LUCE D’AGOSTO – William Faulkner

Luce d'agosto

Libri scritti cento anni fa che conservano la freschezza di opere contemporanee. Li chiamano classici. Luce d’agosto non è tra le opere più citate di William Faulkner ma è forse quella più rappresentativa e contemplativa del mondo che Faulkner ci ha tramandato, il profondo sud ancora selvaggio e travagliato dalla segregazione razziale. Pubblicato la prima volta nel 1932, il romanzo racconta la storia di una giovane donna dell’Alabama, Lena Grove, sedotta e abbandonata da uno scapestrato che dice di chiamarsi Lucas Burch. Lena fugge dalla casa del fratello maggiore, dove si è stabilita dopo essere rimasta orfana di entrambi i genitori, e si mette alla ricerca del padre del bambino che di lì a poco dovrà partorire. È un viaggio lungo, interminabile, a piedi e con mezzi di fortuna, attraverso strade polverose, luoghi desolati, che fa tappa a Jefferson, nel Mississippi. Qui la storia prende corpo intorno a un gruppo di personaggi indimenticabili che rinvigoriscono una trama già di per sé generosa di sentimenti e atmosfere a tinte forti. Lucas potrebbe lavorare in una segheria della città, così dicono, ma di lui non vi è alcuna traccia. Lena è una ragazza sola, a Jefferson non conosce nessuno, avrebbe bisogno di protezione e di un alloggio. A prendersi cura di lei, al punto di innamorarsene, è Byron Bunch, un operaio della segheria, quarantenne e scapolo. Byron scopre che dietro la falsa identità di Lucas si nasconde quella di un suo giovane collega assunto poche settimane prima insieme a un altro forestiero, Joe Christmas. I due fanno comunella e finiscono per mettersi nei guai per un barbaro assassinio.

Nella parte centrale del romanzo la figura di Christmas giganteggia con la sua dolorosa vicenda personale di “mezzo negro” abbandonato dalla nascita e cresciuto in un orfanotrofio. Il drammatico epilogo della parabola di Christmas è in qualche modo già scritto nel suo sangue bastardo. Christmas ricorda Coleman Silk, il professore de La macchia umana di Philip Roth, vissuto anche lui col segreto di un’inconfessabile negritudine, e finito come Joe nel tritacarne del pregiudizio razziale. A differenza del professor Silk, trascinato in un processo ingiusto ed espulso dall’università, Christmas è però realmente colpevole. Dicevo della compassione che Byron prova per Lena e dell’amore che lo porta a proporsi come suo improbabile marito e nuovo padre del bambino. Byron si confida col reverendo Hightower, altro personaggio cardine del libro, anche lui come gli altri vittima dei pregiudizi di una società bigotta, assuefatta a una religiosità di facciata, integralista e violenta. Cerca mediazioni e sostegno, Byron, ma capisce che i margini di riuscita dei suoi propositi sono fin troppo stretti. Lena si rimetterà in viaggio, da sola o in compagnia non importa “Lo sai cosa penso? Secondo me, lei viaggiava e basta. Secondo me, non le passava neanche per la testa di trovare chiunque fosse che stava inseguendo. Secondo me non ne aveva mai avuto l’intenzione, solo che a lui non gliel’aveva ancora detto”. È il dolore la traccia principale del romanzo, il dolore che avvolge le vite di tutti i suoi protagonisti, uomini e donne senza scampo, rassegnati a una condizione umana miserevole e infelice. La scrittura di Faulkner è calda, luminosa come i paesaggi del Mississippi e dell’Alabama che fanno da sfondo alle sue storie. Peccato solo che in alcuni passaggi del libro così tanta bellezza venga scalfita da una traduzione dall’inspiegabile sapore trasteverino “Lo hai detto te. Sei stato te a dirmelo” si legge, per esempio, a pagina Novantatre.

Angelo Cennamo

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METTI UNA SERA A CENA CON UN POETA REALVISCERALISTA

magritte pesce

 

 

 

Omar Sorbillo? Certo che me lo ricordo. Abitavamo al Vomero. Da ragazzi andavamo allo stadio insieme, con la vespa di Gaetano, il figlio del farmacista. Ti parlo degli anni Ottanta, primi anni Novanta. Eravamo giovani. L’ultima volta che ci siamo visti è stato a Capri, nel 2015 credo. Un amico lo aveva invitato a uno di quei festival di letteratura che si tengono in piazzetta. Andava di fretta, come se avesse fatto tardi a un appuntamento. Ebbi solo il tempo di salutarlo e di scambiare poche parole. Da allora non ci siamo mai più visti né sentiti. Come se la passa il vecchio Omar? Direi bene. Molto bene. Ti racconto l’ultima.

Lo incontro una mattina in via Caracciolo, da solo, impeccabile col suo vestito di lino blu sulla camicia bianca sbottonata. Mani in tasca, la solita aria da strafottente. Modalità Jep Gambardella, per intenderci. Sorride, ma si vede che è un sorriso assente, una smorfia di insofferenza. Sembra assorto in chissà quali pensieri. Faccio con lui quattro passi, arriviamo fino a via Chiaia. Ci sediamo in un angolo del Gambrinus e ordiniamo due caffè. Mi chiede un parere legale su un’eredità da dividere con i fratelli, a Portici. Tre piani di una vecchia palazzina, mai ristrutturata e senza ascensore. Prendi quello che ti offrono, gli dico. Queste rogne in tribunale durano parecchi anni. Perizie, controperizie. Ma i tempi delle cause civili non li avevano accorciati? Sì, l’ho sentito dire anch’io. Il solito gattopardismo. Bravo. Tra una chiacchiera e l’altra, la discussione scivola poi su argomenti più leggeri, i suoi preferiti: la musica, la pittura, le vacanze estive. A un certo punto mi fa: sai, ho appena finito di leggere un libro bellissimo. Un libro che parla di un movimento di poeti avanguardisti: I Detective Selvaggi di Roberto Bolaño. Lo conosci? Magnifico, dico io. L’ho letto più o meno un anno fa. È proprio un gran romanzo. Vero? Spettacolare. Che scrittura virtuosa. E che personaggi affascinanti. Ah, la poesia realvisceralista, con quelle atmosfere così surreali e bohémien. Non faccio altro che pensarci. Tu mi capisci. Ti capisco eccome, amico mio: Bolaño è uno scrittore ipnotico, un visionario, un vero genio della letteratura. Hai detto bene: Bolaño è un genio. Pausa. Il respiro diventa affannoso. Riprende. Ho deciso, mi dice: voglio diventare poeta anch’io. Un poeta realvisceralista. Girare il mondo, fare nuove esperienze, contaminare stili. Qui non succede mai niente. Mi annoio, Francè, che ci posso fare? Pausa. Ci guardiamo in silenzio per alcuni attimi, poi scoppia a ridere. Questa sì che è bella. E tu? Bene, gli ho detto. Scrivi una poesia e vediamo se ne hai la stoffa. Se hai l’animus poetandi di Ulises Lima e di Arturo Belano. L’animus che? Lascia perdere. Pare facile. Certo, mi piacerebbe. Il fatto è che io di poesie non ne ho mai scritta una, fa lui, continuando a ridere. Io faccio analisi matematiche, lo sai. Ho a che fare con i numeri, non con endecasillabi e terzine. E poi su cosa dovrei scriverla questa poesia, secondo te. Sentiamo. Sei appena stato al mare, dico io. E allora? Allora scrivi una poesia sul mare. Ma dai! Bè, tu ami le barche a vela, la pesca subacquea. Quale argomento migliore? Pensaci.

Questo tre mesi fa. Continua. Lunedì mattina mi chiama. Ero appena uscito dalla doccia. Ciao ciao. Come va. Tua moglie, i ragazzi, il trasferimento. Sì ma poteva andare peggio, dico io. Molto peggio, fa lui. Pensa che a un mio collega di Caserta lo hanno mandato a Oristano. Vediamoci uno di questi giorni, magari in costiera. Passiamo una bella serata tutti insieme, come una volta. Chiamiamo anche Angelo. Ti va? Volentieri, dico io. Gli do appuntamento per venerdì sera, giù al Faro, da Cicciotto. Ci sei mai stato da Cicciotto? Cicciotto…..Lascia perdere. Arriviamo puntuali. Lui con la Multipla del cognato, tutta scassata, con l’adesivo dell’Inter sul parabrezza e la tappezzeria in alcantara, color panna, anzi bianco sporco. Più sporco che bianco, a dire il vero. C’aggia fà: ho perso le chiavi del garage, mi dice, allargando le braccia. Io con mia moglie, lui con la sua. Angelo ci precede con la sua nuova fidanzata, Madina: una stangona moldava, magrissima, bionda, occhi verdi, tacco 12. Una zoccola? Non credo. In italiano sa dire solo “quanto costa“, “crazie” e “ma che bela serata“. Una zoccola, fidati. None! Ma ti pare che Angelo si andava a mettere con una zoccola? Non sarebbe la prima volta. Ramona cos’era? Una zoccola. Lo vedi? Ma che c’entra Ramona adesso. È successo più di vent’anni fa, in campeggio. E poi con Ramona ci sei andato anche tu, o mi sbaglio? E io che ho detto? Comunque. Ha noleggiato un suv. Un suv? Angelo ha noleggiato un suv? Angelo ha-no-leg-gia-to-un-suv. Che c’è? Mah! Mah cosa? Ma saranno cazzi suoi se vuole andarsene in giro con un fuoristrada, o no? E con una zoccola. Madina non è una zoccola. E tu che ne sai? Lo so e basta! Lo vedi che mi interrompi sempre, puttana Eva? Ok ok, non parlo più. Vai avanti. Dove ero rimasto. Ah, sì. Serata fresca, da golfino di lana. Luce soffusa. Tavolo prenotato in terrazza con vista sul fiordo. Spaghetti a vongole, pesce spada coi pomodorini, anguria, acqua minerale e una bottiglia di Falanghina, ghiacciata. Il solito menù da venticinque anni. Musica live, molto soft. Latinoamericano? No, il ristorante di Cicciotto non è un posto da Macarena. Si ascoltano altri generi: Aznavour, Tenco, Beatles, roba fine. Mi stai dicendo che io invece ceno nelle bettole? Te lo stai dicendo da solo. Un’altra interruzione e non ti racconto più niente. Va bene? Scusa. Eccheccazzo! Vai avanti. Dicevo. Si scherza, si ride, si ricordano i bei tempi, i tornei di calcetto. La vacanza a Kos. Ti ho mai raccontato di quella vacanza a Kos? No, non mi pare. Di quando lasciammo Rino nudo sul pianerottolo dell’hotel? O era a Palinuro? Mi sa che era Palinuro perchè arrivarono i carabinieri. Non ricordo. Insomma, mangiamo, beviamo, ridiamo, ci scambiamo ricordi, raccontiamo vecchie storie, la barzelletta del cervo napoletano – sempre la stessa, quella che Angelo racconta tutte le volte per dimostrarci che “lui” parla quattro lingue e noi solo l’italiano. Mia moglie che ride come una matta e chiede il bis, fingendo di non averla mai sentita – salvo poi dirmi a casa, e solo a casa, quando restiamo da soli: che palle la barzelletta del cervo napoletano, non ne posso più, Angelo mi ha fatto odiare i cervi e pure i cartoni animati sui cervi. E tu, scommetto, ti sarai esibito in una delle tue solite performance canore. Pino Daniele? Sting? Acqua. Frank Sinatra. Hai capito l’avvocato. Ma Sinatra Sinatra o De Sica che fa Sinatra? La seconda che hai detto. Ad un certo punto, dopo aver chiesto il conto, sarà stata mezzanotte, il nostro amico si alza improvvisamente e sposta la sedia di lato. Quale amico? Come quale? Omar. Improvvisamente? Sì, con uno scatto felino. Cosa fa? Ascolta. Mette la mano nella tasca posteriore dei pantaloni e tira fuori un foglio di carta tutto stropicciato. Ho già capito. Fammi dire. Prende questo foglio tutto stropicciato, lo stende per bene sul tavolo. Si schiarisce la voce portando la mano alla bocca. Inforca gli occhiali da vicino. Quelli con la catenella. Esatto, quelli con la catenella. Fa un bel respiro, e con un aria serissima esclama ad alta voce: “Poesia!”. Ma va.

 

 

Il mio corpo sottile è una lama tra i flutti,

 La luna è vicina, la tocco sull’acqua.

 Cerchi di luce, riflessi  ormai spenti,

 un’altra bracciata mi porta lontano.

 Annego nei sensi, rivedo il mio tempo,

 oasi profonde di lampi e tormenti.

 Scivola dolce la mano sull’onda, spuma sincera, natura benigna.  

 

 

 

Silenzio. Nessuno fiata. Angelo mi guarda come se qualcuno lo avesse informato che a Milano gli stanno svaligiando l’appartamento. La sua fidanzata muove la testa in tutte le direzioni, infine incrocia lo sguardo di Angelo. Mia moglie parte con un applauso. Applaude anche la sua. Applaudiamo tutti. Applaude anche Cicciotto. Sorride, anche se non ha capito un cazzo. Nella mano stringe la fattura del nostro tavolo. Mantiene la distanza per non violare la privacy, ma si vede che ha fretta di mostrarmi la fattura. Ci credo: 586 euro, più la mancia per la violinista ungherese. E che cazzo! Altroché. Si vede che non hai mai cenato da Cicciotto. Angelo si scioglie in un gridolino di approvazione. Ci alziamo tutti in piedi e ci abbracciamo. Saltelliamo come dei pirla. Gli altri clienti ci guardano. Una coppia di giapponesi seduta dietro di noi ci riprende con un iphone. Per un breve istante Omar sembra commuoversi. Ma no!  E invece sì. Sarà stato il vento, forse il vino. Quale vento: era commozione vera. A quel punto gli afferro la testa, gliela tengo stretta tra le mani. È sudato come un muratore a Lampedusa. La camicia è bagnata. Lo guardo fisso negli occhi. Intorno a noi si fa il vuoto. Cicciotto si avvicina a mia moglie e le chiede se gradiamo un limoncello. Stringe ancora nella mano la fattura di 586 euro. Angelo lo zittisce in malo modo. Io e Omar siamo lì, al centro della terrazza, a guardarci negli occhi. È mezzanotte ma sembra mezzogiorno di fuoco. I giapponesi stanno riprendendo tutto. Cicciotto si accascia su una sedia, sfinito. La moldava, di fianco a lui, gli sorride e gli dice “crazie”. Per cosa non si sa. “Crazie”. Non ha ancora visto il conto, la moldava, altro che “crazie”.

Silenzio. Solo silenzio. Nella baia il vento riprende a soffiare forte e gli ombrelloni sulla terrazza ondeggiano pericolosamente. Chiudeteli! Grida un tizio sdentato dall’interno della sala. Ma concentriamoci sulla scena principale. Io con la testa di Omar tra le mani. Siamo a poco più di un metro dalla ringhiera, al massimo due. Non mollo la presa. Gli altri commensali, mia moglie, la moldava, sono lontani, non esistono. La fronte di Omar gronda di sudore, sento il suo respiro sulla faccia. Socchiude gli occhi a intermittenza, si vede che ha sonno. Ha bevuto più del solito, però è ancora lucido. Tu sei un poeta, gli dico, muovendogli la testa in avanti e indietro. Hai capito? Tu sei un vero poeta re-al-vi-sce-ra-li-sta. Oh bella. E lui? Annuisce senza dire una parola. Ora l’oscillazione della testa lo fa quasi assopire. Sembra come ipnotizzato. È in balia del mio carisma.  Scopro di avere un carisma. La moldava urla “ma che bela serata!”, all’improvviso Omar si ridesta, spalanca gli occhi e…e? Scoppia a ridere di nuovo.

Angelo Cennamo

 

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LA LINGUA SALVATA – Elias Canetti

 

 

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Di Elias Canetti – scrittore bulgaro di lingua tedesca – è uscito in questi giorni un libro postumo, il più importante della sua vita, un libro che Canetti portò sempre dentro di sé ma che non scrisse mai Il libro contro la morte. Lo scorrere della vita e il mistero che avvolge la fine sono i temi che Canetti ha sempre trattato nei suoi scritti, tutti o quasi a sfondo autobiografico. Come La lingua salvata, uscito nel 1977, quattro anni prima dell’attribuzione del premio Nobel.

Che la vita di Canetti sia stata una vita speciale rispetto a tante altre vite lo si comprende fin dalle primissime note biografiche che incrociamo sui siti internet o che leggiamo sulla quarta delle copertine dei suoi saggi raffinati – Canetti scrisse un solo romanzo  Auto da fé –

Primo di tre figli, Elias Canetti nacque a Ruse, Bulgaria, da una ricca famiglia ebrea, agli inizi del Novecento – secolo che lo scrittore ha attraversato e incarnato in ogni suo aspetto. Suo padre era un noto commerciante di lontane origini spagnole. Sua madre, Mathilde Arditti, colta discendente di un casato italiano.

Eppure i suoi genitori, entrambi aspiranti attori, dovettero faticare non poco per convolare a giuste nozze, a causa dei contrasti e le diffidenze di nonno Canetti, uomo arcigno ed egocentrico dal quale il padre del piccolo Elias decise definitivamente di allontanarsi, trasferendosi con la propria famiglia a Manchester.

Gli anni dell’infanzia inglese furono quelli che segnarono di più la vita del piccolo Elias. Intanto la prematura ed improvvisa morte del padre “Avevo sette anni quando mio padre morì, e lui non ne aveva ancora trentuno“. Un infarto fulminante che le malelingue fecero presto a collegare alla condotta ambigua di sua moglie, presunta amante di un medico viennese. “Figlio mio, tu giochi e tuo padre è morto!” il grido di dolore di mamma Mathilde riecheggerà nella mente di Elias per il resto della sua vita, diventando lo spunto ossessivo di quella famosa opera letteraria alla quale Canetti lavorò per decenni. Il suo libro più importante. Deve crederci, il piccolo Elias, a quelle voci sulla madre? Il ragazzino è molto geloso e protettivo nei confronti di Mathilde, la quale, però, lo ripaga con una scarsa considerazione. “Un idiota”, questo è il suo primogenito per la giovane e ancora affascinante vedova Canetti.

I viaggi in Europa si susseguono, così come le lingue parlate “solo nella nostra città si parlavano sette o otto lingue diverse e tutti capivano qualcosa di ciascuna“. Nonno Canetti si vantava di conoscerne addirittura diciannove. Elias è un ragazzino curioso, amante, come la madre, dell’arte e dei buoni libri. La lingua salvata, oltre che il racconto di una giovinezza ricca e armoniosa, è soprattutto un generoso e appassionato tributo ai grandi classici della letteratura e allo studio della storia e della filosofia. Grandi avvenimenti come la prima guerra mondiale, l’affondamento del Titanic e il terremoto di Messina fanno da sfondo ai fatti narrati e si intrecciano perfettamente alle vicende personali e familiari del giovane protagonista. Il pubblico che irrompe nel privato finisce quindi per allargare i confini della storia, arricchendola di divagazioni e di ulteriori spunti di riflessione.

La scrittura di Canetti è superba, precisa, elegante, e il racconto della sua vivace gioventù, uno straordinario romanzo di formazione che si spalanca come una finestra sulle bellezze e le atrocità del Novecento.

Angelo Cennamo

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I DETECTIVE SELVAGGI – Roberto Bolaño

I detective srelvaggi - Bolano

“Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale. Come è ovvio, ho accettato”.

Questa storia inizia e finisce in Messico, nella metà degli anni ’70. Qui un gruppo di giovani poeti sogna di fare la rivoluzione sulle orme di una fantomatica poetessa di cui nessuno si ricorda più: Cesárea Tinajero, fondatrice del primo movimento realvisceralista.

Nella prima parte del racconto, la voce narrante è quella del diciassettenne Juan García Madero. Juan è orfano di entrambi i genitori. Dopo il liceo, gli zii adottivi lo costringono ad iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza, ma lui, fin da subito, si accorge di avere altre inclinazioni. A un seminario di poesia, Juan fa la conoscenza dei realvisceralisti e si lascia coinvolgere in un progetto stravagante: cambiare la poesia messicana tradizionale, quella stridentista di Octavio Paz, il più noto tra i poeti messicani e premio Nobel per la letteratura. Il giovane Madero decide dunque di abbandonare quel che resta della propria famiglia e l’università per seguire i leader del nuovo movimento, gli stralunati ma carismatici Ulises Lima e Arturo Belano, personaggio, quest’ultimo, che incarna evidentemente la figura dell’autore del racconto. Giorno dopo giorno – il romanzo scorre come le pagine di un diario – Juan viene iniziato a una nuova vita, fatta di poesia, sesso e di mille altri incontri. La casa di Quim Font, padre delle giovani e disinibite Maria ed Angelica, diventa il crocevia di mille trame e il quartier generale dei realvisceralisti.  Una specie di porto franco dove le vicende dei poeti si intrecciano comicamente alle storie sentimentali e sessuali delle vispe figlie di Quim.

Nella seconda parte, la figura di Madero scompare per lasciare spazio a decine di altre voci narranti – gli unici personaggi del libro che non parlano in prima persona sono Ulises Lima e Arturo Belano – poeti o aspiranti poeti che tra gli anni Settanta e gli anni Novanta raccontano di aver conosciuto piu o meno bene i due protagonisti. Le strade di Lima e di Belano ad un certo punto si separano. I due amici se ne vanno in giro per il mondo come per fuggire non si sa bene da chi o da cosa –  le ragioni di questa infinita peregrinazione le scopriremo nelle ultime pagine del libro. I viaggi di Arturo Belano, in particolare, sono una lunga disavventura fatta di stenti, aspirazioni tradite e malattia. Del realvisceralismo, dei progetti utopici e strampalati di quei giovani poeti non sembra rimanere più alcuna traccia, così come della misteriosa Cesárea Tinajero.

Leggendo le 688 pagine de I Detective Selvaggi di Roberto Bolaño –  scrittore cileno morto ad appena cinquanta anni per un brutto male al fegato – è facile pensare a David Foster Wallace. Non tanto per la morte prematura che accomuna entrambi gli scrittori, per un’altra ragione. Bolaño è legato a Wallace da una dote che tra i romanzieri è piuttosto rara: entrambi hanno la capacità di creare attraverso il turbinio delle parole spazi e mondi nuovi, quel mare di leopardiana memoria dove ciascun lettore vorrebbe dolcemente naufragare.

La scrittura di Bolaño è come un magma incandescente, un fiume in piena che travolge ogni cosa.

Non ha il virtuosismo retorico di Wallace, Bolaño, ma la sua vena surreale e malinconica evoca dimensioni umane che ci commuovono. Seguendo il percorso dei realvisceralisti, le passioni di quei giovani sognatori, poveri di tasca ma ricchi di sentimenti “viscerali” e di immaginazione, ho avvertito il desiderio di unirmi a loro, di seguirli per le strade di Città del Messico, di Parigi o Barcellona. Di abbandonarmi al caos di quello stile così creativo e bohémien, fatto di sensazioni allegre e di improvvisazione che solo certi latinoamericani sanno trasmetterci. Bolaño, da vero genio della letteratura, lo fa con maestria e autorevolezza. I Detective Selvaggi è un romanzo denso di poesia e di follia che non è paragonabile a nessun’altra opera letteraria. Un libro dal quale è difficile allontanarsi, un affresco di passioni estreme, una finestra spalancata su un’umanità indolente e condannata al sogno.

Angelo Cennamo

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LA POESIA AI TEMPI DI INTERNET

 

C’è ancora spazio per la poesia negli anni Duemila, nell’era del digitale, nel tempo di internet? Me lo chiedevo in una nota libreria del centro di Napoli mentre facevo scorrere il mio dito indice sul dorso dei volumi classificati alla voce “classici”. Montale, Neruda, Pasolini, Saramago. Mi ha confortato allora sapere da uno dei commessi che una recente raccolta di versi di Franco Arminio – straordinario autore dell’Irpinia “d’Oriente”  – a pochi giorni dalla sua pubblicazione, ha già superato le quindicimila copie vendute. Addirittura?, ho pensato, trattandosi di una cifra che potremmo giudicare ragguardevole anche per un romanzo o per un saggio. Ebbene sì, nonostante la crisi della scuola, l’imbarbarimento dei costumi, il degrado etico di qualunque Istituzione pubblica, lo strapotere delle nuove tecnologie, pare che la poesia conservi ancora intatto il suo appeal. O quasi. Del resto, ho riflettuto, i post contenuti nella messaggistica dei social non sono forse delle scritture brevi? “Mi illumino di immenso” di Ungaretti non ci starebbe tutta nei 140 caratteri di Twitter? E l’hip hop, o rap che dir si voglia, cos’altro è se non una narrazione semplificata e tormentata del nuovo disagio giovanile?

Come Franco Arminio, un altro poeta campano, Marco Guarino, fende gli spazi della nostra indifferenza con il pudore di una nuova intimità, che il più delle volte prende forma nel disagio e nel dolore.

In EXTRA, i versi di Guarino ci restituiscono l’angoscia di chi ha perso tutto, anche i propri sogni, in mezzo al mare o sui marciapiedi delle strade di un continente ostile. Guarino sviscera l’impotenza e la rassegnazione dei migranti, dà volto e voce ai loro silenzi.

 

Dimmi sono proprio io

su questa zattera,

sono io che lascio questa ferita 

che disinfetto la vita con acqua e sale,

dimmi sono proprio io

in questa tempesta

sono io che con lo sguardo cerco l’altra costa,

che nella notte immagino la vita che non vivo,

dimmi sono io

in questo angolo di strada,

che cerco negli occhi degli altri

quel che non trovo nelle parole,

che credo ancora sia possibile una vita,

dimmi sono io

sotto questo cielo nero

sopra questo cartone,

che resto in silenzio ed ascolto la voce di quelli come me,

che rincorro nel vento la vita,

nel sogno l’ho vista volare.

 

 

Il buio di un’assenza incolmabile ed incurabile diventa, in MARS, un luogo improcedibile dove il vuoto si tramuta in strazio e il tempo di capire sembra non arrivare mai. Guarino sospende l’etica inaccessibile del mistero in poche righe, amare e struggenti come una domanda a cui non c’è risposta.

 

Questo giorno non ha più senso,

dall’alba al tramonto

è solo un vagabondo

tra il nulla ed il mai più.

Questo giorno non ha più senso

nel calendario dell’anima

è  buio profondo e silenzio,

è una assenza troppo grande da capire 

troppo grande da curare.

Questo giorno non ha più senso. 

Io volevo solo dirti 

resta ancora un po’…..

è rimasto ancora tanto da capire,

resta ancora un po’….. 

è rimasto ancora tanto da scoprire.

 

 

 

 

L’orrore della guerra esplode nei versi cupi e feroci di HOTEL BANJSKA. Tra le macerie, i pianti e il tormento dei sopravvissuti. E il buio della notte che nasconde ogni cosa, persino il futuro.

 

La bomba che non brillò

assedia un fiore,

come la disperazione assedia il cuore 

…non c’è più tempo per pensare al domani.

La vecchia vestita di nero

non trova più il suo orto,

non trova più il suo gallo,

non ha più uno straccio di vita,

la neve imbianca la terra 

come una madre

la protegge dalla follia,

siamo in tanti nelle stanze buie dell’Hotel Banjska,

di notte non c’è più il rumore dell’artiglieria 

ma in compenso il pianto,

di notte non c’è più odio

ma in compenso il tormento,

…non c’è più tempo di pensare al domani.     

 

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MYSTIC RIVER – Dennis Lehane

Mystic River - Dennis Lehane

È una delle figure di spicco della letteratura noir americana. Dennis Lehane, docente di scrittura creativa ad Harvard e autore di alcuni bestseller che hanno ispirato film di grande successo, lo ricordiamo soprattutto per un romanzo pubblicato nel 2001: Mystic RiverLa morte non dimentica.  Un libro dai meccanismi thriller perfetti e ricco di personaggi indimenticabili. Mystic River è il nome del fiume che fa da sfondo a questa storia infernale, ambientata nella Boston degli anni ’70 e poi del 2000, ma dal sapore antico, con pochi riferimenti alla modernità.

Sean Devine, Jimmy Marcus e Dave Boyle sono tre bambini. Un giorno, giocando per strada, vengono avvicinati da due sconosciuti, appatentemente due poliziotti. Dave viene preso e costretto a salire in macchina con loro. Dopo quattro lunghi giorni di sequestro, Dave riesce a liberarsi dei suoi aguzzini, ma da allora la sua vita non sarà più quella di prima.

Anche se lo trovano vivo, quel ragazzino è segnato a vita. Non sarà mai più lo stesso” dice il padre di Jimmy. Dave fatica a ritrovare le proprie abitudini, non ha più voglia di andare a scuola, anche perché i suoi compagni lo prendono in giro e lo tengono a distanza.

Il ricordo di Lupo Grande e Lupo Viscido, di quella fuga improvvisata, è un come incubo infinito, un tunnel di dolore dal quale il piccolo non riesce più ad uscire. Ora Dave è per tutti Il Ragazzo Che Era Stato Rapito. La sua mente è come divisa in due. Dave confiderà a sua moglie Celeste che “Il Ragazzo Che Era Sfuggito ai Lupi ed Era Cresciuto era diventato a sua volta Lupo…Una parte di me non è mai scesa da quella macchina“.

La storia riprende venticinque anni dopo. I tre ragazzini sono diventati adulti, ma in tutto questo tempo solo Jimmy e Dave si sono frequentati. Jimmy ha trascorso qualche anno al fresco per via di alcune rapine finite male. Oggi ci appare come un uomo pulito, con la testa a posto. Gestisce un emporio, è sposato e ha una figlia di diciannove anni, Katie, fidanzata con un tipo violento dal quale però vorrebbe scappare per sposare un altro. Anche Dave ha una moglie e una vita difficile. Non riesce a trovare un lavoro stabile e il ricordo di quella brutta vicenda gli ha logorato i nervi.

Tutta la seconda parte del romanzo ruota intorno a un evento tragico: il barbaro omicidio di Katie. Nella stessa notte del delitto, Dave, che ha visto la ragazza uscire da una discoteca in compagnia di due sue amiche, torna a casa dalla moglie sporco di sangue. Dave racconta la sua versione dei fatti: sono stato aggredito, dice. Ma fin da subito le sue parole suonano poco credibili. Ad indagare intanto sull’efferato delitto è un poliziotto molto speciale: Sean Devine, il terzo amico. A distanza di venticinque anni dal rapimento di Dave, la violenza torna a sconvolgere le vite dei tre protagonisti. Il cadavere di Katie nel parco, il corpo insanguinato di Dave. Tutto sembra andare in una sola direzione, l’unica possibile, e la tensione cresce pagina dopo pagina.

Mistyc River è un romanzo dalle atmosfere cupe, che oltrepassa i confini del noir per includere anche altri temi: la povertà, l’amicizia, l’infanzia tradita. Lehane scrive bene; con poche parole ricostruisce identità, dimensioni e spazi di una storia che non ha cedimenti e non smette mai di sorprendere.

Angelo Cennamo

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MISERY – Stephen King

MISERY - KING

È possibile che uno scrittore di successo come Stephen King, autore di decine di bestseller con milioni di copie vendute in ogni angolo del mondo, acclamato e osannato da tutti, viva dentro di sé una sorta di complesso o di risentimento per essere considerato da molti uno “scrittore popolare “, un autore commerciale o di facile consumo, e non invece un romanziere “serio”, come certi suoi colleghi che hanno vinto il Pulitzer e il National Book Award? Inutile negarlo, soprattutto in alcuni paesi – penso in particolare all’Europa – un pregiudizio verso la letteratura di genere conserva ancora un forte radicamento. Molto meno negli Usa, nazione più refrattaria a certe sofisticherie accademiche, e che i libri – al netto dei critici alla Harold Bloom – li classifica semplicemente in belli e brutti. Di libri brutti King ne ha scritti pochissimi.

Non lo è sicuramente Misery, romanzo pubblicato nel 1988, che affronta proprio il tema del rapporto che lega lo scrittore al suo pubblico, e di come i lettori condizionino il percorso artistico di molti autori. È facile immaginare che dietro la figura di Paul Sheldon, romanziere di successo e protagonista della storia, si nasconda lo stesso autore del romanzo. E che la smania di emanciparsi da una certa serialità narrativa che vive lo scrittore protagonista del racconto sia il medesimo sentimento di frustrazione che forse Stephen King intende confessare nel libro.

L’impianto narrativo di Misery è davvero originale: due soli personaggi che si muovono e dialogano in un perimetro di pochi metri quadrati. Nient’altro che questo per 400 pagine di romanzo. Sheldon ha appena finito di scrivere il libro che dovrebbe consacrarlo come uno scrittore “Serio” dopo una lunga sfilza di romanzetti leggeri legati alla saga di Misery ChastainEroina delle periferie e star dei supermercati“. Ma proprio quando sta per lasciare il suo buon ritiro in Colorado, a seguito di un’improvvisa bufera di neve, l’auto di Paul esce di strada e si ribalta in una cunetta. A soccorrere lo scrittore privo di sensi è una sua accanita lettrice psicopatica. Annie Wilkes è un’ex infermiera dal vissuto turbolento, una spietata serial killer, che non tollera l’uscita di scena di Misery, il personaggio di cui Sheldon ha voluto finalmente liberarsi per superare il cliché e il ruolo dell’autore commerciale e ripetitivo dentro il quale è stato imprigionato dai lettori più affezionati. Il sequestro di Paul Sheldon nella casa di campagna di Annie diventa allora la metafora di una sudditanza artistica alla quale il noto romanziere non riesce più a sottrarsi. Paul è costretto a subire delle torture atroci da parte di Annie, che pretende da lui la riscrittura del suo ultimo libro, quello cioè che ha visto morire Misery. Tra lo scrittore e la sua aguzzina si innesca un rapporto perverso fatto di paura e odio, ma anche di rispetto e di complicità. Le lunghe giornate di Paul sono scandite dal rumore dei tasti di una vecchia macchina da scrivere procuratagli da Annie, e da infiniti momenti di solitudine durante i quali il prigioniero prova inutilmente ad organizzare e programmare la propria fuga. Annie somministra a Paul dosi massicce di antidolorifici che sviluppano nell’organismo debilitato dello scrittore una forte dipendenza. Paul è schiavo delle medicine di Annie esattamente come lo scrittore lo è del suo pubblico.

Misery è un romanzo claustrofobico, dal ritmo sostenuto e scritto con precisione millimetrica. È soprattutto una straordinaria prova d’autore di Stephen King, scrittore “serio” che non ha bisogno di Pulitzer né di Nobel per affermare il proprio genio letterario e perpetuare la fama che noi tutti gli riconosciamo di costruttore di trame prodigiose e di instancabile fabbricatore di emozioni. Che sia o meno uno scrittore di genere, King resta uno dei maestri della letteratura, un autore dal quale non si può prescindere per conoscere a fondo la cultura americana. E Misery è tra i suoi migliori romanzi.

Angelo Cennamo

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VITA STANDARD DI UN VENDITORE PROVVISORIO DI COLLANT – Aldo Busi

Aldo Busi - Vita standard di un venditore provvisorio di collant

Angelo Bazarovi e Celestino Lometto formano una strana coppia. Il primo sta per laurearsi in lingue all’università di Verona: colto, elegante, sensibile, amante delle belle arti, omosessuale. L’altro è un rozzo industriale del mantovano, proprietario de “La Melma” – nomen omen – azienda tessile che produce e vende collant. Celestino è una specie di cloaca umana, un ometto ignorante, gretto, un imbroglione “vedeva la vita solo come un sistema di rapporti economico-parentali e se stesso come un guardiano dell’ordine (del suo) e del giusto meritocratico…A Lometto della vita interessava aumentare la mole, non il valore. Il secondo non era che una conseguenza della prima“. Celestino è sposato con Edda, donna del sud e succube del marito “Se lui rideva, rideva anche lei”, e ha tre figli, tutti con i nomi in “ario”: Ilario, Belisario e Berengario. Angelo ha bisogno di lavorare per pagarsi gli studi. Celestino, che è alla ricerca di un interprete, lo ingaggia per vendere i propri prodotti all’estero. Fin dall’inizio, la collaborazione tra i due è litigiosa, irta di ostacoli, ma carica complicità “Io ti devo sgrezzare, io devo farmi ricordare nei secoli, il bene deve trionfare e il mio unico bene sono io…Io ti farò fare fortuna, Lometto. Basta che riesca a farti ragionare con una rotella qualsiasi ed è fatta anche con tutte le altre a riposo”. Angelo fa il saccente e non smette di pungolare il suo datore di lavoro, verso il quale non sembra avere nessuna forma di sudditanza. E Celestino incassa senza sbraitare, è un uomo rozzo ma pacioso, accomodante, ha il senso pratico degli imprenditori lombardi, né si lascia impressionare dall’omosessualità del socio. I lunghi viaggi in macchina sono un’occasione per conoscersi, confrontarsi e scontrarsi anche su qualunque argomento. Angelo scopre che Celestino ha più di uno scheletro nel suo armadio “Io con te ho cominciato con i collant, non voglio finire con la Cia o Cosa Nostra….Mi sento male a stare vicino a un ex vaccaro coi soldi con un nodo alla cravatta da un chilo e mezzo“. Si ribella, sembra sul punto di mollare tutto, ma con le traduzioni non si arriva a fine mese, e allora meglio non andare per il sottile. Di fronte alla necessità il moralismo del giovane intellettuale si scioglie come la brina al sole. Chissà, forse lui e Celestino non sono così diversi.

Per me te sei pieno di complessi perché non c’hai una lira e non puoi fare le cose che vorresti” questo è Lometto. “Anche tu, purtroppo, sei pieno di complessi perché, e lo dimostri, non sei né colto né intelligente” gli risponde Angelo. Le schermaglie anche divertenti tra i due protagonisti si ripetono all’infinito sulle strade di mezza Europa, ma lo strano sodalizio si complica quando Celestino prova a coinvolgere il suo collaboratore in un’impresa fin troppo stravagante e pericolosa che riguarda la sua famiglia.

Vita standard di un venditore provvisorio di collant è il secondo romanzo di Aldo Busi. Come è già accaduto con altri suoi libri, l’autore di Montichiari lo ha riscritto più volte e ne ha una pubblicato una nuova versione nel 2014. Quella di Angelo e Celestino è una storia cruda che ci mostra  in profondità la provincia italiana e una certa imprenditoria, quella più truffaldina, spavalda e senza scrupoli. Lo spaccato esemplare di una società nichilista e allo sbando nella quale neppure la politica e la Chiesa sono senza macchia. L’ignoranza e la sfrontatezza di Celestino Lometto sono il ritratto magistrale e grottesco di una borghesia volgare, sprovveduta, cialtrona, che vive con il solo scopo di arricchirsi. Il romanzo è pieno di spunti amari e comici e ha un finale dalle atmosfere noir. Con i suoi primi romanzi, soprattutto, Aldo Busi ha saputo raccontare meglio di altri le tradizioni e i tabù di un’Italia ancora contadina, conservatrice, e a trovare il coraggio di sdoganare, con molto realismo e senza falsi pudori, un tema difficile e delicato come quello dell’omosessualità. L’italiano di Busi è come sempre sontuoso, preciso, millimetrico. La sua prosa torrenziale, un uragano di bellezza, alta letteratura.

Angelo Cennamo

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IL POTERE DEL CANE – Don Winslow

 

 

Il potere del cane - Don Winslow

 

 

Quando compri un romanzo di Don Winslow sai più o meno cosa ti attende: unghie mangiucchiate, polpastrelli levigati fino alla totale abrasione; nottate insonni a bere caffè, sperando che l’inquilino del piano di sopra si decida una buona volta ad abbassare il volume della tv; conversazioni telefoniche interrotte bruscamente con un “Ok, ok, la richiamo io”, salvo poi dimenticarti il perché e soprattutto chi, chi dovrai richiamare. E quando.

Sono arrivato a leggere Il Potere del cane seguendo un percorso a ritroso, dopo cioè aver apprezzato Corruzione, l’ultimo libro di Winslow, uscito contemporaneamente negli Usa e in Italia, quasi a suggellare il rapporto di amicizia che lega il nostro Paese al grande scrittore newyorchese. Il titolo di nuovo maestro del crime Winslow se l’è guadagnato sul campo, praticando prima il mestiere di investigatore privato, poi scrivendo bestsellers del calibro de: L’inverno di Frankie Machine, La pattuglia dell’alba, Le Belve, Il Cartello, romanzi di grande successo che hanno ispirato anche il mondo della cinema.

Diciamo subito che maneggiare un librone di oltre settecento pagine fittissime di nomi e di avvenimenti come Il Potere del cane richiede molta concentrazione. Per orientarsi allora nell’intricatissima rete degli eventi, abilmente disegnata dall’autore, e in confronto alla quale anche le ingarbugliate vicende della famiglia Incandenza dell’Infinite Jest di Foster Wallace possono apparire come un’ordinata e prevedibile sequenza di fatti, consiglierei ai lettori di dotarsi di carta e penna e di appuntarsi i passaggi salienti della storia: nomi e riferimenti geografici. Eviterò di dilungarmi sulla trama per non inciampare in qualche sgradevole anticipazione: quando si recensisce un libro di Winslow lo spoiler è sempre in agguato.

Il Potere del cane è un romanzo sul narcotraffico – il Guerra e Pace del narcotraffico lo ha definito qualcuno, evocando le suggestioni del celebre libro di Tolstoj. Non un thriller in senso stretto, ma un romanzo criminale, lo spaccato cioè di una società corrotta e collusa con i più agguerriti cartelli della droga messicana e colombiana che si combattono in spregio di qualunque codice giuridico e morale. I personaggi, numerosi, che Winslow tratteggia magistralmente nel corso della narrazione – sempre fluida, incalzante, con dialoghi serrati che sembrano usciti dalla sceneggiatura di un film –  si muovono lungo tutto l’asse del Centro America, dal Texas alla Colombia, in un andirivieni frenetico che tiene il lettore col fiato sospeso dall’inizio alla fine.

Vediamoli alcuni di questi protagonisti, a cominciare da Art Keller, il superpoliziotto che da solo o quasi deve fronteggiare i peggiori clan criminali dello spaccio. Art, nato da padre bianco e da madre messicana, e cresciuto nel Barrio di San Diego, è perfettamente a suo agio nell’antropologia criminale che popola il romanzo. Coraggioso, spavaldo, eticamente duttile, è forse corrotto come il Denny Malone di Corruzione? Chi non lo è nei romanzi di Winslow. Art è un agente della DEA, l’unità speciale della polizia americana che contrasta i cartelli messicani. Ma lui in quel mondo si è calato in gran segreto attraverso altri canali: i fratelli Adàn e Raul Barrera, nipoti del più temuto Miguel Angel, detto Tìo, anche lui poliziotto come Art, sulle tracce di Don Pedro, El Patròn, il re del narcotraffico fino a quel momento.

Art ci avrebbe pensato, e avrebbe capito che prima di conoscere Adàn Barrera non aveva mai avuto un vero amico“. Relazioni pericolose, ambigue. La protezione che Tìo Barrera accorda inizialmente ad Art Keller è il viatico più breve per guadagnare prestigio e considerazione negli ambienti della polizia. Ma col tempo quella strana sudditanza diventa un fardello ingombrante, una macchia che Art deve levarsi di dosso per non rimanere schiacciato come tutti gli altri personaggi della storia.

Adàn e Raul sono criminali spietati, disposti a tutto pur di disarcionare Don Pedro dal vertice della malavita. La nuova Federaciòn dei Barrera sarà come la Gallia di Giulio Cesare, divisa in tre parti: gli Stati del Golfo, lo Stato di Sonora e La Baja. Le vicende della famiglia Barrera sono una lunga sequenza di colpi di scena, delitti, ritorsioni, e di finti pentimenti. Padre Parada è un prete di strada, cresciuto in mezzo al popolo, un uomo potente ma anche un folle che sfida i proiettili, il potere criminale e la corruzione della Chiesa. La sua presenza carismatica è il crocevia di molte storie che vanno ad intersecarsi con le indagini di Art e con le scorribande di altri protagonisti, a cominciare da Sean Callan, ragazzo di origini irlandesi trasformatosi quasi per caso in un killer spietato ed infallibile, e Nora Hayden, prostituta di alto bordo, finita, dopo un’adolescenza tormentata, nel vortice dell’organizzazione criminale. Nora ci viene descritta come una donna bellissima, affascinante, sensuale, di fronte alla quale nessun uomo saprebbe resistere, neppure Padre Parada. Eppure in Nora c’è una luce, un barlume di moralità. Tutti i personaggi del libro sembrano attraversati da un velato senso di colpa e animati dal desiderio di redimersi in qualche modo. Timidi tentativi soffocati però da un male più profondo e da una guerra feroce che non risparmia nessuno.

Angelo Cennamo

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GLI INDIFFERENTI – Alberto Moravia

Gli Indifferenti - Moravia

“Entrò Carla”

Non ha ancora compiuto 18 anni Alberto Pincherle – non ancora Moravia – quando nel letto di un ospedale comincia ad abbozzare il suo primo romanzo. L’incipit, folgorante, denota personalità. Gli Indifferenti  esce nel 1929, a tre anni di distanza da Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, a sei da La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Nel 1921 Gabriele D’Annunzio aveva pubblicato Il Notturno, nel 1925 era uscito il capolavoro di Eugenio Montale Ossi di seppia, e di lì a poco, nel 1931, Grazia Deledda, altro premio Nobel, avrebbe mandato alle stampe Il paese del vento. La letteratura italiana negli anni ’20 del Novecento ha raggiunto picchi altissimi.

Rileggendo Gli Indifferenti – l’archetipo della produzione letteraria di Moravia, il romanzo sul quale lo scrittore romano ha plasmato anche i libri successivi, quasi tutti incentrati sul tema della noia e dell’insoddisfazione – mi è venuta in mente la contiguità di questo autore con il collega e amico Pier Paolo Pasolini. Come Pasolini, Moravia ha raccontato il disprezzo per la borghesia. Pasolini lo ha fatto accompagnando il lettore nelle periferie, nelle borgate del sottoproletariato urbano, descrivendo gli scenari dove si è consumato anche il suo tragico destino. Moravia, invece, ha attaccato e dissacrato il falso perbenismo della buona società dal di dentro, costruendo trame e personaggi che appartenevano al suo stesso mondo – oggi disperso, sfumato nella globalizzazione – dal quale ha cercato invano di liberarsi alla maniera di Dino, il protagonista de La Noia, o come sperano di fare anche Michele e Carla, i due rampolli della famiglia Ardengo al centro di questo.

La storia de Gli Indifferenti ruota intorno a pochi personaggi ed è ambientata in una Roma quasi invisibile, mai citata nello svolgimento del racconto. Tutto, o quasi tutto, accade nella villa lussuosa degli Ardengo, luogo di intrattenimento, di conversazione e di scontro, soprattutto tra l’adolescente Michele e Leo, amante di Mariagrazia e poi della giovane Carla. Leo Merumeci è un ricco uomo d’affari che si gode la vita e che può decidere liberamente le sorti della famiglia Ardengo, a un passo dalla rovina finanziaria e con un’ipoteca sulla casa. La relazione con Mariagrazia è ormai logora e senza stimoli. Leo si invaghisce della giovane Carla, oggi ventiquattrenne, che non disdegna affatto le attenzioni del quasi patrigno. Carla non è innamorata di Leo, ma sogna un’altra vita e l’amante pentito di sua madre è la sola occasione che le resta per fuggire dal quel mondo claustrofobico, infantile, di noiose ritualità e di subordinazione. Mariagrazia è gelosissima del facoltoso Casanova ma non può immaginare fino a che punto si è spinta la trasgressione di Leo. La tresca tra l’amante e sua figlia si accende con un bacio rubato dietro a una tenda, nel vestibolo della villa, per poi consumarsi definitivamente una notte, a casa di Leo. A scoprire il tradimento sarà il nemico-amico di Leo: Michele, il quale, suo malgrado e prima che la commedia si trasformi in farsa, si vede costretto dalle circostanze ad interpretare un ruolo che non gli appartiene, quello del fratello offeso che deve lavare col sangue il disonore subito.

Gli Indifferenti è una pietra miliare della letteratura italiana e non solo italiana – tra i cinque/sei libri del nostro Novecento – il primissimo romanzo esistenzialista, corrente letteraria e filosofica la cui paternità viene solitamente attribuita ai francesi Camus e Sartre. I temi affrontati sono quelli di sempre della produzione moraviana: la noia, il disprezzo per il denaro, il tradimento. Gli Ardengo sono il ritratto di una borghesia insulsa, cinica, vissuta un secolo fa, ma la storia raccontata dal giovane autore, per quanto lontana nel tempo, non smette di essere attuale, attualissima: il materialismo e l’apatia degli indifferenti Ardengo li ritroviamo ultimamente al cinema, in film come La grande bellezza di Sorrentino o Il capitale umano di Virzì. Ma anche nella stessa letteratura, in romanzi come Con le peggiori intenzioni e Dove la storia finisce di Alessandro Piperno o Il Nido di Cynthia D’Aprix Sweeney.

Angelo Cennamo

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