L’INCANTO DEL LOTTO 49 – Thomas Pynchon

Di Thomas Pynchon abbiamo perso le tracce da molto tempo. È ancora vivo? Come Salinger, ha scelto di non apparire neppure nelle foto. Ne abbiamo viste al massimo tre o quattro, tutte risalenti agli anni Cinquanta, più o meno. “L’incanto del lotto 49”, in Italia edito da Einaudi con la rinnovata traduzione di Massimo Bocchiola, è il suo romanzo più breve. Siamo nel 1966. Il primo romanzo post-moderno americano, dice qualcuno – Einaudi, per esempio – trascurando però i precedenti di John Barth: “L’opera galleggiante” (del 1956 poi riveduto e corretto nel 1967) e “La fine della strada” (del 1958). Fatto sta che Pynchon, autore tra l’altro di uno dei libri più straordinari e incomprensibili del Novecento, “L’arcobeno della gravità”, al postmodernismo ha dato di sicuro un’accelerazione importante, decisiva, anche didattica, visto il numero di scrittori che negli Usa e non solo si sono abbeverati alle sue fonti, a cominciare da David Foster Wallace: avrebbero visto la luce libri come “Infinite jest” o “La scopa del sistema” se non fossero stati preceduti di qualche decennio  dalle narrazioni altrettanto geniali e strampalate di Pynchon? Difficile dirlo. Difficile come leggere e capire fino in fondo quello che scrive Pynchon, districarsi nelle sue finte trame, in quelle digressioni persino più interessanti del tema centrale, che non esiste. La protagonista de “L’incanto del lotto 49” è una casalinga (Oedipa Maas), moglie di un disc Jockey (Mucho Maas), nominata esecutrice testamentaria di un suo ex fidanzato (Pierce Inverarity). Oedipa si ritrova coinvolta in una misteriosa rete di sovversivi che gestiscono un sistema di comunicazione alternativo e sotto traccia. Messa così non significa un accidente, ma tutta la vicenda con i suoi corollari – nei quali neppure mi addentro – non è che una gigantesca allegoria: Pynchon dice e non dice, a volte dice troppo, il superfluo, sì ma il superfluo rispetto a cosa? I libri di Pynchon sono come quegli abiti stravaganti che vediamo sulle passerelle dei grandi stilisti: non li indossa nessuno però ci indicano una direzione. Pynchon ha seminato in un terreno nuovo e questo romanzo breve – 174 pagine – è forse il suo frutto migliore.

Angelo Cennamo

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