ON THE ROTH

Scrivere il Grande Romanzo della Nazione, con le iniziali in maiuscolo, è il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore americano. Alcuni ci riescono, altri inciampano. Ha ancora senso discutere del GRA decontestualizzando gli Stati Uniti da un mondo ormai superglobalizzato, meticcio e iperconnesso? Tempo fa lanciai un sondaggio sull’argomento. Selezionai una ventina di titoli: Moby Dick, Furore, Revolutionary Road, It, Le correzioni, eccetera. Il sondaggio lo vinse Pastorale Americana di Philip Roth. Non ne fui sorpreso. Non fui sorpreso non perché gli altri romanzi non meritassero di vincere, altroché (le serie di Bascombe e di Coniglio Angstrom raccontano il secondo Novecento americano anche meglio della Pastorale di Roth), ma perché (ho pensato) Roth è un autore enorme, amatissimo in patria ma anche in Italia, paese che legge poco, men che meno la letteratura americana, assuefatto al giallo da ombrellone e al mainstream da premio Strega. Eppure non c’è libreria italiana che non sia fornita di almeno quattro cinque titoli di Philip Roth, incluso Pastorale Americana. Quando dico che Roth è un autore enorme intendo dire che è stato il più grande scrittore del suo tempo, parliamo di un tempo abbastanza lungo, che inizia nel 1959 con Goodbye, Columbus e si conclude nel 2010 con Nemesi – in mezzo una trentina di libri (tanti per un autore non di genere). Il tempo di Roth lo divido virtualmente in due stagioni, quella “del figlio”, la prima, quella “del padre”, la seconda. Nella stagione “del figlio” Roth interpreta il ruolo che gli riesce meglio, il ribelle; il giovane Roth si scontra con l’educazione familiare, l’ipocrisia della società borghese, perfino con la religione ebraica, la sua. Già, Philip Roth era ebreo, vertebra, con i fratelli Singer, Bernard Malamud e Saul Bellow, di quella prestigiosa spina dorsale che oggi ha come eredi, tra gli altri, Ben Lerner, Joshua Cohen, Jonathan Safran Foer. L’ebraismo di Roth non è mai stato sereno né identitario, critico piuttosto, spesso conflittuale nella finzione: la blasfemia di Carnovsky manderà su tutte le furie la comunità ebraica di Newark e farà morire di crepacuore (parafrasando guarda caso Saul Bellow) il padre di Zuckerman. Nella stagione “del figlio” occhio ai seguenti titoli: Goodbye, Columbus (l’esordio del 1959, già pubblicato su Paris Review), Quando lei era buona (l’unico romanzo in cui Roth dà voce a una protagonista femminile, Lucy Nelson) e l’opera simbolo oltre che della consacrazione: Lamento di Portnoy. Seguitemi. 1969, siamo in piena rivoluzione sessuale. Martin Luther King è stato assassinato, dopo di lui tocca a Bob Kennedy. Gli echi del Vietnam rimbombano deviando attenzioni e disordini. Roth delega la protesta ad un giovanotto stralunato che ci sembra di avere già incontrato nei capolavori di Salinger e di Mark Twain: Huckleberry Finn – Holden Caulfield – Alexander Portnoy. Proiezioni. Ma è nella seconda parte della sua carriera che Roth dà il meglio di sé. Patrimonio (forse l’opera più autobiografica, di sicuro la più commovente) è il testo cerniera: Roth smette i panni del figlio e diventa padre. Lui che nella vita non ha avuto figli, diventa padre nella letteratura. Eccoli i libri migliori: Il teatro di Sabbath (1995, il romanzo più estremo e rothiano di tutti, Eros e Thanatos, due topos centrali nella narrativa di Roth, nella tragicomica parabola esistenziale del burattinaio Mickey toccano le vette più alte. Pochi autori hanno scritto di sesso e di morte come Philip Roth, oggi direi solo Michel Houellebecq). Pastorale Americana (1997, il Grande Romanzo Americano di Roth). La macchia umana (2000, trama ispirata dallo scandalo sessuale consumato nello studio ovale di Bill Clinton. Quella di Coleman Silk è una storia di segreti e di pregiudizi con un finale amaro).

Ma rimaniamo su Pastorale. Nell’anno in cui Roth lo pubblica, negli Stati Uniti escono altri due capolavori: Underworld di DeLillo e Mason & Dixon di Pynchon. Pochi mesi prima, nel 1996, è la volta di Fight Club di Chuck Palahniuk, L’atlante di William Vollmann, Infinite Jest di David Foster Wallace. Nel 1998 Pastorale Americana si aggiudica il Pulitzer. A Roth ora manca solo il Nobel. Lo meriterebbe ma a scombinare i piani è Leaving a Doll’s House, il memoir di Claire Bloom che spara a zero sull’ex marito facendo a pezzi la sua immagine di uomo e di scrittore. Roth misogino e sessuomane? La stessa malevolenza toccò anche John Updike (“un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace), come Roth scrittore di sintesi tra realismo e sperimentalismo, stessa stoffa, ma a differenza dell’amico rivale (cantore di relazioni e di scrittori), più addentro alle cose materiali e documentato su tutto “Come diavolo fa Updike a sapere tutto delle Toyota? Io abito in campagna e non conosco neppure i nomi degli alberi”. 

Perché Pastorale Americana è il Grande Romanzo Americano è presto detto: contiene tutti gli ingredienti del GRA. Sono tre o quattro, non di più. 1) Il sogno. Seymour Levov, il protagonista del romanzo, eredita dal padre una fabbrichetta di guanti di pelle e la trasforma in una grossa azienda. Seymour può dirsi un uomo di successo. Seymour ce l’ha fatta, ha svoltato, ha realizzato l’american dream. 2) Il mito della forza e della bellezza. Seymour è alto, biondo, con gli occhi azzurri. Lo chiamano lo svedese per via di quell’aspetto nordico. Non solo. Seymour ha sposato una donna bellissima, aspirante miss America, già miss New Jersey. Da studente, Saymour eccelle in tutte le discipline sportive, i suoi primati fanno esultare il quartiere ebraico dove abita e dimenticare perfino la guerra. 3) Il conflitto generazionale. Nella ricostruzione immaginaria di Zukerman, Merry, la prima figlia di Seymour, è una ragazza introversa e scontrosa per via di una fastidiosa balbuzie. Il disagio di Merry si trasforma in frustrazione poi in rabbia, ed infine esploderà nel gesto clamoroso che cambierà direzione alla storia. 

Il quarto ingrediente è presente in ogni libro di Roth. È il suo tocco magico. Per tutta la vita Roth non ha fatto altro che raccontare di sé, simulando e dissimulando la verità. Mascherandosi. Come tutti i grandi romanzieri, Roth ha tradotto in inchiostro la propria esistenza. Scrivi di quello che sai. Il gioco di specchi tra verità e finzione, che raggiunge il suo culmine ne I Fatti, in Pastorale non tocca il fondo ma il doppiofondo: la storia del romanzo è sì un’invenzione di Roth ma dentro la storia di Roth c’è quella di Zuckerman. Pastorale è una gigantesca allegoria, i Levov sono come l’America, vuole dirci l’autore, che mostra la parte migliore di sé e nasconde la polvere sotto il tappeto. “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit di American Tabloid. Neppure i Levov lo sono. Non c’è lieto fine né consolazione nelle ultime battute, i Levov sprofondano nell’abisso, i lettori assistono inermi, attoniti, quasi intimoriti. Philip Roth ci getta nel caos. A questo serve la letteratura. 

Angelo Cennamo

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