NON E’ STAGIONE – Antonio Manzini

 

Non è stagione - Manzini

 

 

Un romano, mediamente, non sa dove si trova Aosta. Di sicuro al nord, dalle parti di Torino, oltre il Piemonte, forse. Ma se deve spiegarvelo, di preciso, non gli riesce di farlo, anche perché Aosta non c’ha neppure la squadra di calcio in serie A: in che campionato gioca l’Aosta? Se poi quel romano è il vicequestore Rocco Schiavone, il superpoliziotto che si rompe i coglioni per qualunque cosa, che si fuma le canne di nascosto e che indossa il loden e le Clarks ( l’undicesimo paio) anche con la neve, capirete che per il suo autore, Antonio Manzini, il grosso è già bell’e fatto, non gli resta che appoggiare la penna sul foglio e la storia si scrive da sé.

Non è stagione è il terzo capitolo della fortunata serie, un solo grande romanzo, sempre uguale e sempre diverso, che racconta la vita di un uomo vero, uno come tanti, l’italiano che ci somiglia di più, tra difficoltà ambientali, vecchi amori – i dialoghi silenziosi, scritti in corsivo, con il fantasma di Marina sono il tracciato di una perdita che va ben oltre l’assenza – e colleghi sprovveduti: Deruta e D’Intino non ne azzeccano una. D’Intino ci ricorda Catarella, l’agente goffo e ignorante che accompagna il Montalbano di Camilleri. Questa volta Schiavone deve vedersela nientemeno che con una banda di ‘ndranghetisti, che nel luogo più insospettabile e incontaminato dalla criminalità organizzata, a un passo dalle Alpi, hanno sequestrato la figlia di un noto costruttore. La storia ha molti punti oscuri ed è legata ad un debito mai saldato. Accanto alla trama principale, Manzini ne sviluppa una seconda, parallela, che affonda le radici nel passato di Rocco, nelle sue frequentazioni borderline, le amicizie scomode ma al tempo stesso imprescindibili: Seba, Furio e Brizio sono da sempre la vera famiglia di Schiavone, il cordone ombelicale che continua a legarlo a Roma e ai ricordi di un passato alle volte squallido e malinconico. Le due trame non si incontrano mai, e se la prima si concluderà con un lieto fine, l’altra farà sprofondare il vicequestore in un dramma doloroso che si trascinerà anche nel capitolo successivo “Perché diventi triste? Cazzo abbiamo vinto no?” Dice a Rocco il collega Italo “Che abbiamo vinto? Ma non lo vedi? Non lo senti? Ogni volta che hai a che fare con questa gente, con questa merda, diventi merda anche tu”.

 Angelo Cennamo

 

 

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LONDON UNDERGROUND – Don Winslow

 

London underground - Winslow

 

Neal Carey è un ragazzino del West Side di New York. Vive di espedienti, piccoli furti, non ha mai conosciuto suo padre e non frequenta la scuola. Di giovani ladruncoli la letteratura, specie quella anglosassone, ne annovera diversi, dall’Augie March di Saul Bellow al Theo Decker de Il Cardellino di Donna Tartt. E quando un giorno quel “figlio di puttana” del professor Danforth farà leggere a Neal Oliver Twist, gli altri suoi studenti penseranno di sapere come si sente Oliver, ma lui lo saprà per esperienza.

Pubblicato nel 1991, London underground è l’opera prima di Don Winslow, scrittore americano consacratosi successivamente come il re del crime con storie legate al narcotraffico, più spinte e cruente di questa, romanzi del calibro de Il Potere del cane, Il Cartello e Corruzione (The Force). Winslow tuttavia non ha abbandonato quello che potremmo definire il filone classico, più light del noir, pensando bene di dare un seguito alle indagini di Neal Carey con altri libri, sempre di grande successo, come China girl, Nevada connection e Lady Las Vegas.

Dicevamo di Neal. La storia della sua vita, di ragazzino sbandato, destinato alla perdizione o alla galera, cambia decisamente quando il giovane scugnizzo newyorchese fa la conoscenza di Joe Graham, personaggio curioso, apparentemente goffo “basso, di mezza età, faccia tonda e capelli radi, occhi celesti e il sorriso più malevolo di tutta la storia dei sorrisi” che lo affilia a un’agenzia del New England chiamata gli Amici di Famiglia, nata per tutelare i clienti di una grossa banca di Providence da scandali e da altre questioni che è meglio non affidare alla polizia. Con i soldi degli Amici di Famiglia Neal viene salvato dalla strada e mandato all’università. Graham diventa il suo mentore, gli insegna i trucchi che gli serviranno per il suo lavoro di investigarore, come pedinare qualcuno senza essere visti o perquisire un appartamento senza lasciare tracce. La figura di Graham ricorda quella cinematografica del maestro giapponese Miyagi, che nella popolare saga di Karate Kid insegna al giovane allievo Daniel-San le tecniche del karate attraverso i gesti della quotidianità, come mettere e togliere la cera su un’auto o dipingere la staccionata di un giardino. Neal non ama quel mestiere, sogna di diventare un professore di letteratura inglese, alle armi preferisci i libri, alle scazzottate, una conversazione su Shakespeare. Ma quando gli Amici chiamano, al giovane studente non resta che obbedire. Come in questo caso, molto complicato, rischioso, nel quale Neal dovrà mettersi alla ricerca di una minorenne scomparsa. Suo padre è un famoso senatore democratico in corsa per la vicepresidenza alla Casa Bianca. Mancano pochi mesi al congresso dei Democratici e nessuno sa che fine abbia fatto Allie, questo il nome della ragazza. Potrebbe essere fuggita a Londra, di lei si dice che sia una sbandata, una drogata, sarà finita probabilmente in un brutto giro, ma il tempo stringe, e Neal dovrà rimandare un importante esame universitario per fare le valigie e partire.

London underground è un poliziesco avvincente, con un impianto narrativo solido che ricalca i classici di questo genere. Un libro dal ritmo serrato che ti tiene lì, incollato fino all’ultima pagina per vedere come si concluderà l’affannosa ricerca di Neal. Un romanzo sul rapporto tra genitori e figli, sull’universo giovanile, l’alcol e le droghe, ma anche un tributo alla buona letteratura, con dialoghi ben scritti e battute fulminanti “Perché dobbiamo sempre incontrarci in questo cesso? Per farti sentire a casa”. Come è naturale che sia, nella sua opera prima Winslow appare ancora po’ acerbo, timido nell’affondare l’acceleratore, alla ricerca di una maturazione e di una perfezione che non stenteranno tuttavia ad arrivare di lì a poco, ma il risultato è come sempre godibile, eccellente. Neal Carey e Joe Graham sono due personaggi originali, perfettamente amalgamati tra loro, capaci di farci divertire, intenerire, rabbrividire, correre con la fantasia. Non poteva esserci esordio migliore.

Angelo Cennamo

 

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HONKY TONK SAMURAI – Joe R. Lansdale

 

Honky tonk samurai - Lansdale

 

Della versatilità di Joe R. Lansdale, scrittore texano capace di spaziare tra più generi letterari, dal pulp al western, dall’horror al noir, dal fantasy al thriller, sempre con la stessa competenza, la stessa maestria, senza mai annoiare la vasta platea di lettori che lo segue ormai in ogni angolo del mondo, ne abbiamo ampiamente scritto su questo blog.

Hap Collins & Leonard Pine, la coppia di investigatori più stravagante della letteratura – Hap bianco, progressista, moderato, Leonard nero, omosessuale e dai modi rozzi – sono probabilmente l’invenzione più geniale di Lansdale, e i  romanzi che raccontano le loro disavventure, sempre frizzanti, pirotecniche, ai limiti della realtà, possiamo annoverarli tra quelli di maggiore successo della sua corposa produzione artistica. Honky tonk samurai – che nella versione italiana, grazie al cielo, conserva il titolo originale oltre che pregiarsi di una spassosissima copertina firmata da Zerocalcare – esce nel 2015 e subito schizza in vetta alle classifiche dei libri più venduti. Con le sue 425 pagine è, almeno fino ad oggi, il capitolo più lungo della saga, e forse quello con i maggiori stravolgimenti nella trama. La vita dei due amici è infatti molto cambiata. Il loro vecchio datore di lavoro, il mitico Marvin Hanson, è stato reintegrato nei ranghi della polizia ed ha ceduto l’agenzia di investigazioni a Brett, l’affascinante infermiera dai capelli rossi che ha fatto perdere la testa ad Hap. Il cast, di per sé già favoloso, si arricchisce di due new entry: la cagnolina Buffy – a proposito, chi è particolarmente scorbutico o violento con gli animali domestici vada a leggersi a pagina 12 cosa potrebbe capitargli se un giorno dovesse imbattersi in due tipacci come Hap e Leonard – e Chance, la figlia sconosciuta di Hap “Credo proprio di volerle bene, e vorrei tanto che fosse mia figlia. Anche se sa più cose su James Joyce di quante ne vorrò mai conoscere io”.

Siamo come sempre nell’East Texas, più che una regione un luogo dell’anima, come dirà lo scrittore in una recente intervista sull’Espresso al suo fan italiano numero uno: Gianni Cuperlo. Una donna anziana, molto arzilla e dalla lingua tagliente, chiede ai due investigatori di ritrovare la nipote, scomparsa cinque anni prima dopo aver ripulito la sua cassaforte. La ragazza, una giornalista carina e piuttosto spregiudicata, aveva cominciato a lavorare in una concessionaria di auto di lusso che, sotto banco, ai clienti più esigenti, offriva ben altri servizi. Dove l’ho letta una storia simile, mm, aspetta, non sarà per caso Di rabbia e di vento di Alessandro Robecchi? Fin dalle prime battute, Hap e Leonard si ritroveranno in un mare di guai e finiranno per scontrarsi con un’organizzazione malavitosa potentissima nell’orbita della quale si muovono personaggi ferocissimi ed insospettabili: una banda di motociclisti “Gente tosta, teste di cazzo con le ascelle sudate, il naso rotto e una svastica tatuata sulla nuca” e la figura misteriosa del Distruttore, un killer spietato che evira le sue vittime. Ne viene fuori una storia come sempre avvincente, comicissima e con insoliti momenti di tenerezza. La vulgaris eloquentia di Joe R. Lansdale, mutuata un po’ dai fumetti, un po’ dal cinema, a metà strada tra Tex Willer e Quentin Tarantino, non perde un colpo, il ritmo è serrato, i dialoghi perfetti, le battute fulminanti secondo uno schema ormai collaudato, le metafore originali e spiazzanti “Non sarà mai un sorriso sdentato a farci vergognare di ridere”. Lunga vita ad Hap & Leonard. Lunga vita a Joe R. Lansdale.

Angelo Cennamo

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UNA SPECIE DI SOLITUDINE – John Cheever

Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione. Il massimo che riesca a cogliere di questo periodo è una specie di solitudine“. I diari che John Cheever scrisse dalla fine degli anni quaranta fino alla sua morte, sono stati pubblicati in Italia da Feltrinelli, nel 2012, con il titolo  Una specie di solitudine e con la traduzione di Adelaide Cioni. “Dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni, perché mai avevo letto un libro in cui l’autore si denuda progressivamente fino a toccare quel punto”, aveva detto la Cioni al termine del suo lavoro. Chi era John Cheever? Dietro l’immagine patinata di uno dei più celebrati scrittori americani del Novecento scopriamo un uomo pieno di contraddizioni: Cheever amava la moglie e i suoi figli ma si sentiva fragile, profondamente solo, incompreso, era attratto dalle donne ma anche spaventato dall’idea di riconoscersi  omosessuale “So di avere una natura tormentata… mi spaventa l’indefinitezza, il pensiero di essere omosessuale mi atterrisce“. Il lungo racconto che Cheever fa della propria vita è forse il suo libro migliore, il più poetico, un flusso di coscienza dettagliato, preciso, che ci porta ad altre opere letterarie; mi vengono in mente per esempio la saga di Bascombe di Richard Ford, certe esperienze di Raymond Carver e Chuck Kinder, o le lettere struggenti di John Fante, autore dalla personalità abbastanza vicina a quella di Cheever per la dipendenza dall’alcol, la malattia che li ha colpiti negli ultimi anni, soprattutto per le alterne fortune economiche. “Sembra proprio che, giunto a metà della mia vita, io non abbia fatto nessun progresso, a meno che non sia da considerarsi un progresso la rassegnazione… Siamo più poveri che mai. Siamo in ritardo con l’affitto, abbiamo poco da mangiare, relativamente poco: lingua e scatola e uova. Una montagna di bollette. Io posso scrivere un racconto alla settimana, forse più. Ci ho già provato in passato e non ci sono mai riuscito, ma riproverò” non vi ricorda l’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere?

Dicevo dell’amore per la moglie Mary. Cheever ce la descrive come una donna talvolta cinica, scorbutica, poco attenta alle sue premure. La detestava per questo, ma ne era geloso e soffriva quando lei, sempre più di frequente, respingeva i suoi slanci affettivi e sessuali. L’idea del divorzio li accompagnò per tutta la vita “Mi infilo in quel bidone dell’immondizia che è l’idea del divorzio“.

Il tormento per la scrittura è ricco di spunti interessanti “Mi piacerebbe avere un vocabolario più muscolare. E devo stare attento con il mio accento raffinato” altre volte “mi ribello alla parlata comune“. Numerosi i passaggi in cui Cheever parla dei suoi colleghi, dell’antipatia per Saul Bellow “Le sue recensioni mi fanno vomitare… Ho usato la prima persona informale ben prima che uscisse Le avventure di Augie March, magari non dirà niente di sensato, ma non gli troverete una ciocca di capelli fuori posto”, alla stima per Nabokov “Apro Nabokov e rimango incantato da questa gamma di ambiguità, questa meravigliosa atmosfera di falsità… Lo stile della mia scrittura sarà sempre in certa misura prosaico“. Di John Updike scrive “Penso che non avesse pari tra gli scrittori della sua generazione“. Divertente il racconto di un incontro a colazione con Philip Roth “Bevo un drink, vado incontro a Philip Roth alla stazione con i due cani al guinzaglio… la conversazione prende un filone sessuale, ma lui parla, trovo, con grazia, acutezza, spirito”. Nelle parole che seguono, la passione per Hemingway e il dispiacere alla notizia della sua morte “Si è sparato Hemingway, ieri mattina. Era un grande uomo. Non c’è mai stato, nella mia epoca, nessuno alla sua altezza”.

Ma più di ogni altro, il filo conduttore di questi diari è la lotta contro l’alcol: spietata, umiliante, devastante “Uso il whisky come antidolorifico per buona parte della giornata“. Il quadro che gli prospetta lo psicologo è quello di un nevrotico, narcisista, egocentrico, senza amici. Dopo vent’anni di dipendenza Cheever decide di farsi aiutare dagli Alcolisti Anonimi, entra in una clinica per disintossicarsi. Il tempo che fugge via, il successo, i premi, l’omosessualità che non è più vissuta come un tabù, gli acciacchi fisici e una diagnosi che non dà scampo: quanta vita. Una specie di solitudine è una storia che intenerisce, commuove, trascina. Il ritratto di un uomo irrisolto e pauroso che ci confessa i propri limiti ma che non smette di combatterli.

Angelo Cennamo

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BASTARDI IN SALSA ROSSA – Joe R. Lansdale

Bastardi in salsa rossa - Lansdale

Joe R. Lansdale deve molto della sua popolarità alla fortunata saga di Hap & Leonard, la coppia di investigatori più strampalata e divertente della letteratura americana, ora protagonista anche di una serie tv. Il primo bianco, progressista, politicamente corretto, l’altro di colore, omosessuale e dai modi spicci, sempre in mezzo ai guai per risolvere casi complicati e portare a termine missioni ai limiti del possibile. Bastardi in salsa rossa, versione italiana di Rusty puppy – pessima abitudine quella di cambiare i titoli dei libri – esce nel 2017, due anni dopo Honky tonk samurai, e non delude le aspettative dei fan.

Alla soglia della mezza età, Hap Collins e Leonard Pine hanno ancora la pelle dura, ma sono stanchi, e dopo mille disavventure, incidenti di percorso, sembrano ormai aver rinunciato a voler cambiare il mondo. Alle prese con i postumi di un’operazione chirurgica, Hap; interessato più agli incontri online che alle investigazioni, il suo socio Leonard. Ma quando una donna di colore, Louise Elton, chiede loro di indagare sulla morte misteriosa del figlio Jamar, i due amici capiscono che è il momento di ritornare in pista. Louise racconta che sua figlia Charm è stata pedinata e insidiata da un poliziotto e che Jamar ha cercato di proteggerla. Non ci sono prove di questa versione. Che ci faceva Jamar, studente modello e di buona famiglia, in un ghetto di case popolari come Camp Ropture? Non sarà per caso andato lì per comprare della droga ed essere poi finito in un brutto giro? I due detective trovano un possibile testimone, un tizio che sostiene di aver assistito all’omicidio sul quale stanno indagando, ma le informazioni più utili le ottengono da Reba, una ragazzina di colore molto scaltra che abita a Camp Ropture, “Non è una bambina, è una vampira di quattrocento anni”, dice di lei Leonard. Inizialmente diffidente per aver avuto problemi con la polizia, Reba decide di collaborare ma a due condizioni: i detective dovranno sganciarle una banconota da cento dollari e offrirle un pranzo da McDonald’s. Affare fatto.

Rusty puppy – preferisco chiamarlo col titolo originale –  è un libro scanzonato che affronta dei temi seri e di grande attualità come le discriminazioni razziali, l’emarginazione e il degrado delle periferie, la corruzione, la violenza sulle donne, l’abuso di potere. Lansdale sa veicolare la profondità di certi argomenti con la leggerezza di un fumetto, ed è questo che lo rende uno scrittore speciale, forse unico. La sua prosa è cruda, essenziale, senza fronzoli, perfettamente aderente alle storie che racconta, piena di metafore spiazzanti. Rusty puppy è un romanzo avvincente e ben costruito, con Mucho mojo, Capitani oltraggiosi e Rumble tumble, tra i capitoli più riusciti della lunga serie di Hap & Leonard. Dialoghi serrati, tranelli, scazzottate, ritmo incalzante, scrittura piana ma incisiva, battute fulminanti, un pizzico di volgarità: il pulp è servito.

Angelo Cennamo

    

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MIO ASSOLUTO AMORE – Gabriel Tallent

 

Mio assoluto amore - Tallent

Raramente capita di trovarsi tra le mani un romanzo di esordio accompagnato da un coro pressoché unanime di consensi da parte della grande stampa internazionale, della critica, e con delle recensioni entusiastiche come quella di Stephen King, il maestro indiscusso del brivido, che definisce lo stesso libro “un capolavoro”. Gabriel Tallent – nomen omen – è un giovane laureato del New Mexico, cresciuto in una cittadina sperduta del nord della California, la stessa nella quale ha deciso di ambientare la sua opera prima Mio assoluto amore. Mendocino, questo il nome della cittadina, è popolata da vecchi hippie di mezza età e da agricoltori. In una casa in collina, lontano dal centro abitato, vivono Martin Alveston e sua figlia quattordicenne Julia, detta Turtle. Poco distante, in una roulotte, il padre di lui, Daniel. La madre della ragazza è morta per ragioni che ai lettori rimarranno sconosciute fino a pagina 292, ma intuibili già dai primi capitoli. Martin è un paranoico che non è riuscito ad elaborare il lutto della moglie; rifiuta per sé e per la sua unica figlia ogni contatto col mondo esterno, il mondo civilizzato, a suo dire rovinato dal consumismo e da false convinzioni. Beve birra, gioca a poker, lavoricchia e legge libri di filosofia. Ha allevato Turtle come un guerriero ninja, addestrandola all’uso delle armi – quando in scena compare un’arma, diceva Cechov, bisogna che spari – ed è morbosamente attratto da lei, al punto di abusarne sessualmente. Per quanto sia combattuta dentro di sé e molto sofferente, Turtle appare tuttavia legatissima al padre, non può fare a meno della sua presenza, del suo sostegno e di quell’amore malsano che la gratifica e l’angoscia al tempo stesso. Turtle è una selvaggia, cammina scalza nei boschi, uccide e mangia scorpioni, guida il furgone del nonno, a scuola fatica a relazionarsi con i compagni e apprende poco.

Misoginia, isolamento, circospezione. Sono i tre grandi segnali d’allarme” gli insegnanti capiscono che in Julia Alveston c’è qualcosa che non va. Così come lo capisce suo nonno, da sempre critico verso i metodi educativi di Martin. In una delle scene salienti del romanzo, i due uomini, proprio ragionando di Turtle, hanno un alterco violentissimo a seguito del quale il vecchio viene stroncato da un malore. Poco prima, per caso, in una radura, Turtle aveva scoperto l’esistenza di un altro mondo, una realtà a lei fino a quel momento sconosciuta, la dimensione umana dell’amicizia e dell’amore. L’incontro con Jacob, giovane studente delle superiori, può rappresentare una svolta. Jacob è una figura chiave della storia, per Turtle è il punto di contatto con il mondo che esiste, eccome se esiste, fuori da quel microcosmo sudicio e corrotto nel quale l’ha costretta suo padre. Jacob è la salvezza. Come Ciaula che nella novella di Pirandello scopre la luna, Turtle ora vede davanti a sé un orizzonte nuovo e inimmaginato, ma è confusa, sospesa tra due universi paralleli: la normalità e l’amore autentico che le offre Jacob, e la prigionia incestuosa del suo piccolo nucleo familiare, il vincolo imprescindibile dal padre orco, l’uomo che la adora e la sevizia, il padrone del suo corpo, l’essere bello e attraente dal quale non ce la fa a staccarsi. L’arrivo sulla scena della piccola Cayenne, bambina trovata chissà come da Martin in una stazione di servizio, segna il punto di non ritorno. Il gioco perverso di spari nel quale la piccola viene coinvolta e la successiva scoperta di lei a letto con Martin, darà alla giovane protagonista la spinta verso quella decisione sofferta e sempre rimandata, innescando una spirale di alta tensione che culminerà nella scena decisiva, la più violenta e raccapricciante del libro.

Mio assoluto amore è un romanzo impetuoso, con un ritmo incalzante e un finale pirotecnico. Tallent scrive come un veterano, fedele allo schema del thriller classico, ma capace di esplorare nuovi linguaggi dosando alla perfezione ogni elemento e registro narrativo. Il suo racconto è dominato dall’uso e l’abuso delle armi – è uno dei temi di grande attualità negli Usa – e accende una luce sulla violenza invisibile o taciuta perpetrata ai danni di tante madri e di tanti figli che non hanno la forza né il coraggio di denunciare. L’ambientazione cupa e claustrofobica di alcune scene del libro ricorda quella di Misery, il capolavoro di Stephen King nel quale lo scrittore protagonista è tenuto prigioniero da una sua fan malata di mente. Lo stile di Tallent ricorda molto quello di King, per quanto la storia che lui racconti sia tragicamente legata alla realtà.

Angelo Cennamo

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IL SELVAGGIO – Guillermo Arriaga

 

 

Il Selvaggio - Arriaga

Homo homini lupus.

Questa è una storia di uomini randagi e di lupi addomesticati. Una lunga scia di sangue, del sangue che dà la vita e del sangue che la toglie. Un viaggio infinito all’origine di ogni specie vivente, oltre l’inizio dei tempi, quando gli uomini e le bestie, secondo un’antica leggenda eschimese, parlavano la stessa lingua. Nel libro di Arriaga il battito animale si fa parola, la parola è odio, la parola è vendetta, poi gelosia. La parola diventa fuoco, fiamma che brucia la passione e che incendia i ricordi. Oppure scontro, con i vivi accecati dall’ideologia, dalla sete di potere, e con i morti, fantasmi di un passato che non ha mai preso forma. La parola è anche perdono, e poi amore, amore immenso per la famiglia e per una donna, Chelo, che salverà il protagonista dalla spirale di morte in cui la vita sembra trascinarlo. Due trame separate, impetuose, avvincenti, che nelle ultime pagine si fondono in un solo finale, perfetto e commovente.

“Alcuni bambini crescono con amici invisibili, io sono cresciuto con un fratello invisibile”

Messico. Fine degli anni Sessanta. Juan Guillermo è il gemello di un bambino morto durante la gravidanza, sconfitto tragicamente in quella battaglia fetale invisibile, inconsapevole, e sconosciuta a chi vive fuori dal grembo materno. “Per otto mesi un gemello identico a me mi è cresciuto accanto”. Juan è sopravvissuto grazie a numerose trasfusioni, al sangue venduto da un esercito di mercenari che gli hanno trasmesso globuli rossi, piastrine e dna. Con l’ombra del gemello morto e con il peso di una colpa che non gli appartiene, Juan cresce giocando con il fratello maggiore Carlos tra i tetti della città, giochi talvolta pericolosi, indicibili. “A Carlos e ai suoi amici bastava salire sui tetti per scomparire”. Le terrazze sotto il cielo dove Carlos gestisce i suoi traffici illeciti ci ricordano le vele di Scampia raccontate da Roberto Saviano in Gomorra, o le periferie degradate di Roma nel Romanzo criminale di De Cataldo. I sud del mondo si somigliano tutti. Carlos ha una doppia personalità, è uno spietato delinquente che si arricchisce col traffico di droga, ma nello stesso tempo legge e studia, da autodidatta, Platone, Nietzsche, Faulkner, la storia, la biologia. Nessuno nel quartiere è più colto di lui. Juan segue le orme del fratello, e per agevolare le sue trame oscure comincia a frequentare la setta religiosa di Humberto, i bravi ragazzi che se ne vanno in giro incappucciati a correggere chi esce dal seminato, e che per dare una lezione a Carlos, per punire le sue deviazioni dal giusto, lo lasciano affogare in uno dei serbatoi di quelle terrazze dove lui trascorre gran parte delle giornate. La morte di Carlos porta dentro di sé qualcosa della morte di Juan José, l’altro fratello: il serbatoio come metafora del sacco amniotico.

Il racconto di quella tragica fine, mentre i genitori sono in viaggio in Europa, somiglia a una sequenza cinematografica: Juan riporta le annotazioni sul diario di viaggio della madre, e le alterna con gli attimi angoscianti dell’omicidio in una beffarda contrapposizione tra divertimento e dramma.

“Ho avuto due fratelli. Tutti e due sono morti per colpa mia. E se non ne sono stato colpevole del tutto, almeno ne sono stato responsabile”.

La morte non risparmia nessun familiare di Juan. Tre anni dopo i suoi genitori rimarranno vittime di un fatale incidente d’auto, forse un suicidio. Arriaga descrive la scena con una efficacissima grafica onomatopeica, dal sapore fosterwallaciano, nella quale il volo dell’auto e l’urlo dei due coniugi ci appaino come in un’immagine tridimensionale. Parole e forme come suoni. Pagine di  grande impatto emotivo.

Orfano e senza più nessuno “Orfano fino al midollo” Juan si consola con l’amore e con il sesso di Chelo, altro personaggio chiave del romanzo. Chelo è uno spirito libero votato alla promiscuità, una ragazza con un vissuto tormentato che sfoga le proprie insicurezze andando a letto anche con altri uomini; lo fa, dice, per non lasciarsi travolgere dalla depressione.

La vita che Juan deve ricostruire con molta fatica ricomincia da lei, e da Colmillo, un cane lupo che si scoprirà essere un lupo vero, sottratto alla morte che i padroni volevano somministrargli perché indomabile e pericoloso per i vicini. In Colmillo Juan rivede se stesso. Salvare Colmillo vuol dire salvare la sua stessa vita. Ecco la sfida. Poco tempo prima, osservando dei feti umani in un laboratorio scolastico, il giovane protagonista aveva riflettuto sul percorso evolutivo che si compie nei mesi della gestazione in chi nasce prematuro come lui. Quel percorso si interrompe. Così, chi nasce prima del tempo lo fa in un momento intermedio fra uomo e animale “Sono cresciuto con l’idea di essere rimasto per sempre in uno stato semianimale, selvaggio“.

L’identificazione tra l’uomo e la bestia feroce diventa allora uno dei temi centrali del romanzo. Colmillo va domato e riportato nel suo habitat naturale. Dicevamo delle due trame separate. La seconda storia, che per tre quarti del libro non ha nessun punto di contatto con la prima, vede come protagonisti Amaruqu, un cacciatore solitario dello Yukon (Canada), il cui destino si lega indissolubilmente a quello di un lupo, e Robert, un ingegnere chiamato a sondare i luoghi dove deve essere costruito un oleodotto, ma che finisce per rimanere ammaliato e stordito dal “richiamo della foresta”. Nelle ultime pagine le due storie viaggiano finalmente su un solo binario, nella felice e liberatoria ricomposizione di ogni tormento. Sono le pagine forse più potenti ed emozionanti di questa lunga narrazione nella quale ritroviamo gli echi di tanti altri capolavori della letteratura, da Zanna bianca di Jack London all’Amleto di Shakespeare, da Oliver Twist di Dickens a Le avventure di Augie March di Saul Bellow.

Angelo Cennamo

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CHOURMO – Jean-Claude Izzo

 

Chourmo - Izzo

 

Chourmo, in provenzale, vuol dire ciurma, i rematori della galera. Nella lingua corrente la stessa parola indica la mescolanza, la contaminazione culturale tra etnie diverse. Jean-Claude Izzo, scrittore francese di chiare origini italiane – suo padre era emigrato dalla provincia di Salerno – alla mescolanza ha dedicato tutta la sua produzione letteraria, a cominciare dalla celebre trilogia marsigliese. Chourmo è il titolo del secondo libro della saga. Fabio Montale, il protagonista, ha lasciato la polizia “Oggi non ero più niente. Non credevo ai ladri. Non credevo più alle guardie” per vivere di pesca e gustarsi il ritmo lento del mare “Bevevo con piacere e impegno. Ascoltando jazz. Coltrane o Miles Davis, negli ultimi tempi”. Fabio sorseggia del buon vino, mangia delle succulente zuppe di pesce, gioca a belote, e discute di politica seduto al bar con gli amici di sempre, quelli ovviamente sopravvissuti ad agguati e ripicche. Marsiglia è una città affascinante, accogliente, ricca di bellezza e di un’umanità generosa, ma in molti dei suoi quartieri, quelli più poveri e degradati, serpeggiano l’odio e la violenza. Montale, suo malgrado, viene risucchiato in un’indagine che parte dall’assassinio del figlio di sua cugina, la bella Gélou che da giovane aveva fatto girare la testa a tutti  – Montale ne era innamorato – e lo porta negli ambienti razzisti del Fronte nazionale e dei clan mafiosi che bazzicano il porto. I temi centrali del romanzo, perfettamente semplificati dal titolo, sono pertanto la contaminazione, la sua negazione, e l’identità. In una delle scene salienti, Montale litiga duramente con la cugina e l’accusa di aver dimenticato le proprie origini napoletane – nabos dicono i marsigliesi per offendere i meridionali italiani immigrati – e di essere diventata anche lei razzista. Suo figlio è stato assassinato perché si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato: doveva incontrarsi con la fidanzatina araba che i suoi genitori si rifiutavano di ospitare in casa loro. Chi sono i francesi? Si chiede Izzo nei suoi libri. Un algerino che ha combattuto per difendere la Francia è o non è un francese? Albert Camus non era un vero francese?  Quando Izzo ha scritto la sua trilogia, l’11 settembre, gli attentati di Charlie Hebdo e del Bataclan forse non erano eventi prevedibili, eppure i primi segnali di quello che sarebbe accaduto di lì a qualche anno cominciavano a vedersi. Scrive Izzo “Troppo alcol o troppa religione, è la stessa cosa. Fanno male. E sono quelli che hanno fatto le peggiori cose che vogliono imporre il proprio modo di vedere! Di vivere!”.

“Chourmo”, mescolanza, è questa la strada che ha imboccato la città di Marsiglia, che sarà sempre e soltanto l’ultimo scalo del mondo “Il suo futuro appartiene a coloro che arrivano. Mai a quelli che partono”

 Angelo Cennamo

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SENZA CODA – Marco Missiroli

Senza coda - Missiroli

A Marco Missiroli piace raccontare l’infanzia con la voce dei bambini. In Atti osceni in luogo privato, il romanzo della sua consacrazione, pubblicato da Feltrinelli nel 2015, il giovane protagonista assiste dallo spiraglio di una porta all’adulterio di sua madre con un amico di famiglia. Ne Il buio addosso, una ragazzina zoppa che vive in un paesino dell’Alta Provenza, nell’Ottocento, viene discriminata e reclusa per la sua diversità. Senza coda è il libro d’esordio, vincitore nel 2006 del premio Campiello Opera prima. Al centro della storia c’è il piccolo Pietro, figlio di un politico siciliano colluso con la mafia. Nel romanzo la Sicilia viene appena citata, non si vede, così come non si vede tutto il resto: la professione del padre, i rapporti con il crimine organizzato, gli antefatti. Missiroli ci mostra esclusivamente il mondo di Pietro e lo fa con gli stessi occhi del bambino. I turbamenti per la sofferenza della madre, che in silenzio e senza ribellarsi subisce la violenza del marito, forse complice dei suoi misfatti, il perimetro degli spostamenti abituali, quello dei suoi giochi: la villa di famiglia, il viale con la ghiaia, il vecchio giardiniere Nino, la macchina “Bianca” con la quale il piccolo protagonista sogna di viaggiare come un adulto, e quella strana passione per le lucertole che lo diverte così tanto, e che condivide con il compagno di scuola Luigi. Pietro le uccide, taglie le loro code e ne conserva i corpi mutilati in un barattolo. La vita di Pietro non è poi così diversa da quella di tanti altri suoi coetanei, ma c’è una frase, una preghiera che il padre senza nome e senza volto continua a sussurrare al suo orecchio, una misteriosa richiesta alla quale Pietro non riesce a sottrarsi: “Fra tre giorni ci vai da Carmine, a papà?”. Carmine è il volto del male, il muro contro il quale si infrangono l’ingenuità, il candore, i sogni del protagonista. Di tanto in tanto, Pietro è obbligato ad incontrarlo in un luogo nascosto per consegnargli una busta gialla, sigillata. Quale segreto è contenuto in quelle buste? Le parole del bambino scritte in corsivo e alternate alla narrazione della storia sono la confessione intima delle sue paure, le domande alle quali Pietro non riesce a dare delle risposte. Pensieri che ci riportano alle riflessioni di un altro personaggio della letteratura moderna, Oskar Schell, il ragazzino di Molto forte, incredibilmente vicino di Jonathan Safran Foer. Come Pietro, anche Oskar vorrebbe decifrare l’enigma legato ad una busta trovata per caso nel ripostiglio di casa sua. La molla che lo spinge a vagare, da solo, per le strade di New York, alla disperata ricerca di un dettaglio, uno qualunque, che possa spiegare, giustificare la morte di suo padre, ed aiutarlo ad elaborare il lutto.

Senza coda è un romanzo tenero e crudele che racconta la breve storia di una rivelazione. Fin dalle prime pagine, Missiroli è bravo ad alimentare l’attesa, a condurre il lettore poco alla volta alla la tragica conclusione della vicenda, l’epilogo agghiacciante e sorprendente di una trama ben congegnata e sviluppata attraverso una scrittura sempre precisa, elegante, cristallina. Un libro bello e potente che ha rivelato a poco più di vent’anni uno dei migliori talenti della narrativa italiana.

Angelo Cennamo                                      

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SEI STATO FELICE, GIOVANNI – Giovanni Arpino

Sei stato felice, Giovanni - Giovanni Arpino

Di Giovanni Arpino ricordavo la collaborazione con Il Giornale di Indro Montanelli. Erano i primi anni Ottanta, Il Giornale era un quotidiano controcorrente, lo è sempre stato, spigoloso ed arguto come il suo direttore, Arpino ne curava la pagina culturale, ma scriveva anche di cronaca e di costume. Ritrovarlo in libreria con il suo romanzo d’esordio, ripubblicato dalla minimum fax con una veste grafica rinnovata ed elegante, è stata una piacevole sorpresa. Sei stato felice, Giovanni Arpino lo scrisse nel 1950, a poco più di vent’anni, durante gli studi universitari, in poche settimane, dentro una stamberga genovese. Di questo libro l’autore non conservò mai un buon ricordo, tanto da essere contrario ad una sua ristampa. Chissà perché lo giudicava un romanzo imperfetto, zoppicante “Il mio gettone d’esordio è picaresco, anarchico, corsaro. Il suo sigillo è l’avventura, che si innerva ovunque, in casa e fuori, sui terreni conosciuti a memoria e no, tutti permeabili alla sorpresa, al colpo di dati”. Le 240 pagine dell’ultima edizione scorrono via con leggerezza. Il piglio è quello del romanziere americano, Arpino amava i classici della letteratura d’oltreoceano: Hemingway, Faulkner, Steinbeck. E non è un caso se il plot consegnato alla Einaudi dal giovane e bizzarro studente piemontese sia stato promosso proprio da uno scrittore che la cultura americana forse l’amò più di quella del suo paese: Elio Vittorini “Caro Arpino, il suo libro mi è veramente piaciuto”.

Sei stato felice, Giovanni non ha una trama, è una finestra spalancata sulla vita di uno scansafatiche, belloccio, squattrinato, che se ne va in giro senza meta per i carruggi genovesi in cerca di fortuna o di chissà cosa “A me piaceva vivere così, alzarmi a sonno finito, essere legato solo al sole o al freddo, andare al porto, passeggiare”. Gli scenari squallidi ma ricchi di umanità nei quali Arpino colloca i personaggi del racconto, il protagonista e i suoi compagni di viaggio: Mario, Olga, Mangiabuchi, sono gli stessi che ritroveremo più avanti nelle canzoni di Fabrizio De André e di Gino Paoli. La Genova di Arpino è una città sofferente, impoverita dalla guerra, brulicante di traffici oscuri, ma smaniosa di rimettersi in cammino e di guardare al futuro con speranza. Il porto, i vicoli affollati di marinai e di puttane, gli odori, i sapori mediterranei ci ricordano la Napoli di Ermanno Rea e la Marsiglia di Jean-Claude Izzo. Il girovago di Arpino non ha le idee molto chiare, vive alla giornata, litiga, si ubriaca, contrae debiti, e non distingue il sesso dall’amore

“Ero stato un mucchio di cose, mai un uomo che comincia a muoversi davvero. Ero stato un mucchio di vite cominciate e lasciate lì una per una come vecchi fazzoletti per noia stupidaggine irritazione. Ora quelle vite dovevano servirmi”.

Una storia di sbronze, un inno all’amicizia, alla libertà, alla vita.

Ero stato felice perché troppo libero e senza legami, ora potevo scegliere e fare e disfare ogni cosa a modo mio“. È tempo di ripartire, Giovanni. Per dove, non ha importanza.

Angelo Cennamo

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