di lamiera, bottiglierie e bische clandestine, sono di una vividezza magnifica). L’empatia di personaggi come Jane Baker, la giovane violoncellista per la quale Fritz Brown, il detective protagonista, prenderà una sbandata nel corso della sua difficile indagine. Prega Detective è un bel crime californiano, tutto droga, scommesse, truffe e campi da golf, farcito di cliché sulla figura dell’ex poliziotto alcolizzato in cerca di redenzione, con un’insolita colonna sonora di musica classica (Fritz ne è appasionato) e perfino qualche autocitazione premonitrice “Fritz, chi credi che abbia davvero ucciso la Dalia Nera?”. Per i capolavori ci sarà tempo.
Le storie della contea di Holt, della sua campagna piatta e sconfinata, ci conducono nelle viscere di un’America di altri tempi, silenziosa, abitata da gente umile e votata al sacrificio. Con Crepuscolo si conclude la Trilogia della Pianura, la saga che Kent Haruf (scrittore di Pueblo, in Italia portato al successo da NNEditore) ha ambientato nel suo Colorado, tra mandriani e contadini che si tramandano tradizioni e il rispetto per la terra. Nell’ultimo tratto di questo viaggio lento e poetico ritroviamo alcuni dei protagonisti dei due romanzi precedenti, Benedizione e Canto della Pianura: Tom Guthrie, l’insegnante cow boy con i suoi bambini Ike e Bobby, Victoria Roubideaux, la ragazza madre ora alle prese con gli studi universitari, e i fratelli McPheron, i due anziani allevatori che ospitano Victoria nella loro fattoria e che attraverso di lei fanno per la prima volta esperienza dell’universo femminile. Quello dei McPheron sarà un apprendistato tenero, non privo di goffaggine, di sicuro illuminante anche per chi osserva questi fatti, dentro e fuori dalla storia. La scoperta dei due fratelli è il vero centro del romanzo, probabilmente il migliore e il più epico della trilogia. L’episodio del duello tragico tra Harold e uno dei suoi tori è un gesto artistico di grande bellezza, capace di evocare anche nello stile certi racconti avventurosi di Ernest Hemingway (nessuno si offenda se dico che Haruf è la versione country di Hemingway). Le vicende dei McPheron e di Victoria si intrecciano con altre trame non meno suggestive e interessanti della principale: quelle di DJ, il ragazzino di undici anni che vive con il nonno malato di polmonite e della povera famiglia Wallace, costretta ad abitare in una roulotte sgangherata e a subire l’arroganza di un parente alcolizzato e violento. Una apologia del dolore che nella parabola biblica di Haruf diventa luogo di purificazione e di maturazione di una nuova consapevolezza. Non so cosa voglia dire romanzo perfetto (lo si è scritto di Stoner) ma qualunque cosa essa sia, Crepuscolo è quella cosa lì. Un romanzo sul confronto generazionale e sulla responsabilità di sentirsi adulti in quel paese per vecchi che è Holt.