Cuffy Lambkin, per gli amici Sportcoat o King Kong, per via di quello strano liquore che gli rintrona il cervello, è il diacono della chiesa battista di Five Ends. Siamo a Brooklyn, nel 1969. Le Cause Houses sono un luogo malfamato ma la fratellanza supera ogni steccato e la chiesa è un avamposto contro il crimine e la devianza giovanile.
Sportcoat parla col fantasma di Hettie, la moglie morta annegata che qualche anno prima ha fatto sparire chissà dove la cassetta con le offerte del club natalizio. È un tipo bizzarro, questo diacono, ma ha una storia, e tutti gli vogliono bene. Il romanzo si apre con uno sparo. Non ci crederete ma a premere il grilletto di una vecchia P38 è proprio Sport. La vittima (non) designata è Deems Clemens, un giovanissimo spacciatore che in un altro tempo era stato “messo sulla via del Signore” dallo stesso diacono, suo catechista e anche allenatore di baseball (il baseball ricorrerà spesso), insomma una specie di secondo padre. Ma per quale dannata ragione Sport ha sparato a Deems? È un falso mistero, lo scoprirete leggendo il libro. Scoprirete anche che lo sparo è un’astuzia di James McBride – scrittore afroamericano, jazzista, sceneggiatore per Spike Lee, vincitore del National Book Award nel 2013 con “The Good Lord Bird” – per tenere insieme il suo affresco (una volta si diceva così) su questa sgangherata “Repubblica di Brooklyn” degli anni Sessanta, dove i gatti urlano come esseri umani, i cani mangiano le proprie feci, “le zie fumavano come ciminiere e morivano a centodue anni”, e dove processioni di formiche seguono la pista di uno strano formaggio. “Il diacono King Kong” – edito in Italia da Fazi con la traduzione di Silvia Castoldi – è un agglomerato di situazioni, intrecci, identità, senza una vera trama. La finestra (aperta) su un cortile di traffici poco leciti, liturgie salvifiche, un’umanità di disperati allegri (neri, ispanici, italiani) di cui Tommy Elefante, un timido scapolo sovrappeso che prova a resistere alle pressioni dei clan, è il miglior attore non protagonista. McBride è un Colson Whitehead con il dono dell’ironia. Leggendo il romanzo potrebbe tornarvi in mente “Il ritmo di Harlem”, con il quale questo graphic novel dai colori accesi ma tutto da immaginare, forma un dittico ideale.
La leggerezza di McBride è quella di sempre, e il suo crime comico, a metà tra l’Huckleberry Finn di Twain e il sangue e merda del “Pulp Fiction” di Tarantino – tra i dieci romanzi del 2022 per il New York Times – riesce perfino a commuoverci.
Tempo fa lanciai un sondaggio sul Grande Romanzo Americano, che non è esattamente il più bel romanzo americano – un giorno magari ne riparleremo. Con un certo margine “Pastorale americana” di Philip Roth si impose su numerosi altri capolavori del ‘900 e passa, dal “Grande Gatsby” a “Le avventure di Augie March”, da “IT” a “Underworld”. Era un gioco, direte. Certamente. Non partecipai al voto per ovvie ragioni e se avessi dovuto esprimere una preferenza mi sarei trovato nell’imbarazzo di decidere tra una decina di titoli almeno. Senza nulla togliere al romanzo di Roth o al mio amato David Foster Wallace (“Infinite Jest”), credo che alla fine mi sarei orientato sulle quadrilogie di Frank Bascombe e di Coniglio Angstrom, gli everyman di Richard Ford e John Updike, in Italia editi rispettivamente da Feltrinelli e Einaudi. Otto libri amatissimi dai lettori di tutto il mondo e premiati con ben tre Pulitzer, uno per Ford (“Il giorno dell’Indipendenza”), due per Updike (“Sei ricco, Coniglio”, “Riposa, Coniglio”). Bascombe e Angstrom non hanno molto in comune se non l’aver vissuto più o meno sotto lo stesso cielo, a distanza di qualche anno l’uno dall’altro (Harry è più anziano di Frank). Saggio e pragmatico l’antieroe di Ford, una vera e propria testa di cazzo quello di Updike, perennemente in fuga, da se stesso e dagli altri, oggi anche dalle librerie: Updike in Italia si legge pochissimo ed è un peccato, ma non per Updike, piuttosto per chi continua ad ignorarne l’esistenza. Se non avete ancora fatto la conoscenza di quella simpatica canaglia di Harry Angstrom, vi consiglio di sbrigarvi prima di tutto – non si sa mai che finisca fuori distribuzione, è già accaduto una volta – poi di leggere i quattro romanzi seguendo la giusta cronologia: “Corri, Coniglio”, “Il ritorno di Coniglio”, “Sei ricco, Coniglio”, “Riposa, Coniglio”. Buona lettura.
“Una cosa divertente” che faccio sempre è leggere cosa scrive Gian Paolo Serino, critico letterario e mio nuovo amico (ebbene sì). Giorni fa, Serino ha pubblicato su Facebook un post molto interessante su David Foster Wallace demolendo di fatto il mio scrittore del cuore. Del post condivido poco per ovvie ragioni, ma le argomentazioni di Gian Paolo sono “terribilmente, terribilmente…” adeguate rispetto a chi nel genio di Ithaca non riesce a trovare spunti o elementi di attrazione (è lecito).
Provo allora a dire la mia su alcuni punti (il post è lunghissimo) che non mi trovano d’accordo.
“David Foster Wallace è un classico autore da esibire: più commentato che letto”.
Vero. Alla pari di Joyce e Proust, per esempio. Una volta Carmelo Bene disse una cosa divertentissima su “Ulisse”: negli anni Sessanta lo trovavi sui tavoli dei salotti della borghesia. Messo lì, di sguincio, ostentato. Non lo leggeva nessuno ma andava mostrato agli ospiti per fare bella figura. È il destino degli scrittori difficili ma così osannati dalla critica che non ti va di trascurarli. A costo di fingere.
“Wallace non è altro che un prodotto, un logo da esportazione sinonimo di una qualità narrativa più ventilata che effettiva, di una ricerca più vicina al marketing intellettivo che all’intelletto”.
Al di là dell’estetica del periodo (così bello da sembrare scritto proprio da Wallace), io penso che il marketing intellettivo di Wallace (che esiste per davvero) sia un prodotto non di Wallace ma di chi lo adora talvolta senza pudore (mi ci metto anch’io) al punto di generare un nuovo contenuto fuori dal contenuto reale. La mitizzazione di Wallace ha creato nel tempo un secondo Wallace che viaggia sul canale parallelo del Wallace autentico. Un Wallace filtrato attraverso l’esegesi, l’analisi, il giudizio, il gusto, e destinato a chi Wallace non lo ha mai letto o non lo ha ancora letto. Forse perché ne ha paura.
E poi: siamo proprio sicuri che la prosa di Wallace “è sempre siderale”? Non sarà piuttosto DeLillo l’autore “siderale”, tanto per rimanere nel circolo del postmodernismo? Cosa c’è di siderale in “Una cosa divertente che non farò mai più”, “La scopa del sistema” o “La ragazza dai capelli strani”?
“Bisogna leggere Wallace per capire che “la cultura di massa è la grande ninna nanna che culla gli Stati Uniti d’America col suo affettato la la la”?, si chiede Serino. No, non è necessario. Ma, attenzione, Wallace è andato oltre questa nota. Wallace si concentra sul pericolo della dipendenza che la cultura di massa può ingenerare. E questo passaggio, che non mi pare avere precedenti, è anche il tema centrale di “Infinite Jest”, che (io) invece considero un romanzo originale per quanto la definizione di “blob cartaceo o bobina impazzita” di Serino mi piaccia molto, e per quanto mi trovi perfettamente d’accordo sulle pregresse peripezie di Gaddis da lui citate, che non hanno solo ispirato Wallace ma almeno una decina di autori della sua generazione. Insomma, Wallace o piace troppo o non piace per nulla.
C’è una cosa che voglio dire di Pynchon prima che me ne dimentichi: Pynchon è forever young, l’eterno ragazzo della letteratura americana; cioè la sua verve narrativa è paragonabile a quella di un adolescente. Prendete ad esempio “Vizio di forma”, il romanzo è uscito nel 2009: Pynchon allora aveva superato i settanta, eppure, leggendo il libro, si ha la sensazione che ne abbia cinquanta di meno. Sarà per la comicità demenziale (alcuni passaggi fanno pensare alla filmografia di Jim Carrey), per la freschezza della scrittura, per il cazzeggio infinito che mette in secondo piano tutto il resto. Come sempre la trama è un pretesto, conta il senso, conta il mood. “Vizio di forma” è prima di tutto il tributo a una stagione finita alla quale Pynchon ha strizzato l’occhio anche in altre pubblicazioni: l’epopea hippy, l’esercito del surf e dell’LSD californiano degli anni Settanta. Se vogliamo, il libro è una gigantesca allucinazione, oltre che un affresco (uh che brutta parola) preciso e sbiadito dal “fumo”. Ma nei rari momenti di lucidità – scherzo – intravediamo eccome una storia noir, divertente, e architettata (occhio a pagina 46) come da uno specialista del genere. Il protagonista di questa storia è Doc Sportello, un investigatore privato (e drogato), reclutato da una vecchia fiamma (Shasta) per indagare sulla scomparsa del suo nuovo amante, un ricco immobiliarista finito in un brutto giro nel quale sarebbe implicata anche la moglie di lui. Doc accetta l’incarico solo perché è ancora innamorato di Shasta, ma già dalle prime battute le cose si mettono male, molto male.
Per comprendere appieno il talento di Pynchon occorrerebbe leggere i suoi libri in lingua originale, senza nulla togliere alla traduzione di Massimo Bocchiola per Einaudi, e soprattutto conoscere i retroscena della cultura americana che incorniciano ogni storia, a cominciare dalle citazioni musicali. Tutti gli altri sono chiamati a uno sforzo maggiore: può accadere cioè di non capire tutto, di perdere il filo; pazienza, non è questo lo spirito col quale approcciare autori così bizzarri.
I romanzi di Pynchon somigliano a certi abiti stravaganti che vediamo sfilare sulle passerelle dell’alta moda: nessuno si sognerebbe di indossarli, però quanti spunti, quanti suggerimenti. Mappe di orientamento per cogliere il filo (questo è il filo che conta) della buona scrittura contemporanea. Pynchon non può mancare nello scaffale. Pynchon serve. Serve per imparare a leggere meglio e a scrivere meglio. Dicevo di Sportello: che fine farà il nostro Doc? Be’, ecco… diciamo che… ma chissenefrega di Doc Sportello.
Romanzo sulla disgregazione, di una comunità, della sua economia, di due famiglie: i Whiting e i Roby. Richard Russo è un newyorchese innamorato del Maine, ed è proprio in questo piccolo stato del nordest americano, affacciato sull’Atlantico, che decide di collocare la sua storia. Il libro esce in un anno cruciale per il destino della nazione e del mondo intero, il 2001; nel 2002 vince il Pulitzer battendo in finale – udite udite – “Le correzioni” di Jonathan Franzen (che si rifarà col National Book Award) e “John Henry Festival” di Colson Whitehead (che di Pulitzer ne vincerà addirittura due qualche anno dopo). I libri di Russo sono delle ottime biografie degli Stati Uniti e “Il declino dell’impero Whiting” – che io preferisco chiamare con il titolo originale “Empire Falls” – così come il più recente “Le conseguenze”, sempre edito da NeriPozza, ce lo confermano. La vicenda, molto lunga, oltre 600 pagine, si snoda attraverso le vite semplici degli abitanti di una piccola cittadina (Empire Falls) dal passato operoso, e che oggi vivacchia con i rimasugli di una stagione non più ripetibile. La stagnazione economica, l’impoverimento dei suoi abitanti, è incarnato da Miles Roby, personaggio che ricorda un po’ il Morris Bober del capolavoro di Malamud per la bontà, la fede, la rettitudine, lo spirito di sacrificio con i quali affronta le dure sfide del presente. Miles cuoce hamburger in una tavola calda (Empire Grill) di proprietà di Francine Whiting, vedova di Charles Whiting e matriarca di una ricca stirpe di imprenditori. La sola speranza di Miles è ereditare il ristorante – la vedova gliel’avrebbe promesso ma non se ne comprendono le ragioni – e assicurare un futuro a Tick, l’unica figlia avuta dal matrimonio (finito anche quello) con Janine. L’Empire Grill è il “luogo” della storia ma anche il crocevia di una narrazione apparentemente lenta, costruita intorno a un infinito viavai, confessioni, ricordi, strane coincidenze, fughe, ritorni, con una polifonia ben calibrata e dialoghi perfetti. Le affinità elettive o inclinazioni artistiche di Miles e del defunto Charles Whiting, arrivato a dirigere l’impero economico del capostipite dopo un decennio di latitanza “poetica” in Messico, sono una traccia interessante. Ma di piste ce ne sono tante altre: il divorzio tra Miles e Janine, che a quarant’anni si è data alla palestra e al sesso sfrenato con Walter Comeau (Volpe Argentata); il rapporto difficile tra Miles e quel “disturbatore della quiete pubblica” di suo padre; gli scontri con il fratello-socio che coltiva marijuana; le tentazioni della traviata Charlene, della quale Miles è silenziosamente innamorato da anni. E poi c’è lei, la matriarca Francine, con i fasti, i fantasmi del passato, e una tragedia familiare poco chiara.
Le storie di Russo, che scorrono su un doppio binario temporale (l’infanzia e l’età adulta di Miles), sono dense, vaste alla maniera di Whitman; alcuni passaggi possono sembrarci inutili rispetto alla trama principale, ma sono parte di quella “moltitudine” e di un impianto largo che pretende di includere tutto per risultare più credibile e attrattivo.
La voce di Miles è così forte, udibile dal lettore, da annullare quasi la terza persona che Russo ha scelto per raccontarci degli abitanti di quella terra sperduta. Dov’è l’America, cosa accade nel mondo mentre Miles, Max e Janine vivono le loro vite? Un puntino su una mappa geografica, questo è Empire Falls.
Trentasette anni, originaria dell’Ohio, Tiffany McDaniel è una delle voci più interessanti della nuova letteratura americana. Un’osservata speciale. Con il suo romanzo d’esordio “L’estate che sciolse ogni cosa” si è aggiudicata il “Not-the-Booker Prize” di The Guardian 2016 e imposta all’attenzione della critica di mezzo mondo.
“L’eclisse di Laken Cottle” – Atlantide, traduzione di Clara Nubile – conferma una linea narrativa originale e innovativa che non si piega alle offerte editoriali più in voga, appiattite su trame collaudate e riciclate con pochi margini di rischio. È una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende. McDaniel si fa tentare dal gotico ma vola più in alto: è un po’ Borges, un po’ Shirley Jackson. Il buio che come una cappa scende sulla vicenda del romanzo, non è il blackout tecnologico che “silenzia” i personaggi dell’ultimo DeLillo, è un buio vero, assenza di luce, un lento spegnimento del sole che ingoia ogni cosa. E mentre la terra si oscura, Laken, il protagonista, cerca disperatamente di fare ritorno dalla propria famiglia. Quel buio è l’eclissi della mente che nasconde la verità, gli verrà spiegato nelle ultime scene del viaggio. A Laken non resta allora che annullarsi, rimuovere sovrastrutture e pregiudizi per ritrovare la rotta verso casa.
C’è sempre qualcosa di mistico nelle storie di Tiffany McDaniel. Una strana e briosa magia che turba i lettori e “smuove le montagne” avrebbe chiosato un altro genio del Midwest che non ha fatto in tempo a conoscerla. “L’eclisse di Laken Cottle” è il libro dell’anno per Telegraph Avenue.
Matthew Baker, giovane scrittore del Michigan, look da ragazzo punk: volto emaciato, felpe e giacche di pelle fuori misura, è autore di numerosi racconti apparsi su riviste come The New York Times Magazine e The Paris Review. Variety lo ha indicato tra “i dieci più interessanti narratori da seguire”. “Perché l’America” (“Why visit America” Sellerio – traduzione di Veronica Raimo e Marco Rossari) è una raccolta di shortstories – tredici, una per ogni striscia della bandiera americana – originali, innovative per forma e contenuto, richiestissime anche dalle case cinematografiche, che ci mostrano un’America del futuro prossimo distopica, o utopica se preferite. Un libro che “alza l’asticella”, insomma, prezioso, rassicurante per nostalgici come il sottoscritto di David Foster Wallace.
“Ferrovie del Messico” (Laurana) è un vero prodigio, non saprei definirlo in altro modo. Il romanzo, lunghissimo ma scorrevole, è circolato tra i lettori con un passaparola quasi carbonaro, tanto che tuttora è difficile trovarlo in libreria, vi conviene prenderlo direttamente online. Lo ha pubblicato Gian Marco Griffi, scrittore quarantenne cresciuto nel Monferrato – della scuderia di Giulio Mozzi – ma sembra scritto da Roberto Bolaño a sei mani con Thomas Pynchon e Vinicio Capossela. Tra le cose migliori uscite in italia negli ultimi anni.
Di Hernan Diaz, autore argentino di Buenos Aires naturalizzato americano, avevamo già letto e apprezzato “Il falco”, romanzo epico che ha reiventato il genere western e che nel 2018 ha sfiorato il Pulitzer. Con “Trust” (Feltrinelli – traduzione di Ada Arduini) Diaz ci conduce nel mondo di Wall Street per raccontarci una storia oscura e di non facilissima lettura, con quattro versioni diverse. Interessante la trama, stupefacente la struttura.
La discussa biografia di Philip Roth (Einaudi – traduzione di Norman Gobetti) è un’opera monumentale sotto ogni aspetto, imperdibile per tutti i lettori (quelli più rodati) del genio di Newark. Precisa, dettagliata, scritta (come un romanzo) da Blake Bailey (già autore delle biografie di Richard Yates e John Cheever) ma con il cuore e lo stile del protagonista. Siamo sicuri che non ci sia anche il suo zampino? “Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi più interessante”.
Tiffany McDaniel proviene da una terra feconda dal punto di vista letterario: il Midwest americano. Se non lo avete ancora letto, vi suggerisco di recuperare il bellissimo “L’estate che sciolse ogni cosa”, romanzo di formazione con una forte impronta gotica. “L’eclisse di Laken Cottle” (Blu Atlantide – traduzione di Clara Nubile) è una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende; un’altra bella prova di questa giovane romanziera dal talento cristallino. Opera dai contorni mistici, a metà tra il realismo magico di Borges, il postmodernismo di DeLillo, il lirismo di Cormac McCarthy.
Sono questi i libri selezionati per la shortlist 2022 di Telegraph Avenue. Uno dei cinque, il 15 dicembre, sarà scelto come libro dell’anno.
Quella che state per leggere, sempreché abbiate voglia di farlo, non è una vera recensione, piuttosto è il resoconto, forse poco dettagliato, magari perfino superfluo, di un’esperienza che, se per mille altri libri si è tramutata bene o male in giudizio critico, estetico, a volte in analisi del testo, comparazione, esegesi, in casi come questo rimane invece pura osservazione. Testimonianza. Non oltrepassa cioè la soglia dello sguardo. Il mio sguardo, ovviamente. Prudenza. Umiltà. Inutilità della parola ulteriore. Ecco cosa intendo dire nel-non-dire. Osservazione muta, dunque, se non nella rappresentazione del pungolo, visivo e intellettivo, che solo certe opere riescono a trasmettere. Del resto cos’altro potrebbe aggiungere il sottoscritto a decine di manuali, tomi di filologia, tavole rotonde, dedicati a questo monumento di carta, a questo poema epico in prosa (vale quanto l’Iliade e l’Odissea), a questa rampa autostradale che ci immette direttamente sulla tre corsie della letteratura moderna americana? È già tutto scritto, tutto spiegato, argomentato, addomesticato, reso fruibile con note, introduzioni, postfazioni. “Moby Dick” di Herman Melville. Cinque parole che sembrano una sola. Lessi l’edizione curata da Cesare Pavese negli anni del liceo. Nel mio giovane cuore innamorato degli States, Melville era stato preceduto solo da Mark Twain, Salinger e dall’Alex Haley di “Roots”, il romanzo di Kunta Kinte. Pavese, come Bianciardi e Vittorini, fu tra i pionieri delle traduzioni americane. Fu soprattutto un autodidatta. Quelle versioni, l’Hemingway della Pivano, per dire, che di Pavese fu allieva, sono diventate leggendarie nonostante le numerose imperfezioni. Eppure, il suo collega Melville, Pavese lo tradusse in modo magistrale: dove non poté arrivare la conoscenza della lingua, supplì il genio creativo dello scrittore. Mi rendo conto che l’argomento è troppo vasto per essere sviscerato nelle poche righe di questa mia testimonianza, poche ho scritto ma, a quanto pare, non sembrano affatto poche. A distanza di anni ho ripreso “Moby Dick” nell’edizione agevole – agevole in quanto prensile – di Feltrinelli, curata da Alessandro Ceni (molto bravo al di là degli strani toscanismi che ogni tanto affiorano nel racconto, ne avevo trovati diversi anche nell’Ulisse di Joyce) con il timore reverenziale che richiede l’approccio a ogni capolavoro che sia autenticamente tale. Concordo con Ceni quando nella sua precisa prefazione del romanzo ci suggerisce di leggere “Moby Dick” senza badare alle sovrastrutture o alle implicazioni simboliche sedimentate intorno al testo: riflessi dell’epica omerica, il viaggio di Ulisse, certo, ma anche quello di Dante “Sì, il mondo è una nave che compie la traversata d’andata, non quella di ritorno, e il pulpito è la sua prora”, della tragedia shakespeariana, della strada che molti anni dopo percorreranno Kerouac e come lui tanti altri “Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana” (Carlo Verdone, Borotalco). Immagini reali o sovrapposte attraverso sillogismi forse neppure voluti dall’autore. L’atteggiamento giusto, la migliore postura mentale verso l’opera è abbandonarsi alla storia in sé, dimenticando o aggirando l’artificioso mondo della rilettura critica, della dietrologia che talvolta finisce per incrostare e appesantire il racconto, spostandone l’asse della trama. Melville non aveva altro scopo se non quello di raccontare la storia che lui aveva immaginato.
Il romanzo è diviso in tre blocchi virtuali: l’antefatto (ovvero la menomazione inflitta dalla Balena Bianca al capitano Achab – pagine 218 e 219); il fatto (l’ossessione per la vendetta che conduce Achab alla follia e allo scontro finale con Moby Dick – “Io adesso profetizzo che smembrerò il mio smembratore” – scontro che si risolve in poche decine di pagine); tutto il resto. Tutto il resto è la parte centrale del romanzo, la più ampia ma anche la più sfaccettata. In questa, chiamiamola sezione, la storia segue due percorsi, talvolta alternati, altre volte intrecciati l’uno all’altro senza che si possa distinguere il primo dal secondo: la fiction diventa saggio; capitoli come “Cetologia”, “Lo Specksynder”, “Delle raffigurazioni mostruose di balene”, “La sagola”, “La forcola”… sono dei veri e propri manuali brevi di navigazione, di pesca, di storia e scienza ittica, e la vasta grammatica marinaresca richiede un assiduo ricorso alle note a margine.
Vediamo ora i protagonisti, che al di là della ciurma del Pequod – la nave che fa da palcoscenico alla storia “il colorito del suo vecchio scafo era abbrunato come quello d’un granatiere francese che avesse combattuto sia in Egitto sia in Siberi” – e del capodoglio dal quale prende il titolo il romanzo, sono tre: Ismaele, l’osservatore e narratore dei fatti “Ficcai una camicia a due nella mia vecchia sacca da viaggio, me la cacciai sotto sotto il braccio e partii per Capo Horn e il Pacifico”; il mitico – parola abusata ma in questo caso appropriatissima – capitano Achab; il primo ufficiale Starbuck, ovvero l’unico membro dell’equipaggio che prova a resistere al folle piano del capitano sfregiato: cacciare un animale non per guadagno ma per vendetta. Achab però ha deciso. Melville lo fa comparire per la prima volta a pagina 152. Irrompe sulla scena preannunciato da una fama leggendaria… “L’intera sua alta, ampia forma pareva fatta di bronzo massiccio e foggiata in uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso dal Cellini”.
Dicevo della parte mediana della storia-non storia: giorni e giorni di navigazione, dettagli sulla vita di bordo, i ruoli dell’equipaggio, le procedure, i paesaggi marini, le balene (come vivono, come si distinguono le une dalle altre, l’aneddotica). “Moby Dick” è tutto questo. Una grande avventura che si compie lontano dalla terra ferma e lontano dal nostro tempo. I tratti che ci colpiscono di più sono: il doppio binario sul quale Melville fa scorrere il senso del racconto (il duello tra il capitano Achab e la Balena Bianca e la sua traslazione poetica nell’eterno conflitto tra uomo e natura); l’antropocentrismo quasi demoniaco di Achab invano contrastato da Starbuck, il marinaio saggio e animalista (oggi diremmo) che conosce e soprattutto accetta i limiti dell’uomo anche di fronte alla natura più maligna.
Ha ancora senso leggere romanzi pubblicati due secoli fa? La domanda alla quale dovremmo rispondere, secondo me, è un’altra: come fanno certi libri a sopravvivere per così tanto tempo? Imbarcatevi sul Pequod e lo saprete.
Di Joshua Ferris, scrittore non più giovanissimo dell’Illinois, ricordiamo “When we came to the end” (“E poi siamo arrivati alla fine”), il suo primo e forse migliore romanzo, uscito in Italia sempre con Neri Pozza nel 2006, tradotto in una trentina di lingue, e “Non conosco il tuo nome”, apparso prima del deludente – a parte il titolo – “Svegliamoci pure, ma a un’ora decente”.
“Ultima chiamata per Charlie Barnes” è un altro dei titoli ammiccanti di Ferris. Più che la vita dell’Everyman Charlie, il libro racconta la storia di una diagnosi – tra le peggiori possibili: tumore al pancreas – vera, errata, ritrattata, verificata, intorno alla quale si sviluppano le mille vicende personali del protagonista. Chi è Charlie Barnes? Uno di noi: un simpatico cialtrone. Buono ma anche cinico, incapace ma anche sfortunato, adorabile ma inaffidabile.
Siamo nell’autunno del 2008, la Grande Recessione è alle porte, l’America sta piombando in una delle stagioni più nere. Il romanzo procede su tre binari: Charlie visto da Charlie; Charlie visto dagli altri: i suoi quattro figli, le cinque ex mogli; Charlie visto dai lettori. Dev’essere dura trascorrere la vita intera, settant’anni, a inseguire il sogno americano e all’ultimo scoprire che “i conti erano truccati”. Ecco, Ferris ha scritto un libro sulla disillusione.
Per Charlie è giunto allora il momento di interrogarsi sul senso dell’esistenza: cosa rende un uomo ciò che veramente è?, e di provare a tirare due linee (brutta parola “bilancio”). Il flusso di incoscienza, più o meno indiretto, occupa buona parte della narrazione. Cominciamo col dire che sei un impostore, Charlie, ma in fondo chi non lo è? Ferris invece è una spugna – ha assorbito Philip Roth, Updike, Oates, Franzen, Chabon, Homes – e al di là di qualche sbandata o passaggio disordinato barra noioso, la storia, di Charlie e dell’America perdente che gli ruota intorno, ci convince molto.
Cosa ci spinge a leggere o rileggere un autore difficile e bizzarro come Thomas Pynchon? Me lo chiedo ogni volta. Perdersi nei libri di Pynchon – la cui biografia sembra fotocopiata da quella di Salinger (è ancora vivo? È mai esistito? Qualcuno l’ha visto negli ultimi cinquant’anni?) – è soprattutto una sfida intellettuale. Per attutirne l’impatto devastante, questi libri andrebbero letti senza nessuno intorno – cane compreso, con le finestre chiuse, la tv spenta.
“La cresta dell’onda” – “Bleeding Edge” (brutta la traduzione del titolo in italiano) – non ha lo stesso tasso di difficoltà di opere come “L’arcobaleno della gravità” o de “L’incanto del lotto 49”, ma attraversare le sue 567 pagine non è come passeggiare per Central Park. Questo non tanto per la complessità in sé della costruzione narrativa, della scrittura, quanto per i numerosi rimandi a nomi e situazioni legate alla cultura e all’attualità americana (vivere negli Stati Uniti, essere americani, insomma stare lì, aiuta).
“Bleeding Edge” uscì nel 2013, due anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. È un romanzo sull’11 settembre? È anche un romanzo sull’11 settembre, anzi direi uno dei migliori sull’argomento. Ma come per ogni altro libro di Pynchon, la trama non è la parte essenziale. Al centro della storia troviamo Maxine Tarnow, madre divorziata di due bambini e investigatrice privata senza licenza. Maxine riceve la visita di Reg Despard – un filmaker mezzo matto che si è fatto notare per le sue involontarie rivisitazioni (zoomate giudicate “artistiche”) di film altrui, che aveva precedentemente conosciuto in una crociera – il quale la incarica di indagare su una società di sicurezza informatica chiamata Hashslingrz (poteva avere una denominazione meno complicata?), amministrata da un uomo d’affari senza scrupoli di nome Gabriel Ice, che, si scoprirà, trasferisce ingenti somme di denaro negli Emirati Arabi, forse per finanziare dei terroristi islamici.
Le avventure di Maxine si snodano in una New York scintillante, moderna e fuori da ogni cliché: “La cresta dell’onda” è un sostanzioso tributo alla Grande Mela. Le vicende personali della donna (i tentativi di riavvicinamento dell’ex marito, il rapporto con i figli) si intrecciano alle indagini e ai numerosi altri incontri e/o frequentazioni. March Kelleher è un’attivista di sinistra che Maxine ha conosciuto molti anni prima durante un sit-in di inquilini sfrattati. La figlia di March, Tallis, è sposata con Ice, il grande avversario di Maxine. Nicholas Windust è un falso agente dell’FBI, che lavora per un’altra agenzia governativa (TANGO). Di personaggi potrei citarne altri cento ma non è il caso di andare oltre. Prima di iniziare a seguire le indagini di Maxine vi suggerisco di prendere carta e penna per tracciare un paio di linee guida e marcare gli spazi di questo labirinto di trame e di sottotrame. Non capirete tutto ma capirete che non esiste un altro scrittore come Thomas Pynchon.