RAGAZZA, DONNA, ALTRO – Bernardine Evaristo

Dopo anni di gavetta in teatri off e centri sociali, Amma Bonsu – regista nera e militante, lesbica, troia multietnica, come la definirebbe la figlia Yazz – sta per debuttare al National Theatre di Londra. Nel pubblico, oltre Yazz, ci sarà Roland – l’intellettuale-gay-narcisista con il quale Amma ha concepito la sua unica figlia “puoi chiamarmi Roland, no, papà, tu sei mio papà” – e la vecchia amica Shirley. Mancherà invece Dominique, l’altra amica con la quale Amma ha vissuto gli anni del suo apprendistato underground, tra bettole e festival femministi. È questa la traccia che apre e chiude “Ragazza, donna, altro”, il romanzo di Bernardine Evaristo – scrittrice londinese, di padre nigeriano – che nel 2019 ha vinto il Man Booker Prize, e nell’ultimo scorcio del 2020 è stato pubblicato in Italia da Big Sur con la traduzione di Martina Testa. Il libro contiene dodici storie di donne – nere e meticce, anziane e giovanissime, ricche e povere, gay e etero – che messe insieme danno vita ad un’opera polifonica e controcorrente di grande attualità; il miglior ritratto, forse, dell’Inghilterra negli anni della Brexit. Il romanzo affronta temi legati molto anche all’identità della stessa autrice: l’omosessualità, la militanza politica, l’ambizione, il desiderio di emancipazione e di riscatto. Come Zadie Smith, scrittrice con un pedigree simile al suo, Bernardine Evaristo usa come scenario la metropoli multietnica, il suo melting pot: difficile non rivedere in questo libro la fusion di “Swing Time” e di “N-W”. La prosa di Evaristo è vorticosa, elastica, di ampio respiro, moderna, e con una struttura davvero insolita: i punti sono sostituiti dai capoverso, niente maiuscole, né virgolette o trattini nei dialoghi. Bello. Bellissimo. Non perdetevelo.

Angelo Cennamo

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L’OPZIONE DI DIO – Pietro Caliceti

Con “BitGlobal” ci ha raccontato il suo mondo, quello della finanza e dei grandi studi legali. Tre anni dopo – non sono pochi per un autore di thriller – Pietro Caliceti ritorna con una nuova storia di corruzione, stavolta ambientata in Vaticano, tra porporati e banchieri poco scrupolosi. Ha avuto coraggio, Caliceti, ad avventurarsi nei luoghi sacri e scivolosi della Chiesa romana, già battuti da altri romanzieri, italiani e non, da Dan Brown a Carrisi, passando per Daniel Silva e Roberto Costantini. Ma “L’opzione di Dio” non si allinea al ciclostile di certe narrazioni corroborate da iperbolismi fantasy o incentrate sul delitto di giovani sprovvedute: Caliceti alza l’asticella e, senza mezzi termini, colloca il dramma direttamente nel Conclave. Un attentato jihadista, il primo in Italia, proprio a Roma, davanti a San Pietro, ha gettato la cristianità nel terrore. La trama procede su tre fronti, suddivisi in paragrafi alternati e brevi (viva i paragrafi brevi): le indagini della polizia, la visuale del contendente progressista, quella del rivale conservatore. Tutto è doppio, binario, in questo romanzo: la sfida al soglio pontificio; la contrapposizione Fede/Ragione incarnata dai fratelli Alessio e Giovanni Macchia (uno prelato, l’altro avvocato indagatore); lo scontro/confronto tra Islam e cristianesimo, materialismo e spiritualità. Caliceti dosa con cura ciascuno dei temi affrontati adoperando il suo know how giuridico per incunearsi nei meccanismi oscuri dello IOR. Il denaro, la pedofilia, il perdono, l’utopia della redenzione: “L’opzione di Dio” è un romanzo denso di tracce, ritmato, ben scritto e ben documentato, lungo ma non prolisso, leggendolo non si corre il rischio di perdersi in inutili divagazioni o flashback onirici: le piste sono nitide, i misteri no. Caliceti ha confezionato un page turner dai meccanismi perfetti, un libro che intrattiene, suggestiona, istruisce. Non è poco. 

Angelo Cennamo

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ORE DISPERATE. L’ultimo processo di Harper Lee – Casey Cep

“Scrivere è facile: tutto ciò che devi fare è sederti e fissare un foglio bianco fino a quando sulla fronte non fioriscono gocce di sangue.”
Questa è la storia di un best-seller mancato e di cinque delitti più uno, commessi negli anni Settanta in una piccola contea del profondo Sud degli Stati Uniti. Una storia vera, verissima, raccontata come se fosse un romanzo. Ma veniamo ai fatti. Siamo in una cittadina dell’Alabama, costruita alcuni decenni prima nei pressi del lago artificiale Martin. Qui vive e predica un reverendo afroamericano di nome Willie Maxwell. Willie è un uomo altissimo, oltre il metro e novanta “abbastanza alto da sovrastare quasi ogni altro uomo, e abbastanza magro da passare tra due”. Elegante, cordiale, Willie piace alle donne per lo stile fuori dal comune e per la capacità, rara, di saper ascoltare. Il ruolo di pastore metodista e l’aura bonaria e perbene che lo accompagna, nascondono però un lato oscuro e inimmaginabile della sua natura. Willie è un serial killer della peggiore specie: in pochi anni ha ucciso cinque membri della sua famiglia per intascare i soldi delle polizze assicurative. Casey Cep, giovane giornalista del New Yorker, fa una ricostruzione molto dettagliata, sia dei luoghi dove il reverendo si muove, sia del mondo assicurativo americano di quegli anni – interessanti le pagine dedicate al padre di Philip Roth, assicuratore di Newark che quel ginepraio di approssimazione lo conosceva bene. I delitti del reverendo Maxwell sono silenziosi, senza tracce di sangue, indimostrabili anche grazie alle difese di Tom Radney, attivista liberal e miglior avvocato in circolazione di tutta l’Alabama. Radney è molto abile a smontare ogni accusa e a respingere le eccezioni delle compagnie assicurative più recalcitranti, ma dovrà superarsi quando si ritroverà ad assumere nientedimeno che le difese dell’uomo che ucciderà Maxwell con tre colpi di pistola davanti a decine di persone.  Siamo a pagina 200. Sulla scena del processo al reverendo compare Harper Lee, scrittrice dell’Alabama, autrice di un solo romanzo che diciotto anni prima le aveva fatto vincere il Pulitzer e resa celebre in tutto il mondo. Casey Cep le dedica tutta la seconda parte del racconto, ne tratteggia la biografia ma anche i timori, le frustrazioni: dopo “Il buio oltre la siepe” la Lee non era riuscita a scrivere più nulla. La storia del reverendo Maxwell può diventare il plot di un insperato successo editoriale, liberarla finalmente da uno stallo che si protrae da tanto tempo. L’idea è più o meno quella che ispirò Truman Capote quando con il suo aiuto, proprio della Lee, gettò le basi di “A sangue freddo.” Sembra facile, ma non lo è. Non lo sarà. L’operazione di Harper Lee non trova nessuno sbocco, si perde tra mille appunti, bozze, cassetti. Eppure quella storia, maledettamente vera da sembrare finta, prima o poi andava raccontata. Il libro che Harper Lee non è riuscita mai a pubblicare lo ha riscritto nel 2019 Casey Cep. Ora in Italia con la traduzione impeccabile di Sara Bilotti e la benedizione di Luca Briasco, scopritore di talenti e di capolavori sconosciuti. Leggetelo, ne vale la pena.

Angelo Cennamo

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L’INCANTO DEL LOTTO 49 – Thomas Pynchon

Di Thomas Pynchon abbiamo perso le tracce da diverso tempo. È ancora vivo? Come Salinger ha scelto di non apparire neppure nelle foto, ne conosciamo al massimo tre o quattro, tutte risalenti agli anni Cinquanta, più o meno. “L’incanto del lotto 49”, in Italia edito da Einaudi con la rinnovata traduzione di Massimo Bocchiola, è il suo romanzo più breve. Siamo nel 1966. Il primo romanzo post-moderno americano, dice qualcuno – Einaudi, per esempio – trascurando però i precedenti di John Barth: “L’opera galleggiante” (del 1956 poi riveduto e corretto nel 1967), e “Le perizie” di William Gaddis. Fatto sta che Pynchon, autore tra l’altro di uno dei libri più straordinari e incomprensibili del Novecento, “L’arcobeno della gravità”, al postmodernismo ha dato di sicuro un’accelerazione importante, decisiva, anche didattica, visto il numero di scrittori che negli Usa e non solo si sono abbeverati alle sue fonti, a cominciare da David Foster Wallace. Avrebbero visto la luce libri come “Infinite jest” o “La scopa del sistema” se non fossero stati preceduti di qualche decennio  dalle narrazioni altrettanto geniali e strampalate di Pynchon? Difficile dirlo. Difficile come leggere e capire fino in fondo quello che scrive Pynchon, districarsi nelle sue finte trame, in quelle digressioni persino più interessanti del tema centrale, che forse neppure non esiste. La protagonista de “L’incanto del lotto 49” è una casalinga (Oedipa Maas), moglie di un disc Jockey (Mucho Maas), nominata esecutrice testamentaria di un suo ex fidanzato (Pierce Inverarity). Oedipa si ritrova coinvolta in una misteriosa rete di sovversivi che gestiscono un sistema di comunicazione alternativo e sotto traccia. Messa così non significa un accidente, ma tutta la vicenda con i suoi corollari – nei quali neppure mi addentro – non è che una gigantesca allegoria: Pynchon dice e non dice, a volte dice troppo, il superfluo, sì ma il superfluo rispetto a cosa? I libri di Pynchon sono come quegli abiti stravaganti che vediamo sulle passerelle dei grandi stilisti: non li indossa nessuno però ci indicano una direzione. Pynchon ha seminato in un terreno nuovo e questo romanzo breve – 174 pagine – è forse il suo frutto migliore.

Angelo Cennamo

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IL POETA – Michael Connelly

“La morte è il mio mestiere, ci guadagno da vivere, ci costruisco la mia reputazione professionale.” Di Michael Connelly conoscevo Harry Bosch, il superpoliziotto protagonista di una serie diventata ormai leggendaria anche in tv. Non mi era ancora capitato però di avere a che fare con l’altro suo personaggio, quel Jack McEvoy tornato alla ribalta nel 2020 con “La morte è il mio mestiere” – il titolo è mutuato proprio dall’incipit del libro di cui sto per parlarvi – che non ho ancora acquistato perché mi sono detto che sarebbe stato meglio leggere questa storia partendo dall’inizio, seguendo la giusta cronologia. L’inizio è “Il Poeta”, l’anno il 1996.

Jack McEvoy è un reporter di nera con un fratello gemello poliziotto (Sean), suicidatosi in circostanze piuttosto strane. Dopo aver indagato, senza successo, sul caso di una ragazza assassinata e fatta a pezzi, Sean, sprofondato nella depressione, sarebbe arrivato al punto di “succhiare la canna” della sua pistola d’ordinanza per farla finita. Quello di Sean però non è l’unico suicidio tra gli agenti di polizia. Jack ne individua diversi, tutti collegati da un dettaglio illuminante: sulla scena di ciascuno di essi viene ritrovato un verso di Edgar Allan Poe…Non si sono ammazzati, li hanno ammazzati. Chi? Jack comincia la sua indagine, ma deve fare i conti con l’FBI. Non dirò altro della trama di questo libro praticamente perfetto per tante ragioni: il ritmo, gli incastri, i dialoghi, l’umanità e/o la disumanità dei personaggi – tanti – tra i quali si staglia la figura enigmatica di Rachel Walling, l’agente dell’FBI con la quale Jack vivrà una storia d’amore (?). “Il Poeta” non è solo un thriller, è un romanzo sul protagonismo dei media e sulla cieca competizione che oltrepassa qualunque confine etico. Leggendolo ho avuto l’impressione che Jack, più che a rendere giustizia al fratello assassinato, fosse interessato a raccontare la sua storia. È una corsa contro il tempo, ma lo è su due fronti: la cattura del killer e lo storytelling di quella cattura. A cento pagine dalla fine sembra che la trama sia arrivata al capolinea, che non ci sia altro da raccontare, invece è proprio lì che inizia la sua parte migliore. Chi è Il Poeta? Riuscirà Jack a scrivere la storia che ha in mente o lui stesso diventerà la sua storia? “Il Poeta” è stato e continua ad essere una specie di nave scuola per molti autori di thriller; è tra i romanzi più saccheggiati della letteratura di genere, un modello imitato ma inarrivabile per le doti e le qualità inossidabili di Connelly: l’abilità di stupire i lettori con infiniti colpi di scena, di mantenere alta la tensione dall’inizio alla fine delle storie, di raccontare con astuta leggerezza anche fatti e situazioni agghiaccianti. Connelly scrive tanto ma difficilmente sbaglia un libro. Voto alto, al Il Poeta e alla carriera.

Angelo Cennamo

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IL PIÙ GRANDE SPETTACOLO DEL MONDO – Don Robertson

Don Robertson, nato nell’anno del Wall Street Crash – 1929 – a Cleveland, Ohio – ah questo Midwest – lo trovate nello scaffale dei grandi autori americani sconosciuti, in buona compagnia con John Williams, Charles Webb, Eudora Welty, Larry McMurtry, Hubert Selby jr, Ivan Doig, tanto per fare dei nomi in ordine – cronologico – sparso. In Italia è pubblicato da Nutrimenti, editore che si è specializzato nello scouting di scrittori yankees del suo target, e tradotto da Nicola Manuppelli. “L’uomo autentico”, “L’ultima stagione” e “Paradise Falls I e II” sono ormai dei classici amatissimi anche da un certo lettorato italiano – ahimè – di nicchia. “Il più grande spettacolo del mondo”, primo volume della c.d. trilogia di Morris Bird III, esce negli Stati Uniti nel 1965 (l’anno di “Stoner”). Oltre mezzo secolo dopo arriva qui da noi, sempre grazie a Nutrimenti, sulla scia dei successi che ho citato prima. Il romanzo racconta la storia di un ragazzino che vive nella Cleveland degli anni ’40. Morris Bird III abita in una delle case di legno che costeggiano Edmunds Avenue, con suo padre, un omone dalla voce suadente e un piede di legno che lavora alla Radio; sua madre, una donna minuta che colleziona gufi di ceramica; una sorella più piccola e la nonna. La storia di Morris, raccontata in terza persona, ha il sapore di altri capolavori del genere, da Oliver Twist di Charles Dickens ad Huckleberry Finn di Mark Twain. Morris è un ragazzino vivace, con molte curiosità, a metà strada tra una simpatica canaglia hollywoodiana e l’Oskar Schell del romanzo post Undici Settembre di Safran Foer. Va a scuola, gioca a baseball, è innamorato di Suzanne ma anche di Veronica; è affascinato dalla sua prof, signora Dallas, brava e con delle belle gambe, e sogna di diventare un uomo valoroso come il presidente Roosvelt. A Morris il coraggio non manca, e quando il suo amichetto Stanley lascia il quartiere per trasferirsi in un’altra zona della città, quel trasloco è la migliore occasione per dimostrarlo, a se stesso e agli altri. Senza dire niente ai suoi familiari, il piccolo protaginista decide di andare, da solo, a piedi, a trovare l’amico. È un tragitto di pochi chilometri ma il romanzo di Robertson è tutto in questo viaggio: movimentato, denso di incontri e di suggestioni. Il vagabondaggio di Morris mi ha ricordato quello di Donal ne “L’ultima corriera per la saggezza” di Ivan Doig – anche questo libro è pubblicato da Nutrimenti e tradotto da Manuppelli – ma anche i giri a vuoto per New York del più celebre Holden Caulfield di J.D. Salinger. Robertson non attinge, non copia, ma la cornice è più o meno la stessa. “Il più grande spettacolo del mondo” è un romanzo fresco e scorrevole. Cleveland, l’Ohio, un’America da respirare a pieni polmoni come le case di legno e di mattoni su Edmunds Avenue che profumano di pioggia; una ventata di bella letteratura americana scritta – e letta – con gli occhi di un bambino.

Angelo Cennamo

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ULTIMA USCITA PER BROOKLYN – Hubert Selby Jr

Quando un suo amico gli suggerì di darsi alla scrittura, Hubert Selby jr conosceva a malapena l’alfabeto. Scrivo a orecchio, diceva di sé per giustificare quella prosa scomposta, con pochi punti, dialoghi senza virgolette né trattini, e una barra al posto degli apostrofi. La biografia di Selby non è molto diversa da quella di altri autori americani “on the road”: poco studio, mille mestieri, alcol, droga e qualche acciacco fisico. Come lui, anche i libri che ha scritto non hanno avuto una vita facile: censure, processi, eccetera. Selby è un outsider della controcultura americana; il suo stile, originalissimo e fuori da ogni convenzione, affascinò personaggi come Allen Ginsberg, Lou Reed, Vittorio Tondelli. Dopo aver letto Selby non sei più quello di prima, dice Alessandro Baricco, frase ad effetto ma molto vicina al vero. “Ultima uscita per Brooklyn” esce nel 1964. La prima edizione italiana la traduce Attilio Veraldi – autore tra l’altro di quel meraviglioso romanzo giallo intitolato “La mazzetta”. Nel 2017 la casa editrice Big Sur lo riporta in libreria ritradotto da Martina Testa (Martina Testa è la traduttrice di David Foster Wallace, tanto per dire). La storia si compone di sei episodi autoconclusivi ma tra loro collegati. L’ultima uscita per Brooklyn è quella di Bay Ridge, il quartiere dove Selby ha vissuto, lo stesso che abbiamo visto nel film “La febbre del sabato”, ci ricorda Paolo Cognetti nella sua bella prefazione. Il Greco è un bar frequentato da ladri,  spaccini, papponi, aspiranti teppisti e travestititi come Georgette e Tralala, prostituta e borseggiatrice di marinai, stuprata in un parcheggio per quattro pagine di libro, quattro pagine violentissime, crude, vertiginose, scritte senza un solo punto. Dal Greco fa capolino anche Harry Black, un operaio strafottente che usa il sindacato per fare i propri comodi e che prende a calci e sputi la moglie. Harry, come altri debosciati del romanzo, si lascia ammaliare dal giro di trans che frequenta il porto. È un’umanita perduta e gaia quella raccontata senza filtri da Selby, autore che andrebbe annoverato tra i grandi del Novecento americano dopo anni di oblio. Brooklyn, le luci del porto, alcol, sesso, droga: la strada come non l’avete mai letta.

Angelo Cennamo

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HO SPOSATO UN COMUNISTA – Philip Roth

Come si fa a recensire Philip Roth? Si deve proprio? Butto giù due righe su questo romanzo del 1998 – quanti bei libri sono usciti negli Stati Uniti nella seconda metà degli anni Novanta – parte della cosiddetta trilogia americana con “Pastorale americana” (1997) e “La macchia umana” (2000). Siamo negli anni Cinquanta. Ira Rington, in arte Iron Rinn, è un attore radiofonico. Le umili origini, poco studio e molta autodidattica, lo spingono ad abbracciare la “fede” marxista. Ira è un omone dalle mani grandi e callose, nel fisico – e non solo – ricorda il Martin Eden di Jack London. Sposa una donna più grande di lui, Eve Frame: ex diva del cinema muto, tre matrimoni alle spalle e una figlia adulta. La storia di Ira è raccontata da Murray, suo fratello, nonché ex insegnante di inglese di Nathan Zuckerman – “Ho sposato un comunista” figura tra i romanzi zuckermaniani di Roth. Nathan ritrova il suo amato prof. molti anni dopo i fatti accaduti. Di Rington, del suo carisma, della sua sconfinata cultura, lo “scrittore fantasma” conserva tanti ricordi. Nathan ne era affascinato. Il racconto di Murray, che nello schema narrativo di Roth serve a riprodurre quel gioco di specchi tipico di molte sue opere, è per l’autore di Carnowsky una specie di viaggio a ritroso nel tempo, un viaggio nella memoria. Il matrimonio tra l’idealista Ira e la ricca e snob Eve, la capitalista Eve, sembra improbabile fin dall’inizio. Eppure il loro amore regge oltre le contraddizioni nelle quali  inciampa il più giovane marito, e nonostante il logoramento alimentato dal difficile rapporto tra Eve e sua figlia. Ma quando Eve rivela ad un giornale che Ira è una spia dell’Unione Sovietica, la crisi matrimoniale ormai in atto assume una dimensione nazionale, diventa scandalo. È il principio della fine, non solo per Ira ma anche per suo fratello Murray. “Ho sposato un comunista” è un romanzo d’amore e di utopia, un meraviglioso affresco sul maccartismo – forse il più bel romanzo che sia stato scritto su quella stagione politica – e nel contempo una commedia umana dalle tinte forti. Una storia crudele fatta di promesse e ricatti, a volte cupa, a tratti noiosa, ma ricca di pagine indimenticabili: l’ultima è da incorniciare.

Angelo Cennamo

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UCCIDI QUEI MOSTRI – Jeff Jackson

Jeff Jackson è un autore piuttosto eclettico: drammaturgo, musicista, romanziere. Nel 2013, il suo romanzo d’esordio “Mira corpora” è finalista del Los Angeles Times Book Prize. “Uccidi quei mostri” esce negli Stati Uniti nel 2018, qui in Italia oggi, 8 ottobre 2020, con la Casa Editrice Milanese (SEM) e la traduzione dell’ottimo Seba Pezzani. È un thriller rock, distopico, con venature horror. Il romanzo rock, soprattutto in America, ha un’ampia tradizione che va da Don DeLillo a Rick Moody. Con “Il tempo è un bastardo”, Jennifer Egan ci ha vinto perfino un Pulitzer. In Italia non mancano esempi di questo genere di narrativa: “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, opera cult di Enrico Brizzi, o il più sofisticato “Rosso Floyd” di Michele Mari sono stati libri di successo. Jackson però sembra andare oltre gli autori e i romanzi citati, alle suggestioni musicali vuole aggiungerne delle altre, di tipo visivo: si chiama ergodica la letteratura che scompagina i formati del libro, alterandone il sistema di lettura: ricordate “Casa di foglie” di Mark Z. Danielewski? “Uccidi quei mostri” si legge come un disco di vinile: ha un lato A e un lato B; per leggere il lato B dovete capovolgere il libro. La trama è piuttosto semplice: negli Stati Uniti si è diffusa una misteriosa epidemia che spinge a sparare a delle rock band durante i loro concerti. La protagonista del romanzo, che nella versione originale si intitola “Destroy all monsters”, come una leggendaria band di Detroit, è la giovane fidanzata di un aspirante rockstar: Xenie. Jackson tiene i lettori sulla corda, è bravo a sparigliare le carte mescolando temi e registri narrativi. La scena del delitto è l’America; la vittima, evidentemente, la cattiva musica che imperversa nel paese dopo generazioni di grandi performers. Il thriller devia nell’horror, l’horror in un poetico e coraggioso postmodernismo. Non c’è tempo di pensare, di rallentare, la storia scorre sincopata come uno spartito dei Clash. Tu chiamale se vuoi, vibrazioni.  

Angelo Cennamo

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NOMADLAND – Jessica Bruder

Quando leggete un libro, non chiedetevi se è una storia vera, chiedetevi se è una storia inventata. A Jessica Bruder – giornalista pluripremiata che si occupa di sottoculture e questioni sociali – le sono voluti tre anni di preparazione e quindicimila miglia percorsi in camper, da Nord a Sud, da Est a Ovest, per scrivere il suo libro inchiesta, così vero da sembrare un romanzo. “Nomadland” racconta un pezzo invisibile della società americana: decine, centinaia, forse migliaia di uomini e donne, perlopiù anziani, che per “sopravvivere all’America” e alla crisi, si mettono in marcia verso un destino ignoto. È un’America nomade, “fuori dai radar”. Li chiamano workcamper, moderni viaggiatori mobili che accettano lavori temporanei in cambio di un posto per roulotte gratuito. Il workcamping può sembrare uno stile di vita gioioso ed eccentrico, molti di coloro che lo praticano sono temprati e hanno spirito d’avventura, non sembrano delle vittime, in realtà la loro è una dura strategia di contrasto alla povertà. Per riempire stomaco e serbatoi, i workcamper faticano tutto il giorno facendo anche lavori pesanti, spesso senza garanzie e tutele. “La prima volta che dormi in macchina nel centro della città, ti senti una totale fallita o un senzatetto…ma è questo il bello delle persone: si abituano a tutto”. Linda May è una nonna sessantenne, ex alcolista; è lei nel racconto della Bruder a dare il volto e la voce a questi “senza casa” – preferiscono definirsi così anziché “senza tetto”. Sono più di quanto si possa immaginare, una tribù, una comunità, esiste perfino un blog che li tiene in contatto fornendo suggerimenti, notizie utili. Sentite come descrive l’esperienza del workcamping una ex giornalista della ABC rimasta senza lavoro: “Ho trovato la mia gente: un gruppo raffazzonato di disadattati che mi hanno circondato con amore e accettazione. Per disadattati non intendo perdenti e sbandati. Erano intelligenti, compassionevoli, laboriosi americani a cui è caduta la benda dagli occhi. Dopo una vita a rincorrere il Sogno Americano, sono arrivati alla conclusione che non era altro che un gigantesco imbroglio.” Lavanderie a gettoni, abbonamenti in palestra per fare la doccia: sono mille gli espedienti dei nomadi per alleggerire disagi e rimuovere le costrizioni “L’ultimo luogo libero d’America è un parcheggio.”  Una città simbolo di questo movimento è Quartzsite, in Arizona. Linda lavora in un campeggio, poi da Amazon, centinaia di km percorsi a piedi a scannerizzare merci per pochi dollari, ma sicuri, all’ora; ai giovani preferiscono gli anziani come lei: sono più affidabili. “Nomadland” è un libro bellissimo e malinconico come certe opere di Steinbeck: “Furore”, soprattutto “Viaggio con Charley”, il racconto del viaggio in furgone che Steinbeck fa con il suo barbone francese. Jessica Bruder lo ha scritto con il cuore, citando sì dati e statistiche, ma indagando nell’animo dei protagonisti. Ne è venuto fuori un reportage giornalistico romanzato con momenti di autentica poesia, come certe parole di Linda e delle sue compagne di viaggio “Tutta la mia vita è stata alta e bassi, e il momento più felice è quello in cui possiedo pochissimo…Le persone vanno e vengono nella tua vita. Non riesci a trattenerle per sempre”.

Angelo Cennamo

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