PATRIMONIO – Philip Roth

PATRIMONIO - PHILIP ROTH

È sempre difficile districarsi tra verità e finzione quando si legge un libro di Philip Roth. Patrimonio esce nel 1991. È una storia apparentemente autobiografica, simbolicamente al confine tra le sue due stagioni letterarie. Scrivendo la dolorosa vicenda della malattia e della morte dell’anziano genitore, Roth smette i panni del figlio – Roth nasce come scrittore che si ribella ai valori familiari, alla tradizione ebraica, al perbenismo (Lamento di Portnoy ne è il romanzo più significativo) – e diventa padre, lui che nella vita padre non lo è mai stato.

A ottantasei anni mio padre aveva perso quasi per intero la vista dell’occhio destro, ma per tutto il resto sembrava godere di una salute fenomenale per un uomo della sua età quando fu colpito da quella che il medico della Florida diagnosticò, sbagliando, come paralisi di Bell, un’infezione virale che provoca la paralisi, di solito temporanea, di un lato del viso”.

Hermann Roth, figlio di un cappellaio ebreo, arrivato negli Usa dalla Galizia polacca alla fine dell’Ottocento, era quel che si dice un self-made man. Con la terza media era riuscito a farsi assumere da un compagnia di assicurazioni di cristiani fino a diventarne dopo qualche anno direttore generale. Il racconto in prima persona fatto dal secondogenito Philip è un viaggio nella memoria oltre che il diario della malattia; un diario dettagliato, scritto con il sarcasmo e la leggerezza di un grande romanziere. Non è un libro tetro, Patrimonio, ma una storia – vera o in parte vera che sia – ricca di umanità e di vita, nella quale si alternano pensieri taciuti a dialoghi strazianti. La scena in cui Hermann, durante una cena, scappa al piano di sopra perché si è fatto sotto, e piange dalla vergogna quando Philip lo raggiunge in bagno, impestato dal tanfo degli escrementi lasciati in giro, per spogliarlo e lavarlo, è di una intensità unica “Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda”. Hermann deve decidere se farsi asportare o meno il tumore che gli è stato diagnosticato al cervello. È un’operazione rischiosa, soprattutto per un uomo della sua età. Quanto tempo gli resta? Ne vale la pena? Pagine palpitanti, traboccanti di emozioni, le parole si alternano ai silenzi, Roth scrive anche quelli, Roth getta finalmente la maschera e dà in pasto al lettore la propria intimità, la disperazione, la solitudine di fronte alla morte. Il gran finale, l’ultimo giro di giostra. Tutto questo è Patrimonio, tutto questo è il genio di Roth.

Angelo Cennamo

 

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UN’ALTRA OCCUPAZIONE – Joshua Cohen

UN'ALTRA OCCUPAZIONE - JOSHUA COHEN

Nel suo romanzo Selva oscura, Nicole Krauss fa partire due newyorkesi di successo per Tel Aviv alla ricerca di una nuova dimensione, professionale e spirituale. Joshua Cohen, giovane scrittore ebreo della East Coast come la Krauss, nel 2015 fa trasferire a New York due veterani dell’ultima guerra di Gaza dopo la leva obbligatoria nell’esercito israeliano. Yoav e Uri vengono occupati da David King, cugino del primo, nella sua ditta di traslochi. Negli Usa le ditte di traslochi non si limitano a spostare il mobilio da un appartamento all’altro, fanno molto altro: sbattono fuori gli inquilini morosi, confiscano beni, e non sempre con metodi leciti. Per puro caso ho letto il libro di Joshua Cohen Un’altra occupazione dopo Selva oscura. Sono due romanzi certamente diversi per trama e stile, ma asimmetricamente sovrapponibili per alcuni dei temi trattati: la fede, l’identità, le radici. “Non puoi smettere di essere un soldato, proprio come non puoi smettere di essere un ebreo” dice un rabbino a Uri in uno dei dialoghi più appassionanti di questa storia. Lo si può dire anche degli scrittori? Nei romanzi degli autori ebrei americani la componente religiosa è importante, è quasi una missione. Talvolta può appesantire la lettura, risultare soffocante; nel bellissimo romanzo della Krauss, a mio avviso, lo è. Il massimalismo di Cohen è più dinamico – la traduzione italiana è di Claudia Durastanti; Cohen imbastisce la sua trama sul contrasto e la similitudine. Nella prima parte del romanzo giganteggia la figura di David King, il cugino imprenditore di Yaov, ebreo come lui, repubblicano per convenienza, ricco, alle prese con una ex moglie avida e inviperita, una figlia tossicodipendente, filopalestinese, e una capoufficio onnipresente che vorrebbe sposarselo. “Tutte le sue battaglie erano sul suo viso. Tutte le persone che era, in lotta tra loro: il re, il sempliciotto, l’uomo che si era fatto da sé, l’incompleto”. Yoav è per David il ponte con Israele, la sua madrepatria, la sua Famiglia. I due giovani soldati ebrei, che stando alle parole di quel rabbino non smettono mai di essere quello che sono, si ritrovano nella Grande Mela come due alieni. Tutta la seconda parte del racconto scorre tra il presente e i ricordi della vita militare: i check point sulle linee di confine, i turni di guardia, gli spari, i percorsi nei tunnel. Yoav e Uri oggi impacchettano e spostano mobili, fanno mille incontri, ma non hanno smesso di essere due soldati, e presto si accorgeranno che quella nuova occupazione non è poi tanto diversa dalla guerra che hanno combattuto.

Angelo Cennamo

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STO PENSANDO DI FINIRLA QUI – IAN REID

 

STO PENSANDO DI FINIRLA QUI - IAIN REID

Due fidanzati viaggiano in macchina su una statale sperduta e indefinita degli Stati Uniti. Sono diretti alla fattoria dei genitori di lui. Lui è Jake, ragazzo dotato di grande intelligenza e molto colto. Alto, magro, introverso. Lei, voce narrante della storia, non ha nome. L’incontro con i genitori di Jake è surreale. La coppia non sembra essere in casa. Poi compare sulla scena in un’atmosfera quasi spettrale. Nella casa si respira una strana aria. La ragazza è a disagio. Nel viaggio di ritorno la tensione comincia a salire. Il paesaggio è desertico, nevica. Il racconto è una sequenza di pensieri e di osservazioni sulla personalità di Jake e sul futuro di quella relazione ancora incerta. Nelle ultime cento pagine, la svolta clamorosa. I due si fermano davanti ad una scuola abbandonata. Jake scende dalla macchina e sparisce nel buio. La ragazza si mette sulle sue tracce, lo cerca tra i lunghi corridoi di quella scuola che subito ci appare spaventosa. Inizia l’incubo. Inizia il thriller. Iain Reid è un giovane scrittore canadese, Sto pensando di finirla qui il suo romanzo di esordio dal quale è tratto l’atteso film di Netflix per la regia del premio Oscar Charlie Kaufman. Il libro di Reid cancella il confine tra mainstream e letteratura di genere, è una storia semplice, con due soli personaggi ma  densa di suggestioni, ipnotica, con una conclusione sorprendente che dilata il tempo e l’identità dei protagonisti. La qualità della scrittura è eccellente, così come la costruzione della trama: partenza in sordina, poi un crescendo di emozioni, dubbi, ipotesi che nel finale si riveleranno infondate. Tra Stephen King e il cinema di Stanley Kubrick.

Angelo Cennamo

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GLI ESTIVI – LUCA RICCI

GLI ESTIVI - LUCA RICCI

“Chi ama non dovrebbe mai sposarsi, o chi si sposa non dovrebbe mai amarsi” è il senso in un tweet de Gli estivi, secondo capitolo, dopo Gli autunnali, di una futuribile quadrilogia che espone Luca Ricci nel ruolo di miglior matrimonialista della letteratura italiana. Al centro della storia – raccontata in prima persona da un funzionario Rai che di tempo libero ne ha così tanto da potersi concedere una seconda attività di scrittore – c’è una coppia di ultracinquantenni con un matrimonio ormai spento, noioso. Il romanzo, ambientato perlopiù sul litorale del Circeo e nel traffico della Pontina, si apre con un colpo di fulmine in una notte di stelle cadenti. In Trascurate Milano un uomo adulto si fa sedurre da una ragazzina tra i vagoni della metropolitana. Memorie di un sottosuolo vibrante e spregiudicato che sovverte l’ordine e la moralità della superficie. Ne Gli estivi il romanziere senza nome e senza idee perde la testa per un’adolescente in vacanza con delle amiche “Un desiderio che non aveva espresso, esaudito da una stella che non aveva visto cadere”. È un amore platonico, immaginato, fatto di sguardi, pensieri sconci e messaggi senza risposta. Un inconfessabile appuntamento con la fantasia che si ripete estate dopo estate, con lei che nel frattempo arriva a sposare un uomo perfino più adulto di lui. Lo scrittore senza nome ci fa venire in mente il Dorigo di Buzzati, la sua paura di invecchiare, l’incapacità di vivere la normalità familiare dei suoi coetanei. C’è sempre un po’ di Buzzati nelle trame di Ricci, il Buzzati migliore, quello malinconico, solitario, sopraffatto dal rimpianto. Lui, lei, l’altro. L’altro è Lello Annibali “…pubblicava i miei romanzi ed era il mio vicino di casa al mare, scapolo impenitente quanto goffo, segnato da palesi contraddizioni: misantropo con pose da viveur, Don Giovanni afflitto da impacci cronici“. Annibali è il vincitore morale del romanzo; ha il ruolo che ne Gli autunnali fu di Alberto Gittani: la sponda perfetta del protagonista, la voce della sua coscienza immatura, fragile, incompiuta. Solo, nostalgico, lussurioso – la scena di lui che se ne va in giro a promettere schede telefoniche a delle minorenni in cambio di sesso, è esilarante: Annibali ricorda il Sabbath di Philip Roth. Ma il suo personaggio serve a Ricci soprattutto a dare corpo e voce ad un’editoria di qualità che nel nostro paese sta andando alla deriva. Ecco l’altro tema del libro: la letteratura e tutto quello che le gira intorno. È un mondo senza speranza, orientato dai non lettori più che dai lettori, e dalle solite conventicole. Gli estivi è un romanzo sulle occasioni perdute ma anche il tributo ad un’epoca e ad una narrativa della quale Ricci si candida ad essere il giusto erede.

Angelo Cennamo

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IL LIBRO DEI NUMERI – JOSHUA COHEN

 

 

IL LIBRO DEI NUMERI - JOSHUA COHEN

 

Leggete i libri lunghi. Perdetevi nei libri lunghi, anche in quelli più complessi, folli, che vi disorientano o che vorreste abbandonare dopo poche pagine, per sfinimento. Joshua Cohen è un giovane scrittore americano. Americano del New Jersey ed ebreo, come Philip Roth e Paul Auster. In Italia lo pubblica – inspiegabilmente – un piccolo editore, semisconosciuto: Codice Edizioni. Inspiegabilmente perché, a mio modesto avviso, il fatto che un romanziere come Cohen, tra i tre o quattro americani più interessanti della sua generazione, sia arrivato qui da noi solo per la geniale intuizione di una minuscola per quanto intraprendente casa editrice, è davvero singolare. Ma questa è un’altra storia.

Da diversi mesi avevo rimandato la lettura de Il libro dei numeri, romanzo uscito negli Usa nel 2015 e osannato da buona parte della critica, a cominciare dal compianto Harold Bloom “Questo di Cohen è un libro di una potenza devastante”. Mi sono deciso a farlo sull’onda emotiva del David Foster Wallace Tribute, che avevo presentato qualche giorno prima alla Feltrinelli di Salerno. Cosa c’entra Wallace, direte. C’entra. Pochi scrittori infatti ricordano il golden boy di Ithaca come Joshua Cohen per lo stile massimalistico-argomentativo, per la scrittura così virtuosa, algebrica, rigorosamente plasmata sulla modernità, fitta di dettagli talvolta esasperanti – la traduzione italiana è della bravissima Claudia Durastanti.

Se state leggendo questa storia su uno schermo, andate a fanculo. Parlerò solo se sfogliato come si deve“. L’incipit del romanzo è folgorante. Lo è anche il resto. Ma di cosa parliamo? Il libro dei numeri ha una trama piuttosto semplice: uno scrittore fallito, Joshua Cohen come l’autore, viene ingaggiato come ghostwriter dal ceo di una grossa azienda informatica, una specie di Google, nella finzione chiamata Tetration, anche lui di nome Joshua Cohen. Il Cohen imprenditore è l’uomo che ha fatto a pezzi la carta stampata a cui l’altro Cohen ha dedicato tutta la vita. Entrambi hanno quarant’anni. La sfida lanciata da Cohen, il terzo Cohen, il Cohen autore, è intrigante: dimostrare che la letteratura sopravviverà a internet. Non è la prima volta che uno scrittore esplora il mondo dell’informatica attraverso la forma del romanzo; avevano già fatto qualcosa di simile Dave Eggers con Il cerchio e Jonathan Franzen con Purity. L’esperimento di Cohen però segue un percorso diverso: Cohen cioè non intende avvicinare il libro a internet, vuole portare internet dentro il libro. Il risultato è stupefacente, considerata anche la complessità di una sfida che procede lungo il crinale, delicatissimo, della dualità: parola/numero-letteratura/internet-carta stampata/ebook-CohenScrittore/CohenImprenditore. Lo stesso titolo del romanzo evoca il suo doppio: il IV libro della Bibbia. Gli ebrei vagano per quarant’anni nel deserto prima di poter accedere alla Terra Promessa (quaranta come l’età dei protagonisti). Nella versione di Cohen, i quarant’anni decorrono dal 1971 – nascita del microprocessore – e terminano nel 2011, con lo scandalo di WikiLeaks. Cos’altro aggiungere; Cohen confeziona un’opera gigantesca per originalità e per ampiezza narrativa. L’invenzione del motore di ricerca diventa infatti lo spunto per inglobare mille altri argomenti, di matrice storica e sociologica, in un poderoso e inarrestabile flusso di parole che l’autore di Atlantic City declina secondo le nuove applicazioni della scrittura: link, mail, messaggistica di varia natura. Come avrete capito, Il libro dei numeri è un romanzo-saggio che scavalca i confini della narrativa alla quale siamo stati abituati fino ad ora; un’opera destinata a diventare una pietra miliare della letteratura dei nostri tempi. E allora? Allora coraggio, non lasciatevi impressionare dalla mole; prendetevi una pausa, tirate il fiato, e fiondatevi tra le settecento e passa pagine di questo libro maledettamente folle, vertiginoso, unico, irripetibile.

Angelo Cennamo

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L’UOMO CHE AMAVA I LIBRI – George Pelecanos

L'uomo che amava i libri - George Pelecanos

Quanto George Pelecanos sia legato a Charles Willford e a Elmore Leonard, maestri del crime che lo hanno preceduto di una generazione, lo si capisce fin dalle prime battute di questo romanzo: L’uomo che amava i libri è dedicato a loro. Da qualche anno, in Italia, di Pelecanos si erano perse le tracce. Sem Libri oggi lo ripropone con la sua ultima opera, una delle migliori. La trama del romanzo è semplice e pochi sono i personaggi che ne fanno parte. Siamo a Washington. Michael Hudson riesce ad evitare una condanna per rapina grazie alla manipolazione del testimone chiave del suo processo. A salvare Michael è il detective Phil Orzanian. Phil non è uno stinco di santo. Nella tradizione di altre figure del poliziesco americano e non solo americano (il Rocco Schiavone di Manzini, ad esempio), Phil arrotonda i suoi guadagni con dei lavoretti sporchi. Il favore reso a Michael non è gratuito. E’ qui che la storia comincia a prendere quota, intersecandosi con una seconda traccia che porta al terzo protagonista del libro: Anna, la bibliotecaria del carcere che trasmette a Michael la passione per la lettura. Anna è una donna sposata ma ha un debole per il (quasi) redento Michael. Fuori dal carcere, i due avranno modo di rivedersi. Lui continuerà a darle del lei. Parlano, si guardano, bevono qualche birra insieme. La passione per i libri li unisce oltre la soglia di quella quotidianità che non ammetterebbe deroghe. Una storia d’amore in un thriller classico, vecchia scuola, dai meccanismi perfetti, dal ritmo sostenuto e con frasi brevi, mai una parola di troppo. Leggere Pelecanos è un vero piacere.

Angelo Cennamo

                                  

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Wallace, il realismo disperato di un genio della modernità

DAVID FOSTER WALLACE Ritratto bianco e nero

Raccontare l’apatia con garbo ed umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare. Giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che alla fine lo ha condotto al suicidio, è impossibile. Il realismo isterico della sua scrittura,  vertiginosa, torrenziale, lo sguardo malincomico – malincomico con la M – sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati sono indissolubilmente legati al noto malessere e a quel gesto risolutorio, forse inaspettato. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont, in California, pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, e ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. Un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato a Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa e uscite con gli amici. Dopo il successo di Infinite Jest, le aspettative dei lettori erano altissime. Un impegno troppo gravoso. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  mi sento un po’ peculiare. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero successivamente assemblati dal suo editor, Michael Pietsch, in un libro di circa 800 pagine, pubblicato col titolo de Il Re Pallido. E’ l’ultimo atto, il testamento inconsapevole di un genio compreso, capace di ricodificare la grammatica della narrativa nordamericana e non solo quella, completando l’opera di altri avanguardisti: John Barth, Don DeLillo, Thomas Pynchon. Incontrai Wallace nel giugno del 2006, a Capri, in occasione di un celebre appuntamento letterario organizzato sull’isola da Antonio Monda. Era la prima edizione. L’immancabile bandana, t-shirt rossa con una scritta, uno stravagante bermuda a vita alta, l’aria svampita di chi è stato trascinato controvoglia in un luogo troppo esotico per le sue abitudini: l’aspetto di Wallace era quello di un nerd che aveva svoltato. Lui e Jonathan Franzen, amici e rivali, confusi tra la folla che neppure li riconosceva, si aggiravano sulla piazzetta come turisti anonimi. A distanza di anni, ritrovo quelle immagini nella mia memoria e sul web, confuse tra mille altre evocate dai suoi scritti: appunti di viaggio, racconti, romanzi, interviste. Leggere Wallace è come sentirsi spalancare gli occhi, e quando sfogliamo i suoi libri, per un certo numero di pagine ci piace immaginare, come ha scritto qualcuno, di essere lui, di essere David Foster Wallace.

Angelo Cennamo        

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LE FAMOSE PATATE – Joe Cottonwood

 

Le famose patate - Joe Cottonwood

 

Will Middlebrook è un reduce del Vietnam, con una moglie mezza matta e un figlio morto. Una sera, Will si ritrova coinvolto in una rissa. Un uomo viene accoltellato e la colpa ricade su di lui. Inizia una fuga disperata, senza sosta, attraverso Stati e città, con una nuova identità e con pochi spiccioli in tasca. Nel futuro di Will c’è una sola certezza: Erica, la giovane consorte oggi ricoverata in un ospedale psichiatrico. L’infinito rincorrersi tra lui e lei è la parte migliore di questo romanzo cult di Joe Cottonwood, scrittore qui da noi sconosciuto e portato alla ribalta da Mattioli 1885 books. Leggendo Le famose patate non si può non pensare al road book di Kerouac, l’archetipo di questo genere di narrazione, al quale Cottonwood sembra voler rendere omaggio. Il viaggio di Will, tra autostop e treni in corsa, è un susseguirsi di incontri con un’umanità disperata e reietta come lui, che entra ed esce dalla storia alternandosi a vicende del passato e a numerosi imprevisti. Claire, la prostituta che seduce Will in un bar e lo trascina nella squallida stanza d’albergo dove vive, è il personaggio più vero di questo romanzo veloce, intenso, a tratti commovente. Cottonwood racconta un’America di scarti, sopravvissuti, uomini e donne che non hanno più niente da perdere; vite in gioco, vite distrutte, vite che la sfangano per il rotto della cuffia. Will è uno di loro. La sua corsa senza fine diventa così la metafora di una rincorsa più grande, l’anelito a una felicità perduta o ancora da afferrare: Erica, la sola possibile.

Angelo Cennamo

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IL FIORE DELLA NOTTE – Herbert Lieberman

 

Il fiore della notte - Herbert Lieberman

 

Ad oggi, in Italia, di Herbert Lieberman sono stati tradotti solo due libri, entrambi editi da minimum fax: Città di morti e Il fiore della notte. Sono romanzi datati, il primo è uscito negli Stati Uniti nel 1974, se la mente non mi inganna; l’altro è stato pubblicato dieci anni dopo. Non chiedetemi per quale strana ragione l’aereo con i thriller di Lieberman sia atterrato nel nostro paese con un simile ritardo: non la conosco. Ma di casi come quello del maestro di New Rochelle se ne possono citare a decine, ahimè. Il fiore della notte, come il libro che lo ha preceduto, è una storia newyorkese, cupa, ma dal respiro ampio, densa di sottotrame, pieghe, nutrite divagazioni che però sono perfettamente funzionali alla vicenda centrale. I protagonisti del romanzo sono due personaggi dei quali è impossibile non innamorarsi. Vediamoli. Il detective Francis Mooney è un uomo corpulento, vicino alla sessantina, un asociale, single, non può fare a meno di ingozzarsi di cibo spazzatura, la sua più grande passione sono i cavalli. La carriera di Mooney nella polizia di New York è stata condizionata da una serie di stop and go: promozioni sì, ma anche dolorose retrocessioni e tante umiliazioni. L’altro è Charles Watford. Un raccontaballe mezzo matto, inseguito dai fantasmi dell’infanzia, una specie di Caulfield Holden da adulto che scrocca ricoveri in ospedale per assecondare una farmacodipendenza compulsiva, la sua rovina. I due protagonisti seguono percorsi paralleli senza mai incontrarsi nelle prime duecento pagine. Lieberman colloca la sua storia sui tetti di una New York notturna e primaverile. E’ lì, da quei tetti, che un misterioso serial killer uccide senza mira e senza una ragione apparente, lasciando cadere nel vuoto dei blocchi di calcestruzzo. Per la polizia si tratta di morti accidentali, ma Mooney è deciso ad andare fino in fondo e contro tutti per dimostrare che dietro quegli episodi si nasconde la mano di uno spietato assassino. L’incontro tra il detective e l’incorreggibile Watford è il preludio di una svolta; pur essendo molto diversi, i due sono accomunati da un profondo senso di infelicità. La cialtroneria di Watford intenerisce. Nel disincanto di Mooney ci riconosciamo tutti. Lieberman costruisce per gradi, non lascia nulla al caso e non si ferma al tratto poliziesco, va oltre: scandaglia i lati più remoti della personalità delle sue pedine, ne racconta il vissuto, le contraddizioni, la solitudine. Se Philip Roth avesse scritto dei thriller, li avrebbe scritti come Herbert Lieberman. Capolavoro.

Angelo Cennamo

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QUANTO BLU – Percival Everett

Quanto blu - Percival Everett

Una ventina di libri all’attivo, poco più di dieci tradotti in Italia, Percival Everett è il più grande tra gli scrittori americani sconosciuti nel nostro paese. Di lui ci colpisce, più di ogni altra dote, quella smisurata ecletticità che lo porta a scrivere romanzi sempre diversi, per genere, trama, stile, ambientazione. Leggendo le storie di Everett, ad un tratto scopriamo che è un autore di colore. Un dettaglio del tutto trascurabile se non evocasse il legame stretto, inscindibile, tra identità e scrittura che esiste invece in altri romanzieri afroamericani, da Colson Whitehead a Paul Beatty.

Quanto blu esce negli Usa nel 2017, tre anni dopo arriva in Italia con il nuovo editore La nave di Teseo. Ancora una volta Everett spiazza i lettori con una trama originalissima, lontana dalle narrazioni che l’anno preceduta. Kevin Pace è un pittore di Philadelphia che sta lavorando da tempo ad un quadro misterioso, una tela che nessuno può vedere, neppure i suoi familiari. Intorno al dipinto Everett fa ruotare una storia articolata in tre capitoli, alternati tra loro, e stratificata su più piani temporali: un viaggio fatto da Kevin trent’anni prima in El Salvador, alla ricerca del fratello del suo amico Richard (1979); una trasferta a Parigi nella quale il protagonista conosce una giovanissima acquarellista e vive con lei una relazione d’amore (Parigi); il presente americano all’interno della casa familiare, con la figlia sedicenne April che scopre di essere incinta (Casa). Tre capitoli per tre segreti. Tre macigni che Kevin nasconde dentro di sé e che approderanno su quella tela misteriosa come una definitiva liberazione. Quanto blu è un romanzo sull’indicibile, e sulla impossibilità di condividere qualunque verità. Percival Everett è capace di rendere fruibili a tutti temi e trame complesse, pluridimensionali, filosofiche. Un libro magnifico, soprattutto umano.

Angelo Cennamo

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