LA VERITA’ SUL CASO HARRY QUEBERT – Joël Dicker

La verità sul caso Harry Quebert - Dicker

Comincerò dalla fine: La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker è un romanzo bellissimo, scritto magnificamente – non date retta a chi vi dirà il contrario – con un’architettura narrativa perfetta. È un giallo? Non solo. È un libro che parla di sentimenti: un amore contrastato, il rapporto paterno tra un maestro ed il suo allievo, la passione per la scrittura – nel corso del racconto Dicker si interroga spesso sul ruolo degli scrittori “Scrivere significa essere dipendenti. Di chi la legge o non la legge” e sul patto che gli autori – contract author – sono costretti a stipulare con i lettori limitando di fatto il perimetro della loro libera espressione: cosa vuoi leggere? Io te lo scriverò. Ma questo romanzo è soprattutto un generoso tributo ai classici della letteratura americana, leggendo tra le righe ne troverete parecchi, da Lolita di Nabokov – l’assonanza tra Quebert e Humbert Humbert non sembra casuale, lo stesso dicasi per Nola, la protagonista femminile, il cui nome sembra l’anagramma di Lola – a Wonder boys di Michael Chabon, il libro ispirato alla figura di Chuck Kinder, maestro di scrittura di Chabon all’università di Pittsburg, passando per Zuckerman scatenato di Philip Roth e Il dono di Humboldt di Saul Bellow. Il tema centrale del romanzo è la finzione, tutto ruota infatti intorno alla simulazione e al prodigioso gioco di specchi congegnato dall’autore, a cominciare da se stesso, lui giovane svizzero che scrive il Grande Romanzo Americano come o meglio di uno scrittore texano di mezza età.

Ma veniamo alla trama, che è la componente migliore del libro, il suo punto di forza. Il caso di Harry Quebert è l’indagine su Nola Kellergan, una quindicenne scomparsa misteriosamente nell’estate del 1975 in un paesino immaginario del New Hampshire: Aurora. Il cadavere di Nola viene ritrovato trent’anni dopo sepolto nel giardino della villa di Harry Quebert, noto scrittore newyorchese trasferitosi nel New England per isolarsi dal frastuono della metropoli e scrivere il romanzo della vita, che con la ragazzina aveva avuto un’intensa storia d’amore nonostante tra i due ci fosse una notevole differenza d’età. Quebert ora è accusato di omicidio e rischia la sedia elettrica, ma si professa innocente. A soccorrere il grande scrittore sarà il giovane allievo Marcus Goldman, astro nascente della letteratura, ma disperatamente bloccato nella stesura del suo secondo romanzo. La vicenda ingarbugliata di Harry diventerà per Marcus l’occasione, unica ed irripetibile, per uscire dallo stallo della pagina bianca che lo tormenta da tempo e tornare al successo con un libro verità che milioni di americani – tra questi il suo editore – attendono con ansia da molti mesi. Inutile dilungarsi oltre sulla storia, lunghissima, piena di capovolgimenti e di colpi di scena architettati con grande maestria dall’autore. Vi basti sapere che La verità sul caso Quebert  è uno di quei libri che tengono incollati i lettori ad ogni pagina con la curiosità irresistibile, per non dire morbosa, di scoprire cosa c’è scritto nella pagina seguente. Il romanzo è anche un manuale di scrittura, ogni suo capitolo è infatti introdotto da un breve paragrafo contenente un suggerimento del professor Quebert al giovane Marcus, che lotta contro il tempo per sfornare l’atteso capolavoro. Tra i tanti ne segnalerò uno, forse il più significativo “Ma le parole sono importanti quando si scrive, no?” chiede il giovane Goldman al maestro Quebert. “Sì e no” risponde lui “Il senso delle parole è più importante delle parole in sé”. E’ da questi particolari che si giudica un vero scrittore, Joël Dicker lo è.

Angelo Cennamo

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PISTA NERA – Antonio Manzini

Pista nera - Manzini

Rocco Schiavone, il vicequestore romano dal passato opaco, trasferito per punizione dal commissariato Cristoforo Colombo in Val d’Aosta. Il poliziotto burbero, cinico, sensibile al fascino femminile, che neppure al gelo delle Alpi rinuncia al suo loden e alle Clarks, e che classifica le rotture di coglioni da uno a dieci a seconda dell’intensità. E’ lui, Schiavone, il protagonista del grande romanzo che Antonio Manzini gli sta cucendo addosso ormai dal 2013 tra l’entusiasmo crescente del pubblico e gli apprezzamenti della critica. Pista nera è il primo capitolo della fortunata serie. Siamo a Champoluc, una scicchissima località turistica a millecinquecento metri sul livello del mare, altitudine incomprensibile per uno come Rocco che non è mai salito oltre i centocinquanta di Monte Mario. Qui viene ritrovato il cadavere spappolato di Leone Miccichè, un quarantenne di origini siciliane che gestisce un rifugio di montagna con la moglie, Luisa Pec, donna affascinante e corteggiatissima. Il corpo di Leone è stato schiacciato da uno di quei cingolati – gatto delle nevi – usati per ripulire le piste da sci dopo l’orario di chiusura. Pista nera o muro, nel gergo sciistico, sta ad indicare una pista molto ripida. Se l’uomo fosse morto a causa dell’investimento per Rocco sarebbe certamente una rottura di coglioni in meno, un caso di omicidio colposo da archiviare in quattro e quattr’otto senza spargimento di altro sangue e senza ulteriori escursioni al gelo. Ma non è andata così. Champoluc è un paesino di poche anime, si conoscono tutti, il clima ideale per alimentare gossip, pettegolezzi, ed è proprio una chiacchiera di troppo ad innescare la scintilla di questa brutta vicenda nella quale si intrecciano questioni di denaro e di infedeltà. Intorno a Schiavone ritroviamo il solito cast di personaggi straordinari che Manzini riproporrà anche nei capitoli successivi: l’agente Deruta “Cento chili di inutile massa corporea in ballottaggio con D’Intino per il più deficiente della questura“; il Sostituto Baldi, il magistrato dal brutto carattere che tiene puntato il vicequestore perché sa molte cose del suo passato, ma sa pure che Schiavone ha un’alta percentuale di casi risolti; Italo Pierron, il poliziotto valdostano, malleabile, disposto a scendere a compromessi e ad entrare nello strano giro di Rocco e dei suoi amici romani quando si tratta di arrotondare quei quattro euro che guadagna rischiando la vita per strada. E poi c’è lei, Marina, il fantasma della moglie di Rocco che Manzini riporta in vita nel corsivo dei pensieri più intimi e malinconici del vicequestore. Un giallo perfetto, divertente. Schiavone è l’italiano medio, l’uomo qualunque che lavora, si incazza, si annoia, che ama, che vince e che perde, e che sbaglia come tutti noi.

Angelo Cennamo

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IL RAGNO – Michael Connelly

 

Il Ragno - Connelly

 

Il thriller americano ha un nome e un cognome, si chiama Michael Connelly. E Connelly ha un suo alter ego: Harry Bosch. Il Ragno è il sesto romanzo della fortunata serie che vede come protagonista il superpoliziotto di Los Angeles, personaggio ben calibrato, con un vissuto borderline nel quale tanti lettori non faticano a riconoscersi. Bosch è nato nei bassifondi di Los Angeles ed è cresciuto in un istituto. E’ un uomo solitario, malinconico, appassionato di jazz, sposato con una donna inquieta più di lui e dipendente dal gioco. In questo episodio si ritrova ad indagare su un caso scomodo di cui nessuno vuole occuparsi: l’assassinio di Howard Elias, un noto avvocato di colore impegnato nella difesa dei diritti civili. Ciò che aveva reso famoso Elias non erano tanto i clienti farabutti e criminali che difendeva ma l’uso dei mass media “La sua abilità nel punzecchiare il nervo scoperto del razzismo diffuso in città, concentrando con notevole competenza il suo esercizio legale su uno specifico ambito: intentare cause contro il Dipartimento di Polizia di Los Angeles” con parcelle salatissime per il municipio della città. Per raggiungere i propri scopi, l’avvocato aveva una talpa in polizia, un insospettabile che gli passava notizie, informazioni utili. Molti poliziotti lo detestavano per questo. Detto tra noi, più di un collega di Bosch l’avrebbe fatta fuori volentieri quella sanguisuga. E’ una vicenda rognosa, senza testimoni e con Bosch costretto ad indagare nel proprio ambiente al fianco di Chastain, suo collega e rivale per una vecchia questione mai chiarita fino in fondo. La pista di Bosch porta ad un altro delitto al quale stava lavorando Elias prima di essere ucciso. L’indomani, in Tribunale, l’avvocato avrebbe reso noto il nome del vero colpevole dell’omicidio di una bambina, delitto che era stato attribuito per errore ad un suo cliente di colore. A questo punto della storia la trama poliziesca, come al solito ben congegnata, incrocia altri temi importanti, dall’uso di internet al razzismo: la possibilità che ad uccidere Elias sia stato un poliziotto fa infatti esplodere la rabbia dei cittadini di Los Angeles. La città viene messa a ferro e fuoco e Bosch deve lottare contro un verdetto già scritto.

Il Ragno è un romanzo avvincente che va oltre l’etichetta dell’hard boiled, un libro carico di pathos, ben strutturato, dal ritmo impetuoso, senza cali di tensione, e con un finale amaro che lascia senza fiato. Indubbiamente uno dei migliori libri di Connelly, vincitore tra l’altro del premio Bancarella. Fatto singolare per un poliziesco, soprattutto per un poliziesco americano, che smentisce un cliché in Italia duro a morire, quello secondo cui il thriller non è letteratura. Connelly è uno scrittore vero. Si sappia.

Angelo Cennamo

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IN FONDO ALLA PALUDE – Joe R. Lansdale

In fondo alla palude - Lansdale

“Un tempo le notizie non viaggiavano come adesso. Non allora. Non erano diffuse dalla radio né dai giornali. Non nel Texas orientale. Era diverso: ciò che succedeva in una contea, spesso restava affare di quella contea”

Siamo negli anni Trenta, gli anni più difficili della storia americana, gli anni della Depressione. Gli Stati Uniti sono flagellati dalla peggiore crisi economica che si ricordi. Miseria e disoccupazione spingono tante famiglie a emigrare verso Nord o sull’altra costa, nella più ricca California. Harry e la sorellina Tom abitano fuori città, in una  casetta bianca di tre stanze, in mezzo a un bosco, vicino al fiume Sabine. È un luogo selvaggio, ostile, ma ricco di fascino e di credenze popolari come la leggenda dell’Uomo Capra, una misteriosa figura metà capra e metà uomo che vaga di notte nei boschi come un’anima dannata. La voce narrante della storia è quella di Harry, oggi ottantenne, chiuso in una casa di riposo. Una sera, nel bosco vicino casa, lui e Tom, mentre sono alla ricerca di un luogo dove seppellire l’amato cane Toby, trovano il corpo martoriato di una donna di colore. È il primo di una serie di altri corpi, tutti assassinati e torturati con le stesse modalità. La notizia comincia a diffondersi in ogni angolo della contea tra l’indifferenza di molti: a chi interessa la morte di una negra? A incaricarsi dell’indagine è Jacob, il padre dei due fratellini, barbiere di professione ma all’occorrenza anche poliziotto locale. Jacob è un uomo onesto e rispettoso della comunità nera. La sua educazione democratica, fin troppo progressista per i tempi e soprattutto per quei luoghi popolati da gradassi e violenti razzisti, non giocherà a suo favore. Il barbiere poliziotto viene infatti accusato di essere troppo amico dei negri. In una delle scene più intense del romanzo, quella dell’autopsia praticata al cadavere della prima donna ritrovata, Jacob si scontra con uno dei medici legali, il rozzo dott. Stephenson, convinto che ad assassinare la donna sia stato uno sporco negro come lei. Non c’è altra spiegazione. Una vicenda da archiviare presto, dunque, un’inutile rogna che sottrae tempo a faccende ben più importanti da sbrigare. Il piccolo Harry, che assiste al violento alterco di nascosto, arrampicato in cima ad un albero, ha modo di saggiare il coraggio di suo padre e di riconoscersi in quella sensibilità, quella  intransigenza così inconsueta. Harry si sente coinvolto nella storia di quei delitti efferati e misteriosi – lo sarà fino alla fine del racconto – se non altro perché sono stati lui e Tom a ritrovare il primo cadavere. Il rapporto tra padre e figlio è uno dei temi centrali del romanzo, tra i migliori sotto ogni aspetto – trama, scrittura, stile – della robusta produzione di Lansdale. Jacob ama suo figlio, lo rispetta, lo ascolta, dialoga con lui da pari a pari. Altrettanto Harry, che per suo padre ha una sorta di venerazione.

In fondo alla palude non è solo un ottimo thriller – il migliore degli ultimi vent’anni, scrive Niccolò Ammaniti sulla copertina – ma anche un romanzo di formazione, Lansdale ne ha scritti diversi, un’appassionante storia d’amore, un libro che parla di razzismo e di mescolanze inconfessabili. Il segreto che il poliziotto Red porta dentro di sé, ci ricorda la vicenda di Coleman Silk, il protagonista de La Macchia umana di Philip Roth, il professore universitario che nasconde a tutti di essere nero. Altro personaggio perfettamente disegnato dall’autore è la nonna dei due ragazzini, donna battagliera, appassionata di libri gialli, che guida l’automobile, mastica tabacco, va a pesca brandendo un fucile, e che gioca fare il detective con i due nipotini. E’ il solito meraviglioso Texas di Joe Lansdale, un luogo dell’anima, una perfida terra di Dio divisa in due dalla “sottile linea scura” del male.

Angelo Cennamo

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IL MISTERO DI MANGIABARCHE – Massimo Carlotto

 

Il mistero di Mangiabarche - Carlotto

 

 

Qualcuno, con la grafia incerta dell’adulto che non ha terminato le elementari, vi aveva scritto sopra una frase apparentemente senza senso, senza lasciare spazio tra le parole: Mangiabarche

Ho divorato questo romanzo in poco più di un giorno nel luogo forse ideale per la sua lettura: in riva al mare. Potrei anche aggiungere bevendo calvados, come il protagonista della storia, sarebbe magnifico, ma vi direi una bugia. Il mistero di Mangiabarche, pubblicato nel 1997, è il secondo capitolo della fortunata serie dell’Alligatore di Massimo Carlotto. Per chi non ha ancora fatto conoscenza del personaggio, l’Alligatore è Marco Buratti, un ex cantante di blues che per un errore giudiziario ha scontato una condanna di sette anni in carcere con l’accusa di terrorismo. Oggi Buratti si guadagna da vivere come investigatore privato senza licenza, al soldo di avvocati penalisti perlopiù padovani. In questo episodio, l’Alligatore lo ritroviamo in Sardegna dopo un giro lungo e tortuoso: in fuga da Padova verso la Corsica, poi di nuovo in Italia via Marsiglia. La sua fama di detective ormai va ben oltre il nordest; attento, arguto, nelle note caratteristiche di Buratti c’è scritto che è un investigatore assolutamente fidato e scrupoloso, nonostante il vizio del bere. Un anziano avvocato di Cagliari lo ha ingaggiato per scoprire chi è stato ad incastrare altri tre avvocati, accusati e condannati ingiustamente per traffico di droga e per l’omicidio di un loro collega, che non è morto. Il caso è complicato, rischioso, giri di cocaina, intrighi di liberi professionisti in combutta con pezzi di servizi segreti deviati che ruotano intorno a una base Nato. Buratti deve cautelarsi e il modo migliore per farlo è farsi aiutare dall’amico Beniamino Rossini, il malavitoso romantico che ha conosciuto in galera, il suo braccio armato. Ai due si aggiunge un delinquente del posto, cagliaritano doc, dal nome divertente “Marlon Brundu”. Il mistero di Mangiabarche si infittisce e porta l’Alligatore a uno scontro senza precedenti con una banda di avvocati corrotti e di trafficanti insospettabili. Il finale sulle scogliere dell’arcipelago sulcitano ha il sapore dei noir marsigliesi di Jean-Claude Izzo. Romantico, violento, malinconico, venato di blues. Come accade per ogni serie letteraria, da Maigret a Rocco Schiavone, i libri che Carlotto dedica al suo personaggio Buratti formano un solo grande romanzo, il romanzo dell’Alligatore, personaggio borderline al quale è facile affezionarsi perché in Buratti ritroviamo brandelli delle nostre vite, i silenzi, le inquietudini, la voglia di dimenticare un passato doloroso.

Angelo Cennamo

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IL PASSAGGIO – Michael Connelly

 

Il Passaggio - Connelly

 

Scrivo queste poche righe nelle ore in cui il mondo ha appreso la notizia della morte di Philip Roth, il grande scrittore di Newark che in “cinquant’anni vissuti da solo in una stanza, come sul fondale di una piscina” ha raccontato meglio di tanti altri – senza nulla togliere a romanzieri del calibro di Ford, DeLillo, McCarthy, Franzen – la società americana, le sue trasformazioni, e incarnato la ribellione alla famiglia, ai valori puritani della borghesia, lo scontro con la tradizione religiosa. Non sentiremo la mancanza di Roth perché a farci compagnia ci saranno sempre i suoi libri, le sue interviste, orme, testimonianze di un vissuto indelebile. Detto questo, non possiamo immaginare di conoscere a fondo la cultura americana se della sua straordinaria narrativa non ne approfondiamo anche la “dark side”, il lato più oscuro, torbido, violento che ritroviamo in autori di genere come Lansdale, Winslow, Ellroy, King. Soprattutto, non c’è letteratura americana senza thriller. E quando pensiamo al thriller non possiamo fare a meno di andare con la mente a Michael Connelly. Lui è il thriller. Una trentina di romanzi, alcuni seriali, e un nome su tutti: Harry Bosch.

Dicevamo di Roth, la sua capacità di giocare con la verità e la finzione spiazza i lettori e li trascina in una dimensione altra confondendoli in un prodigioso gioco di specchi. Nathan Zuckerman è l’alter ego di Roth, lo scrittore al quale il grande maestro fa raccontare la finzione spacciandola per verità. Ebbene, l’alter ego di Connelly è Harry Bosch, il superpoliziotto che con intuito e con ironia risolve i casi più improbabili.

Ne Il Passaggio (The Crossing nella versione Usa), Bosch è andato in pensione. Ha iniziato a lavorare su un progetto a lungo coltivato ma mai realizzato, quello di restaurare una vecchia Harley-davidson. Il suo fratellastro l’avv. Mickey Haller, altro protagonista delle trame di Connelly, vuole vederlo per affidargli un caso: salvare un suo cliente da un’accusa ingiusta di stupro e omicidio. Uno sconosciuto si è introdotto nell’abitazione di un vicesceriffo e ne ha ucciso la moglie, donna molto in vista anche per aver ricoperto importanti funzioni pubbliche nella municipalità di Los Angeles – Los Angeles è lo scenario tipico della saga di Bosch. In un primo momento Harry sembra contrario, passare dall’altra parte della barricata (the crossing) lo mette a disagio, gli crea imbarazzo: cosa diranno di lui gli ex colleghi? Ma dopo aver studiato attentamente il fascicolo del caso, l’ex poliziotto intuisce che la persona arrestata potrebbe essere davvero innocente e si convince ad accettare l’incarico. Indagando, i due fratellastri dovranno fare i conti con mille insidie, trappole e depistaggi di personaggi insospettabili. Ma volete che Harry Bosch non ne venga a capo?

Angelo Cennamo

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ADDIO PHILIP ROTH

 

 

Philip Roth

 

Nell’anno in cui non viene assegnato il premio Nobel per la letteratura ci lascia lo scrittore che più di ogni altro quel premio lo avrebbe meritato. Poche ore fa si è spento Philip Roth, romanziere americano, ebreo, di Newark. Aveva 85 anni. Chi era Philip Roth. Roth era il più grande scrittore vivente, e non solo della sua generazione. Lo era per quello che ha scritto, soprattutto per come lo ha scritto. Per come ha saputo raccontare con i suoi libri, circa una trentina tra romanzi e raccolte di racconti, la società americana, le sue trasformazioni, l’ipocrisia e la retorica del benessere, il vuoto dietro il volto patinato dalla classe media; la verità e la dissimulazione attraverso l’invenzione del suo alter ego Nathan Zuckerman; i conflitti familiari. Con Bernard Malamaud e Saul Bellow, la voce più beffarda e autorevole della letteratura ebrea americana del Novecento, oggi rappresentata da autori come Jonathan Safran Foer, Nathan Englander e Michael Chabon .

La carriera di Roth possiamo dividerla idealmente in due grandi stagioni, quella del figlio in cui Roth ha incarnato ed interpretato la ribellione alla famiglia, ai valori puritani della borghesia, lo scontro con l’omologazione e il conformismo della tradizione religiosa. Sono gli anni in cui escono romanzi come Lamento di PortnoyZuckerman scatenato e Patrimonio. La seconda è quella del padre, lui che padre non lo è mai stato. E’ questo il periodo più prolifico in cui Roth pubblica i romanzi di maggiore successo: Il teatro di Sabbath, La macchia umana, Pastorale americana.

Un gigante della letteratura, Philip Roth. Nel giorno della morte, il modo migliore per  onorare la sua memoria è leggere uno dei capolavori che ci ha lasciato. Ci sono libri che cambiano la nostra vita, Roth ne ha scritti tanti.

Angelo Cennamo

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LA DONNA DI TROPPO – Enrico Pandiani

 

La donna di troppo - Pandiani

 

L’ispettore capo della sezione omicidi Zara Bosdaves ha lasciato la polizia. Ora fa la detective privata a Torino, ma le sue giornate non sono movimentate come una volta, anche perché pedinare mariti traditori è poco entusiasmante, non è come dare la caccia a spacciatori e assassini. Il lavoro va a rilento, non si batte chiodo e i debiti aumentano “Nei dieci mesi dall’apertura dell’agenzia non era successo granché: tre casi di sospetto adulterio, una piccola indagine per una faccenda di spionaggio industriale e poco altro”.

La sere Zara le trascorre al Cosmopolite, il locale che gestisce insieme a Francois, il fidanzato francese, il suo Fanfan, il dio nero. Sembra rassegnata a una vita tranquilla, meno frenetica degli anni trascorsi alla Mobile di Vicenza, quando nella sua agenzia fa ingresso la ex vedova di un noto industriale morto in un misterioso incidente d’auto. La donna incarica Zara di indagare sul figlio scomparso. E’ un caso complicato e più rischioso di quanto  potesse prevedere. La polizia vuole che ne resti fuori, questa è gente potente, le dice quasi con aria minacciosa l’ex collega Feruglio, meglio che continui ad occuparsi di mariti cornuti. La vicenda effettivamente è molto torbida e nasconde delle verità inimmaginabili. Zara però, che tra le altre cose è appassionata di aikido e non vede l’ora di ritornare in pista, a questo incarico non vuole proprio rinunciarci, e neppure la paura di lasciarci la pelle la convince a desistere. Dove è finito il ragazzo? Da cosa fugge? I morti si moltiplicano e il mistero si infittisce. La detective inspiegabilmente arriva sulla scena del crimine sempre prima della polizia. Il fatto insospettisce e irrita gli inquirenti “Cristo santo, Bosdaves, prima che arrivassi tu, Torino era un posto tranquillo“, brontola Feruglio. E’ lei evidentemente La donna di troppo, la protagonista di questo romanzo dai meccanismi perfetti e dalla trama sorprendente, il personaggio di grande fascino che Enrico Pandiani alterna alla fortunata serie della Brigata criminale dei Les Italiens. Non sono d’accordo con chi definisce Pandiani uno scrittore noir. Pandiani è un valoroso giallista, nel senso che è un autore fedele alla trama poliziesca e non ammette digressioni su altre tematiche che non siano legate al crimine: delitto, indagine, arresto del colpevole. Viva Pandiani e viva il giallo italiano, che non è secondo a nessuno.

Angelo Cennamo

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IL CARTELLO – Don Winslow

 

 

Il Cartello - Winslow

 

Adán Barrera, capo della Federación, la più potente organizzazione del narcotraffico, è rinchiuso nel penitenziario di San Diego, in California. Ha cinquant’anni, è bassino, con un viso da ragazzo e gli occhi dolci. Sembra più una vittima. Vedendolo nessuno penserebbe che è il mandante di centinaia di omicidi e uno degli uomini più influenti del mondo. Art Keller, il superpoliziotto della Dea che lo ha fatto arrestare dopo aver ucciso suo fratello Raúl e lo zio Miguel Angel, ha più o meno la sua età. Oggi si nasconde in un monastero del New Mexico. Fa l’apicoltore e prova a scrollarsi di dosso un passato di morti ammazzati e di mille menzogne. E’ sempre stato un emarginato, Keller, un uomo dalla personalità borderline, guardato con sospetto da tutti, sia dalla Dea che dalla Cia, mezzo americano, mezzo messicano, un pesce fuor d’acqua. Da ragazzi, lui e Adán erano stati amici. Chi lo avrebbe detto. Adán studiava economia e sognava di diventare un promotore di incontri di pugilato, non aveva nessuna intenzione di collaborare con suo zio el Patron. Un giorno Art era capitato nella palestra gestita da lui e da suo fratello Raúl. Si erano conosciuti così. Da allora sono passati trent’anni e sotto i ponti di sangue ne è passato parecchio. Adán collabora e ottiene di scontare la pena in Messico, a Guadalajara, in una cella lussuosa come un attico nel centro di Città del Messico, le cui guardie carcerarie sono tutte nel suo libro paga. Barrera lavora per la ricomposizione dei cartelli e per il suo ritorno in scena ormai imminente.

E’ questo il prologo de Il Cartello, romanzo tra i più celebri di Don Winslow, il Guerra e pace della lotta alla droga, scrive James Ellroy sulla quarta di copertina, e sequel de Il potere del cane, uscito in America dieci anni prima, nel 2005. Ma per addentrarsi nella storia della famiglia Barrera e di Art Keller non è necessario cominciare dal primo capitolo della saga, giacché l’autore  nelle prime pagine del libro ricostruisce i fatti con molta precisione, consentendo al lettore di comprendere appieno le vicende, gli intrighi e le mille storie parallele alla trama principale. L’opera di Winslow, nel suo complesso, è monumentale, superba, potente nella scrittura e scioccante nei contenuti, a metà strada tra saggio e fiction.

Con la fuga di Adán dal carcere, Keller si vede costretto a ricominciare, non può più starsene in quel rifugio silenzioso fatto di meditazioni e di ricordi, anche perché sulla sua testa pende una taglia di due milioni di dollari “Keller sa di essere un biglietto della lotteria ambulante. Un biglietto vincente”. Nessuno meglio di lui conosce Barrera, i suoi affiliati, il suo territorio. Soprattutto, nessuno più di Art Keller ha il coraggio e l’incoscienza di sfidare delinquenti così spietati, pericolosi, disumani. Keller è consapevole di essere un personaggio poco amato, scomodo per tutti. Ha visto e scoperto troppe cose. Sa, ad esempio, quello che è accaduto nel 1985. Perché c’era. La Cia usava i cartelli della droga messicana per finanziare i Contras in Nicaragua, con l’approvazione della Casa Bianca. Nel mondo raccontato da Winslow è difficile distinguere il bene dal male, la corruzione ha contaminato tutti, dalla gente comune ai giornalisti, dalla polizia ai politici. Questo libro racconta storie di confini: gli Usa e il Messico, l’amicizia e la rivalità, la giustizia e la devianza. Muoversi nel girone dantesco del narcotraffico è come camminare su un terreno minato, prima o poi sei destinato a saltare in aria. Questo Keller lo sa, ma oltre se stesso non ha niente da perdere.

Il Cartello è un romanzo epico che esplora tutti i sentimenti umani con l’intensità e la brutalità del miglior crime – Don Winslow è il re del crime – senza falsi moralismi né retorica, e senza facili ripetizioni, inciampi nel già visto, dev’essere stato difficile stupire i lettori dopo aver scritto un capolavoro come Il potere del cane. Con il sequel, il cast si arricchisce di nuovi personaggi, coprotagonisti, comprimari di Barrera e Keller più che comparse. Magda, l’amante e consigliera di Adán, è una donna senza scrupoli, scaltra, esperta, capace di tenere testa al peggiore farabutto della terra col suo corpo sensuale ma soprattutto con una mente sopraffina. Magda punta a sedersi al tavolo con i grandi signori dei cartelli della droga. E’ attratta da Barrera, dal suo potere, dal suo denaro, ma cerca l’indipendenza. L’altra donna è Marisol, la compagna di Keller, l’eroina buona della storia, la militante di sinistra che affronta a viso duro i narcotrafficanti di Juárez, la città fantasma al centro della peggiore mattanza. Ma dicevamo delle mille storie parallele di questo romanzo lunghissimo ed estenuante. La storia di Eddie Ruiz, giovane promessa del football che a poco più di vent’anni diventa un narcotrafficante milionario. O quella di Chuy, soprannominato Jesus the Kid, il bambino povero di Laredo arruolato dal cartello dei Los Zetas e addestrato come un killer con un protocollo militare rigidissimo. Flor è una giovane prostituta drogata che si riscatta attraverso la fede, e che più avanti nel racconto si innamorerà proprio del killer ragazzino. Pablo è un giornalista tormentato, schiacciato da un matrimonio fallito e dalla povertà. Le buste col denaro che riceve dai narcos per rabbonire i suoi articoli gli servono per andare a trovare il figlio, trasferitosi a Città del Messico con la sua ex moglie. Le donne e gli uomini di questo romanzo hanno tanto da raccontare coi loro vissuti dolorosi, sfregiati dalla miseria e dalla corruzione che sembra non risparmiare nessuno. Fuori da quelle vite esplode la guerra, senza sosta, senza pietà. I morti non si contano, le fughe, gli inseguimenti, i tradimenti neppure. A pagina 733, la scena saliente: keller e Barrera si ritrovano di nuovo l’uno di fronte all’altro. E’ il preludio di un finale mozzafiato, non potrebbe essere altrimenti, ma non finisce qui.

Angelo Cennamo

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IL MAMBO DEGLI ORSI – Joe R. Lansdale

 

Il mambo degli orsi - Joe Lansdale

 

Hap Collins è un bianco tranquillo, un po’ depresso, Leonard Pine un omosessuale di colore dai modi rozzi. Sono loro la coppia di investigatori più strampalata e divertente della letteratura americana. Il mambo degli orsi esce nel 1995, con Bad Chili e Mucho mojo è tra i capitoli più riusciti della fortunata serie ideata da Joe R. Lansdale. Il romanzo si apre con una scena pirotecnica. Siamo alla vigilia di Natale e Leonard, tanto per sgranchirsi un po’ le gambe, decide di appiccare il fuoco alla casa dei vicini. Era già capitato e l’aveva sempre passata liscia. Questa volta però i due amici devono fare i conti con il tenente della polizia Marvin Hanson, che per evitare loro di trascorrere qualche nottata al fresco li spinge alla ricerca dell’avvocato Florinda Grange, attuale compagna di Hanson ed ex fidanzata di Hap. Di Florinda si sono perse le tracce in un piccolo centro del Texas chiamato Grovetown. L’affascinante avvocato vi si era trasferita per scoprire la verità sulla morte in prigione del figlio di un leggendario cantante di blues. Lansdale ci descrive Grovetown come “un merdaio” dove spadroneggia il Ku-Klux-Klan e dove i neri sono benvenuti né più né meno come un herpes sul labbro. Ma Hap e Leonard non hanno scelta, per via della prigione che li attende, certo, ma anche perché Hap sembra avere con Florinda un conto ancora aperto. E’ una missione complicata, forse impossibile, se non altro per il clima ostile che circonda i due protagonisti già dalle prime battute. L’incontro con il capo della polizia Cantuck, uomo burbero, razzista, e con un testicolo ernioso che “sembrava potesse scoppiargli da un momento all’altro” è una delle scene più esilaranti del romanzo. Cantuck è un personaggio davvero strepitoso, i dialoghi tra lui, Hap e Leonard sono di una comicità irresistibile. Sembra di vederli. Il poliziotto dall’andatura goffa per quel problema sotto la cintura, apparentemente corrotto e dalla lingua affilata, Hap e Leonard che rispondono tono su tono alle sue battute volgari sui neri. La ricerca di Florinda diventa affannosa e senza sbocchi. Hap e Leonard rischiano più volte la vita e solo grazie alla buona stella di Cantuck riusciranno a sfangarla. La storia è come sempre avvincente, molto ritmata, comica, cinematografica, ricca di scazzottate, inseguimenti e di imprevedibili colpi di scena. Lansdale è uno scrittore geniale perché riesce ad affrontare argomenti seri e difficili come il razzismo e la corruzione con la leggerezza di un folk singer, e a raccontare la provincia del profondo sud come solo a Faulkner, McCarthy e a pochi altri maestri della narrativa è riuscito di fare. Lansdale va letto tutto.

Angelo Cennamo

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