UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA – Chris Offutt

Che Chris Offutt provasse una certa simpatia se non proprio devozione per Cesare Pavese, lo sapevamo già, e l’esergo del nuovo romanzo con la citazione delle Langhe piemontesi nelle quali lo scrittore di Lexington ritrova le colline del Kentucky e gli Appalachi che fanno da sfondo alle sue storie, ce lo conferma. Una Questione di Famiglia, in Italia con minimum fax e la traduzione di Roberto Serrai, secondo capitolo della serie che vede protagonista l’agente speciale Mick Hardin, è un noir, ma la vicenda delittuosa ( l’assassinio di un pusher “Barney del cazzo”, liquidato con troppa fretta dalla polizia come un regolamento di conti) non è che un tratto della narrazione, e forse neppure il più importante rispetto al quadro generale, cioè alla rappresentazione (affresco si diceva una volta) di un’America di provincia che nei romanzi di Offutt, come in altri autori della stessa pasta, da Kent Haruf a Lee Maynard, da Ron Rash a Willy Vlautin, viene fuori con una certa vividezza “… l’umanità diventava sempre più vecchia. La bellezza della natura serviva a nasconderne l’intrinseca brutalità, le persone invece la mettevano a nudo”. La flora e la fauna, non solo quella umana, sono decisamente il centro della poetica di Offutt, la parte migliore che finisce per sovrastare ogni intreccio investigativo o ricamo poliziesco. Contadini, ex minatori, gente semplice talvolta omofoba e razzista, che arriva a chiamare lo sceriffo perché il proprio cane è finito su un albero, e che alle visite di condoglianze si presenta con un’insalata di patate. Il piccolo mondo antico di Offutt, popolato di pick-up scassati e di camicie di flanella, è l’America che ci piace di più, anche perché ormai è l’unica America riconoscibile. 

Dopo essere rimasto ferito a una gamba per l’esplosione di un ordigno, Mick Hardin è tornato a casa in licenza. Della sua famiglia è rimasto ben poco, Mick non ha più i genitori, ha perso il nonno, suo vero spirito guida, ed è sul punto di divorziare dalla moglie Peggy. A ospitarlo è la sorella Linda, sindaco della cittadina, ora impegnata nella campagna elettorale per essere rieletta al secondo mandato. La crisi esistenziale di Mick è il pattern intorno al quale ruota tutta la storia, anzi la serie: il ragazzo di paese che parte, scopre la ferocia della guerra, poi torna a casa e si ritrova a fare i conti con una sorte diversa da quella che aveva immaginato. Quando la madre di Barney gli chiede di aiutarla a scoprire la verità sulla morte del figlio, Mick, che avrebbe ben altro a cui pensare, decide lo stesso di darle una mano, correndo ogni rischio, quasi non avesse più niente da perdere. L’imminente divorzio da Peggy lo tormenta, certo, le carte che ha nel bagagliaio però non le ha ancora firmate. “Vai a trovarla. Non voglio più fare da intermediaria” gli dice Linda. Mick lo farà nell’ultime battute del romanzo “Gli faceva male sapere che la vita di lei era migliore di quando avevano vissuto insieme” e non servirà il corteggiamento strisciante di Sandra, una vecchia conoscente “Se trovi la luce accesa in veranda, sono sveglia” a cancellare quel dolore continuo, implacabile, l’amarezza per aver fallito nel ruolo di marito e di padre, importantissimo se non decisivo nel microcosmo rurale di Chris Offutt. D’accordo, ma si verrà a sapere chi lo ha ucciso quel Barney del cazzo? Si verrà a sapere, ma davvero vi importa? 

Angelo Cennamo

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UN LETTO DI TENEBRE – William Styron

“Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, quella dei Softis è la somma di tante infelicità diverse, dissimulate dall’ipocrisia, affogate nell’alcol, inconsolabili. A definire Styron un epigono di Faulkner ci si azzecca, ma si finisce per comprimere la volumetria di una narrativa, più densa e stratificata dell’altro William, che guarda al secolo precedente e all’Europa (alla Francia di Balzac e Maupassant, per esempio) oltre che alla provincia americana del Novecento. Un Letto di Tenebre (Lie Down in Darkness), il libro di esordio, ebbe un parto difficile: abbandonato, ripreso dopo qualche anno, riscritto. Uscì nel 1951, Styron aveva appena ventisei anni. Il romanzo, che racconta le vicende di Milton ed Helen Softis, una famiglia della upper class della Virginia degli anni Quaranta, procede a ritroso e si apre con la morte di Peyton, la prima figlia della coppia. Difficile non rivedere nel lento scorrere del feretro di Peyton nella calura estiva della Virginia il carroccio di Mentre morivo proprio di Faulkner, e il funerale di Rick Brinklan nell’incipit del più recente Ohio di Stephen Markley “Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciao calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera”. Milton Softis sta andando a seppellire la figlia, ma nella Limousine che scorta il feretro, insieme a lui non c’è Helen, c’è un’altra donna: Dolly Bonner, la sua amante. Dolly è l’unico personaggio del romanzo capace di darsi senza infingimenti, ritrosie, ambiguità. È attratta da Milton “Nel crepuscolo appariva molto bello; quella provocante ciocca di capelli grigi, del colore del peltro vecchio, un uomo di una bellezza volgare non avrebbe mai saputo sfoggiarla con tanta disinvoltura”. Dolly è anche l’unico personaggio che non si lascia andare all’autocommiserazione e che non si fa annientare dai sensi di colpa. Dolly non ha niente da perdere. Di ben altra pasta è il rapporto tra Milton ed Helen “Vivevano insieme come ombre, anzi come coinquilini in una stessa pensione”, ma lui dipendeva dal suo denaro visto che dalla pratica legale ricavava un reddito minimo. Sì, Milton fa l’avvocato, ci prova almeno, la sua vera ambizione però è la politica, l’alcol il suo unico approdo. Un Letto di Tenebre è una straordinaria rappresentazione di una rete di dinamiche familiari fitte, complesse, articolate, tipiche soprattutto di una certa letteratura femminile (solo Jonathan Franzen, oggi, sarebbe in grado di riprodurre simili microcosmi emotivi, quelle interazioni e deflagrazioni alla maniera di Styron). Uno dei temi centrali della storia è l’amore morboso di Milton per sua figlia Peyton, in alcuni passaggi ricorda quello di Humbert Humbert per Lolita. L’affetto e la vicinanza di Milton però non sconfinano mai nella dimensione erotica, si arrestano un attimo prima, limitandosi al grottesco. Se Dolly si mostra decisa e trasparente nelle proprie mire, non si può dire altrettanto di Helen, il personaggio più controverso ed enigmatico del romanzo. Helen, tradita da Milton e sconvolta dalla tragica fine della piccola Maudie (l’altra figlia), odia Peyton. Difficile comprendere per chiunque le ragioni di una avversione così profonda e lacerante: è infastidita, turbata dalla pruriginosa intimità che scorge tra lei e il padre, o più semplicemente è pazza? Helen è una donna ricca di denaro e di fede. Nei momenti di disperazione si rifugia nel reverendo Carey Carr, altro personaggio  borderline di questo romanzo tutto incentrato sulla colpa e la dannazione. Carey è attratto da Helen, forse lo sono entrambi l’una dell’altro ma Styron muove le sue pedine tra il possibile e l’onirico; le tenebre (parola ricorrente nel racconto) sono il crinale sul quale scorre ogni parte della storia (cinquecento pagine forse sono troppe) coprendo alcune verità, lasciando al lettore margini di intuizione, utili forse a ricostruirne delle altre.    

Angelo Cennamo                      

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ON THE ROTH

Scrivere il Grande Romanzo della Nazione, con le iniziali in maiuscolo, è il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore americano. Alcuni ci riescono, altri inciampano. Ha ancora senso discutere del GRA decontestualizzando gli Stati Uniti da un mondo ormai superglobalizzato, meticcio e iperconnesso? Tempo fa lanciai un sondaggio sull’argomento. Selezionai una ventina di titoli: Moby Dick, Furore, Revolutionary Road, It, Le correzioni, eccetera. Il sondaggio lo vinse Pastorale Americana di Philip Roth. Non ne fui sorpreso. Non fui sorpreso non perché gli altri romanzi non meritassero di vincere, altroché (le serie di Bascombe e di Coniglio Angstrom raccontano il secondo Novecento americano anche meglio della Pastorale di Roth), ma perché (ho pensato) Roth è un autore enorme, amatissimo in patria ma anche in Italia, paese che legge poco, men che meno la letteratura americana, assuefatto al giallo da ombrellone e al mainstream da premio Strega. Eppure non c’è libreria italiana che non sia fornita di almeno quattro cinque titoli di Philip Roth, incluso Pastorale Americana. Quando dico che Roth è un autore enorme intendo dire che è stato il più grande scrittore del suo tempo, parliamo di un tempo abbastanza lungo, che inizia nel 1959 con Goodbye, Columbus e si conclude nel 2010 con Nemesi – in mezzo una trentina di libri (tanti per un autore non di genere). Il tempo di Roth lo divido virtualmente in due stagioni, quella “del figlio”, la prima, quella “del padre”, la seconda. Nella stagione “del figlio” Roth interpreta il ruolo che gli riesce meglio, il ribelle; il giovane Roth si scontra con l’educazione familiare, l’ipocrisia della società borghese, perfino con la religione ebraica, la sua. Già, Philip Roth era ebreo, vertebra, con i fratelli Singer, Bernard Malamud e Saul Bellow, di quella prestigiosa spina dorsale che oggi ha come eredi, tra gli altri, Ben Lerner, Joshua Cohen, Jonathan Safran Foer. L’ebraismo di Roth non è mai stato sereno né identitario, critico piuttosto, spesso conflittuale nella finzione: la blasfemia di Carnovsky manderà su tutte le furie la comunità ebraica di Newark e farà morire di crepacuore (parafrasando guarda caso Saul Bellow) il padre di Zuckerman. Nella stagione “del figlio” occhio ai seguenti titoli: Goodbye, Columbus (l’esordio del 1959, già pubblicato su Paris Review), Quando lei era buona (l’unico romanzo in cui Roth dà voce a una protagonista femminile, Lucy Nelson) e l’opera simbolo oltre che della consacrazione: Lamento di Portnoy. Seguitemi. 1969, siamo in piena rivoluzione sessuale. Martin Luther King è stato assassinato, dopo di lui tocca a Bob Kennedy. Gli echi del Vietnam rimbombano deviando attenzioni e disordini. Roth delega la protesta ad un giovanotto stralunato che ci sembra di avere già incontrato nei capolavori di Salinger e di Mark Twain: Huckleberry Finn – Holden Caulfield – Alexander Portnoy. Proiezioni. Ma è nella seconda parte della sua carriera che Roth dà il meglio di sé. Patrimonio (forse l’opera più autobiografica, di sicuro la più commovente) è il testo cerniera: Roth smette i panni del figlio e diventa padre. Lui che nella vita non ha avuto figli, diventa padre nella letteratura. Eccoli i libri migliori: Il teatro di Sabbath (1995, il romanzo più estremo e rothiano di tutti, Eros e Thanatos, due topos centrali nella narrativa di Roth, nella tragicomica parabola esistenziale del burattinaio Mickey toccano le vette più alte. Pochi autori hanno scritto di sesso e di morte come Philip Roth, oggi direi solo Michel Houellebecq). Pastorale Americana (1997, il Grande Romanzo Americano di Roth). La macchia umana (2000, trama ispirata dallo scandalo sessuale consumato nello studio ovale di Bill Clinton. Quella di Coleman Silk è una storia di segreti e di pregiudizi con un finale amaro).

Ma rimaniamo su Pastorale. Nell’anno in cui Roth lo pubblica, negli Stati Uniti escono altri due capolavori: Underworld di DeLillo e Mason & Dixon di Pynchon. Pochi mesi prima, nel 1996, è la volta di Fight Club di Chuck Palahniuk, L’atlante di William Vollmann, Infinite Jest di David Foster Wallace. Nel 1998 Pastorale Americana si aggiudica il Pulitzer. A Roth ora manca solo il Nobel. Lo meriterebbe ma a scombinare i piani è Leaving a Doll’s House, il memoir di Claire Bloom che spara a zero sull’ex marito facendo a pezzi la sua immagine di uomo e di scrittore. Roth misogino e sessuomane? La stessa malevolenza toccò anche John Updike (“un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace), come Roth scrittore di sintesi tra realismo e sperimentalismo, stessa stoffa, ma a differenza dell’amico rivale (cantore di relazioni e di scrittori), più addentro alle cose materiali e documentato su tutto “Come diavolo fa Updike a sapere tutto delle Toyota? Io abito in campagna e non conosco neppure i nomi degli alberi”. 

Perché Pastorale Americana è il Grande Romanzo Americano è presto detto: contiene tutti gli ingredienti del GRA. Sono tre o quattro, non di più. 1) Il sogno. Seymour Levov, il protagonista del romanzo, eredita dal padre una fabbrichetta di guanti di pelle e la trasforma in una grossa azienda. Seymour può dirsi un uomo di successo. Seymour ce l’ha fatta, ha svoltato, ha realizzato l’american dream. 2) Il mito della forza e della bellezza. Seymour è alto, biondo, con gli occhi azzurri. Lo chiamano lo svedese per via di quell’aspetto nordico. Non solo. Seymour ha sposato una donna bellissima, aspirante miss America, già miss New Jersey. Da studente, Saymour eccelle in tutte le discipline sportive, i suoi primati fanno esultare il quartiere ebraico dove abita e dimenticare perfino la guerra. 3) Il conflitto generazionale. Nella ricostruzione immaginaria di Zukerman, Merry, la prima figlia di Seymour, è una ragazza introversa e scontrosa per via di una fastidiosa balbuzie. Il disagio di Merry si trasforma in frustrazione poi in rabbia, ed infine esploderà nel gesto clamoroso che cambierà direzione alla storia. 

Il quarto ingrediente è presente in ogni libro di Roth. È il suo tocco magico. Per tutta la vita Roth non ha fatto altro che raccontare di sé, simulando e dissimulando la verità. Mascherandosi. Come tutti i grandi romanzieri, Roth ha tradotto in inchiostro la propria esistenza. Scrivi di quello che sai. Il gioco di specchi tra verità e finzione, che raggiunge il suo culmine ne I Fatti, in Pastorale non tocca il fondo ma il doppiofondo: la storia del romanzo è sì un’invenzione di Roth ma dentro la storia di Roth c’è quella di Zuckerman. Pastorale è una gigantesca allegoria, i Levov sono come l’America, vuole dirci l’autore, che mostra la parte migliore di sé e nasconde la polvere sotto il tappeto. “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit di American Tabloid. Neppure i Levov lo sono. Non c’è lieto fine né consolazione nelle ultime battute, i Levov sprofondano nell’abisso, i lettori assistono inermi, attoniti, quasi intimoriti. Philip Roth ci getta nel caos. A questo serve la letteratura. 

Angelo Cennamo

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TRE CIOTOLE – Michela Murgia

Dodici racconti dettati dall’urgenza di condividere un’idea di cambiamento nell’intimità di chi li scrive, poi del mondo esterno. È difficile separare l’attuale condizione di Michela Murgia dalla percezione dei testi che compongono Tre ciotole, alcuni più riusciti altri meno. Un libro dalla forte impronta autobiografica, un libro sul corpo, scritto col corpo.
“Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.”
Il richiamo a L’anno del pensiero magico di Joan Didion è fortissimo.
Qui però la rappresentazione del dolore non è fine a se stessa (non è solo un mostrarsi, consegnarsi al lettore in una imprevedibile nudità) serve a veicolare il Murgia pensiero. Sotto traccia, Tre ciotole è un libro politico. Eccolo il limite di Michela Murgia, il limite di queste storie, scritte sì magnificamente, ma per indicare una rotta e non per lasciarci annegare.

Angelo Cennamo

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SOFFOCARE – Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk – si legge Palanik – è nato a Pasco, nello stato di Washington, da genitori di origine ucraina, il 21 febbraio 1962 – stesso giorno mese e anno di David Foster Wallace, con il quale a dire il vero non ha molto da spartire oltre l’oroscopo e una seconda sfavillante coincidenza spaziotemporale: nel 1996 Wallace pubblicò Infinite Jest, Palahniuk esordì con Fight Club, tuttora il suo romanzo più conosciuto. 

Dopo la laurea in giornalismo e una breve esperienza radiofonica, il giovane Chuck si è dedicato a ben altri mestieri, dal riparatore di motori di camion, all’assistente di senzatetto e trasportatore di malati terminali. Familiarizzare con un autore non facile come Palahniuk richiede una sincera operazione di ripulitura mentale o reset. Occorre cioè fare tabula rasa delle precedenti letture, specie quelle più lineari, senza strane acrobazie fantasy o distopie o deragliamenti nel postmoderno. Palahniuk è uno scrittore postmoderno? Abbastanza. Nelle storie ordite/ardite di Palhaniuk non ci sono paesaggi riconoscibili, luoghi veramente tangibili oltre camere d’hotel o stanze di ospedale, cessi, cubicoli, corridoi bui, cabine di aereo, palestre, descritti sempre col minimo sforzo cromatico e particolareggiato quasi si trattasse di dettagli rispetto a tutto il resto (Palahniuk è uno scrittore minimalista). È l’inconscio umano il luogo principale dei romanzi di Palahniuk. Tutto accade lì tra sinapsi complicate, tic, nevrosi, attacchi di panico, gesti clamorosi. Quante deviazioni hai, cantava Vasco Rossi. Victor Mancini, il protagonista di Soffocare, è un studente di medicina fallito, sessodipendente e figlio di una delinquente mezza matta o visionaria (dipende dai punti di vista eh) che vorrebbe cambiare il mondo per regalare alla gente storie da raccontare “L’unica frontiera che ci rimane è il mondo dell’intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto… la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione”. 

A Ida Mancini quel mondo sicuro e organizzato non piace, è senza eccitazione. Manca l’ebbrezza. Ida gode nel caos. “Le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia”. Per sostenere le cure costosissime alle quali Ida si sottopone in ospedale, Victor ha architettato un sistema ingegnoso, degno dell’inventiva della vecchia madre: nei ristoranti finge di soffocare per via di un boccone andato di traverso, attirando così l’attenzione e la solidarietà di clienti che correndo in suo soccorso possono dare un senso alle loro vite anonime, riscattarsi. Lo stratagemma ideato da Victor non è tuttavia il vero centro della storia, così sembra leggendo la sinossi. L’idea di fondo è piuttosto quella di raccontare come l’impostura sia la sola via di fuga in un mondo refrattario alla verità e all’onestà dei sentimenti. Ida, Victor, il suo amico Denny, Paige Marshall, la dottoressa che ha in cura la madre di Victor al St Anthony, sono solo uomini e donne alla disperata ricerca d’amore. 

Angelo Cennamo

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PICCOLI ATTI DI MISERICORDIA -Dennis Lehane

I caseggiati di Commonwealth, nella periferia di Boston, sono un Bronx di bianchi “le facce sono del bianco più bianco che tu abbia mai visto”. La storia raccontata da Dennis Lehane, sceneggiatore proprio di Boston e autore di bestseller tradotti in oltre trenta lingue (Mystic River e Shutter Island su tutti), prende spunto da un fatto veramente accaduto: il 21 giugno del 1974 un giudice accertò che l’ufficio scolastico della città aveva “sistematicamente svantaggiato le scuole pubbliche frequentate da alunni neri”. Per rimediare, il giudice stabilì che le popolazioni scolastiche della Roxbury High School e della South Boston High School si sarebbero mescolate attraverso reciproche migrazioni di studenti. La contaminazione etnica auspicata – tema in Italia dibattuto proprio nei giorni in cui è stato pubblicato il romanzo, ovvero mezzo secolo più tardi rispetto ai fatti del libro – scatenò proteste violentissime alimentando nuovo odio. 

A Mary Pat Fennessy, sangue irlandese, una vita spesa tra case popolari e lutti familiari, sulla soglia dei quarant’anni le resta una sola ragione per vivere: la sua ultima figlia. Jules ha diciasette anni. Una notte esce con tre amici ma non torna più a casa. Mary Pat ha già perso un marito quando era giovanissima e il primo figlio per overdose. Mary Pat non può permettersi altri crolli, nuovi incubi, sarebbe la fine. Nella stessa notte in cui si perdono le tracce di Jules, viene assassinato in circostanze tutte da chiarire un ragazzo di colore. Si chiama Auggie Williamson. Dopo le prime indagini, sembra che i destini dei due giovani (Jules e Auggie) siano legati da un doppio filo. Mary Pat, che non è solo la protagonista assoluta del romanzo ma anche uno dei personaggi femminili migliori della storia del crime americano (mi assumo la responsabilità di quello che scrivo) capisce poco di diritti civili, la sua sopravvivenza dipende da cose tangibili: il denaro (che non basta mai), il cibo, le bollette da pagare, un’auto vecchia e scassata che la porta ancora in giro chissà per quale miracolosa legge della meccanica. May Pat “non può avercela con la gente di colore perché vuole andarsene dal merdaio in cui si trova, ma voler venire nel merdaio in cui si trova lei non ha alcun senso”. Quel posto è solo più bianco ma non è migliore dell’altro. Piccoli atti di misericordia è una storia di fallimenti e di infelicità che non hanno colore, di uomini e donne sconfitti senza alcuna possibilità di riscatto. La guerra tra poveri messa in scena da Lehane, con dialoghi serrati che occupano gran parte del testo, è un’infamia nell’infamia. La vicenda pubblica si riflette sì in quella privata delle famiglie Fennessy e Williamson ma in modo distorto (in una delle parti più toccanti del romanzo, Mary Pat incontra i genitori di Auggie). Piccoli atti di misericordia non si può liquidare come una delle tante storie di razzismo – scritta tra l’altro da un bianco di origini irlandesi, fatto abbastanza insolito nella narrativa americana. È molto di più: un romanzo sull’essere madre, sui sensi di colpa, sul male dal quale nessuno può sentirsi immune (il detective Bobby Coyne lo sa bene, Bobby è un uomo fragile, perennemente in bilico tra l’applicazione della legge e l’umana comprensione, la misericordia). È soprattutto un romanzo sulle donne e sul coraggio delle donne. Mary Pat è tra l’Anna Magnani di Mamma Roma e l’Agnes Bain del romanzo di Douglas Stuart (Storia di Shuggie Bain), altro personaggio femminile straordinario della letteratura dei nostri tempi. Nelle ultime pagine il noir diventa thriller, il thriller dramma: corpo, cuore, sangue, vendetta, sconfitta. Ancora. Ancora. Ancora. Bellissimo. 

Angelo Cennamo

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PHILIP ROTH, JOHN UPDIKE, AMICI, RIVALI

Philip Roth, John Updike, amici, rivali, accomunati da un insolito destino: entrambi tacciati di sessismo, di misoginia per una rappresentazione del rapporto uomo donna eccessivamente machista e/o patriarcale. Coppie, la saga di Coniglio, Lamento di Portnoy, Il professore di desiderio, Il teatro di Sabbath, romanzi di punta nell’immaginario critico di certe sensibilità. “Un pene con un grande vocabolario”, così una volta David Foster Wallace definì Updike. Niente Nobel. Autori di sintesi, tra realismo e sperimentalismo, con il primo che per l’altro prova un’ammirazione che sconfina quasi nell’invidia. Quella famosa riflessione di Roth sulla capacità di Updike di documentarsi su tutto prima di scrivere, mentre lui, che viveva in campagna, non conosceva neppure i nomi degli alberi, mette in luce una prerogativa di Updike che fa la differenza in una possibile o impossibile comparazione tra i due. Roth si è concentrato sugli aspetti immateriali dell’esperienza umana: la vita, la morte, l’amore in tutte le sue forme, l’odio, la famiglia, la religione, la malattia, la verità e la finzione, la scrittura soprattutto. Updike ha esplorato la materia, è entrato nei dettagli della quotidianità, ma nella quotidianità dell’uomo qualunque più che degli intellettuali o degli uomini d’affari che popolano l’universo borghese dello scrittore di Newark. Il realismo pragmatico, il precisionismo di Updike riempiono un vuoto che Roth non ha mai pensato di dover colmare.

Angelo Cennamo

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LEZIONI – Ian McEwan

Vado dritto al punto. Ho faticato molto a terminare la lettura di questo romanzo. Ho faticato molto ma volevo/dovevo leggerlo fino all’ultima pagina perché un autore come Ian McEwan merita rispetto. Un autore come McEwan non lo si può liquidare neanche a metà strada, a pagina 220, più o meno il punto in cui stavo meditando di chiudere il libro. Ci vuole stile anche in queste piccole cose. Ma andiamo avanti. Di McEwan ho amato storie come Espiazione, Miele, Amsterdam, Nel guscio… Lezioni è arrivato in libreria sull’onda e la spinta di tre quattro recensioni efficaci, credibili soprattutto. Una su tutte quella di Sandro Veronesi, che per questo libro ha speso parole importanti: “Il più bel romanzo del secolo”, ha scritto il due volte premio Strega sull’inserto del Corriere della sera. E Le correzioni di Franzen, Gilead di Robinson, Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay di Chabon, La macchia umana di Roth, Notturno cileno e 2666 di Bolaño, Piattaforma e Serotonina di Houellebeq? Mah. Lezioni è un romanzo furbo e in alcune parti palesemente furbo. L’idea di raccontare la storia del Novecento mescolandola alle vicende private del protagonista, l’everyman britannico Roland Baines, a me è sembrata poco originale e con degli intarsi narrativi inutilmente vischiosi. Chi è davvero Roland Baines?, si chiede l’editore nella sinossi del libro. La vita di Roland, con la sua infanzia libica che ricorda molto quella di Mike Balistreri nella trilogia del male di Roberto Costantini, è segnata anzi marchiata a fuoco da tre donne. La biografia di Roland avrebbe avuto ben altra consistenza se fosse stata contenuta nel binario privato, spogliata cioè di quel contorno sociologico, politico che l’appesantisce facendola perfino scomparire, in alcuni passaggi, tra le pieghe di fatti poco rilevanti o dispersivi. Il rapporto tra il piccolo Roland e la lussuriosa Miss Miriam Cornell, che McEwan introduce già nel primo capitolo, ci cattura subito. È l’elemento più attrattivo del romanzo. Miriam punisce gli errori dell’allievo con dei pizzicotti sulle gambe e premia i pezzi di bravura con baci sulla bocca. Ma attenzione, c’è dell’altro, ed è difficile immaginare, finché non l’avrete letta, la spericolata evoluzione che l’autore imprime a questa lunga sequela di appuntamenti prurigino-musicali. Prima di Miriam c’è la madre di Roland, Rosalind, figura algida e intransigente, per quasi mezzo secolo sotto il comando del marito Robert, veterano della Seconda guerra mondiale in servizio nel Nord Africa. La terza donna è Alissa, la moglie di origini tedesche, che di punto in bianco scompare lasciando Roland da solo con Lawrance, il figlio di pochi mesi “il bambino che non era stato nei suoi piani e che non sentiva il bisogno di amare”, tra i sospetti della polizia che non esclude il più tragico degli epiloghi. La fuga di Alissa somiglia a quella di Rachel, la madre del piccolo Dylan nel capolavoro di Jonathan Lethem ( La fortezza della solitudine). La parabola esistenziale di Roland è costellata di delusioni e da un logorante senso di inadeguatezza. Il musicista promettente diventerà prima intrattenitore da pianobar, poi un aspirante scrittore costretto ad arrangiarsi inventando frasi per biglietti di auguri. Gli abusi, i soprusi lasciano ferite profonde ma quelle lezioni serviranno a Roland a dare un significato nuovo ai giorni che verranno, a capire qualcosa di sé, qualcosa su cui non si era mai soffermato prima. Nel frattempo, come dicevo, intorno a lui scorre la storia: il crollo del muro di Berlino, la crisi dei missili a Cuba, i governi di Margaret Thatcher, la guerra in Iraq, la recente pandemia da Covid. Nel progetto di McEwan Roland ne deve fare parte, ma il ruolo sembra forzato, Roland è fin troppo consapevole del flusso che gli passa accanto. Ed è questo che non convince del romanzo: l’incredibile centralità del borghese picolo piccolo nel susseguirsi di grossi eventi destinati a cambiare l’umanità. 

Angelo Cennamo

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L’ATLANTE – William T. Vollmann

“Questo libro è ispirato ai Racconti in un palmo di mano di Yasunari Kawabata, che amo rileggere prima di dormire, nei cinque minuti tra quando mi metto a letto e quando spengo la luce”.

Da qualche anno minimum fax, per una ragione più vicina al cuore che al portafogli sta ripubblicando tutte le opere di William T. Vollmann, scrittore californiano sulla sessantina, piuttosto impegnativo, che in Italia vende meno di certi Nobel dal cognome impronunciabile, ma che di fatto va annoverato tra i migliori autori contemporanei, e non solo per la qualità della sua scrittura (toni, registri, stili) ma per l’abilità con cui sa destreggiarsi tra fiction (lunga o breve che sia) e autofiction, reportage giornalistico e saggio sociologico. Insomma, Vollmann sa scrivere tutto e di tutto. L’Atlante è una raccolta di racconti, dissertazioni, appunti di viaggio, uscita negli Stati Uniti nel 1996 (l’anno di Infinite Jest di Wallace e Fight Club di Palahniuk) che Vollmann ha pensato di organizzare secondo una struttura palindroma: il primo testo è ripreso dall’ultimo, il secondo dal penultimo e così via. L’atlante (titolo perfettamente in linea con il senso del libro, che è proprio un insieme di storie scritte e/o raccolte in giro per il mondo, dalla Somalia a Ercolano, da San Francisco alla Thailandia) è un tomo abbastanza voluminoso, circa cinquecentocinquanta pagine, da tenere sul comodino e da leggere, come suggerisce lo stesso autore, senza dover seguire un ordine particolare e senza alcuna fretta, magari saltando le parti giudicate più noiose. Ne L’atlante ci puoi entrare a pagina 57 come a pagina 423, fa lo stesso. Gli argomenti sono i più disparati, ma ciò che viene fuori in molti dei testi – come spesso accade nelle narrazioni di Vollmann – è un’umanità in affanno e ai margini: uomini e donne sotto le bombe o colpi di artiglieria, fuggiaschi, prostitute, tossicodipendenti, ragazzini costretti a vivere come adulti, uomini schifosi come quelli delle Brevi interviste, perfino Pietro, il discepolo di Cristo. Leggere Vollmann è un’esperienza che difficilmente si può paragonare ad altre letture; la sua prosa massimalista, anche nel tratto brevissimo, è un’onda che ci spinge fuori dal quotidiano. Vollmann scrive usando il corpo secondo criteri empirici più vicini al giornalismo che alla narrativa. Per raccontare I poveri Vollmann vive tra i poveri, per scrivere di bikers gira in moto, e per capire cos’è la guerra ci si butta dentro. Non so quanto abbia venduto questo libro ma chissenefrega, è un capolavoro. 

Angelo Cennamo

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AMNESIA MOON – Jonathan Lethem

È il primo romanzo scritto da Jonathan Lethem ma fu pubblicato nel 1995, un anno dopo “Concerto per archi e canguro”. In Italia è arrivato senza fortuna nel 2003 con minimum fax, che in questi giorni ha deciso di riportarlo in libreria con una nuova e sgargiante veste grafica e la traduzione di Martina Testa. Il Lethem di “Amnesia Moon” non è lo scrittore maturo di “Brooklyn senza madre” e “La fortezza della solitudine”, forse lo zenit della sua produzione letteraria, ma nel romanzo troviamo una geniale combinazione di talento innato e di empirismo narrativo (si vede che Lethem ha letto molto, osservato, carpito), che rende il flusso del racconto quasi ipnotico. Il tema della perdita di memoria “Amnesia” Lethem lo aveva già saggiato e portato ai lettori con un racconto uscito in Italia sempre con minimum fax un paio di anni prima, “Cinque scopate” (“Five Fucks”), incluso in una raccolta intitolata (vado a memoria) “L’inferno comincia in giardino”, che avremmo letto in sei o sette. Definire “Amnesia Moon” uno strano romanzo sarebbe il minimo, ma l’aggettivo strano, per quanto banale, trovo che sia il più appropriato a definirlo. Tutti i personaggi della storia soffrono di amnesia, hanno dimenticato i loro nomi, cosa facevano e com’era il mondo prima che venisse sconvolto da una catastrofe (una guerra?) di cui si sa poco o nulla proprio perché nessuno è in condizione di ricostruire i fatti. Tra i personaggi spicca la figura di Chaos, il cui vero nome (prima del misterioso evento) è Everett. Chaos ha dimenticato la propria identità ma anche il suo amico Cale Hotchkiss e la donna di cui è (era) innamorato, Gwen. Non sa neppure spiegarsi cosa ci fa in quella cittadina dello Wyoming, Hatfork, e per quale maledetta ragione i suoi abitanti sopravvivano come disperati mangiando cibo in scatola. Uno dei temi del romanzo è il viaggio. Come un apocalittico Sal Paradise, Chaos se ne va in giro tra i piccoli universi, tra loro diversissimi, di questa landa devastata forse da una tragedia nucleare: White Valnut, Vacaville, luoghi governati da nuove leggi e le cui realtà, come in un celebre romanzo di Ursula K. Le Guin, sono alterate/condizionate dai sogni. Il viaggio di Chaos in questa terra frammentata e disunita, è anche il viaggio di Lethem tra i suoi maestri; non solo Le Guin, tra le pagine del romanzo vengono fuori Franz Kafka, Philip K. Dick e altro. Gli americani costruiscono il proprio successo sulla rimozione del passato: ricordate la banda di sfigati di Stephen King che ha dimenticato di aver combattutto “It”? Ecco, credo che Lethem abbia voluto dirci più o meno la stessa cosa.

Angelo Cennamo

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