
Di Elias Canetti – scrittore bulgaro di lingua tedesca – è uscito in questi giorni un libro postumo, il più importante della sua vita, un libro che Canetti portò sempre dentro di sé ma che non scrisse mai Il libro contro la morte. Lo scorrere della vita e il mistero che avvolge la fine sono i temi che Canetti ha sempre trattato nei suoi scritti, tutti o quasi a sfondo autobiografico. Come La lingua salvata, uscito nel 1977, quattro anni prima dell’attribuzione del premio Nobel.
Che la vita di Canetti sia stata una vita speciale rispetto a tante altre vite lo si comprende fin dalle primissime note biografiche che incrociamo sui siti internet o che leggiamo sulla quarta delle copertine dei suoi saggi raffinati – Canetti scrisse un solo romanzo Auto da fé –
Primo di tre figli, Elias Canetti nacque a Ruse, Bulgaria, da una ricca famiglia ebrea, agli inizi del Novecento – secolo che lo scrittore ha attraversato e incarnato in ogni suo aspetto. Suo padre era un noto commerciante di lontane origini spagnole. Sua madre, Mathilde Arditti, colta discendente di un casato italiano.
Eppure i suoi genitori, entrambi aspiranti attori, dovettero faticare non poco per convolare a giuste nozze, a causa dei contrasti e le diffidenze di nonno Canetti, uomo arcigno ed egocentrico dal quale il padre del piccolo Elias decise definitivamente di allontanarsi, trasferendosi con la propria famiglia a Manchester.
Gli anni dell’infanzia inglese furono quelli che segnarono di più la vita del piccolo Elias. Intanto la prematura ed improvvisa morte del padre “Avevo sette anni quando mio padre morì, e lui non ne aveva ancora trentuno“. Un infarto fulminante che le malelingue fecero presto a collegare alla condotta ambigua di sua moglie, presunta amante di un medico viennese. “Figlio mio, tu giochi e tuo padre è morto!” il grido di dolore di mamma Mathilde riecheggerà nella mente di Elias per il resto della sua vita, diventando lo spunto ossessivo di quella famosa opera letteraria alla quale Canetti lavorò per decenni. Il suo libro più importante. Deve crederci, il piccolo Elias, a quelle voci sulla madre? Il ragazzino è molto geloso e protettivo nei confronti di Mathilde, la quale, però, lo ripaga con una scarsa considerazione. “Un idiota”, questo è il suo primogenito per la giovane e ancora affascinante vedova Canetti.
I viaggi in Europa si susseguono, così come le lingue parlate “solo nella nostra città si parlavano sette o otto lingue diverse e tutti capivano qualcosa di ciascuna“. Nonno Canetti si vantava di conoscerne addirittura diciannove. Elias è un ragazzino curioso, amante, come la madre, dell’arte e dei buoni libri. La lingua salvata, oltre che il racconto di una giovinezza ricca e armoniosa, è soprattutto un generoso e appassionato tributo ai grandi classici della letteratura e allo studio della storia e della filosofia. Grandi avvenimenti come la prima guerra mondiale, l’affondamento del Titanic e il terremoto di Messina fanno da sfondo ai fatti narrati e si intrecciano perfettamente alle vicende personali e familiari del giovane protagonista. Il pubblico che irrompe nel privato finisce quindi per allargare i confini della storia, arricchendola di divagazioni e di ulteriori spunti di riflessione.
La scrittura di Canetti è superba, precisa, elegante, e il racconto della sua vivace gioventù, uno straordinario romanzo di formazione che si spalanca come una finestra sulle bellezze e le atrocità del Novecento.
Angelo Cennamo
Un latino sulla cortina di ferro
Un uomo forgiato dalla cultura latina trova al confine tra mondo slavo e tedesco, sulla confluenza rumorosa dei grandi fiumi dell’Europa Centrale, le misere vestigia di un impero crollato da molto meno tempo di quello che è abituato ad amare. Devin è famosa per essere stata la sede di una caposaldo del poderoso limes romano, centro di irraggiamento della civiltà mediterranea nella pianura alluvionale del Danubio e sede delle legioni imperiali. Stretto tra i Carpzi e la foce della Morava, però, c’è un confine molto più sottile che fa ancora paurosamente capolino tra le paludi. E tutta la storia si legge in un momento sulle rughe della geografia. Le nebbie del luogo, infatti, non riescono a nascondere le tracce arruginite della cortina di ferro. Il passato del Novecento – secolo dal fiato corto e dalla memoria labile – ha, nel fango degli acquitrini del posto, il sapore del sangue. E’ davvero l’inizio dell’Impero del male, il cui sentore minerale impasta ancora la terra e si impaluda, come sulla via che porta a Mordor. I lupi slovacchi, maestosi di ferocia, sono l’unica cosa davvero viva di questo diverso limite, che ha pesato per appena cinquant’anni sull’Europa ed è stato frettolosamente cancellato. Più che nei grigi palazzoni sovietici, nei ridicoli monumenti dell’ingessato realismo socialista, qui si avverte ancora il peso dell’oppressione. Pulsa vigorosa, al contempo, tra i fiumi la passione di un popolo di non voler essere più sottoposto a qualsiasi straniero. Dovunque bandiere nazionali con al fianco quelle dell’Unione Europea, nel tentativo di affermare una specificità etnica e culturale in un contesto che possa garantire libertà. Sono, però, le parole di Winston Churchill – non solo “Da Stettino a Trieste”, riportate per esteso sul dimesso memoriale – e le quattrocento croci ricordo di quanti hanno provano senza successo a varcare la cortina, che segnano il paesaggio. Chi sa guardare più lontano nel proprio passato, sa immaginare e sognare meglio il futuro, farlo proprio. Non a caso, la doppia citazione del premier britannico è proposta in slovacco, inglese, russo e tedesco. Quasi che si voglia dire: sappiamo cosa significhi essere dominati e non vogliamo cadere di nuovo in questa situazione, chiunque sia il padrone di turno. I fiumi guardano senza indifferenza il ferro divelto ed i fiori che lo coronano: tutto scorre, tranne il desiderio di libertà. E’ il trionfo dell’animo latino, che da millenni sa ed insegna a costruire un ordine solare, in cui il mosaico restituisca la giusta dignità a ciascuno dei propri tasselli. O, ancora, il turgore metafisico della Controriforma romana, che ha calato sulla piattezza del materialismo storico la sua bellezza tormentata, gonfia d’oro e di insopprimibili interrogativi sull’uomo. La fierezza e l’esuberanza della tranquillità dell’ordine non si trovano più solo sulle rive del Tevere, ma anche lungo il Danubio ed hanno il respiro dei secoli. Qui procul hinc?
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