LA DONNA DI TROPPO – Enrico Pandiani

 

La donna di troppo - Pandiani

 

L’ispettore capo della sezione omicidi Zara Bosdaves ha lasciato la polizia. Ora fa la detective privata a Torino, ma le sue giornate non sono movimentate come una volta, anche perché pedinare mariti traditori è poco entusiasmante, non è come dare la caccia a spacciatori e assassini. Il lavoro va a rilento, non si batte chiodo e i debiti aumentano “Nei dieci mesi dall’apertura dell’agenzia non era successo granché: tre casi di sospetto adulterio, una piccola indagine per una faccenda di spionaggio industriale e poco altro”.

La sere Zara le trascorre al Cosmopolite, il locale che gestisce insieme a Francois, il fidanzato francese, il suo Fanfan, il dio nero. Sembra rassegnata a una vita tranquilla, meno frenetica degli anni trascorsi alla Mobile di Vicenza, quando nella sua agenzia fa ingresso la ex vedova di un noto industriale morto in un misterioso incidente d’auto. La donna incarica Zara di indagare sul figlio scomparso. E’ un caso complicato e più rischioso di quanto  potesse prevedere. La polizia vuole che ne resti fuori, questa è gente potente, le dice quasi con aria minacciosa l’ex collega Feruglio, meglio che continui ad occuparsi di mariti cornuti. La vicenda effettivamente è molto torbida e nasconde delle verità inimmaginabili. Zara però, che tra le altre cose è appassionata di aikido e non vede l’ora di ritornare in pista, a questo incarico non vuole proprio rinunciarci, e neppure la paura di lasciarci la pelle la convince a desistere. Dove è finito il ragazzo? Da cosa fugge? I morti si moltiplicano e il mistero si infittisce. La detective inspiegabilmente arriva sulla scena del crimine sempre prima della polizia. Il fatto insospettisce e irrita gli inquirenti “Cristo santo, Bosdaves, prima che arrivassi tu, Torino era un posto tranquillo“, brontola Feruglio. E’ lei evidentemente La donna di troppo, la protagonista di questo romanzo dai meccanismi perfetti e dalla trama sorprendente, il personaggio di grande fascino che Enrico Pandiani alterna alla fortunata serie della Brigata criminale dei Les Italiens. Non sono d’accordo con chi definisce Pandiani uno scrittore noir. Pandiani è un valoroso giallista, nel senso che è un autore fedele alla trama poliziesca e non ammette digressioni su altre tematiche che non siano legate al crimine: delitto, indagine, arresto del colpevole. Viva Pandiani e viva il giallo italiano, che non è secondo a nessuno.

Angelo Cennamo

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IL CARTELLO – Don Winslow

 

 

Il Cartello - Winslow

 

Adán Barrera, capo della Federación, la più potente organizzazione del narcotraffico, è rinchiuso nel penitenziario di San Diego, in California. Ha cinquant’anni, è bassino, con un viso da ragazzo e gli occhi dolci. Sembra più una vittima. Vedendolo nessuno penserebbe che è il mandante di centinaia di omicidi e uno degli uomini più influenti del mondo. Art Keller, il superpoliziotto della Dea che lo ha fatto arrestare dopo aver ucciso suo fratello Raúl e lo zio Miguel Angel, ha più o meno la sua età. Oggi si nasconde in un monastero del New Mexico. Fa l’apicoltore e prova a scrollarsi di dosso un passato di morti ammazzati e di mille menzogne. E’ sempre stato un emarginato, Keller, un uomo dalla personalità borderline, guardato con sospetto da tutti, sia dalla Dea che dalla Cia, mezzo americano, mezzo messicano, un pesce fuor d’acqua. Da ragazzi, lui e Adán erano stati amici. Chi lo avrebbe detto. Adán studiava economia e sognava di diventare un promotore di incontri di pugilato, non aveva nessuna intenzione di collaborare con suo zio el Patron. Un giorno Art era capitato nella palestra gestita da lui e da suo fratello Raúl. Si erano conosciuti così. Da allora sono passati trent’anni e sotto i ponti di sangue ne è passato parecchio. Adán collabora e ottiene di scontare la pena in Messico, a Guadalajara, in una cella lussuosa come un attico nel centro di Città del Messico, le cui guardie carcerarie sono tutte nel suo libro paga. Barrera lavora per la ricomposizione dei cartelli e per il suo ritorno in scena ormai imminente.

E’ questo il prologo de Il Cartello, romanzo tra i più celebri di Don Winslow, il Guerra e pace della lotta alla droga, scrive James Ellroy sulla quarta di copertina, e sequel de Il potere del cane, uscito in America dieci anni prima, nel 2005. Ma per addentrarsi nella storia della famiglia Barrera e di Art Keller non è necessario cominciare dal primo capitolo della saga, giacché l’autore  nelle prime pagine del libro ricostruisce i fatti con molta precisione, consentendo al lettore di comprendere appieno le vicende, gli intrighi e le mille storie parallele alla trama principale. L’opera di Winslow, nel suo complesso, è monumentale, superba, potente nella scrittura e scioccante nei contenuti, a metà strada tra saggio e fiction.

Con la fuga di Adán dal carcere, Keller si vede costretto a ricominciare, non può più starsene in quel rifugio silenzioso fatto di meditazioni e di ricordi, anche perché sulla sua testa pende una taglia di due milioni di dollari “Keller sa di essere un biglietto della lotteria ambulante. Un biglietto vincente”. Nessuno meglio di lui conosce Barrera, i suoi affiliati, il suo territorio. Soprattutto, nessuno più di Art Keller ha il coraggio e l’incoscienza di sfidare delinquenti così spietati, pericolosi, disumani. Keller è consapevole di essere un personaggio poco amato, scomodo per tutti. Ha visto e scoperto troppe cose. Sa, ad esempio, quello che è accaduto nel 1985. Perché c’era. La Cia usava i cartelli della droga messicana per finanziare i Contras in Nicaragua, con l’approvazione della Casa Bianca. Nel mondo raccontato da Winslow è difficile distinguere il bene dal male, la corruzione ha contaminato tutti, dalla gente comune ai giornalisti, dalla polizia ai politici. Questo libro racconta storie di confini: gli Usa e il Messico, l’amicizia e la rivalità, la giustizia e la devianza. Muoversi nel girone dantesco del narcotraffico è come camminare su un terreno minato, prima o poi sei destinato a saltare in aria. Questo Keller lo sa, ma oltre se stesso non ha niente da perdere.

Il Cartello è un romanzo epico che esplora tutti i sentimenti umani con l’intensità e la brutalità del miglior crime – Don Winslow è il re del crime – senza falsi moralismi né retorica, e senza facili ripetizioni, inciampi nel già visto, dev’essere stato difficile stupire i lettori dopo aver scritto un capolavoro come Il potere del cane. Con il sequel, il cast si arricchisce di nuovi personaggi, coprotagonisti, comprimari di Barrera e Keller più che comparse. Magda, l’amante e consigliera di Adán, è una donna senza scrupoli, scaltra, esperta, capace di tenere testa al peggiore farabutto della terra col suo corpo sensuale ma soprattutto con una mente sopraffina. Magda punta a sedersi al tavolo con i grandi signori dei cartelli della droga. E’ attratta da Barrera, dal suo potere, dal suo denaro, ma cerca l’indipendenza. L’altra donna è Marisol, la compagna di Keller, l’eroina buona della storia, la militante di sinistra che affronta a viso duro i narcotrafficanti di Juárez, la città fantasma al centro della peggiore mattanza. Ma dicevamo delle mille storie parallele di questo romanzo lunghissimo ed estenuante. La storia di Eddie Ruiz, giovane promessa del football che a poco più di vent’anni diventa un narcotrafficante milionario. O quella di Chuy, soprannominato Jesus the Kid, il bambino povero di Laredo arruolato dal cartello dei Los Zetas e addestrato come un killer con un protocollo militare rigidissimo. Flor è una giovane prostituta drogata che si riscatta attraverso la fede, e che più avanti nel racconto si innamorerà proprio del killer ragazzino. Pablo è un giornalista tormentato, schiacciato da un matrimonio fallito e dalla povertà. Le buste col denaro che riceve dai narcos per rabbonire i suoi articoli gli servono per andare a trovare il figlio, trasferitosi a Città del Messico con la sua ex moglie. Le donne e gli uomini di questo romanzo hanno tanto da raccontare coi loro vissuti dolorosi, sfregiati dalla miseria e dalla corruzione che sembra non risparmiare nessuno. Fuori da quelle vite esplode la guerra, senza sosta, senza pietà. I morti non si contano, le fughe, gli inseguimenti, i tradimenti neppure. A pagina 733, la scena saliente: keller e Barrera si ritrovano di nuovo l’uno di fronte all’altro. E’ il preludio di un finale mozzafiato, non potrebbe essere altrimenti, ma non finisce qui.

Angelo Cennamo

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IL MAMBO DEGLI ORSI – Joe R. Lansdale

 

Il mambo degli orsi - Joe Lansdale

 

Hap Collins è un bianco tranquillo, un po’ depresso, Leonard Pine un omosessuale di colore dai modi rozzi. Sono loro la coppia di investigatori più strampalata e divertente della letteratura americana. Il mambo degli orsi esce nel 1995, con Bad Chili e Mucho mojo è tra i capitoli più riusciti della fortunata serie ideata da Joe R. Lansdale. Il romanzo si apre con una scena pirotecnica. Siamo alla vigilia di Natale e Leonard, tanto per sgranchirsi un po’ le gambe, decide di appiccare il fuoco alla casa dei vicini. Era già capitato e l’aveva sempre passata liscia. Questa volta però i due amici devono fare i conti con il tenente della polizia Marvin Hanson, che per evitare loro di trascorrere qualche nottata al fresco li spinge alla ricerca dell’avvocato Florinda Grange, attuale compagna di Hanson ed ex fidanzata di Hap. Di Florinda si sono perse le tracce in un piccolo centro del Texas chiamato Grovetown. L’affascinante avvocato vi si era trasferita per scoprire la verità sulla morte in prigione del figlio di un leggendario cantante di blues. Lansdale ci descrive Grovetown come “un merdaio” dove spadroneggia il Ku-Klux-Klan e dove i neri sono benvenuti né più né meno come un herpes sul labbro. Ma Hap e Leonard non hanno scelta, per via della prigione che li attende, certo, ma anche perché Hap sembra avere con Florinda un conto ancora aperto. E’ una missione complicata, forse impossibile, se non altro per il clima ostile che circonda i due protagonisti già dalle prime battute. L’incontro con il capo della polizia Cantuck, uomo burbero, razzista, e con un testicolo ernioso che “sembrava potesse scoppiargli da un momento all’altro” è una delle scene più esilaranti del romanzo. Cantuck è un personaggio davvero strepitoso, i dialoghi tra lui, Hap e Leonard sono di una comicità irresistibile. Sembra di vederli. Il poliziotto dall’andatura goffa per quel problema sotto la cintura, apparentemente corrotto e dalla lingua affilata, Hap e Leonard che rispondono tono su tono alle sue battute volgari sui neri. La ricerca di Florinda diventa affannosa e senza sbocchi. Hap e Leonard rischiano più volte la vita e solo grazie alla buona stella di Cantuck riusciranno a sfangarla. La storia è come sempre avvincente, molto ritmata, comica, cinematografica, ricca di scazzottate, inseguimenti e di imprevedibili colpi di scena. Lansdale è uno scrittore geniale perché riesce ad affrontare argomenti seri e difficili come il razzismo e la corruzione con la leggerezza di un folk singer, e a raccontare la provincia del profondo sud come solo a Faulkner, McCarthy e a pochi altri maestri della narrativa è riuscito di fare. Lansdale va letto tutto.

Angelo Cennamo

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NON E’ STAGIONE – Antonio Manzini

 

Non è stagione - Manzini

 

 

Un romano, mediamente, non sa dove si trova Aosta. Di sicuro al nord, dalle parti di Torino, oltre il Piemonte, forse. Ma se deve spiegarvelo, di preciso, non gli riesce di farlo, anche perché Aosta non c’ha neppure la squadra di calcio in serie A: in che campionato gioca l’Aosta? Se poi quel romano è il vicequestore Rocco Schiavone, il superpoliziotto che si rompe i coglioni per qualunque cosa, che si fuma le canne di nascosto e che indossa il loden e le Clarks ( l’undicesimo paio) anche con la neve, capirete che per il suo autore, Antonio Manzini, il grosso è già bell’e fatto, non gli resta che appoggiare la penna sul foglio e la storia si scrive da sé.

Non è stagione è il terzo capitolo della fortunata serie, un solo grande romanzo, sempre uguale e sempre diverso, che racconta la vita di un uomo vero, uno come tanti, l’italiano che ci somiglia di più, tra difficoltà ambientali, vecchi amori – i dialoghi silenziosi, scritti in corsivo, con il fantasma di Marina sono il tracciato di una perdita che va ben oltre l’assenza – e colleghi sprovveduti: Deruta e D’Intino non ne azzeccano una. D’Intino ci ricorda Catarella, l’agente goffo e ignorante che accompagna il Montalbano di Camilleri. Questa volta Schiavone deve vedersela nientemeno che con una banda di ‘ndranghetisti, che nel luogo più insospettabile e incontaminato dalla criminalità organizzata, a un passo dalle Alpi, hanno sequestrato la figlia di un noto costruttore. La storia ha molti punti oscuri ed è legata ad un debito mai saldato. Accanto alla trama principale, Manzini ne sviluppa una seconda, parallela, che affonda le radici nel passato di Rocco, nelle sue frequentazioni borderline, le amicizie scomode ma al tempo stesso imprescindibili: Seba, Furio e Brizio sono da sempre la vera famiglia di Schiavone, il cordone ombelicale che continua a legarlo a Roma e ai ricordi di un passato alle volte squallido e malinconico. Le due trame non si incontrano mai, e se la prima si concluderà con un lieto fine, l’altra farà sprofondare il vicequestore in un dramma doloroso che si trascinerà anche nel capitolo successivo “Perché diventi triste? Cazzo abbiamo vinto no?” Dice a Rocco il collega Italo “Che abbiamo vinto? Ma non lo vedi? Non lo senti? Ogni volta che hai a che fare con questa gente, con questa merda, diventi merda anche tu”.

 Angelo Cennamo

 

 

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LONDON UNDERGROUND – Don Winslow

 

London underground - Winslow

 

Neal Carey è un ragazzino del West Side di New York. Vive di espedienti, piccoli furti, non ha mai conosciuto suo padre e non frequenta la scuola. Di giovani ladruncoli la letteratura, specie quella anglosassone, ne annovera diversi, dall’Augie March di Saul Bellow al Theo Decker de Il Cardellino di Donna Tartt. E quando un giorno quel “figlio di puttana” del professor Danforth farà leggere a Neal Oliver Twist, gli altri suoi studenti penseranno di sapere come si sente Oliver, ma lui lo saprà per esperienza.

Pubblicato nel 1991, London underground è l’opera prima di Don Winslow, scrittore americano consacratosi successivamente come il re del crime con storie legate al narcotraffico, più spinte e cruente di questa, romanzi del calibro de Il Potere del cane, Il Cartello e Corruzione (The Force). Winslow tuttavia non ha abbandonato quello che potremmo definire il filone classico, più light del noir, pensando bene di dare un seguito alle indagini di Neal Carey con altri libri, sempre di grande successo, come China girl, Nevada connection e Lady Las Vegas.

Dicevamo di Neal. La storia della sua vita, di ragazzino sbandato, destinato alla perdizione o alla galera, cambia decisamente quando il giovane scugnizzo newyorchese fa la conoscenza di Joe Graham, personaggio curioso, apparentemente goffo “basso, di mezza età, faccia tonda e capelli radi, occhi celesti e il sorriso più malevolo di tutta la storia dei sorrisi” che lo affilia a un’agenzia del New England chiamata gli Amici di Famiglia, nata per tutelare i clienti di una grossa banca di Providence da scandali e da altre questioni che è meglio non affidare alla polizia. Con i soldi degli Amici di Famiglia Neal viene salvato dalla strada e mandato all’università. Graham diventa il suo mentore, gli insegna i trucchi che gli serviranno per il suo lavoro di investigarore, come pedinare qualcuno senza essere visti o perquisire un appartamento senza lasciare tracce. La figura di Graham ricorda quella cinematografica del maestro giapponese Miyagi, che nella popolare saga di Karate Kid insegna al giovane allievo Daniel-San le tecniche del karate attraverso i gesti della quotidianità, come mettere e togliere la cera su un’auto o dipingere la staccionata di un giardino. Neal non ama quel mestiere, sogna di diventare un professore di letteratura inglese, alle armi preferisci i libri, alle scazzottate, una conversazione su Shakespeare. Ma quando gli Amici chiamano, al giovane studente non resta che obbedire. Come in questo caso, molto complicato, rischioso, nel quale Neal dovrà mettersi alla ricerca di una minorenne scomparsa. Suo padre è un famoso senatore democratico in corsa per la vicepresidenza alla Casa Bianca. Mancano pochi mesi al congresso dei Democratici e nessuno sa che fine abbia fatto Allie, questo il nome della ragazza. Potrebbe essere fuggita a Londra, di lei si dice che sia una sbandata, una drogata, sarà finita probabilmente in un brutto giro, ma il tempo stringe, e Neal dovrà rimandare un importante esame universitario per fare le valigie e partire.

London underground è un poliziesco avvincente, con un impianto narrativo solido che ricalca i classici di questo genere. Un libro dal ritmo serrato che ti tiene lì, incollato fino all’ultima pagina per vedere come si concluderà l’affannosa ricerca di Neal. Un romanzo sul rapporto tra genitori e figli, sull’universo giovanile, l’alcol e le droghe, ma anche un tributo alla buona letteratura, con dialoghi ben scritti e battute fulminanti “Perché dobbiamo sempre incontrarci in questo cesso? Per farti sentire a casa”. Come è naturale che sia, nella sua opera prima Winslow appare ancora po’ acerbo, timido nell’affondare l’acceleratore, alla ricerca di una maturazione e di una perfezione che non stenteranno tuttavia ad arrivare di lì a poco, ma il risultato è come sempre godibile, eccellente. Neal Carey e Joe Graham sono due personaggi originali, perfettamente amalgamati tra loro, capaci di farci divertire, intenerire, rabbrividire, correre con la fantasia. Non poteva esserci esordio migliore.

Angelo Cennamo

 

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HONKY TONK SAMURAI – Joe R. Lansdale

 

Honky tonk samurai - Lansdale

 

Della versatilità di Joe R. Lansdale, scrittore texano capace di spaziare tra più generi letterari, dal pulp al western, dall’horror al noir, dal fantasy al thriller, sempre con la stessa competenza, la stessa maestria, senza mai annoiare la vasta platea di lettori che lo segue ormai in ogni angolo del mondo, ne abbiamo ampiamente scritto su questo blog.

Hap Collins & Leonard Pine, la coppia di investigatori più stravagante della letteratura – Hap bianco, progressista, moderato, Leonard nero, omosessuale e dai modi rozzi – sono probabilmente l’invenzione più geniale di Lansdale, e i  romanzi che raccontano le loro disavventure, sempre frizzanti, pirotecniche, ai limiti della realtà, possiamo annoverarli tra quelli di maggiore successo della sua corposa produzione artistica. Honky tonk samurai – che nella versione italiana, grazie al cielo, conserva il titolo originale oltre che pregiarsi di una spassosissima copertina firmata da Zerocalcare – esce nel 2015 e subito schizza in vetta alle classifiche dei libri più venduti. Con le sue 425 pagine è, almeno fino ad oggi, il capitolo più lungo della saga, e forse quello con i maggiori stravolgimenti nella trama. La vita dei due amici è infatti molto cambiata. Il loro vecchio datore di lavoro, il mitico Marvin Hanson, è stato reintegrato nei ranghi della polizia ed ha ceduto l’agenzia di investigazioni a Brett, l’affascinante infermiera dai capelli rossi che ha fatto perdere la testa ad Hap. Il cast, di per sé già favoloso, si arricchisce di due new entry: la cagnolina Buffy – a proposito, chi è particolarmente scorbutico o violento con gli animali domestici vada a leggersi a pagina 12 cosa potrebbe capitargli se un giorno dovesse imbattersi in due tipacci come Hap e Leonard – e Chance, la figlia sconosciuta di Hap “Credo proprio di volerle bene, e vorrei tanto che fosse mia figlia. Anche se sa più cose su James Joyce di quante ne vorrò mai conoscere io”.

Siamo come sempre nell’East Texas, più che una regione un luogo dell’anima, come dirà lo scrittore in una recente intervista sull’Espresso al suo fan italiano numero uno: Gianni Cuperlo. Una donna anziana, molto arzilla e dalla lingua tagliente, chiede ai due investigatori di ritrovare la nipote, scomparsa cinque anni prima dopo aver ripulito la sua cassaforte. La ragazza, una giornalista carina e piuttosto spregiudicata, aveva cominciato a lavorare in una concessionaria di auto di lusso che, sotto banco, ai clienti più esigenti, offriva ben altri servizi. Dove l’ho letta una storia simile, mm, aspetta, non sarà per caso Di rabbia e di vento di Alessandro Robecchi? Fin dalle prime battute, Hap e Leonard si ritroveranno in un mare di guai e finiranno per scontrarsi con un’organizzazione malavitosa potentissima nell’orbita della quale si muovono personaggi ferocissimi ed insospettabili: una banda di motociclisti “Gente tosta, teste di cazzo con le ascelle sudate, il naso rotto e una svastica tatuata sulla nuca” e la figura misteriosa del Distruttore, un killer spietato che evira le sue vittime. Ne viene fuori una storia come sempre avvincente, comicissima e con insoliti momenti di tenerezza. La vulgaris eloquentia di Joe R. Lansdale, mutuata un po’ dai fumetti, un po’ dal cinema, a metà strada tra Tex Willer e Quentin Tarantino, non perde un colpo, il ritmo è serrato, i dialoghi perfetti, le battute fulminanti secondo uno schema ormai collaudato, le metafore originali e spiazzanti “Non sarà mai un sorriso sdentato a farci vergognare di ridere”. Lunga vita ad Hap & Leonard. Lunga vita a Joe R. Lansdale.

Angelo Cennamo

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UNA SPECIE DI SOLITUDINE – John Cheever

Nella mezza età c’è mistero, c’è mistificazione. Il massimo che riesca a cogliere di questo periodo è una specie di solitudine“. I diari che John Cheever scrisse dalla fine degli anni quaranta fino alla sua morte, sono stati pubblicati in Italia da Feltrinelli, nel 2012, con il titolo  Una specie di solitudine e con la traduzione di Adelaide Cioni. “Dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni, perché mai avevo letto un libro in cui l’autore si denuda progressivamente fino a toccare quel punto”, aveva detto la Cioni al termine del suo lavoro. Chi era John Cheever? Dietro l’immagine patinata di uno dei più celebrati scrittori americani del Novecento scopriamo un uomo pieno di contraddizioni: Cheever amava la moglie e i suoi figli ma si sentiva fragile, profondamente solo, incompreso, era attratto dalle donne ma anche spaventato dall’idea di riconoscersi  omosessuale “So di avere una natura tormentata… mi spaventa l’indefinitezza, il pensiero di essere omosessuale mi atterrisce“. Il lungo racconto che Cheever fa della propria vita è forse il suo libro migliore, il più poetico, un flusso di coscienza dettagliato, preciso, che ci porta ad altre opere letterarie; mi vengono in mente per esempio la saga di Bascombe di Richard Ford, certe esperienze di Raymond Carver e Chuck Kinder, o le lettere struggenti di John Fante, autore dalla personalità abbastanza vicina a quella di Cheever per la dipendenza dall’alcol, la malattia che li ha colpiti negli ultimi anni, soprattutto per le alterne fortune economiche. “Sembra proprio che, giunto a metà della mia vita, io non abbia fatto nessun progresso, a meno che non sia da considerarsi un progresso la rassegnazione… Siamo più poveri che mai. Siamo in ritardo con l’affitto, abbiamo poco da mangiare, relativamente poco: lingua e scatola e uova. Una montagna di bollette. Io posso scrivere un racconto alla settimana, forse più. Ci ho già provato in passato e non ci sono mai riuscito, ma riproverò” non vi ricorda l’Arturo Bandini di Chiedi alla polvere?

Dicevo dell’amore per la moglie Mary. Cheever ce la descrive come una donna talvolta cinica, scorbutica, poco attenta alle sue premure. La detestava per questo, ma ne era geloso e soffriva quando lei, sempre più di frequente, respingeva i suoi slanci affettivi e sessuali. L’idea del divorzio li accompagnò per tutta la vita “Mi infilo in quel bidone dell’immondizia che è l’idea del divorzio“.

Il tormento per la scrittura è ricco di spunti interessanti “Mi piacerebbe avere un vocabolario più muscolare. E devo stare attento con il mio accento raffinato” altre volte “mi ribello alla parlata comune“. Numerosi i passaggi in cui Cheever parla dei suoi colleghi, dell’antipatia per Saul Bellow “Le sue recensioni mi fanno vomitare… Ho usato la prima persona informale ben prima che uscisse Le avventure di Augie March, magari non dirà niente di sensato, ma non gli troverete una ciocca di capelli fuori posto”, alla stima per Nabokov “Apro Nabokov e rimango incantato da questa gamma di ambiguità, questa meravigliosa atmosfera di falsità… Lo stile della mia scrittura sarà sempre in certa misura prosaico“. Di John Updike scrive “Penso che non avesse pari tra gli scrittori della sua generazione“. Divertente il racconto di un incontro a colazione con Philip Roth “Bevo un drink, vado incontro a Philip Roth alla stazione con i due cani al guinzaglio… la conversazione prende un filone sessuale, ma lui parla, trovo, con grazia, acutezza, spirito”. Nelle parole che seguono, la passione per Hemingway e il dispiacere alla notizia della sua morte “Si è sparato Hemingway, ieri mattina. Era un grande uomo. Non c’è mai stato, nella mia epoca, nessuno alla sua altezza”.

Ma più di ogni altro, il filo conduttore di questi diari è la lotta contro l’alcol: spietata, umiliante, devastante “Uso il whisky come antidolorifico per buona parte della giornata“. Il quadro che gli prospetta lo psicologo è quello di un nevrotico, narcisista, egocentrico, senza amici. Dopo vent’anni di dipendenza Cheever decide di farsi aiutare dagli Alcolisti Anonimi, entra in una clinica per disintossicarsi. Il tempo che fugge via, il successo, i premi, l’omosessualità che non è più vissuta come un tabù, gli acciacchi fisici e una diagnosi che non dà scampo: quanta vita. Una specie di solitudine è una storia che intenerisce, commuove, trascina. Il ritratto di un uomo irrisolto e pauroso che ci confessa i propri limiti ma che non smette di combatterli.

Angelo Cennamo

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BASTARDI IN SALSA ROSSA – Joe R. Lansdale

Bastardi in salsa rossa - Lansdale

Joe R. Lansdale deve molto della sua popolarità alla fortunata saga di Hap & Leonard, la coppia di investigatori più strampalata e divertente della letteratura americana, ora protagonista anche di una serie tv. Il primo bianco, progressista, politicamente corretto, l’altro di colore, omosessuale e dai modi spicci, sempre in mezzo ai guai per risolvere casi complicati e portare a termine missioni ai limiti del possibile. Bastardi in salsa rossa, versione italiana di Rusty puppy – pessima abitudine quella di cambiare i titoli dei libri – esce nel 2017, due anni dopo Honky tonk samurai, e non delude le aspettative dei fan.

Alla soglia della mezza età, Hap Collins e Leonard Pine hanno ancora la pelle dura, ma sono stanchi, e dopo mille disavventure, incidenti di percorso, sembrano ormai aver rinunciato a voler cambiare il mondo. Alle prese con i postumi di un’operazione chirurgica, Hap; interessato più agli incontri online che alle investigazioni, il suo socio Leonard. Ma quando una donna di colore, Louise Elton, chiede loro di indagare sulla morte misteriosa del figlio Jamar, i due amici capiscono che è il momento di ritornare in pista. Louise racconta che sua figlia Charm è stata pedinata e insidiata da un poliziotto e che Jamar ha cercato di proteggerla. Non ci sono prove di questa versione. Che ci faceva Jamar, studente modello e di buona famiglia, in un ghetto di case popolari come Camp Ropture? Non sarà per caso andato lì per comprare della droga ed essere poi finito in un brutto giro? I due detective trovano un possibile testimone, un tizio che sostiene di aver assistito all’omicidio sul quale stanno indagando, ma le informazioni più utili le ottengono da Reba, una ragazzina di colore molto scaltra che abita a Camp Ropture, “Non è una bambina, è una vampira di quattrocento anni”, dice di lei Leonard. Inizialmente diffidente per aver avuto problemi con la polizia, Reba decide di collaborare ma a due condizioni: i detective dovranno sganciarle una banconota da cento dollari e offrirle un pranzo da McDonald’s. Affare fatto.

Rusty puppy – preferisco chiamarlo col titolo originale –  è un libro scanzonato che affronta dei temi seri e di grande attualità come le discriminazioni razziali, l’emarginazione e il degrado delle periferie, la corruzione, la violenza sulle donne, l’abuso di potere. Lansdale sa veicolare la profondità di certi argomenti con la leggerezza di un fumetto, ed è questo che lo rende uno scrittore speciale, forse unico. La sua prosa è cruda, essenziale, senza fronzoli, perfettamente aderente alle storie che racconta, piena di metafore spiazzanti. Rusty puppy è un romanzo avvincente e ben costruito, con Mucho mojo, Capitani oltraggiosi e Rumble tumble, tra i capitoli più riusciti della lunga serie di Hap & Leonard. Dialoghi serrati, tranelli, scazzottate, ritmo incalzante, scrittura piana ma incisiva, battute fulminanti, un pizzico di volgarità: il pulp è servito.

Angelo Cennamo

    

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MIO ASSOLUTO AMORE – Gabriel Tallent

 

Mio assoluto amore - Tallent

Raramente capita di trovarsi tra le mani un romanzo di esordio accompagnato da un coro pressoché unanime di consensi da parte della grande stampa internazionale, della critica, e con delle recensioni entusiastiche come quella di Stephen King, il maestro indiscusso del brivido, che definisce lo stesso libro “un capolavoro”. Gabriel Tallent – nomen omen – è un giovane laureato del New Mexico, cresciuto in una cittadina sperduta del nord della California, la stessa nella quale ha deciso di ambientare la sua opera prima Mio assoluto amore. Mendocino, questo il nome della cittadina, è popolata da vecchi hippie di mezza età e da agricoltori. In una casa in collina, lontano dal centro abitato, vivono Martin Alveston e sua figlia quattordicenne Julia, detta Turtle. Poco distante, in una roulotte, il padre di lui, Daniel. La madre della ragazza è morta per ragioni che ai lettori rimarranno sconosciute fino a pagina 292, ma intuibili già dai primi capitoli. Martin è un paranoico che non è riuscito ad elaborare il lutto della moglie; rifiuta per sé e per la sua unica figlia ogni contatto col mondo esterno, il mondo civilizzato, a suo dire rovinato dal consumismo e da false convinzioni. Beve birra, gioca a poker, lavoricchia e legge libri di filosofia. Ha allevato Turtle come un guerriero ninja, addestrandola all’uso delle armi – quando in scena compare un’arma, diceva Cechov, bisogna che spari – ed è morbosamente attratto da lei, al punto di abusarne sessualmente. Per quanto sia combattuta dentro di sé e molto sofferente, Turtle appare tuttavia legatissima al padre, non può fare a meno della sua presenza, del suo sostegno e di quell’amore malsano che la gratifica e l’angoscia al tempo stesso. Turtle è una selvaggia, cammina scalza nei boschi, uccide e mangia scorpioni, guida il furgone del nonno, a scuola fatica a relazionarsi con i compagni e apprende poco.

Misoginia, isolamento, circospezione. Sono i tre grandi segnali d’allarme” gli insegnanti capiscono che in Julia Alveston c’è qualcosa che non va. Così come lo capisce suo nonno, da sempre critico verso i metodi educativi di Martin. In una delle scene salienti del romanzo, i due uomini, proprio ragionando di Turtle, hanno un alterco violentissimo a seguito del quale il vecchio viene stroncato da un malore. Poco prima, per caso, in una radura, Turtle aveva scoperto l’esistenza di un altro mondo, una realtà a lei fino a quel momento sconosciuta, la dimensione umana dell’amicizia e dell’amore. L’incontro con Jacob, giovane studente delle superiori, può rappresentare una svolta. Jacob è una figura chiave della storia, per Turtle è il punto di contatto con il mondo che esiste, eccome se esiste, fuori da quel microcosmo sudicio e corrotto nel quale l’ha costretta suo padre. Jacob è la salvezza. Come Ciaula che nella novella di Pirandello scopre la luna, Turtle ora vede davanti a sé un orizzonte nuovo e inimmaginato, ma è confusa, sospesa tra due universi paralleli: la normalità e l’amore autentico che le offre Jacob, e la prigionia incestuosa del suo piccolo nucleo familiare, il vincolo imprescindibile dal padre orco, l’uomo che la adora e la sevizia, il padrone del suo corpo, l’essere bello e attraente dal quale non ce la fa a staccarsi. L’arrivo sulla scena della piccola Cayenne, bambina trovata chissà come da Martin in una stazione di servizio, segna il punto di non ritorno. Il gioco perverso di spari nel quale la piccola viene coinvolta e la successiva scoperta di lei a letto con Martin, darà alla giovane protagonista la spinta verso quella decisione sofferta e sempre rimandata, innescando una spirale di alta tensione che culminerà nella scena decisiva, la più violenta e raccapricciante del libro.

Mio assoluto amore è un romanzo impetuoso, con un ritmo incalzante e un finale pirotecnico. Tallent scrive come un veterano, fedele allo schema del thriller classico, ma capace di esplorare nuovi linguaggi dosando alla perfezione ogni elemento e registro narrativo. Il suo racconto è dominato dall’uso e l’abuso delle armi – è uno dei temi di grande attualità negli Usa – e accende una luce sulla violenza invisibile o taciuta perpetrata ai danni di tante madri e di tanti figli che non hanno la forza né il coraggio di denunciare. L’ambientazione cupa e claustrofobica di alcune scene del libro ricorda quella di Misery, il capolavoro di Stephen King nel quale lo scrittore protagonista è tenuto prigioniero da una sua fan malata di mente. Lo stile di Tallent ricorda molto quello di King, per quanto la storia che lui racconti sia tragicamente legata alla realtà.

Angelo Cennamo

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IL SELVAGGIO – Guillermo Arriaga

 

 

Il Selvaggio - Arriaga

Homo homini lupus.

Questa è una storia di uomini randagi e di lupi addomesticati. Una lunga scia di sangue, del sangue che dà la vita e del sangue che la toglie. Un viaggio infinito all’origine di ogni specie vivente, oltre l’inizio dei tempi, quando gli uomini e le bestie, secondo un’antica leggenda eschimese, parlavano la stessa lingua. Nel libro di Arriaga il battito animale si fa parola, la parola è odio, la parola è vendetta, poi gelosia. La parola diventa fuoco, fiamma che brucia la passione e che incendia i ricordi. Oppure scontro, con i vivi accecati dall’ideologia, dalla sete di potere, e con i morti, fantasmi di un passato che non ha mai preso forma. La parola è anche perdono, e poi amore, amore immenso per la famiglia e per una donna, Chelo, che salverà il protagonista dalla spirale di morte in cui la vita sembra trascinarlo. Due trame separate, impetuose, avvincenti, che nelle ultime pagine si fondono in un solo finale, perfetto e commovente.

“Alcuni bambini crescono con amici invisibili, io sono cresciuto con un fratello invisibile”

Messico. Fine degli anni Sessanta. Juan Guillermo è il gemello di un bambino morto durante la gravidanza, sconfitto tragicamente in quella battaglia fetale invisibile, inconsapevole, e sconosciuta a chi vive fuori dal grembo materno. “Per otto mesi un gemello identico a me mi è cresciuto accanto”. Juan è sopravvissuto grazie a numerose trasfusioni, al sangue venduto da un esercito di mercenari che gli hanno trasmesso globuli rossi, piastrine e dna. Con l’ombra del gemello morto e con il peso di una colpa che non gli appartiene, Juan cresce giocando con il fratello maggiore Carlos tra i tetti della città, giochi talvolta pericolosi, indicibili. “A Carlos e ai suoi amici bastava salire sui tetti per scomparire”. Le terrazze sotto il cielo dove Carlos gestisce i suoi traffici illeciti ci ricordano le vele di Scampia raccontate da Roberto Saviano in Gomorra, o le periferie degradate di Roma nel Romanzo criminale di De Cataldo. I sud del mondo si somigliano tutti. Carlos ha una doppia personalità, è uno spietato delinquente che si arricchisce col traffico di droga, ma nello stesso tempo legge e studia, da autodidatta, Platone, Nietzsche, Faulkner, la storia, la biologia. Nessuno nel quartiere è più colto di lui. Juan segue le orme del fratello, e per agevolare le sue trame oscure comincia a frequentare la setta religiosa di Humberto, i bravi ragazzi che se ne vanno in giro incappucciati a correggere chi esce dal seminato, e che per dare una lezione a Carlos, per punire le sue deviazioni dal giusto, lo lasciano affogare in uno dei serbatoi di quelle terrazze dove lui trascorre gran parte delle giornate. La morte di Carlos porta dentro di sé qualcosa della morte di Juan José, l’altro fratello: il serbatoio come metafora del sacco amniotico.

Il racconto di quella tragica fine, mentre i genitori sono in viaggio in Europa, somiglia a una sequenza cinematografica: Juan riporta le annotazioni sul diario di viaggio della madre, e le alterna con gli attimi angoscianti dell’omicidio in una beffarda contrapposizione tra divertimento e dramma.

“Ho avuto due fratelli. Tutti e due sono morti per colpa mia. E se non ne sono stato colpevole del tutto, almeno ne sono stato responsabile”.

La morte non risparmia nessun familiare di Juan. Tre anni dopo i suoi genitori rimarranno vittime di un fatale incidente d’auto, forse un suicidio. Arriaga descrive la scena con una efficacissima grafica onomatopeica, dal sapore fosterwallaciano, nella quale il volo dell’auto e l’urlo dei due coniugi ci appaino come in un’immagine tridimensionale. Parole e forme come suoni. Pagine di  grande impatto emotivo.

Orfano e senza più nessuno “Orfano fino al midollo” Juan si consola con l’amore e con il sesso di Chelo, altro personaggio chiave del romanzo. Chelo è uno spirito libero votato alla promiscuità, una ragazza con un vissuto tormentato che sfoga le proprie insicurezze andando a letto anche con altri uomini; lo fa, dice, per non lasciarsi travolgere dalla depressione.

La vita che Juan deve ricostruire con molta fatica ricomincia da lei, e da Colmillo, un cane lupo che si scoprirà essere un lupo vero, sottratto alla morte che i padroni volevano somministrargli perché indomabile e pericoloso per i vicini. In Colmillo Juan rivede se stesso. Salvare Colmillo vuol dire salvare la sua stessa vita. Ecco la sfida. Poco tempo prima, osservando dei feti umani in un laboratorio scolastico, il giovane protagonista aveva riflettuto sul percorso evolutivo che si compie nei mesi della gestazione in chi nasce prematuro come lui. Quel percorso si interrompe. Così, chi nasce prima del tempo lo fa in un momento intermedio fra uomo e animale “Sono cresciuto con l’idea di essere rimasto per sempre in uno stato semianimale, selvaggio“.

L’identificazione tra l’uomo e la bestia feroce diventa allora uno dei temi centrali del romanzo. Colmillo va domato e riportato nel suo habitat naturale. Dicevamo delle due trame separate. La seconda storia, che per tre quarti del libro non ha nessun punto di contatto con la prima, vede come protagonisti Amaruqu, un cacciatore solitario dello Yukon (Canada), il cui destino si lega indissolubilmente a quello di un lupo, e Robert, un ingegnere chiamato a sondare i luoghi dove deve essere costruito un oleodotto, ma che finisce per rimanere ammaliato e stordito dal “richiamo della foresta”. Nelle ultime pagine le due storie viaggiano finalmente su un solo binario, nella felice e liberatoria ricomposizione di ogni tormento. Sono le pagine forse più potenti ed emozionanti di questa lunga narrazione nella quale ritroviamo gli echi di tanti altri capolavori della letteratura, da Zanna bianca di Jack London all’Amleto di Shakespeare, da Oliver Twist di Dickens a Le avventure di Augie March di Saul Bellow.

Angelo Cennamo

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