L’ATTORE – Mario Soldati

L'attore - Mario Soldati

Enzo Melchiorri è un vecchio caratterista senza lavoro alle prese con i debiti di gioco della moglie Licia. Vive a Bordighera, in una villa oggi ipotecata per finanziare le serate al casinò di Sanremo della consorte e per tirare avanti alla meglio. L’incontro con l’altro protagonista – senza nome e voce narrante della storia – è casuale. L’altro è un regista in trattativa con la Rai per uno sceneggiato nel quale potrebbe trovare un ruolo lo stesso Melchiorri, che ora spera di ritornare nel giro grazie all’aiuto dell’amico. La messa a punto del teleromanzo tuttavia si rivela più complicata del previsto e si perde in mille “vedremo” e “le faremo sapere”.

L’attore, romanzo del 1970 e vincitore del premio Campiello, è l’opera di maggiore successo di Mario Soldati, scrittore per troppi anni dimenticato ed oggi riportato in libreria dalla Bompiani con una serie di pubblicazioni rinnovate anche nella veste grafica. La trama, nella sua prima parte, è incentrata sulla figura ancora sconosciuta di Melchiorri: i vecchi fasti del teatro dell’anteguerra, la fisicità goffa quasi da effeminato, il cono d’ombra nel quale è stato risucchiato negli anni del boom economico, il ricordo dei tempi migliori, la generosità a dispetto del pregiudizio che molti colleghi nutrivano nei suoi confronti, le cene notturne in una trattoria dietro piazza di Spagna dove oggi c’è un grande magazzino. E’ un’Italia che cambia pelle quella che ci descrive Soldati tra le pieghe della vicenda personale del protagonista, un Paese distratto dall’insperato benessere, alla ricerca di nuovi miti, stili e forme di spettacolo più moderne. La Rai, con la sua burocrazia e le sue clientele, è il contesto nel quale Soldati ambienta una metà della storia. L’altra metà si svolge in Costa Azzurra, nel mondo del gioco d’azzardo, della bella vita: lo spaccato preciso, malinconico, di una borghesia in declino, presto fuori moda, che ha già dato il peggio di sé. Qui la narrazione perde il mordente dei primi capitoli per sfilacciarsi nel groviglio dei tradimenti di Melchiorri con le sue domestiche, negli alti e bassi – più bassi – del suo matrimonio, nell’ossessione senza fine di Licia per il gioco. Almeno cento pagine di troppo per un’opera che sarebbe stato meglio contenere, comprimere, nella metà del suo volume cartaceo per farne un racconto anziché un romanzo.

Angelo Cennamo

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LE LETTERE DA CAPRI – Mario Soldati

 

 

Le lettere da Capri - Soldati

 

La mia generazione ha fatto in tempo a conoscere il Mario Soldati enologo, l’omino coi baffi e il sigaro tra i denti, il poeta bizzarro, sorridente, che se ne andava in giro per l’Italia a registrare gustosi reportage televisivi sul Brunello di Montalcino e il Barolo. Immagini in bianco e nero, ricordi sfocati che si mescolano ad altri più o meno felici, dalle Canzonissime di Don Lurio alle gag di Cochi e Renato; dallo scudetto del Cagliari all’arresto di Pino Pelosi quella tragica notte del 2 novembre del 1975. Ero un bambino e di quell’omino dai capelli bianchi non sapevo che fosse anche un grande scrittore e un regista di successo. Di recente, la Bompiani ha pensato bene di ripubblicare le opere di Mario Soldati, i romanzi di maggiore pregio, premiati con lo Strega – Le lettere da Capri  e col Campiello – L’attore  o diventati dei clamorosi casi letterari amati dalla critica e da altri scrittori importanti – Lo smeraldo. Un’occasione per riscoprire un autore finito da alcuni decenni ai margini degli scaffali, colpevolmente dimenticato da lettori e addetti ai lavori. Ero entrato alla Feltrinelli con l’intenzione di prendere Lo smeraldo, libro visionario per il quale Pier Paolo Pasolini scrisse una superba ed accorata prefazione, ne sono uscito con Le lettere da Capri. Inutile soffermarsi sulle ragioni del cambio, non saprei neppure spiegarle: forse un leggero graffio o una piccola, insignificante piegatura della copertina del primo romanzo avrà indirizzato il paranoico che sono sull’altro volume? Tutto è possibile.

Lettere da Capri fu pubblicato la prima volta nel 1954, ed è uno dei libri più complessi e sfaccettati di Soldati. Racconta una intricata storia di amore e gelosie, la storia di un’ossessione torbida, irrefrenabile, di tradimenti reali o presunti, di bugie e mezze verità. Quattro i personaggi protagonisti: una coppia americana e due italiani. Harry Perkins è un ex maggiore dell’esercito innamorato dell’Italia e della sua arte. Ha un cattedra universitaria che lo attende a Princeton, ma preferisce girare il belpaese in lungo e in largo per conto dell’Unesco. Harry è perennemente diviso tra due donne: la moglie Jane e l’amante Dorothea. Quest’ultima è la vera protagonista del romanzo, che nella narrazione di Soldati si compie attraverso un singolare gioco di specchi: il racconto è il soggetto cinematografico che l’ex maggiore dell’esercito scrive per il suo amico regista, prima voce narrante del libro. Dicevamo di Dorothea, una borgatara affascinante, di una sensualità proletaria e subdola che ci riporta ad altre figure femminili di quegli anni: la Loren di De Sica, la Silvana Mangano dei film di Dino Risi, ma anche La romana del romanzo di Moravia. Harry è completamente dominato dalla sua bellezza vorticosa, incantatrice – così diversa dall’aplomb di Jane – dalla sua fisicità rozza, impetuosa, involgarita da bracciali vistosi e bigiotteria pacchiana. Il tormento di Harry è al centro dell’intera vicenda, che nell’ultima parte devia a sorpresa su una trama parallela, nascosta al lettore per almeno tre quarti del libro. Qui il racconto diventa confessione, e l’espiazione di una colpa duplice, per troppi anni taciuta, una catarsi che non sortisce l’effetto sperato e che farà sprofondare Harry in una malinconica crisi di volontà, nella nostalgia di un tempo che forse per gli altri non è mai esistito.

Lettere da Capri è un romanzo prodigioso, introspettivo, il ritratto di una società sospesa tra l’ipocrisia e l’anticonformismo, scritto in un italiano molto moderno per i primi anni Cinquanta. La scrittura di Soldati è nitida, diretta, colta quanto basta, dal taglio cinematografico, diversa dal coro aulico di altri autori italiani di quel tempo, scorrevole, briosa e “non vischiosa” come quella di Elsa Morante, avrebbe scritto qualche anno più tardi il corsaro Pasolini.

Angelo Cennamo

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L’ANELLO MANCANTE – Antonio Manzini

 

L'anello mancante - Manizini

 

Cinque indagini di Rocco Schiavone. Un libro di racconti su fatti posteriori al primo libro della serie Pista Nera, fatti che Manzini ha collocato, inserito “nelle pieghe” del tempo narrativo. Operazione complicata per un autore seriale. Come spiega lui stesso nella prefazione, per piantare queste storie, lo scrittore allievo di Camilleri ha dovuto infatti immaginare una sospensione temporale, sganciare le trame dal flusso della vita di Rocco. Il risultato è come sempre eccellente. La forza di queste storie è, come ho scritto altre volte, nella autenticità della figura del protagonista. Rocco Schiavone è un uomo vero, reale, buca la pagina: è l’italiano medio. Schiavone nel lavoro è scrupoloso ma non vuole rotture di coglioni; la sua etica professionale talvolta è impeccabile, in altre va a farsi benedire. E’ ligio ma anche corrotto. E’ sensibile ma nello stesso tempo cinico. E’ di ampie vedute, un progressista attento, ad esempio, a correggere chi dice “negro” anziché nero; ma quando pensa alle proprie origini allora diventa un nostalgico, e si abbandona ai ricordi, alla tradizione. Nei dialoghi in romanesco con gli amici trasteverini ci appare come un personaggio pasoliniano, sono pagine di letteratura alta checché ne dica qualcuno, pagine che ci riportano a romanzi come Ragazzi di vita o Una vita violenta, a quel mondo lì insomma, con Seba che sembra Franco Citti e Brizio Ninetto Davoli. Nelle conversazioni in corsivo con Marina, la moglie ammazzata al posto suo, per errore, in quel tragico 7-7-2007 – che è anche il titolo di uno dei romanzi, forse il migliore della serie – Rocco ci appare invece un uomo fragile, insolitamente romantico, lacerato dal disincanto. Mille facce, mille sfumature nelle quali ciascuno può ritrovare una parte di sé, riconoscersi. Questo è il segreto del successo del Grande Romanzo di Schiavone che Antonio Manzini sta scrivendo a capitoli, anno dopo anno. Oltre il noir c’è di più.

Angelo Cennamo

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LA LETTRICE SCOMPARSA – Fabio Stassi

 

La lettrice scompaesa - Fabio Stassi

 

Vince Corso è un insegnante precario non più giovanissimo che, senza un soldo in tasca e senza avere nulla da perdere ormai, neppure la vergogna, si inventa il mestiere del biblioterapeuta “Una di quelle nuove professioni dell’ascolto che aiutano le persone a risolvere i loro conflitti e ad operare delle scelte”. Un’idea forse vincente ed antica “I libri depurano la testa e il sangue, allontanano l’attrazione del vuoto e l’umore nero“, sicuramente bizzarra e controtendenza. Del resto Vince della letteratura sa tutto o quasi tutto; la sua passione per la narrativa è così smodata che lo fa vivere fuori dal mondo reale, è una vera ossessione. Lui dice di guarire coi libri ma è a sua volta malato, forse più dei suoi stessi pazienti. La storia di Fabio Stassi si svolge in una Roma multietnica – l’ufficio di Vince è una mansarda di via Merulana, quella del Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda – lontana dagli stereotipi vacanzieri e romantici della città papalina, godereccia o da cartolina. Stassi preferisce un’ambientazione più bohemien, alla Arturo Bandini, fatta di arte povera, sigarette e dischi francesi rigorosamente in vinile. Una cappa di malinconia e di poesia che avvolge la trama, trasportandola in una dimensione quasi onirica, fantastica, fabiesca.

La lettrice scomparsa è un romanzo originale, raffinato, scritto in un italiano colto e cristallino; un generoso tributo alla grande letteratura di ogni luogo; lo spunto per allargare lo sguardo su altri romanzi, famosi o sconosciuti, poco importa – alla fine del libro l’autore elenca uno per uno gli scrittori e i titoli che Vince suggerisce ai suoi clienti – ed invogliare a leggere, abbandonarsi di più alla bellezza, unica, perfino curativa, della narrativa: è questo il senso, il messaggio che Stassi intende lanciare ai lettori. La vicenda ha i contorni del giallo e ruota intorno alla misteriosa scomparsa di una donna che abita nello stesso palazzo di Vince. Un’assenza legata ad una vecchia storia di scambi di identità, difficile da ricostruire, ma in un racconto già scritto e in pochi altri indizi lasciati forse volutamente dalla donna, il protagonista riesce a trovare la chiave per risolvere il caso. Viva la letteratura italiana e viva la casa editrice Sellerio, fonte inesauribile di nuovi talenti della scrittura. Fabio Stassi è tra questi.

Angelo Cennamo

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ASIMMETRIA – Lisa Halliday

Asimmetria - Halliday

Non capita spesso di imbattersi in giovani autori innovativi che non si accontentano di assecondare i lettori con storie preconfezionate, facili, sciatte, impostate secondo i canoni di questa o di quella scuola di scrittura. Lisa Halliday ha la freschezza, il coraggio, diciamo pure l’incoscienza degli sperimentalisti di alto rango (“status authors”) che anche America sono diventati merce rara. Era dai tempi di Lincoln nel bardo di George Saunders che non mi capitava di leggere un libro cosi originale, per stile e struttura – il termine più appropriato sarebbe “strano” –  come Asimmetria, romanzo di esordio di Lisa Halliday – in Italia edito da Feltrinelli.

Halliday racconta due storie, indipendenti l’una dall’altra, con un finale a sorpresa che ci riporta alla prima trama. Alice è una giovane impiegata di una casa editrice che per caso, su una panchina di Central park, conosce Ezra Blazer, celebre scrittore ebreo plurivincitore del premio Pulitzer. Ezra è un uomo anziano ma seducente – ci piace pensare che dietro questo personaggio colto, divertente, stravagante si nasconda Philip Roth, i tratti sono quelli. Tra i due nasce un amore fatto di piccole attenzioni, premure, conversazioni talvolta banali. La storia di Alice ed Ezra scorre leggera, briosa. Non accade nulla, ma Halliday quel vuoto lo racconta benissimo; fissa ogni attimo della quotidianità anche quello più insignificante: le partite di baseball viste alla tv, gli acciacchi e le visite mediche di Ezra, loro due a letto e fuori dal letto, e lo trasforma in una narrazione gustosa e instancabile. Dilata lo spazio e ci conduce dentro il lettore, rendendolo partecipe di quell’apparente monotonia di affetti e malinconie.

Ho letto questo libro nei giorni di una commemorazione di David Foster Wallace e non ho potuto fare a meno di pensare a lui, alla schizofrenia e al massimalismo debordante di alcuni suoi scritti come La ragazza dai capelli strani o Mister Squishy – l’intera pagina 128 è una specie di bugiardino farmaceutico.

La seconda trama del romanzo, forse meno potente della prima, vede come protagonista Amar, un giovane economista americano di origini irachene che va a trovare il fratello in Irak ma viene trattenuto un intero week end in aeroporto. La sosta forzata diventa per il giovane lo spunto per ripensare alla propria vita e riflettere a voce alta sulla situazione politica degli Usa e del Medio Oriente.

Gioventù e vecchiaia, Occidente e Oriente, pubblico e privato: le asimmetrie di Lisa Halliday si declinano in uno sperimentalismo linguistico che sfugge a qualunque classificazione. Cos’altro aggiungere: Asimmetria è un libro imperdibile, con pochi precedenti, destinato a diventare una pietra miliare della letteratura dei nostri tempi.

Angelo Cennamo

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COSE PREZIOSE – Stephen King

cose preziose - King

Quanto avranno contribuito scrittori come Elizabeth Strout e Stephen King a far conoscere nel mondo il Maine, quel quadratino in alto a destra guardando la mappa degli Stati Uniti, celebre anche per un festival delle aragoste che David Foster Wallace ha raccontato magnificamente in uno dei suoi saggi più esilaranti? Il Maine è pressappoco l’equivalente del nostro Molise, una terra silenziosa, sonnolenta, lontana dal frastuono delle metropoli e dall’immagine patinata di Hollywood, l’eccezione alla regola di un Paese che vive di altro e che viene raccontato per altro.

A Castle Rock, la cittadina immaginaria che King ha scelto per ambientare la sua storia, apre un negozio di oggetti rari, curiosità per collezionisti, si chiama “Cose preziose”. Il proprietario è una figura misteriosa, sfuggente, molto carismatica, un uomo anziano, alto, dagli occhi cangianti e dalla voce ammaliante. Chi è Leland Gaunt? Da dove viene? In città non si parla d’altro, del suo strano modo di mercanteggiare, del magnetismo col quale circuisce la clientela, con effetti devastanti. Un solo uomo non è ancora caduto nelle sue grinfie, è Alan, lo sceriffo di Castel Rock, uomo tormentato dai fantasmi del passato e che nell’affetto di Polly, altro personaggio dal vissuto doloroso, riesce a trovare rari momenti di serenità. Alan rappresenterà nella seconda parte del romanzo l’incarnazione del bene, il rivale simbolico di quel commerciante stravagante, venuto dal nulla a seminare zizzania.

Cose preziose è un romanzo del 1991, i fan di King lo giudicano uno dei suoi libri migliori con It, Il miglio verde, Shining, 22.11.1963, Stagioni diverse, Misery. Da appassionato “a distanza” del grande maestro del brivido non posso che confermare l’attendibilità della vox populi. King sarà anche un autore eccessivamente prolifico, ma possiede l’indubbia capacità di imbastire trame prodigiose, di ampio respiro. Sa scavare nel marcio della società e raccontare le nostre paure, le più intime, attraverso un uso esemplare dell’allegoria, della metafora, e una scrittura moderna, pop, millimetrica, ritmata ed autorevole. King meriterebbe il Nobel.

Angelo Cennamo

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LA LUCE DEI GIORNI – Jay McInerney

La luce dei giorni - Jay McInerney

Russell e Corrine Calloway sono una coppia di newyorkesi radical chic prossimi alla mezza età. Lui è un editore indipendente di alto profilo ma sempre sull’orlo del fallimento; lei una sceneggiatrice impegnata nel sociale. Il loro matrimonio, come quello di tanti altri, vive di alti e bassi, ancorato ad un senso di complicità apparentemente inossidabile ma logorato da tradimenti reciproci. Dei due, la più infedele è certamente Corrine, che fin dai tempi dell’università si lascia sedurre da un aspirante scrittore, il miglior amico di suo marito. Ma è in età adulta che si consuma il più lacerante dei triangoli amorosi. L’altro è un imprenditore di successo, sposato in seconde nozze con una venticinquenne mozzafiato per quanto sia rimasto innamorato – dice lui – della più attempata sceneggiatrice conosciuta nei giorni drammatici del post 11 settembre.

È questo il perimetro nel quale Jay McInerney fa muovere i personaggi del suo libro – “La luce dei giorni” – terzo capitolo di una serie cominciata negli anni Novanta con un altro romanzo cult  “Si spengono le luci” e proseguita con “Good life”. McInerney pone al centro della sua storia il tema del tradimento – fisico, sessuale e sentimentale – dei protagonisti, al quale però se ne aggiunge un secondo, non meno interessante del primo; simbolico, culturale, che investe più in generale la società di New York, ovvero la contrapposizione tra la città dell’Arte e dell’Amore – quella incarnata da Russell – e la città del Denaro e del Successo -rappresentata da Luke, l’amante di sua moglie. Nel racconto di McInerney c’è una New York che cambia pelle: la metropoli degli anni Ottanta, alcova di artisti drogati e affamati di successo, poco alla volta cede il passo al mondo dell’alta finanza e della speculazione. I due volti di Manhattan sono le due facce del sentimento che turba Corrine, descritta dall’autore come una donna fragile, insicura, istigata alla devianza da colleghe ed amiche, eternamente sospesa tra il sogno-ricordo di un ideale fuori moda e il fascino della ricchezza più debordante, indecente, insulsa sì ma capace di sedurre perfino un’integralista come lei.

Ne “La luce dei giorni” ritroviamo le tracce di almeno altri cinque grandi romanzi americani, ne dico un paio: “Libertà” di Jonathan Franzen, “Americana” di Don DeLillo. Ma McInerney non deraglia di certo nel copia-incolla. Appassionante, ben scritto: lo spaccato verosimile di una borghesia frustrata, delusa, impoverita dalla crisi degli anni Duemila.

Angelo Cennamo

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NOI SENZA DAVID

 

DFW foto ultima

 

Undici anni fa – il 12 settembre del 2008 – ci lasciava il più grande scrittore del suo tempo. Genio malinconico, acrobata di una scrittura nuova, concentrato di algebra e poesia, abbagliante, facile da leggere ma dal significato complesso, oscuro. Raccontare il fenomeno Foster Wallace è difficile quanto la ricerca di quel significato, si rischia cioè di scivolare nel linguaggio banale, sciatto e stereotipato contro il quale lo scrittore di Ithaca – New York – ha combattuto fino alla fine – l’ultima crisi depressiva, il vuoto fatale, ebbe a che vedere anche con quella smania continua e inappagabile di ricercare le parole giuste, le più adatte, le più aderenti ai contenuti della sua performance. In alcune mail inviate a Martina Testa – negli anni Ottanta editor della Minimum fax – Wallace si mostrava preoccupato per la intraducibilità di un racconto appena scritto in una lingua diversa dalla sua. A undici anni dalla morte, di Wallace ci manca soprattutto questa devozione per la scrittura, a volte semplice ed ironica, in altre enigmatica, filosofica, ma sempre potente, lacerante, originale. Ci manca la bidimensionalità delle sue narrazioni, visionarie ma nello stesso tempo ancorate come per magia al realismo più crudo e avvilente. Ci manca lo sguardo acuto sulle cose del mondo, quello sguardo che lo fa somigliare al Pasolini degli Scritti corsari. Come lo avrebbe descritto Wallace il ciclone Donald Trump, lui che in Infinite jest anticipò di vent’anni l’America folle, volgare e distratta dell’attuale presidente? Della rinascita di Roger Federer, il mito che lui celebrò in uno dei saggi più apprezzati – Il tennis come esperienza religiosa – ne avrebbe tratto un nuovo romanzo ambientato nel mondo dello sport?

Per quanto tempo ancora sentiremo parlare di te, David? Finirai come Hemingway, Steinbeck e Saul Bellow nei libri di scuola; resterai la stella polare di pochi aspiranti scrittori destinati ad un pubblico di nicchia, o il cinico altoforno della cultura di massa finirà per fagocitare in fretta anche il ricordo della tua opera? Non so rispondere. Ma sono convinto che la letteratura, dopo di te, non sarà più la stessa.

Angelo Cennamo

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LE FIGLIE DI CAINO – Colin Dexter

 

Le figlie di Caino - Dexter

 

Leggendo le note biografiche di Colin Dexter scopro che è stato docente di greco e uno specialista di enigmistica. Ecco, mi sono detto, da dove provengono tutte quelle citazioni dotte e le numerose dissertazioni sulla mitologia e la poesia classica. Confesso di essermi imbattuto in questo scrittore con colpevole ritardo e per puro caso. Mi trovavo in libreria a controllare le ultime novità della Sellerio, quando ad un tratto, tra Manzini e Malvaldi, la mano mi è scivolata su un romanzo poliziesco dal titolo intrigante: Le figlie di Caino. Di Dexter avevo letto delle buone recensioni, ma lo avevo sempre evitato non saprei dire per quale ragione. Forse nessuna in particolare. Dexter scrive – anzi scriveva – romanzi seriali il cui protagonista è l’ispettore di polizia Morse ( nome di battesimo non pervenuto). Morse è un personaggio simpaticissimo: flemmatico, dotto, ironico, e duetta con il suo vice, il sergente Lewis, alla maniera di Sherlock Holmes con l’assistente  Watson. Il caso è di quelli complicati se non impossibili, il cui unico indizio è l’assenza totale di indizi. Un ex docente di storia antica all’università di Oxford viene assassinato con una sola coltellata. Nessuno ha visto né sentito e l’arma del delitto non si trova. I due poliziotti indagano nel mondo universitario – lo fanno senza ricorrere ad effetti speciali, attraverso pedinamenti ed interrogatori: Morse e Lewis sono detective vecchio stampo – e gli intrecci con le altre storie più o meno parallele, di droga, prostituzione e abusi sessuali, vanno a rinfocolare la trama centrale che scorre con grande ritmo per le tutte le 468 pagine del libro.

Le figlie di Caino è un romanzo giallo tecnicamente perfetto, ovviamente dal sapore e dalle atmosfere british. Qualcuno paragona il Morse di Dexter al Montalbano di Camilleri. La simmetria potremmo estenderla, perché no, anche al Maigret di Simenon. Quel che conta di più è che Dexter sa coinvolgere il lettore, tenerlo sulla corda fino alla fine, erudirlo con le mille disquisizioni di letteratura classica, filosofia, di storia antica, e divertirlo con il suo humor inglese. Romanzo piacevolissimo. Dieci e lode.

Angelo Cennamo

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CORPUS CHRISTY – Bret Anthony Johnston

CORPUS CHRISTY - Bret Anthony Johnston

Di Bret Anthony Johnston avevo letto e apprezzato Ricordami così, il suo primo romanzo, pubblicato in Italia da Einaudi nel 2015. Quarantenne, magro, occhialuto, look casual, docente di scrittura creativa all’università di Harvard, Bret Anthony Johnston è anche visivamente l’incarnazione del romanziere di talento. Corpus Christy è il suo libro d’esordio, vincitore di numerosi premi e riconoscimenti. Storie di tenerezza e di sofferenza ambientate nel Texas dei nostri tempi: separazioni, lutti familiari, l’esperienza del carcere, la malattia. Il traffico, la spesa al supermarket, la tv, il clima di attesa per un uragano che sta per abbattersi sulla costa, metafora forse di una catarsi alla quale i protagonisti delle storie stanno per avvicinarsi. Il contesto ricorda quello del New Jersey di Frank Bascombe, l’everyman della fortunata quadrilogia di Richard Ford:  la costa minacciata dalle onde e dal vento, le giornate che si susseguono tra impegni di lavoro e piccole incombenze, la birra come interpunzione di una ripetitività grigia e ineluttabile. I ricordi di un tempo ormai andato, migliore di quello presente, e la speranza che la tempesta – l’uragano nel cielo e l’angoscia di vivere – passi presto, trascinando via con sé tutto il dolore. Magnifica la scrittura, di un minimalismo quasi carveriano, con quel non detto che lascia aperta la porta all’immaginazione e scava nell’intimità di ogni personaggio. Un libro malinconico, un bel libro.

Angelo Cennamo

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