
Le storie della contea di Holt, della sua campagna piatta e sconfinata, ci conducono nelle viscere di un’America di altri tempi, silenziosa, abitata da gente umile e votata al sacrificio. Con Crepuscolo si chiude, nell’ordine di pubblicazione scelto da NN Editore, la Trilogia della Pianura – la saga che Kent Haruf, scrittore di Pueblo, in Italia portato al successo proprio da NN, ha ambientato nel suo Colorado, tra mandriani e contadini che si tramandano tradizioni e rispetto per la terra. Va detto, per chiarezza, che nell’edizione originale americana questo romanzo occupa invece la posizione mediana – è il secondo capitolo, pubblicato nel 2004 tra Plainsong (2000) e Benediction (2013) – e che Haruf stesso parlava di una “loose trilogy”, una trilogia slegata, pensata per essere letta in qualsiasi sequenza, dato che ogni libro si sostiene autonomamente pur condividendo personaggi e geografia narrativa. Nell’ultimo tratto di questo viaggio lento e poetico ritroviamo alcuni dei protagonisti dei due romanzi precedenti, Benedizione e Canto della Pianura: Tom Guthrie, l’insegnante cow boy, con i suoi figli Ike e Bobby; Victoria Roubideaux, la ragazza madre ora alle prese con gli studi universitari; e i fratelli McPheron, i due anziani allevatori che l’avevano ospitata nella loro fattoria e che, attraverso di lei, fanno per la prima volta esperienza dell’universo femminile. È proprio l’evoluzione dei McPheron il vero centro gravitazionale del romanzo, probabilmente il più riuscito e il più “epico” dei tre, nella misura in cui Haruf concede qui più spazio all’azione e meno alla pura introspezione domestica che caratterizza gli altri due volumi. Il loro è un apprendistato tenero, non privo di goffaggine, capace di restituire con delicatezza quanto sia difficile, per due uomini cresciuti nell’isolamento e nel silenzio, imparare un nuovo linguaggio affettivo già in età avanzata.A livello stilistico, l’episodio del confronto tragico tra Harold e uno dei tori della fattoria è un piccolo capolavoro di scrittura fisica: la prosa si fa essenziale, quasi cinematografica nella scelta dei dettagli, ed evoca – senza scimmiottarlo – il rapporto fra uomo, animale e natura che è cifra distintiva di certo racconto avventuroso hemingwayano. Definire Haruf “la versione country di Hemingway” non è un’eresia critica: entrambi condividono una sintassi paratattica, l’understatement emotivo, la fiducia che il gesto e l’azione dicano più di qualsiasi introspezione esplicita. Dove Haruf si distingue è nell’assenza di virilismo: la sua America rurale non celebra la forza ma la cura, non l’eroismo solitario ma la responsabilità reciproca. Le vicende dei McPheron e di Victoria si intrecciano con altre trame non meno suggestive: quella di DJ, l’undicenne che si occupa da solo del nonno malato di polmonite, e quella della famiglia Wallace, costretta a vivere in una roulotte sgangherata e a subire l’arroganza di un parente alcolizzato e violento. Quest’ultimo filone narrativo introduce nel romanzo l’unica vera nota di oscurità morale della trilogia: Haruf, di solito così pietoso verso i suoi personaggi, qui non risparmia al lettore la brutalità della negligenza adulta, costruendo un contrappunto necessario alla tenerezza delle altre storie, a riprova che la sua non è un’idealizzazione nostalgica della provincia americana, ma una rappresentazione che include, senza compiacimento, anche la violenza e l’abbandono.Il limite che la critica ha talvolta rimproverato a Haruf (una certa ripetitività di registro, la tendenza a risolvere i conflitti con un’eccessiva mitezza) qui è in parte superato proprio dalla pluralità dei punti di vista e dal montaggio alternato dei capitoli, tecnica che Haruf eredita dal romanzo corale americano (Anderson, Steinbeck) e che gli permette di costruire un affresco comunitario senza mai disperdere la tensione emotiva.Non so cosa significhi esattamente “romanzo perfetto”, espressione che si è usata anche per Stoner di John Williams, ma qualunque cosa essa indichi, Crepuscolo le si avvicina: è un romanzo sul confronto generazionale, sulla responsabilità di sentirsi adulti, e sulla scoperta che la dignità, in quel paese per vecchi che è Holt, si misura non nelle grandi gesta ma nella costanza silenziosa con cui ci si prende cura l’uno dell’altro.
Angelo Cennamo