FIGLI DELLA FURIA – Chris Kraus

Mi sono avvicinato a questo libro, scritto da un autore tedesco a me sconosciuto, incuriosito un po’ dal titolo – evocativo, quasi apocalittico – un po’ dalla sua mole: 889 pagine, lo spessore è quello del palmo di una mano. Il fascino e la fiducia che molti lettori ripongono nei libri lunghi è un argomento da approfondire. Regola numero uno: se hai cose poco interessanti da dire e quello che hai da dire lo dici anche male, a nessuno verrà in mente di sterminare la foresta amazzonica per pubblicare il tuo libro. “Figli della furia” è apparso la prima volta in Germania nel 2017; in Italia è arrivato in questi giorni – marzo 2021 – grazie a Sem, editore particolarmente attento alla letteratura americana (Amy Hempel, David Leavitt, tanto per fare qualche nome) ma anche alla narrativa  mitteleuropea, e l’opera di Chris Kraus – ora lo conosco – ne è la dimostrazione. Il romanzo si apre con due uomini che conversano in una stanza d’ospedale: un hippie reduce da un complicato intervento al cervello, e un ex agente segreto, la cui vita è praticamente il romanzo. Koja Solm – questo il nome del paziente ricoverato – è il secondo di due fratelli, il primogenito si chiama Hub, di una aristocratica famiglia lettone: padre artista, madre baronessa. Ai due fratelli presto si aggiunge Ev, una bambina orfana, adottata dai Solm grazie all’interessamento di una domestica. Siamo nei primi anni del Novecento. La storia raccontata da Koja in prima persona al suo vicino di letto attraversa tutto il secolo, o quasi. Non mi spingerò oltre nella trama, che è densissima di fatti storici realmente accaduti, personaggi veri e inventati, segreti, viaggi, traslochi, condanne, delitti, attentati riusciti o meno, ripicche, menzogne, figli nati o mai venuti al mondo; mi limiterò a dire che il librone di Kraus è quel che si dice un “romanzo mondo”, strutturato in tre blocchi osmotici: la ricostruzione storica – dall’affermazione del nazionalsocialismo alla nascita della Repubblica Federale Tedesca; la spy story – un complesso e avvincente intreccio di reti e programmi spionistici che coinvolgono SS, KGB, Mossad e CIA – la love story. La love story (vale a dire la corposa, nutritissima, narrazione delle vicende umane dei protagonisti, dalle relazioni semi-incestuose, ai dilemmi morali e ai drammi personali) è, a mio avviso, la parte migliore del libro. Non solo, ma è una componente utile, per non dire necessaria, a spezzare il ritmo delle sequenze belliche e investigative che, per quanto stimolanti e ben rappresentate, da sole non renderebbero il romanzo di Kraus un capolavoro, perché di questo stiamo parlando, di un capolavoro. Kraus ha impiegato molti anni per indagare e portare alla luce il materiale della sua storia, che, come dicevo, è in buona parte ispirata a vicende realmente accadute, ma la sua vera abilità – al di là della mera ricerca storiografica, efficace e cavillosa – è soprattutto quella di saper mescolare – con leggerezza, talvolta con ironia – il vero al falso, il pubblico al privato, e dare consistenza emotiva agli uomini e alle donne che sono al centro del racconto. Ev è un personaggio meraviglioso, impossibile non innamorarsene. Koja è un architetto senza laurea, un pittore anarchico, lontano da qualunque ideologia politica, refrattario ad ogni forma di indottrinamento, ma è abbrutito dalla guerra e costretto ad aderire alla causa nazista per fame. Hub, inizialmente teologo, è invece l’immagine dello stoicismo e della perdizione. Su tutti si staglia però la figura di Ev. Ev è la regina del romanzo: ebrea all’insaputa di tutti, sorella innamorata e perversa, medico coraggioso, moglie insicura, madre sconfitta. Non c’è scampo per i Solm. Nessuna redenzione. L’affresco disperato e umano, profondamente umano, di Kraus ha il sapore di certi classici della letteratura russa: l’infelicità dei Solm non somiglia a quella di nessun altro. Potente, emozionante, scorrevole nonostante tutto. 

Angelo Cennamo

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LATER – Stephen King

In un racconto di “Se scorre il sangue”, l’antologia uscita nel 2020 e che precede questo romanzo, il piccolo Craig riceve sms dall’aldilà sul suo iPhone. Di soppiatto ne aveva infilato un altro nella bara di un vecchio amico, nella speranza che le loro conversazioni potessero non finire mai. In tutti i libri di Stephen King la vita e la morte si sfiorano, talvolta si parlano, cancellando ogni barriera del tempo e dello spazio. “Questa è una storia dell’orrore” non fa che ripetere il giovane protagonista di “Later” – che belli i libri che conservano il titolo originario – giocando quasi con la falsa etichetta che chi non legge King pretende di incollare alla schiena di King. “I morti perdono ogni interesse per le vicende dei vivi” leggiamo a pagina 210. Sono frasi come questa, apparentemente insignificanti – “Datemi una frase vera” diceva Gordon Lish – che fanno di un romanzo normale un romanzo speciale, un romanzo di King. “Later” vuol dire più tardi, dopo. C’è sempre un dopo. Nella storia di Jamie Conklin – protagonista e voce del racconto – Later diventa anche un intercalare narrativo “Su questo tornerò più avanti”. Jamie ha una madre, Tia Concklin, agente letterario sull’orlo della bancarotta, ma non ha mai conosciuto suo padre. I due abitano in un lussuoso appartamento affacciato su Park Avenue – romanzo newyorkese, solo per questo varrebbe almeno la sufficienza. Tia ha una compagna, Liz Dutton, un’affascinante poliziotta corrotta e forse mezza matta. Quello però che non vi ho ancora detto è che Jamie ha un dono soprannaturale. Un dono che la madre gli impone di tenere segreto perché nessuno capirebbe, e che nel corso della storia verrà usato più o meno consapevolmente per sbrogliare delle matasse molto complicate. “Later” si potrebbe definire un romanzo breve – 304 pagine per gli standard di King sono quasi un racconto lungo – sull’eterno conflitto tra il bene e il male. È una storia molto kinghiana perché ha dentro di sé tutti o più o meno tutti gli ingredienti della narrativa del Re: l’infanzia, il confronto giovane/vecchio, la perdita dell’innocenza, il prodigio. È un libro scritto con leggerezza da un grande autore, tradotto in italiano da uno dei maggiori esperti di letteratura americana, Luca Briasco. È soprattutto un libro che ci regala stupore dalla prima all’ultima pagina. Tenero, divertente, horror quanto basta.

Angelo Cennamo

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REQUIEM PER UN SOGNO – Hubert Selby jr

All’elenco dei romanzi di Hubert Selby jr bisognerebbe aggiungere il romanzo della sua vita. So a cosa state pensando, che la letteratura americana è piena di outsider alla Selby jr – autore nato a Brooklyn nel 1928 e scomparso nel 2004 – Edward Bunker, James Ellroy, Kent Haruf… Eppure tra le vicende personali di Selby e quelle vissute dai protagonisti delle sue storie esiste un legame così forte da far sembrare ogni cosa scritta realmente accaduta. “Requiem per un sogno” esce nel 1978. Sono tempi bui per la città di New York, chi non li ha vissuti di persona può farsene un’idea leggendo per esempio la trilogia di Herbert Lieberman o “City on fire”, primo ed unico romanzo di Garth Risk Halberg. La storia raccontata da Selby jr è piuttosto semplice, con pochi personaggi. Conosciamoli. Sara è una vedova ossessionata dalla tv e dall’idea di dimagrire; Harry, il suo unico figlio, è un tossicodipendente; Marion, fidanzata di Harry, è anche lei tossicodipendente con dei trascorsi da pittrice in Italia; Tyrone è un amico di Harry ed è esattamente uguale a lui, con la sola differenza del colore della pelle; Arnold è lo psichiatra che ha in cura Marion. Occhio a questo Arnold: per quanto attore non protagonista, ha un ruolo chiave nello sviluppo della trama – in poche parole, l’interazione tra Arnold e Marion arrichisce la storia creando degli stacchi sul tema dominante che è evidentemente quello della dipendenza. Sara cerca disperatamente di perdere peso con una terapia di pillole a base di anfetamine, nell’illusione di essere chiamata a partecipare ad un quiz televisivo. Nel frattempo, Harry, Marion e Tyrone provano a svoltare attraverso lo spaccio di un grosso quantitativo di eroina. Per tutti, dietro l’angolo, c’è l’inferno. La disperazione dei quattro ricorda quella dei personaggi di Richard Yates, altro grande scrittore americano del Novecento di cui si parla troppo poco. Come nei libri di Yates, gli uomini e le donne di Selby jr sono degli infelici, dei frustrati che rincorrono il sogno senza realizzarlo mai. Dicevo prima che “Requiem per un sogno” è un romanzo sulla dipendenza dalle droghe e quindi sulla negazione della libertà. Se non siete attratti da questo genere di narrazioni statene alla larga. È una storia cupa, brutale, in alcuni passaggi claustrofobica, una storia newyorkese con un solo limite: New York non c’è, non si vede. La scrittura di Hubert Selby jr, autore poco scolarizzato e autodidatta, è un flusso inarrestabile di frasi crude e scomposte, con dialoghi senza trattini e virgolette, con pochi punti. È una prosa isterica e prodigiosa al tempo stesso. Magnetica, vibrante, unica: il dolore e la disperazione che Selby ha conosciuto nella vita andavano raccontati con una lingua nuova, la sua. 

Angelo Cennamo

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INARRESTABILE – Lee Child

Due parole su “Inarrestabile”, romanzo del 2017 di Lee Child, autore britannico trapiantato negli Usa, che ho comprato in brossura alla modica cifra, pensate, di cinque euro. Il 5 era in bella vista su un adesivo rotondo, rosso fuoco, che occupava quasi un terzo della cover, come a voler dire: ve li vendiamo a 5 euro e ancora rompete il cazzo con la storia dei prezzi alti. Come tutti i romanzi di Child, “Inarrestabile” è un thriller la cui trama ruota intorno alla figura di Jack Reacher. Chi è Jack Reacher. Beh, se siete tra i pochi lettori al mondo, come il sottoscritto, a non aver fatto fino ad oggi la sua conoscenza, di lui vi darò solo pochi indizi, tanto per non sciupare il gusto della sorpresa. Reacher è un ex maggiore della polizia militare che per una disavventura (?) – per scoprirlo dovete leggere il primo capitolo della serie, “Zona pericolosa” – ha abbandonato tutto e tutti scegliendo di vivere alla giornata, come un vagabondo, on the road. Reacher non ha una casa, non ha una macchina, non ha un telefono, e se ne va in giro senza bagaglio per gli Stati Uniti, soprattutto tra il Nord e il Midwest, salendo su pullman o prendendo passaggi di fortuna. È alto come un giocatore di basket e ha le mani come due guantoni di baseball. Curioso, anzi ficcanaso, attrattore di casini di ogni genere, Reacher è una specie di giustiziere dal cuore buono. Tutto il resto è viaggio e geografia: c’è più America nei libri di Lee Child che in tanta letteratura mainstream da premio Pulitzer. Child scrive libri lunghi con frasi brevi, brevissime. Poche parole, precise, millimetriche, ma con descrizioni dettagliatissime talvolta eccessive e prolisse. Non aspettatevi una particolare cura per l’introspezione dei personaggi né delle mirabolanti analisi filosofiche degli eventi. Le storie di Lee Child sono ricche sì ma di azione e di ritmo. I lettori di Nabokov o di Saul Bellow storcono il naso? Chissenefrega. Tutto si tiene: non si può conoscere a fondo la cultura americana senza attingere anche al grande serbatoio della narrativa di genere e alla letteratura pop. Reacher è un bel personaggio e i suoi luoghi oscuri conquistano fin dalle prime pagine. Ah, non vi ho detto nulla della trama. Beh, quella è un dettaglio. 

Angelo Cennamo 

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STORIA DI SHUGGIE BAIN – Douglas Stuart

Le famiglie infelici non si somigliano, scrive Tolstoj. L’infelicità della famiglia Bain però contiene dentro di sé qualcosa di universale “Se capisci una disperazione, capisci qualsiasi disperazione” dirà un giorno Raymond Carver al suo giovane studente David Leavitt. Prima di riuscire a pubblicare “Shuggie Bain” – in Italia “Storia di Shuggie Bain” – romanzo di esordio e vincitore del prestigioso Booker Prize nel 2020 – Douglas Stuart si è sentito dire “no, grazie” da ben trentadue – trentadue! – case editrici. Ma chi li legge i manoscritti? È il 1981. Glasgow è una città messa in ginocchio dalla crisi economica. Al numero 10 di Downing Street – quanto dista Londra da Glasgow? – Margaret Thatcher deve fronteggiare l’onda d’urto del mondo operaio. Di lì a poco, gli irlandesi U2 urleranno “Sunday Bloody Sunday” rivelando al mondo l’orrore della guerra di religione tra cattolici e protestanti. Cosa c’entra la religione nelle vicende della famiglia Bain, vi starete chiedendo. C’entra, perché all’origine di questa storia c’è un’idea di felicità familiare fondata sulla appartenenza e la condivisione di certi principi. È il perimetro nel quale cresce l’insoddisfazione e matura la fine del matrimonio tra Agnes Bain e il suo primo marito. Agnes Bain – fate attenzione a questo nome perché la storia che porta il nome di Shuggie è soprattutto la “sua” storia – è una donna bellissima e inquieta, data (probabilmente) in moglie ad un uomo cattolico dal quale ha avuto due figli: Catherine e Leek. La fuga da questo marito, buono, premuroso, perfetto per i suoi genitori ma non per lei, ha il volto di Shug, un tassista – questa storia è piena di taxi e di tassisti – rozzo e donnaiolo. Nasce il terzo figlio, Shuggie. Shuggie non è la voce narrante del libro, ma tutto il racconto è filtrato attraverso il suo sguardo. L’unione tra Agnes e Shug è corrotta dall’incomprensione e dai continui tradimenti di lui. Agnes si rifugia nell’alcol. Inizia un calvario fatto di traslochi, miseria, pregiudizi. Nel villaggio di Pithead, abitato perlopiù da minatori disoccupati e da mogli frustrate, la presenza di Agnes porta curiosità e scompiglio; la pietra dello scandalo rotola tra una lussuria avvilente e una perenne indigenza, in un continuo alternarsi di vicende pubbliche e private. I soldi dei sussidi non bastano mai. La puttana dal cappotto rosa e il figlio frocetto sono sulla bocca di tutti. Agnes non si dà per vinta, resiste finché le forze l’assistono: nella sua vita ormai non c’è spazio che per l’alcol.

Il rapporto travagliato tra il piccolo Shuggie e sua madre è il cuore di questa storia, umana e brutale al tempo stesso. Il corpo seminudo e martoriato di lei avvolto dalle braccia del figlio è una Pietà rovesciata. Siamo alle ultime battute del romanzo, le più commoventi. Scorrono i titoli di coda. Standing ovation.

Agnes Bain è il miglior personaggio femminile degli ultimi vent’anni, a metà tra Anna Karenina e la Magnani di Roma Garofolo nel film di Pasolini.

Angelo Cennamo

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UOMO INVISIBILE – Ralph Ellison

Nipote di uno schiavo e figlio di un muratore, grazie a una borsa di studio Ralph Ellison era riuscito a laurearsi in una prestigiosa università dell’Alabama – Tuskegee – e dopo il trasferimento a New York, a farsi strada nella letteratura come in politica. Alla stregua di Harper Lee, Ellison si è fatto conoscere soprattutto per un romanzo, il solo che ha scritto, la cui gestazione è durata oltre sei anni. “Uomo invisibile” è uscito nel 1952 e l’anno successivo ha vinto il National Book Award. A distanza di settant’anni la Fandango lo riporta in libreria con una cover di grande impatto e con la nuova traduzione di Francesco Pacifico – la prima fu curata da Carlo Fruttero e Luciano Gallino. È un’opera dalla forte impronta autobiografica ed è essenzialmente un romanzo politico, di quelli che hanno segnato e insegnato tanto a generazioni di politici di mestiere – Obama, che è anche un fine lettore, lo indica tra i suoi libri più amati – e a scrittori con una speciale vocazione all’impegno sociale – Jonathan Lethem, che non ha mai nascosto la propria fede comunista, ne avrà sicuramente tratto ispirazione per il suo romanzo più militante “I giardini dei dissidenti”, la storia di Rose Zimmer, l’indimenticabile regina rossa di Sunnyside. Il protagonista di “Uomo invisibile”, nonché voce narrante della storia, non ha un volto né un nome. Nella prima scena del libro il nostro mister X lo troviamo rinchiuso in un seminterrato a scrivere la propria biografia. Le fasi salienti sono due: gli anni trascorsi in un college del Sud, dal quale viene allontanato per motivi disciplinari; il trasferimento a New York, dove si ritroverà per puro caso arruolato in una organizzazione politica chiamata Fratellanza. La vita di mister X è una lunga sequela di fatti spesso scollegati fra loro, dai bordi smarginati, e pure la narrazione di Ellison sembra un continuo alternarsi di realismo e di surrealismo; una felice mescolanza di generi e di precedenti che includono autori come Twain e Dostoevskij. I temi centrali del libro sono l’identità e la libertà. Mister X non sceglie il proprio destino, sono gli altri a decidere per lui: nel college, così come nella Fratellanza di New York, dove i neri sembrano aver preso gli stessi difetti e disvalori che attribuiscono ai bianchi. Più che in un movimento per l’emancipazione, mister X si ritrova a fare i conti con una setta dominata da veti incrociati, gelosie e subdole forme di arroganza. “Fuori dalla Fratellanza eravamo fuori dalla Storia; ma dentro la Fratellanza loro non ci vedevano.” L’identità, dicevo, è per il protagonista una vera ossessione: cosa vuol dire essere neri; cosa vuol dire essere bianchi; cosa vuol dire essere umani “Una delle più grandi farse del mondo è lo spettacolo dei bianchi che si affannano per scappare dal nero ma diventano più neri ogni giorno che passa, e dei neri che lottano per diventare bianchi, e invece si spengono nel grigio. Nessuno di noi sembra sapere chi è o dove sta andando.” 

Angelo Cennamo

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VOI NON SAPETE CHE COS’È L’AMORE – Raymond Carver

Carver. Raymond Carver. Nessuno come lui ha influenzato la letteratura contemporanea, dice Rick Moody, e ha ragione. Fateci caso, il minimalismo (più corretto precisionismo) di Carver, è perfettamente in linea con la comunicazione moderna: il parlato, i social, la messaggistica di wa e altro. Carver ha inventato Twitter trent’anni prima di Twitter. Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò vanno scelte quelle giuste, diceva. Poche parole, le migliori possibili. “Voi non sapete che cos’è l’amore” è una raccolta di saggi, poesie e racconti. Carver è vissuto poco, nei suoi cinquant’anni di vita è stato marito, padre, facchino, benzinaio, manovale, fioraio, uomo delle pulizie, alcolizzato, pescatore di trote, allievo di John Gardner, autore. La scelta di scrivere storie brevi dettata dalla povertà più che da una reale inclinazione per i racconti. Carver scriveva con i figli intorno, la tv accesa, in posizioni scomode, a volte in macchina. Non aveva né il tempo né la giusta concentrazione per dedicarsi ai romanzi. Entra ed esci. Entra ed esci. Entra ed esci. Tutto è breve nella sua esistenza tranne le tribolazioni e la passione per la scrittura.

Angelo Cennamo

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LE CONSEGUENZE – Richard Russo

Nel 1969 il Minerva è un piccolo college del Connecticut, un ambiente snob e sonnolento rispetto all’attivismo universitario di Berkeley o Yale. I richiami del Vietnam qui sono impercettibili, e non bastano i capelli lunghi né le canzoni dei Doors a riprodurre l’atmosfera della rivoluzione studentesca altrove già in atto. Lincoln Moser, Teddy Novak e Mickey Girardi sono tre matricole. Amici per la pelle. Tutti e tre innamorati di Jacy Calloway, dopo la laurea promessa sposa di Vance, o Lance, o Chance. Lincoln è il bello del gruppo (Face man), figlio di un imprenditore impoverito dell’Arizona, cocciuto ed esaltato come il nome che porta: Wolfang Amadeus. Teddy è mingherlino, introverso, dalla sessualità ambigua e con una inconfessata vocazione religiosa. Mickey è grosso come un armadio a muro e sogna di diventare una rockstar. Nella prima scena i tre amici sono davanti ad un televisore in bianco e nero, in attesa del primo sorteggio della lotteria nazionale per il reclutamento dei soldati da mandare in guerra. L’ultimo weekend prima della laurea lo trascorrono sull’isola di Martha’s Vineyard. È il fine settimana del Memorial Day del 1971. Jacy scompare misteriosamente. Quarantaquattro anni dopo, i “tre Moschettieri” si ridanno appuntamento sulla stessa isola, ma di Jacey non hanno avuto nessuna notizia. A dieci anni dal suo ultimo romanzo, Richard Russo – scrittore newyorchese che nel 2002 soffiò il Pulitzer al Franzen de “Le Correzioni” con “Empire Falls” –  torna in libreria con “Le Conseguenze”, in Italia edito da Neri Pozza con la traduzione di Ada Arduini. La storia, che si sviluppa su due piani temporali: gli anni universitari e il presente, ruota intorno alla figura enigmatica di Jacy, l’unico personaggio senza voce. La vita di Jacy, tra verità e immaginazione, ci viene raccontata dagli altri protagonisti, filtrata attraverso ricordi e testimonianze non sempre dirette. La scomparsa di Jacy è dunque il fulcro dell’intera trama; la sua assenza è rumorosa: prende corpo, consistenza, in ogni dialogo, in ogni azione altrui, centrale e ingombrante come quella della bisnonna di Lenore nell’esordio di Foster Wallace. Russo è bravo a farci entrare in empatia con i suoi ragazzi, a renderceli familiari. Lincoln, Teddy e Mickey hanno profili diversissimi, ma precisi e ben delineati, bassorilievi di parole ed emozioni tangibili. Ciascuno dei capitoli del libro è un microromanzo che racchiude passato e presente di ogni singola storia. Il risultato mi pare eccellente. “Le Conseguenze” è il lungo racconto di un’amicizia e di un amore condiviso. Un libro sulla memoria, la nostalgia e le illusioni di una generazione – la stessa di Russo – che pensava di poter cambiare il destino del mondo. Le vite dei quattro personaggi non sono dei semplici episodi, sono frammenti di una realtà più vasta, una parte del tutto: il privato si fa pubblico, e la scomparsa di Jacy la metafora di una giovinezza incompiuta, tormentata, più che mai inafferrabile. 

Angelo Cennamo

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SCRIVERE PER SALVARE UNA VITA (La storia di Louis Till) – John Edgar Wideman

Estate del 1955. Un ragazzo di colore parte in treno da Chicago per fare visita alla sua famiglia in Mississippi. Poche settimane dopo ritorna a casa, ma il suo corpo è chiuso in una bara. Emmott Till ha solo quattordici anni quando viene massacrato e gettato in un fiume per aver – forse – fischiato a una donna bianca. John Edgar Wideman, scrittore afroamericano, pluripremiato, autore di libri bellissimi come “Fratelli e custodi” e “Due città” (non perdeteveli), nel 1955 aveva la stessa età di Emmott Till, e il ricordo di quel clamoroso caso di cronaca, in bianco e nero anche nella sua rappresentazione mediatica, se l’è portato dietro per tutta la vita. Emmott e John Edgar in questo reportage romanzato sono le due facce di una stessa “negritudine”, quasi simmetrica nell’esperienza del pregiudizio e della costante umiliazione. Emmott a Chicago, John Edgar a Pittsburgh, Pennsylvania.Gli assassini di Emmott vengono processati e assolti perché la vittima del delitto è un negro, scrive Wideman, ma anche per una seconda ragione, non meno abietta della prima: dieci anni prima il padre di Emmott, Louis Till, era stato giustiziato in Italia dall’esercito americano con l’accusa di aver stuprato e ucciso una donna bianca. Le due vite, entrambe stroncate in giovane età, sono simbolicamente legate da un anello: l’anello che Emmott porta al dito quando il suo corpo viene ripescato dalle acque del fiume era appartenuto al padre. Un ricordo, forse l’unico rimasto.”Questo testo non diventerà il romanzo su Emmett Till su cui ero convinto di lavorare. Tutte le parole che seguono sono il frutto del mio desiderio di trovare un qualunque senso nell’oscurità americana che separa i padri di colore dai figli, un’oscurità in cui figli e padri perdono le tracce gli uni degli altri.” 
L’identificazione dell’autore con la storia familiare dei Till è un propellente per la ideazione e la scrittura del libro. Wideman è alla ricerca di nuove verità ma non è un’operazione semplice: sono trascorsi molti decenni da quei fatti, e poi neppure la verità riesce a raccontare la verità, occorre inventarsi una finzione “In qualità di scrittore alla ricerca della verità su Louis Till, ho scelto di concedermi alcune prerogative – licenza potrebbe essere una parola più adeguata. Mi sono assunto il rischio di lasciare che la mia finzione narrativa entrasse nelle storie vere di altre persone. E, per correttezza, ho permesso che le storie di altre persone sconfinassero nella realtà della mia”.   Attraverso frammenti e appunti disordinati di un vecchio dossier inviatogli da un archivio della Virginia, Wideman ricostruisce i passaggi salienti delle due vicende, quella del figlio e quella del padre, mescolando il pubblico al privato, e il privato dei Till al suo privato. “Tutti nel dossier Till mentono”. Wideman giunge alla conclusione che quello di Till è un reato “di esistenza”. Nessuna sorpresa neppure per il lettore, che leggendo il libro rimane quasi ipnotizzato da una sequenza di fatti e misfatti atroci ed umani al tempo stesso. La mente corre ad altri precedenti di questo genere letterario, dal capolavoro di Harper Lee – l’archetipo – alla più recente variante sul tema di Casey Cep “Ore disperate”. Nelle scene ambientate o idealmente collocate tra Caserta e Napoli al tempo della seconda guerra mondiale, ho pensato a “La Pelle” di Curzio Malaparte. Wideman ha scritto un libro potente e malinconico, lo ha fatto scegliendo le parole giuste e fuori da ogni facile retorica. C’è tanta America in questo libro. L’America di ieri, l’America di sempre. 

Angelo Cennamo

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ULTIMA NOTTE A MANHATTAN – Don Winslow

New York. Vigilia di Natale del 1958. Un uomo distinto, dal passo deciso, sta pedinando un altro uomo lungo il marciapiede della Quinta Strada “Seguire qualcuno su un marciapiede affollato è una forma d’arte”. Il suo nome è Walter Withers. Di professione fa il detective. Dopo anni trascorsi ad indagare nel nord Europa e a rincorrere Anne, una fascinosa e perversa cantante di jazz, Walter è tornato finalmente nella sua città per un incarico mooolto speciale: tenere d’occhio Madeleine Keneally, la moglie del senatore democratico Joe Keneally, in odore di Casa Bianca. Walter ama le donne e le donne amano Walter. Walter ama Broadway, il baseball, le scommesse. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamolo come Humphrey Bogart ne “Il grande sonno” o il Leonardo Di Caprio di “Revolutionary Road”. Le donne. Sono loro a far girare questa crime story notturna sul ritmo di Cole Porter. Anne, Madeleine e Marta Marlund, l’amante del senatore e figura chiave del romanzo, hanno una marcia in più rispetto ai personaggi maschili. Marta nella seconda parte sarà ritrovata morta. Suicidio? Withers non abbocca “Penso che forse è stata aiutata.” Da Joe Keneally a John Kennedy ci vuole poco. Da Marta Marlund a Marylin Monroe è un attimo. Gli ingredienti abbondano, non manca neppure il burattinaio dell’Fbi, il leggendario Edgar Hoover intorno al quale James Ellroy imbastì nel 1995 la trama di “American Tabloid”. “Ultima notte a Manhattan” è arrivato in Italia venticinque anni dopo la sua prima pubblicazione americana. Nel ’96 Don Winslow non aveva ancora pensato la trilogia del narcotraffico né “l’inverno di Frankie Machine”, neanche “Corruzione”, la sua migliore storia newyorchese. È un romanzo scritto a passo di swing, col bicchiere tra le mani e le luci colorate di Broadway che brillano sull’asfalto bagnato. Flash, note, suggestioni di un’America spregiudicata, lussuriosa, sognante.

Angelo Cennamo

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