CEMETERY ROAD – Greg Iles

C’è un cadavere nelle acque del Mississippi, è Buck Ferris.
La prima cosa che ho fatto, iniziando a leggere “Cemetery road”, è stata andare a controllare se la cittadina di Bienville esiste per davvero o è un luogo immaginario, come Holt nei romanzi di Kent Haruf, Castle Rock in quelli di King o la Macondo di Garcia Marquez. Bienville esiste, ma non si trova nello Stato del Mississippi. E allora fingiamo pure che la Bienville della Lousiana sia qualche miglio più a Est; andiamo avanti. È qui, in questo piccolo centro sulle rive del Grande Fiume, che Greg Iles, scrittore americano ma di origini tedesche, ha ambientato la sua storia: lunga, ingarbugliatissima, densa di fatti – troppi – e di intrecci sorprendenti. Dicevamo di Buck Ferris. Tutto ha inizio con il suo probabile omicidio. Buck è un archeologo, e una sua scoperta rischia di far saltare un investimento miliardario che a Bienville potrebbe portare ricchezza e occupazione dopo anni di stagnazione. La voce narrante del romanzo è di Marshall McEwan, giornalista da premio Pulitzer che da Washington è costretto a tornare nella sua città per assistere il padre, Duncan, malato terminale e vecchia gloria del giornalismo locale. Marshall era molto legato a Buck, suo mentore, una specie di secondo padre che ha supplito alla figura del vero genitore dopo la tragedia di Adam, il fratello maggiore di Marshall, della cui morte, avvenuta per una stupida sfida tra ragazzi, Duncan ha considerato responsabile l’altro figlio. L’indagine avviata da Marshall si rivela subito complicata perché nell’omicidio dell’archeologo è coinvolto il Circolo del Poker, una sorta di loggia massonica che da decenni governa e decide le sorti della città. Figura chiave di questa conventicola di affaristi spregiudicati è Max Matheson, padre di Paul – amico fraterno di Marshall e marito di Jet, ex fidanzatina del giornalista e tuttora sua amante. L’altra donna è Nadine, anche lei innamorata di Marshall e anche lei avvocato. Della trama non dirò altro. Iles è abile nel costruire un mondo e popolarlo con i suoi personaggi, non tantissimi, a dire il vero, a dispetto delle mille tracce che si sviluppano nella storia. Tutto scorre e si perde nelle acque torbide del Mississippi, il protagonista silenzioso del libro. “Cemetery road” è uno straordinario romanzo popolare sulla provincia americana, definirlo un thriller è riduttivo. L’amore, il sesso, la vita e la morte, la paternità, il capitalismo con i suoi dilemmi etici, la corruzione, il passato che ritorna, l’umana imperfezione: la carne che Iles mette sul fuoco è tanta, forse troppa – i romanzi nel romanzo sono almeno tre – ma il risultato sfiora l’eccellenza. Il finale è aperto, non escludo un sequel. Leggetelo.

Angelo Cennamo

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CORRI, CONIGLIO – John Updike

Ci sono scene che non si dimenticano: le domande di Holden Caulfield sulle anatre di Central Park; il suicidio nel forno a microonde del filmaker Incandenza in “Infinite jest”; il Mickey Sabbath di Philip Roth che si fa sorprendere dall’amico Norman, mentre nella vasca da bagno prova a masturbarsi con la foto di sua figlia. L’incipit di “Corri, Coniglio” con Harry Angstrom che si unisce a sei ragazzini che giocano a basket intorno a un palo della luce, è una di queste. Che strano nome, Coniglio. Lo chiamano così per la larghezza del viso bianco, il pallore delle iridi celesti e “quel fremito nervoso sotto il naso corto mentre si ficca la sigaretta in bocca.” È il 1960 quando John Updike, scrittore del Wisconsin, con buoni precedenti sul New Yorker, fa uscire il primo dei quattro volumi dedicati al suo “Rabbit”. Il romanzo fa discutere per tante ragioni, non ultima una serie di scene di sesso che per quei tempi sono decisamente troppo esplicite. Harry è un ragazzo di ventisei anni; si guadagna da vivere dando dimostrazioni sull’uso di un attrezzo da cucina chiamato Magisbuccia. Ha una moglie, Janice, e un figlio, Nelson. Janice è una ragazza insicura, fragile, sottomessa al marito, un’alcolizzata. La nuova gravidanza l’ha pure infiacchita, imbruttita. Un bel giorno Harry monta in macchina e dalla Pennsylvania arriva fino in Virginia Occidentale. Harry è un uomo in fuga. La fuga di Harry “Coniglio” Angstrom è tra le cose migliori che siano mai uscite dalla penna di uno scrittore, sappiatelo. L’America è un’adolescenza senza fine, scrive Ben Lerner in “Topeka school”, ed Harry è il ritratto di un’America che non vuole diventare adulta. Prima ho citato il romanzo di Salinger; Holden Caulfield vaga per New York perché non sa come spiegare ai suoi genitori che è stato espulso dal liceo. Harry Angstrom scappa per non confessare a Janice che il loro matrimonio è stato un errore “la sua colpa è un agglomerato di fuga, crudeltà, oscenità e presunzione; un nero grumo racchiuso nelle viscere della nascita.” Lui, lei, l’altra. L’altra è Ruth, la seconda vittima di Harry, la traviata che ha smesso di credere all’amore, la donna che non spera e non si illude. La vita di Ruth è stata una sequenza di menzogne e impudicizie, ed Harry è solo l’ultimo nome sul suo brogliaccio delle presenze maschili. L’ennesima fregatura, forse. Coniglio fugge da entrambe le donne. Dribbla gravidanze, aspettative, suoceri. Uno dei temi del libro è la fede religiosa. Updike ne affida il ruolo al reverendo Eccles. Sarà lui a redimere il fuggiasco? E a quale prezzo? Di Updike è stato scritto di tutto. Di Lui, David Foster Wallace disse che era uno scrittore generazionale; “Corri, Coniglio” uscì pochi anni dopo “On the road” di Kerouac, un’altra bella storia di fughe, forse l’archetipo di questo genere di narrazione. Non so di preciso cosa abbia voluto intendere Wallace con quella espressione; che le trame di Updike siano rappresentative di una certa stagione del Novecento americano e degli umori legati a quegli anni, è possibile. Al di là di questo, Updike resta un gigante della letteratura, dentro e fuori del suo tempo; ed Harry “Coniglio” Angstrom, un personaggio che non si dimentica. 

Angelo Cennamo

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LA STRADA DI CASA – Kent Haruf

Dopo otto anni Jack Burdette torna a Holt al volante di una Cadillac rosso fiammante. Chi è Jack Burdette? Perché è andato via? E perché ha deciso di rifarsi vivo solo adesso? A raccontare la storia di Jack è un suo vecchio compagno di scuola, Pat Arbuckle, oggi direttore di un giornale locale. “La strada di casa” è il secondo romanzo di Kent Haruf, uscito negli Usa nel 1990 dopo “Vincoli” e molto tempo prima della più nota trilogia della Pianura. Siamo sempre a Holt, il luogo immaginario dove Haruf ambienta tutte le sue trame. Jack è un poco di buono già negli anni dell’università: furti, niente lezioni e una certa inclinazione per il football che lo rende popolare tra i coetanei e le ragazze della contea. Ma è nella seconda parte del romanzo che la storia prende corpo e decolla in una sorta di melodramma fatto di passioni inaspettate e intrecci pericolosi. Jessie Miller è la moglie di Jack. Si sono conosciuti ad un convegno e sposati dopo appena due giorni. È lei la figura chiave del libro, la cerniera tra la voce narrante e il marito scomparso. Jessie è il personaggio più harufiano di tutti, come sottolinea anche il traduttore Fabio Cremonesi nella breve postfazione. A Holt è una forestiera. Bella, generosa, ma da tutti guardata con sospetto perché legata a quel malfattore di Jack, forse una sua complice. “La strada di casa” è un romanzo sulla mancanza, bello e malinconico come tutti i libri di Haruf, e con un finale aperto. La prosa disadorna alla quale lo scrittore di Pueblo ci ha abituati, ricorda quella di altri minimalisti: Carver, Hempel, Hemingway soprattutto – che meraviglia quei dialoghi senza virgolette e trattini. L’ultima annotazione la lascio sui luoghi, ormai familiari ai lettori più affezionati, lo scenario ideale di queste storie miste di speranza e disincanto. Quanta America c’è nei libri di Haruf. 

Angelo Cennamo

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UNA CADILLAC ROSSO FUOCO – Joe R. Lansdale

Lui, lei, l’altro: al centro di “Una cadillac rosso fuoco” c’è il più classico dei triangoli amorosi. Lui è Ed Edwards, un commerciante di auto usate; lei Nancy Craig, donna bellissima e sfacciata – le donne nei libri di Lansdale sono tutte delle veneri disinibite – l’altro è Frank Craig, il marito ricco e violento di Nancy. Frank, che nella storia spiaccica al massimo dieci parole, gestisce un cimitero di animali e un Drive-in. E qui siamo in piena zona Lansdale: quanti romanzi il vecchio Joe ha ambientato da quelle parti? Ed ha venduto ai Craig una Cadillac apparentemente in buono stato – Ed conosce i trucchi del mestiere – ma le rate del prezzo non sono state più pagate. Strano per un uomo facoltoso come Frank. Quando Ed va a riprendersi la Cadillac, fa la conoscenza di Nancy e subito esplode la passione. Folle. Omicida. Nancy ha in mente un piano per liberarsi del marito e onorare quel contratto irrisolto: uccidere Frank, ereditare i suoi beni e spassarsela con Ed. Sembra una storia semplice, non proprio originale, lineare, e con pochi personaggi. Sembra. In verità Lansdale mette molta carne al fuoco e arricchisce il plot di numerosi colpi di scena e di dettagli interessanti. Ve ne dico uno: l’identità segreta di Ed, la stessa di Coleman Silk, il docente universitario del New England allontanato dal suo ateneo perché vittima di un equivoco, il protagonista de “La macchia umana” di Philip Roth. La storia è avvincente – parola abusata, lo so – ma in questo caso non c’è parola migliore per definire un romanzo che mantiene ritmo e tensione dalla prima all’ultima pagina. Uno dei migliori libri scritti da Lansdale in questo decennio. Uno dei migliori libri americani di questo annus horribilis. 


Angelo Cennamo  

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BROKEN – Don Winslow

I McNabb sono una famiglia di poliziotti; Jimmy ricorda il Malone di “Corruzione”, personaggio controverso, sanguigno, borderline, di origini irlandesi proprio come il superpoliziotto newyorchese dell’altro romanzo. Nel corso di una retata, suo fratello Danny viene sequestrato e fatto a pezzi dagli uomini di Oscar Diaz, boss del narcotraffico e appassionato di acquari: “Stai stressando i miei pesci” dice Oscar al suo scagnozzo Carlos in una delle scene migliori del racconto. Eva, madre di Jimmy e centralinista alla stazione di Polizia, chiede al figlio di vendicare il fratello assassinato. Inizia allora una feroce caccia all’uomo senza limiti e oltre la legge “Cinquantotto agenti aprono il fuoco, illuminando la notte di New Orleans.” 

Lou Lubesnick è sulle tracce di un misterioso rapinatore di gioielli lungo la 101, l’Highway che costeggia la California. La sua indagine on the road è un susseguirsi di immagini assolate di spiagge, amori e fughe in autostrada: un “Caccia al ladro” in salsa americana. 

Uno scimpanzé è fuggito dallo zoo di San Diego con una pistola. Il video diventa virale e il giovane poliziotto che lo insegue finisce in un loop di sfottò e umiliazioni. 

Duke è il re delle cauzioni, ascolta cool jazz su vinile e al tramonto si abbandona al ricordo della moglie morta. Con i suoi collaboratori, Neal Carey e Boone Daniels – due vecchie conoscenze dei lettori di Winslow – dà la caccia a Terry Maddux, leggenda del surf e della truffa, scappato in Messico. 

Ben, Chon e O sono in vacanza alle Hawaii ma non per questo dimenticano gli affari: il narcotraffico.

Calvin Strickland è un agente di frontiera; Cal pattuglia il confine tra Messico e Stati Uniti. Bella rogna. Un giorno, però, la sua routine viene spezzata dall’incontro con una bambina chiusa in gabbia. 

Broken è una raccolta di sei romanzi brevi. Dentro c’è l’essenza, la migliore identità di Don Winslow. Sono storie estreme di uomini e donne che si muovono lungo il crinale della legalità e della sopravvivenza. Storie di amori e di crudeltà che Winslow colloca tra la costa californiana – nel mondo del surf già esplorato con “La pattuglia dell’alba” e L’ora dei gentiluomini”; del traffico della droga, argomento che Winslow conosce come nessun altro scrittore al mondo: la sua trilogia (“Il potere del cane” – “Il cartello” – “Il confine”) è nella leggenda del crime – e il Texas, tra i migranti clandestini che dal Messico varcano il confine con gli Stati Uniti – il sesto romanzo “L’ultima cavalcata” ha più degli altri un taglio politico e polemico nei confronti delle strategie di contrasto attuate da Donald Trump. 529 pagine di emozioni forti, un mix ben calibrato di divertimento e azione. Sei Winslow all’altezza del miglior Winslow. 

Angelo Cennamo

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LUNAR PARK – Bret Easton Ellis

L’uomo. Lo scrittore. Il figlio che diventa scrittore di successo. Lo scrittore che diventa padre. Il drogato. L’alcolizzato. L’impasticcato. Il folle. Il depresso. Quanti Bret Easton Ellis ci sono in questo libro? “Lunar park” – Lunar con la erre finale, non è un refuso – esce nel 2005; Ellis ha già pubblicato “Meno di zero”, “Le regole dell’attrazione”, “American psycho” e “Glamorama”. È il suo momento migliore. Osannato. Acclamato come una pop star. Ricco sfondato. “Lunar park” è una pseudo autobiografia nella quale l’autore californiano mescola un po’ di cose e un po’ di personaggi, alcuni reali altri inventati o presi dai suoi romanzi precedenti. La storia – sarebbe più corretto dire la sequenza di fatti e di misfatti – è racchiusa in pochi giorni, un tempo che Ellis dilata oltre ogni limite per attuare numerose trasfigurazioni, di se stesso, di oggetti inanimati, dei fantasmi del passato che non smettono di tormentarlo. I temi principali sono la solitudine dello scrittore, la cui percezione della realtà è pericolosamente – a tratti comicamente – alterata dall’uso delle droghe, e la paternità: “Lunar park” è soprattutto un libro sull’essere padre. Due padri, quello di Bret Easton Ellis, che era già comparso sotto mentite spoglie nel personaggio di Patrick Bateman di “American psycho”; e lo stesso Ellis, che assume il ruolo di genitore, in corsa, dovendo poi faticare non poco per costruire e consolidare il rapporto con il figlio avuto dalla moglie Jayne. L’esperimento semiautobiografico è eccellente; il gioco di specchi di Ellis ha qualcosa di rothiano. Philip Roth simula e dissimula la verità, racconta se stesso con la mediazione del suo alter ego Zuckerman, lo scrittore fantasma. Ellis lo fa senza filtri, con spunti di iperrealismo che sfociano nell’horror. Il miglior libro di Bret Easton Ellis.

Angelo Cennamo

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L’ESTATE CHE SCIOLSE OGNI COSA – Tiffany McDaniel

Iowa writers’ workshop, ne avevamo parlato di recente a proposito di Stephen Markley e del suo romanzo d’esordio “Ohio”. In quel corso di scrittura – e trattandosi di “quel” corso di scrittura non dev’essere stata una coincidenza – si è formato anche Nickolas Butler, che qualche anno prima di Markley si era imposto con una bella storia ambientata nella stessa provincia americana, dal titolo “Shotgun lovesongs”. Dal Midwest di Markley e Butler e di tanti altri autori – parliamo di un territorio particolarmente fecondo per la narrativa Usa – proviene Tiffany McDaniel, più o meno coetanea degli altri due, ma cresciuta artisticamente fuori dal perimetro di quel celebre workshop, a dimostrazione del fatto che si può imparare a scrivere seguendo anche altre vie. Nel 2016 la McDaniel ha esordito con un libro che in poco tempo è diventato, in America come in Europa, un caso letterario. In Italia, “L’estate che sciolse ogni cosa” è pubblicato da una casa editrice chiamata Blu Atlantide, minuscola, semisconosciuta, un dettaglio che però non ha impedito al romanzo di riverberare anche qui da noi il successo di pubblico e di critica già ottenuto negli Stati Uniti. La vicenda si sviluppa in un breve arco temporale, vale a dire l’estate del 1984. La scelta del 1984 – anno che dà il titolo al capolavoro di George Orwell – non è casuale così come non lo è ogni altro particolare di questa storia che ha pochi precedenti nella letteratura recente – It? Nel libro di Stephen King, una cittadina del Maine – Derry – ogni ventotto anni viene posseduta da una forza malefica e multiforme che si sprigiona dalle viscere della terra. Nel romanzo di Tiffany McDaniel il demonio ha il volto nientemeno che di un tredicenne di colore con gli occhi verdi e con indosso una salopette logora. Sal, questo il nome del ragazzino, è arrivato in città non si sa da dove, rispondendo a un annuncio fatto pubblicare su un giornale locale da un avvocato, Autopsy Bliss, con il quale, senza mezzi termini, si invitava il diavolo a farsi vivo nella città di Breathed. A raccontare la storia è il figlio di Bliss, Fielding, oggi ottantaquatrenne – ecco l’84 che ritorna – ma che all’epoca dei fatti ha la stessa età di Sal. L’incontro tra i due ragazzini avviene in una torrida domenica estiva davanti al tribunale della città “Il caldo arrivò insieme al diavolo”. L’identità di Sal è per due terzi del libro il fulcro del racconto. Chi è questo strano bambino dalle iridi verdi come le foglie? Da dove arriva? Dov’è la sua famiglia? Le ricerche di Autopsy e dello sceriffo di zona non portano a nulla, e l’idea che il ragazzino possa essere chi dice di essere comincia poco alla volta ad insinuarsi tra gli abitanti di Breathed a seguito di una tragica sequela di eventi che non sembrano trovare altre spiegazioni. Sal, che nel frattempo viene ufficialmente adottato dai Bliss, deve vedersela con Elohim, uno scalpellino nano che più avanti nella storia diventerà un predicatore fanatico e pericoloso. L’eterna lotta tra il bene e il male, si direbbe, ma la McDaniel punta più in alto: ne riscrive le regole invertendo schemi e convinzioni. Sal diventa al tempo stesso carnefice e vittima di una comunità che lo giudica anche per il colore della pelle. Il diavolo ci appare dunque come un cristo perseguitato in un clamoroso ribaltamento di ruoli che non smette di generare dubbi, nei protagonisti come nel lettore. Si può voler bene al demonio? “L’estate che sciolse ogni cosa” è un romanzo di formazione dalle atmosfere gotiche; il lirismo, il misticismo di alcuni passaggi però fanno deviare la forma letteraria in quella del poema. Il tema ricorrente dell’angelico e del demoniaco, così come sviscerato dall’autrice, mi ha ricordato alcuni stralci iniziali di “Petrolio” di Pier Paolo Pasolini. La scrittura di Tiffany McDaniel è curatissima, elegante, ma mai vischiosa. I personaggi del libro, indimenticabili. Non credo di aver mai letto nulla di simile. 

Angelo Cennamo

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LA LOTTERIA DEI DIVI MORTI – Susan Swan

Dale Paul è un professionista spregiudicato, un truffatore di alto rango. È finito dietro le sbarre con una condanna a dodici anni per reati finanziari. Il penitenziario che ospita Dale, devo dire, non è niente male: sauna, biblioteca, perfino una piscina dove il protagonista “si allena a dorso”. Dale ha una famiglia, ha soprattutto un figlio all’università (Davie) che lo detesta e che arriva a tentare il suicidio lanciandosi dal ponte di Brooklyn. Dale sarà anche un marpione, un lestofante, ma ha carisma: piace a tanti e piacerà anche ai lettori di questo libro “La lotteria dei divi morti”, il primo romanzo della scrittrice canadese Susan Swan pubblicato in Italia (da Sem). In carcere Dale arriva ad escogitare un piano originalissimo per intrattenere i suoi compagni di cella: scommettere sull’aspettativa di vita dei personaggi famosi. Un’idea geniale avallata addirittura dal direttore del penitenziario. La storia dell’ex squalo della finanza scorre leggera, briosa. Dale non demorde, cerca una difficile redenzione e la riconciliazione con Davie. Sarà questa per lui la sfida più complicata. Commedia divertente e amara sui tempi che stiamo vivendo. Non conoscevo Susan Swan, il suo romanzo è stata una piacevole sorpresa. Dale Paul una bella invenzione.

Angelo Cennamo

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UN GIORNO VERRÒ A LANCIARE SASSI ALLA TUA FINESTRA – Claudia Durastanti

“Erano giovani, creativi, arrabbiati: era tutto in mano a loro e loro avrebbero spaccato tutto, avrebbero distrutto il mondo per renderlo un posto più decente in cui vivere, un posto in cui le persone si toccassero davvero e non avessero paura”. 

L’America è un’adolescenza senza fine, scrive Ben Lerner in “Topeka school”. Mi è venuta in mente, questa frase, mentre leggevo “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra”, il romanzo di esordio di Claudia Durastanti, ripubblicato dopo dieci anni da La nave di Teseo nella scia del grande successo de “La straniera”, finalista allo Strega nel 2019 e libro dell’anno per Telegraph Avenue. Ho incontrato Claudia Durastanti al Salerno Letteratura in un’afosa serata di luglio intitolata “In quanti modi si è stranieri”. L’identità multipla è uno dei tratti della personalità della Durastanti, forse quello che risalta più di ogni altro. Nata a Brooklyn da genitori italiani, Claudia è di madrelingua inglese, la lingua che utilizza su Twitter, ma i romanzi li scrive in italiano. È in corso la traduzione in inglese de “La straniera”, ha raccontato nel corso della serata, siamo a buon punto ma abbiamo un problema col titolo: “The stranger” è stato già usato da Camus. Straniera. È una parola ricorrente nel suo vocabolario, quella che più le si addice, un segno distintivo, una specie di marchio. Sulla copia del romanzo che mi sono portato dietro per la firma, mi ha scritto “Ad Angelo, da straniera a straniero”. Per certi versi, stranieri lo sono anche i protagonisti di “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra”: un gruppo di giovani, più o meno newyorkesi, che in un’eterno presente, come se il futuro non dovesse mai sorprenderli, vivono ansie, amori, incertezze. Sono ragazzi fragili e spregiudicati. Più segnati che sognanti. Le loro esistenze precarie si intersecano in una ciclicità vibrante ma malinconica. La storia di Jane e Michael è la parte migliore del libro. Non so perché, Jane l’ho immaginata con il volto e la voce dell’autrice. La sua stessa intensità, lo stesso disincanto operoso. L’incontro con Michael è una girandola di emozioni tutta giocata sui distacchi e sui ritorni. La Durastanti si è formata leggendo tanta letteratura americana, tanto Bret Easton Ellis soprattutto. Mentre ero immerso nella lettura del suo romanzo di esordio ho pensato proprio all’esordio di Ellis – “Meno di zero” – a quella gioventù sbandata della California degli anni Ottanta, in quel caso ricca e viziata, ma eternamente adolescente come questa.  “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” è un libro americano o è un libro italiano? È un bel libro. Stranieri tutti. Stranieri sempre.

Angelo Cennamo

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UNDERWORLD – Don DeLillo

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Scrivere il Grande Romanzo Americano è il sogno di ogni scrittore americano. Qualcuno ci riesce. Tra il 1996 e il 1997, due autori molto diversi per stile e generazione, David Foster Wallace e Philip Roth, pubblicano i loro rispettivi capolavori: Infinite Jest e Pastorale Americana. Negli stessi mesi, Don DeLillo, romanziere del Bronx ma di chiare origini italiane, esce con un romanzo mondo che impressiona innanzitutto per la mole – circa 900 pagine – ma anche per la profondità e la crudezza dei temi affrontati, l’ambientazione suburbana nella quale si muovono i protagonisti, la qualità della scrittura certamente. Underworld è un labirinto di trame, situazioni convulse che coprono cinque decenni di storia in un sapiente intreccio di vicende nazionali e personali. Storie di violenza, tradimenti, di rifiuti e scorie nucleari che diventano la gigantesca metafora di un degrado culturale oltre che sentimentale, senza fine. Una lunga sequenza di fatti che si dipanano su diversi piani temporali, in un andirivieni schizofrenico che mescola il passato col presente, e nel quale non mancano riferimenti e apparizioni di personaggi famosi come Frank Sinatra, Truman Capote o il potente capo dell’Fbi J. Edgar Hoover. Il prologo del libro e’ il racconto dettagliato di un evento sportivo realmente accaduto e che ha tenuto milioni di americani col fiato sospeso fino all’ultimo secondo:  la sera del 3 ottobre del 1951, proprio mentre i russi fanno brillare una bomba atomica nel deserto del Kazakistan, nello stadio di New York si gioca una storica finale di baseball vinta dai NY Giants con uno spettacolare colpo fuori campo. Seguendo tutti i passaggi di mano di quella palla, DeLillo compone un puzzle minuzioso e articolato, riunendo protagonisti e comparse in una medesima rappresentazione degli eventi.

Il prologo ha il volto di Cotter, il ragazzino che marina la scuola e che scavalca i cancelli dello stadio per assistere alla storica partita. È lui “a contendere la palla a qualcun altro, usando tutta la forza delle mani. Sta tentando di rinsaldare la presa. Sta cercando di isolare la mano del rivale in modo da far leva sulla palla e liberarla dito per dito“. Cotter è il primo possessore dell’ambito cimelio, ed è anche il primo dei mille altri volti che si incontrano in questa fiction ingarbugliatissima “Abbiamo pistole industriali che spruzzano vernici a olio, smalto, vernici epossidiche e via dicendo” dallo stile argomentativo-pop-funk di Wallace – che il delillismo lo ha arricchito e declinato in una versione più umoristica e poetica. Underworld ha le tinte fosche di New York, delle sue periferie abbandonate, dei suoi tramonti, del groviglio delle tangenziali, delle sale da biliardo nei seminterrati fumosi, delle vernici dei graffiti, dei materiali ferrosi dei convogli della metropolitana. Ma  ha anche il giallo luminoso dell’Arizona che in certe scene si sposa con l’azzurro di un cielo terso. Underworld è il tanfo della spazzatura, tanta spazzatura, tonnellate di spazzatura, è il catrame delle sigarette, il buio della perdizione. Underworld è l’America.  ‎

Angelo Cennamo

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