Comincio dalla fine: il premio Strega se l’è aggiudicato il bel romanzo di Emanuele Trevi, una storia di ricordi e di amicizia, la migliore della cinquina in gara – non ci voleva molto – ma non dell’intera edizione: “Sembrava bellezza” di Teresa Ciabatti avrebbe meritato più di “Due vite”, per tante ragioni – ne ho scritto su Telegraph Avenue. Per il resto, la serata della premiazione si è svolta con la solita flemma, complice forse l’ora tarda – in Italia i libri occupano al massimo la fascia notturna dei programmi televisivi. Una specie di veglia funebre radical chic di noiosi e annoiati scrittori e affini, intervallata dai filmati di quattro bimbi inconsapevoli, potenziali lettori forse di altro, che giocano ad indovinare il contenuto dei romanzi che si contendono il premio. Guardo lo scatto rubato a Sandro Veronesi, quest’anno presidente di giuria, e penso a quella frase di Umberto Saba: La letteratura italiana è secoli di noia.
Edwin Fisher è un giovane docente universitario in vacanza in una località balneare che frequentava durante l’infanzia. È da solo: Meg, sua moglie, è rimasta in città dopo l’ennesima lite. I due si sono lasciati. Nella stessa località Edwin scopre che sono venuti a villeggiare anche i suoceri. Un caso? Il padre di Meg si rivela fin da subito un bravo avvocato, un uomo saggio, astuto, proiettato, forse per deformazione professionale, alla mediazione. Mediazione è la parola chiave. La lunga e martellante mediazione dell’avvocato Vernon tra la figlia Meg e suo genero è una delle tracce essenziali di questo romanzo – vincitore nel 1974 del Booker Prize a pari merito con Nadine Gordimer. L’altra è l’assenza/presenza di Meg. Meg compare fisicamente solo nelle ultimissime pagine del libro, ma è sempre al centro di ogni pensiero o ricordo di Edwin; lei e il figlio morto, Donald. Qualcuno ha paragonato “Holiday”, forse la prova migliore del prolifico scrittore inglese Stanley Middleton, a “Stoner”, il capolavoro di John Williams rimasto sepolto per mezzo secolo prima che Anna Gavalda lo riesumasse da un inspiegabile oblio. Non ne comprendo le ragioni, a meno che la similitudine non si riferisca proprio a quella dimenticanza. Non penso neppure che “Holiday” abbia bisogno di blurb così spiazzanti per conquistarsi spazi di considerazione tra i lettori: è bello di suo. La vacanza di Edwin è leggera, appena briosa nel goffo tentativo di sedurre una giovane bagnante, sposata come lui, o di lasciarsi andare con un’altra villeggiante, anche lei sposata, ma più adulta e decisamente meno affascinante dell’altra.”Holiday” è essenzialmente un romanzo di dialoghi – perfetti, misurati – e di flashback sull’infanzia, a volte sui momenti di maggiore tensione del matrimonio. Le giornate di Edwin trascorrono senza sussulti, non accade un granchè, tutta la sua vita, del resto, al di là della tragedia di Donald, è povera di ricordi rilevanti. Eppure Edwin non percepisce la propria vita come la vita di un uomo infelice. Forse è proprio questo che rende speciale il romanzo.
Lui è quello di “Lonesome Dove” – premio Pulitzer nel 1986, il miglior romanzo western di sempre, non si offenda Cormac McCarthy – e poi “Le strade di Laredo”, “L’ultimo spettacolo” e molto altro ancora. “Voglia di tenerezza” uscì nel 1975, al cinema ebbe i volti di Shirley MacLaine, Debra Winger, Jack Nicholson, una manciata di Oscar. Da pochi giorni è tornato nelle librerie italiane con la nuova traduzione di Margherita Emo.
Siamo a Houston, sì ma non vi aspettate il Texas dei petrolieri con i cappelli da cow boy o dei conflitti razziali: qui si parla d’altro, di una vedova di Boston, sulla cinquantina, un po’ in carne ma moolto affascinante e dalla lingua tagliente, soprattutto. Il suo nome è Aurora Greenway. Aurora non ha un pretendente, ha una pletora di pretendenti: il banchiere Edward “lei lo faceva sentire piccolo piccolo” – la scenata al ristorante francese tra pagina 56 e pagina 57 è spettacolare – il generale Hector (nella versione cinematografica impersonato da Jack Nicholson) che la spia con un binocolo; l’ex tenore Alberto, costretto da un colpo apoplettico ad abbandonare le scene per vendere strumenti musicali; il vecchio Trevor, che tra un matrimonio e l’altro tenta invano l’assalto al suo primo amore “È proprio il fatto che non ti sposo a tenere vive le tue speranze. Se ti sposassi, sarei solo tua moglie. E non ci sarebbe molto da sperare, per come la vedo io”; il miliardario vergine Vernon, forse il miglior attore non protagonista: Vernon vive nella sua Lincoln Continental, parcheggiato sul tetto del Rice Hotel. “Perché frequenti questi uomini se non ti piacciono? Per sentirmi occupata”. I botta e risposta tra Aurora e sua figlia Emma sono la parte più interessante del romanzo, lungo, forse troppo lungo per non avere una trama. Aurora ed Emma, “Voglia di tenerezza” è prima di tutto la storia di una madre e una figlia, di due donne diverse o forse solo apparentemente diverse. Emma è una giovane moglie delusa ma combattiva. Sposare Flap – docente e aspirante scrittore con due soli vizi: birra e tascabili – è stato un errore, non fa che ripeterle sua madre. Aurora giudica, osserva, provoca, seduce, ma non sceglie nessuno dei suoi corteggiatori: troppo arida o troppo esperta per cedere alle lusinghe dell’amore? E se invece fossero loro, i pretendenti, a non essere all’altezza di una donna intelligente e raffinata come lei? C’è una terza donna: è Rosie, da tanti anni la domestica di mrs. Greenway. La storia di Rosie, di suo marito Rocey – anche lui ammaliato da Aurora – e dei loro sette figli “sette sviste”, è la seconda traccia del romanzo, anche questa molto lunga e parallela alla (non) trama principale. “Voglia di tenerezza” è un libro di donne e sulle donne, scritto da un autore abituato a dare voce soprattutto a personaggi maschili che si muovono in contesti molto diversi da quelli qui raccontati, con dinamiche differenti e altri codici linguistici: insomma “Voglia di tenerezza” è una piacevole eccezione nella cazzuta bibliografia di Larry McMurtry. Le ultime pagine sono di una intensità commovente; questo fanno i grandi libri: piangere, ridere, vivere.
“Una stecca lunga un chilometro per nove piani di altezza, milleduecento appartamenti, ottomilacinquecento stanze in grado di ospitare seimila persone e più di settecentomila metri cubi di volume” il Serpentone, lo chiamano così questo palazzo-quartiere di una periferia sgangherata di Roma: Corviale. È un crocevia di razze, etnie, mille storie diverse, soprattutto un luogo abbandonato, degradato e di difficili convivenze. Tra questi blocchi di cemento, che soffocano perfino la speranza, si consuma il delitto efferato di un giovane siriano (Nadir Bayazid). È un caso semplice: più volte Nadir era stato il bersaglio di un commerciante della zona, i cui affari avevano iniziato a girare male proprio per colpa (?) di gente come lui. Nel romanzo, Elia Desideri, questo il nome del commerciante, ha il ruolo dell’italiano esasperato ed impoverito da un’immigrazione clandestina e mal gestita che ha finito per contrapporre, senza filtri, i nuovi ultimi a quelli di prima. “Nella tana del serpente” è il secondo capitolo di una serie di legal thriller che ha come protagonista un brillante avvocato romano: Alessandro Gordiani. Gordiani è penalista come il suo inventore – Michele Navarra – è sposato con Chiara – segretaria dello studio legale – ma ha un debole per Patrizia Mori, vecchia fiamma e collega “di scrivania”. Quando se ne va in giro per Roma su una vespa bianca scassata, è difficile non vedere su quella vespa il Nanni Moretti di “Caro Diario”. Non è un supereroe, Gordiani, anzi. La sua normalità – in Italia si contano almeno 250.000 “Gordiani” – le debolezze, i conflitti interiori, i dubbi sul matrimonio, ce lo rendono molto umano. Navarra gioca su due tavoli: il professionista capace si alterna al marito annoiato. Il resto lo fa Roma, quella bene e quella di Corviale – miseria e nobilità – la sua toponomastica, i colori, lo slang dialettale. Sì, ma chi ha ucciso Nadir? Che vi importa.
Certi romanzi si muovono su un crinale sottilissimo: basta un niente per farli cadere nella più totale inconsistenza, oppure deviarli sullo scaffale delle grandi opere. Con Chuck Palahniuk accade spesso. Il nome di Palahniuk, scrittore originario di Pasco (Washington) ma trapiantato nell’Oregon, è legato a uno degli esordi più discussi degli ultimi trent’anni: “Fight Flub”, romanzo cult uscito nel 1996 (l’anno di Infinte jest di Wallace). Con “L’invenzione del suono” Palahniuk ritorna ai fasti di una verve creativa che negli ultimi tempi era sembrata appannata e con pochi sussulti. Il romanzo è una gigantesca parodia e/o paranoia sulla mercificazione del dolore e sul potere dell’arte. I protagonisti sono un padre disperato per la scomparsa della figlia, avvenuta diciassette anni prima, e una nota rumorista che ha imparato a riprodurre con delle strane tecniche ereditate dal padre, suoni legati a gesti estremi.Il mio lavoro dice Mitzi Ives (questo è il nome del personaggio femminile) “consiste nel far gridare tutti nello stesso preciso istante” – il romanzo si apre con un branco di cani che ululano al passaggio di un’ambulanza. Uccidere altre donne per lei non è solo un modo agghiacciante per selezionare e rimpinguare il suo già enorme data base di nuovi suoni, ma anche una specie di conquista, un fatto politico: l’omicidio diventa il vero metro del progresso delle donne. Mitzi agisce sotto l’effetto di un farmaco chiamato Ambien, che serve a cancellare la memoria nel breve periodo: gli americani costruiscono il proprio successo sulla rimozione del passato, ricordate la lezione di Stephen King in “It”? Gates Foster (il personaggio maschile) non accetta la morte della figlia; la cerca esplorando il dark web, arriva addirittura a pagare una ragazza che le somiglia per mettere in scena una verità impossibile – il confine tra vero e falso è un’altra traccia del libro. Il mestiere che Gates Foster sogna è torturare gli uomini che torturano i bambini. Nel suo archivio, Mitzi classifica gli urli delle sue vittime come dipinti “Urlo straziante di un uomo che precipita nel vuoto… L’urlo di uomo azzannato da un alligatore”. Ma l’urlo a lei più caro è quello di sua madre, registrato dal padre su un vecchio nastro con su scritto “Traditrice sommariamente giustiziata con un punteruolo arrugginito”. Non è il dolore a produrre i risultati migliori: le registrazioni più redditizie sono collegate al suono del terrore. Palahniuk gioca d’azzardo, la sua trama è a tratti oscura, criptica, labirintica, si legge sopra le righe, tra le righe: Palahniuk lo ami o lo detesti, non ci sono mezze misure. Nel caso trovaste i suoi romanzi respingenti, non mollateli, andate fino in fondo: se non altro, migliorerete il vostro modo di scrivere, e imparerete a leggere meglio. Le storie di Mitzi e di Gates scorrono su paragrafi alternati. I due si incontreranno nella seconda parte del romanzo, quando tutto si svelerà e si ricomporrà in una verità che non distinguerete dalla finzione. Geniale e un po’ folle, il solito grande Palahniuk.
“Beauregard aveva una moglie e dei figli. Gestiva un’attività e andava alle recite scolastiche. Bug rapinava banche e auto blindate…Ho cercato di tenere separate queste due persone ma un uomo non può essere due tipi di bestie”. Red Hill è una cittadina sperduta della Virginia. Qui tutti conoscono Beauregard Montage per le sue doti di pilota e per come riesce a riparare i motori delle auto. Beauregard è un brav’uomo, un onesto lavoratore, un buon padre di famiglia. Le cose però non girano più per il verso giusto: la concorrenza, le spese che aumentano. Beauregard ha bisogno di soldi e ha poco tempo per guadagnarseli onestamente. Gli serve un piano. La soluzione è da qualche parte, vicina, nei paraggi di un passato balordo che credeva sepolto per sempre. Beauregard deve solo guardarsi dentro e ricordare un altro tempo. “Vendi la Duster”, gli ripete la moglie Kia. La Duster non si tocca, la Duster è più di una macchina, la Duster è tutto quello che gli resta di suo padre: la Duster è suo padre. Anthony Montage non lo vedrete mai comparire sulla scena, ma è lui l’altro protagonista di questa storia; la sua assenza assordante riempie il romanzo dall’inizio alla fine. Il fantasma si muove tra le parole, i ricordi, le immagini di una vita di stenti ma a suo modo felice. Beauregard lo ha visto andare via quando era ancora un bambino. Da allora Anthony non è più tornato, ma i ricordi sono macigni e il vuoto può diventare ossessione, a volte un luogo dove rifugiarsi nei momenti più terribili. “O rottami auto o le usi per scappare” diceva il vecchio Ant prima di fuggire chissà dove. “Un uomo non può essere due tipi di bestie”. Beauregard ora è davanti a un bivio, da un lato il presente, dall’altro la vecchia strada: il crimine. “Deserto d’asfalto” è il quarto romanzo di S.A. Cosby, giovane talento della Virginia scoperto e tradotto per noi italiani da Nicola Manuppelli, anima yankee di Nutrimenti e impagabile talent scout di scrittori americani (Don Robertson è il primo nome sulla lista). Il romanzo, uscito negli Usa nel 2020, ha vinto diversi premi ed è stato giudicato da buona parte della stampa specializzata come il thriller dell’anno. “Una bomba” aveva scritto Manuppelli sui social annunciandone l’uscita imminente in Italia. Aveva ragione. Cosby ha scritto un libro ben congegnato con personaggi veri, indimenticabili. Il rapporto tra Beauregard e il padre scomparso è certamente il fulcro della storia “Avresti potuto essere migliore di quello che sei, ma hai passato troppo tempo ad ammirare un fantasma”. La tentazione del male e l’impossibilità di sfuggire al proprio destino, gli altri due temi al centro del racconto, potente, adrenalinico, e senza cali di tensione. Come tanti scrittori di strada – avulsi, direbbe Carlo Verdone, dalle solite conventicole, giri accademici, e incontaminati da inutili – talvolta dannose – scuole di scrittura – Cosby è arrivato alla letteratura dopo aver fatto mille mestieri: il buttafuori, il montatore di palchi, l’agente delle pompe funebri. La purezza di Cosby è un valore aggiunto. Teniamolo d’occhio.
“La vita è una questione di sottrazione graduale” dice Frank Bascombe nell’ultimo capitolo della quadrilogia a lui dedicata, il più malinconico, il più crepuscolare “Tutto potrebbe andare molto peggio”. È da lì che riparte Richard Ford dopo l’intermezzo di “Tra loro”, il tenero memoir o romanzo breve uscito nel 2017, nel quale lo scrittore premio Pulitzer racconta la vita dei suoi genitori. I racconti che compongono “Scusate il disturbo” – “Sorry for your trouble” nella versione originale – seguono il tracciato del Bascombe prossimo alla fine, l’uomo che riflette sulla vita e fa i conti con i fantasmi del passato. Dieci storie brevi, tranne due, pervase da un senso di precarietà, che indagano sugli aspetti più intimi e traumatici dell’esistenza: lutti, divorzi, fallimenti. Ciascuno dei protagonisti, quasi tutti uomini di mezza età e benestanti, ha perso qualcuno o qualcosa, oppure è “Fuori posto”, come l’orfano Herry Harding, compatito e baciato in bocca dal suo amico più adulto Naill. I personaggi di Ford devono fare i conti con un’assenza, archiviare un tempo che non ritornerà, viverne uno nuovo. Imprevisti, passaggi, deviazioni, la caducità non risparmia nessuno. Cathleen è una sessantenne pluridivorziata; pensa a come sarebbe stata la sua vita se avesse sposato Ricky, fuggito in Canada molti anni prima per non combattere in Vietnam. La felicità non è mai a portata di mano, è altrove. Attimi insignificanti, momenti decisivi, disincanto: il Ford della maturità ci appare addirittura migliorato, la sua prosa è come sempre minimalista ma più raffinata del solito. Jonathan e Charlotte, protagonisti di “Seconda lingua” – un vero gioiello, forse la migliore delle dieci storie – riescono a volersi bene dopo aver divorziato. In una delle scene più toccanti, lui chiama al telefono il primo marito di lei, Francis, che non ha mai conosciuto. Lo fa per stabilire un contatto, per sentirsi più vicino a Charlotte, ma al telefono scopre di non avere argomenti, non sa cosa dire, balbetta poche parole, poi chiede scusa e attacca. Jonathan è un uomo ferito, solo, ma verranno per lui tempi migliori. Forse. Chi lo sa.
Tre romanzi pubblicati in un solo giorno – non con un editore qualsiasi, con Einaudi – e un megaspot di Alessandro Baricco, che insegnerà pure alla Scuola Holden come lui, ma che non è il tipo da lasciarsi andare all’ammiccamento, alla facile adulazione. Davide Longo non è (ancora) entrato nella NBA dei giallisti italiani, ma a modesto avviso di chi scrive è tra gli scrittori di maggiore talento in circolazione. “Il caso Bramard”, “Le bestie giovani”, “Una rabbia semplice” sono romanzi magnifici, semiseriali, con l’ultimo dei tre una spanna sopra gli altri due. “Le bestie giovani” si apre con il ritrovamento in un cantiere di dodici scheletri. Reperti bellici, secondo gli inquirenti, ma qualcosa non quadra e il commissario Arcadipane fiuta un’altra pista, più scomoda, sconveniente, quella giusta: la guerra che quei cadaveri hanno combattuto è più recente, si chiama Anni di Piombo. La storia evidentemente si muove su due piani temporali e Arcadipane dovrà avvalersi ancora una volta dell’aiuto del maestro: Corso Bramard, personaggio enigmatico, cupo, poliziotto esistenzialista dal passato forse torbido. Bramard è una figura chiave in questa storia. Di più non posso dire. Lui e Arcadipane si alternano sulla scena come primi attori. Diversi, anzi diversissimi. Vincenzo Arcadipane non è solo un commissario, è un marito (in crisi), un padre (in crisi), un maschio (in crisi). Davide Longo lo tratteggia con maestria, comicità, sfidando le regole d’ingaggio del Giallo classico. Il dialogo, nella prima parte del romanzo, tra lui e la moglie Mariangela, con il marito che a letto “mette la mano su quella di lei, pesante come un punto alla fine di una frase breve”, è un capolavoro. “La vita è quello che si vede, al massimo quello che si fa” gli dice la strizzacervelli Ariel. Il romanzo è pieno di frasi così, metafore, sillogismi da sottolineare. Longo sa scrivere, intrattiene, diverte; il senso dell’humor non si apprende in nessuna scuola di scrittura, è come il coraggio di Manzoni: non te lo puoi dare, e un noir che fa anche sorridere ha una marcia in più.
C’è del marcio a Maple Street. Siamo alla periferia di Long Island, in un tempo relativamente futuro. La strada è a forma di semicerchio ed è abitata da una middle class apparentemente serena, solidale, pacifica. Ma quella normalità così invidiabile sembra foriera di un’imminente sciagura. La tragedia è a un passo: al civico 116 si trasferisce la famiglia Wilde. I Wilde sono diversi da tutti gli altri abitanti di Maple Street, di una diversità sinistra, malevola, inaccettabile. La loro vicina è Rhea Schroeder, ape regina del quartiere e madre di Shelly, tredicenne viziata, forse un po’ folle. Il passo nel baratro sarà il suo, di Shelly. La ragazza sarà inghiottita da una voragine apertasi in un parco vicino. Con Shelly precipitano tutti e la commedia si fa thriller. I primi indiziati sono i Wilde, ma a Maple Street nessuno è esente da colpe. “I buoni vicini” è un affresco preciso e brutale della nuova borghesia americana. Il sobborgo colpisce ancora. Cheever, Updike, Richard Yates ci hanno regalato storie magnifiche sulle inquietudini della periferia metropolitana. In Revolutionary road la pace suburbana è spezzata dal dramma dei Wheeler, nel romanzo di Sarah Langan il mostro è la comunità. Bello, feroce, dissacrante.
Nei romanzi di Isaac Bashevis Singer c’è sempre un antefatto: l’olocausto degli ebrei. Le storie che Singer racconta sono quello che viene dopo, il secondo tempo di una tragedia che via via prende le forme e i colori della commedia, talvolta della farsa. Pubblicato a puntate su “The Jewish Daily Forward” e poi in volume nel 1957 in lingua yiddish, “Shadows on Hudson” – in italiano “Ombre sullo Hudson”, con quella strana preposizione articolata che non diventa tronca – è forse la migliore opera lasciataci da questo premio Nobel mezzo polacco e mezzo newyorkese, che con il fratello Israel, Bernard Malamud, Saul Bellow e Philip Roth, forma la spina dorsale della grande narrativa ebraica americana. Cosa vuol dire essere ebrei nel Nocevento secolarizzato degli Stati Uniti d’America è l’interrogativo che accompagna ogni personaggio di Singer, tutti infelici, ma anche i suoi lettori. “La religione è fallita, tutte le religioni lo sono. Dio non si è rivelato a nessuno, né ha mai detto cosa vuole…” L’amara conclusione del dottor Solomon Margolin – a cento pagine dalla fine – il più disilluso dei protagonisti e controvoce di una coscienza laica, dà il senso e la misura di cosa ci apprestiamo a leggere in questo libro, lungo, a tratti faticoso, noioso, ma denso di spunti di altissima letteratura e di archetipi che ritroveremo in altri autori più giovani, quelli appena citati. Sì, perché quando arrivi a Isaac Bashevis Singer dopo aver letto tutto o quasi tutto di Roth, Bellow e Malamud, ti sembra di risalire un fiume partendo dal suo estuario. “Ombre sullo Hudson” racconta di un gruppo di ebrei polacchi e tedeschi approdati a New York negli anni Quaranta dello scorso secolo, dopo essere sfuggiti alla furia nazista. Boris Makaver, il più anziano e ortodosso di tutti, è un ricco uomo d’affari dell’Upper West Side, vedovo, con una figlia, Anna, che, nonostante la giovane età, ha già alle spalle due matrimoni finiti. Anna ora flirta con Hertz Grein, un broker di Wall Street, anche lui sposato con figli, donnaiolo sì ma con poca convinzione. Hertz è il primo attore del romanzo. Sua moglie, Leah lo ama con devozione, lui la ricambia tradendola prima con Esther, poi con Anna, poi con entrambe nello stesso tempo. Hertz crede nel Dio di Abramo, ma tradisce anche lui: l’infinita crisi di coscienza di Grein occupa due terzi del libro “Credeva in Dio, ma la fede non basatava. Gli mancavano i fondamenti…Non era in grado di vivere con Dio, ma non poteva neppure immaginare una vita senza di Lui.” Grein è quello che diventerà Henry Zuckerman ne “La controvita” di Philip Roth, e Seymour Levov nell’altro capolavoro di Roth: “Pastorale americana” – il dialogo tra padre e figlia, Anita, improvvisamente adulta e amante di un comunista ribelle, rende bene l’idea del conflitto feroce che si consuma nel romanzo dello scrittore di Newark, anche lui di origine polacca come Singer: ecco gli archetipi di cui vi parlavo. Nel cast di Singer non mancano altre figure grottesche e stravaganti, disorientate dall’edonismo americano, dal frastuono e dalla solitudine che li spinge a rimuginare, ritornare, riannodare i fili di un passato che non sarà mai lo stesso. Cosa attende Boris, Anna, i suoi ex mariti? Cosa ne sarà, soprattutto, di Hertz Grein? “Non sono diventato osservante. Ben lungi. Ma senza Dio ci si annoia. La fede è l’unica cosa che ci salva dalla follia.”