CANADA – Richard Ford

Canada - Richard Ford

Ho letto le ultime cinquanta pagine di Canada ripensando a una frase contenuta nel finale del romanzo, e che ho sentito citare da Sandro Veronesi al Salone del libro di Torino del 2016, mentre sul palco, davanti a una folla di lettori appassionati, intervistava l’autore del libro, Richard Ford. Il periodo inizia così: “Quando più tardi ripensò a questi fatti, se lo fece, sono certo che Remlinger non ebbe per me un solo pensiero, e forse aveva persino dimenticato che ero presente“. Ed ecco la frase: “come un martello lasciato in una fotografia solo per fornire la scala degli oggetti, per essere un punto di riferimento, e che esaurisce il suo valore una volta scattata l’istantanea”. Ford ha spiegato di aver appuntato queste parole su un taccuino prima ancora di immaginare il romanzo che le contiene. È il suo metodo. Gli capita cioè di pensare a delle situazioni, a delle frasi, e di lasciarle in sospeso, nell’attesa di collocarle prima o poi nel libro giusto. Il racconto di Ford mi ha divertito molto: l’idea che una trama possa nascere e svilupparsi intorno a una frase ideata diversi anni prima, senza punti di riferimento, l’ho trovata originale e affascinante al tempo stesso.

Ma riavvolgiamo il nastro:

Prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori. Poi degli omicidi, che avvennero più tardi.

A distanza di cinquant’anni dai fatti, il professor Dell Parsons, un americano trasferitosi in Canada, ricorda gli avvenimenti che hanno cambiato per sempre la sua vita e quella di Berner, sua sorella gemella. La storia ha inizio nel 1960 in una tranquilla cittadina del Montana, Great Falls. È qui che vivono i Parsons, una famiglia apparentemente normale, uguale a tante altre. Bev è un sempliciotto dell’Alabama, di bell’aspetto, prestante, sempre sorridente, ottimista, un aviere in congedo. Neeva, sua moglie, è un’immigrata ebrea, una donna minuta, occhialuta, amante della poesia e dell’arte. Per quanto diversi per cultura, stile, idee, temperamento, i due decidono di sposarsi quando lei scopre di essere rimasta incinta. Neeva non ha amici, né senso dell’humor: è una disadattata che reprime nel silenzio e nell’isolamento la propria infelicità. Vorrebbe chiedere il divorzio, ma si trattiene. Dopo l’esperienza in aviazione, Bev fa mille mestieri: vende automobili, case coloniche, poi finisce in uno strano giro di carne di manzo rubata e rivenduta, e accumula un debito di duemila dollari. Potrebbe fare un prestito, chiedere aiuto a un familiare o a qualche amico: in fin dei conti non si tratta di una somma elevatissima. Bev però sembra inspiegabilmente orientato a ripianare quel debito attraverso un piano criminale: rapinare una banca Era una cosa che aveva sempre desiderato fare, dirà Dell cinquant’anni dopo. Ma le sorprese non finiscono qui. Neeva, infatti, anziché dissuadere Bev, di farlo ragionare, avalla l’operazione decidendo addirittura di fargli da complice. Ora sembra rinsavita; quel torpore misto di malinconia e di frustrazione, di fronte all’idea della rapina, perde via via consistenza. I due si riavvicinano, parlano, si sorridono. Scelgono di rapinare una banca del North Dakota, poco distante dal confine. Il piano è una sequela di improvvisazioni: Bev usa l’auto di famiglia e, una volta entrato in banca, non si preoccupa neppure di coprirsi il volto. Il colpo riesce, sì, ma già durante il viaggio di ritorno Bev e Neeva capiscono che presto la polizia si metterà sulle loro tracce e che non la passeranno liscia. La scena del loro arresto, a Great Falls, coi ragazzi che restano soli in casa, è una delle migliori cose che io abbia mai letto.

Nella seconda parte del romanzo Berner e Dell devono cominciare una nuova vita. La ragazza è più spigliata e ribelle del suo gemello. Fugge via, chissà dove. Dell invece viene contattato da un’amica di sua madre che lo porta con sé in Canada. Nessuno va a cercare i due ragazzi, né la polizia né il tribunale per i minorenni, il che spiega bene che razza di posto fosse Great Falls.

Il secondo tempo di Dell è tutto da scrivere, in una terra a lui sconosciuta e ostile. Farà nuovi incontri, nuove drammatiche esperienze. La salita che dall’inferno lo condurrà alla libertà è ancora lunga e piena di insidie. Ford scandaglia con abilità i tormenti del giovane protagonista nelle sue continue peripezie, tratteggiando con altrettanta precisione i caratteri dei personaggi che lo circondano in quel doloroso trapasso verso la salvezza: Arthur Remlinger, il misterioso direttore dell’albergo dove Dell viene assunto, Florence, la sua compagna artista, e Charley Quarters, lo spietato cacciatore di anatre, figura che sembra uscita da una trama western. Canada è un romanzo superbo con un finale commovente. Una storia di confini: geografici, tra il bene e il male, tra libertà e responsabilità, adolescenza e vita adulta La mia idea è sempre quella di un confine da attraversare; adattamento, passaggio progressivo da un modo di vivere che non funziona a uno che funziona. Il miglior Ford.

 Angelo Cennamo

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UNDICI SOLITUDINI – Richard Yates

undici solitudini - Richard Yates

Per certi versi, la vita di Richard Yates ricorda quelle di altri grandi scrittori del suo tempo. Penso a John Fante o a Charles Bukowski. Vite difficili, fatte di stenti, di mancati riconoscimenti, di malinconia, e dipendenza dall’alcol. Negli anni Cinquanta, quindi prima della pubblicazione del suo primo romanzo – il celebre Revolutionary road – Yates compone Undici solitudini, una raccolta di racconti considerata tra i capolavori della narrativa americana della seconda metà del Novecento “l’equivalente newyorkese di Gente di Dublino di Joyce” secondo il New York Times.

Il libro esce nel 1962 e non riscuote un grande successo di pubblico: nessun libro di Yates, del resto, ha superato le dodicimila copie vendute. Di lui si dice che sia più amato dagli scrittori che dai lettori, forse per le sue storie disturbanti, senza un lieto fine. “Gli americani sono sempre stati inconsciamente convinti che tutte le storie avranno un lieto fine”, sosteneva Adlai Stevenson, l’eterno secondo alle elezioni presidenziali degli anni Cinquanta, sconfitto due volte da Eisenhower, poi da John Fitzgerald Kennedy. Pare che questa frase campeggiasse anche sulla scrivania di Yates, tra gli appunti disordinati, le bottiglie di whisky svuotate durante le pause dalla scrittura, le foto dei figli e delle ex mogli fuggite da quel mondo grigio e paranoico nel quale si era recluso – quasi a voler dettare un senso, una direzione alle sue trame, i cui protagonisti sono il più delle volte dei perdenti, donne e uomini soli, abbandonati al loro destino e senza speranza.

Harry di Nessun dolore è un reduce di guerra ricoverato in ospedale per un brutto male. Alla vigilia di Natale, riceve la visita della moglie che lo tradisce con un altro uomo. Harry sembra contento di vederla, ma dopo aver scambiato con lei poche parole di circostanza, spreca quei pochi minuti che ha disposizione leggendo un articolo di una rivista. In Costruttori, per pochi dollari, un aspirante scrittore, spiantato e sfortunato, accetta di fare da ghostwriter a un tassista vanitoso che gli offre spunti e aneddoti sulla sua professione. I personaggi di Yates sono degli incompresi che rifiutano di adeguarsi all’onda del conformismo. In altri casi, malati e disoccupati. In altri ancora, dei mediocri, oppure semplicemente vittime di familiari distratti e inconsapevoli. Persone fuori posto, incapaci di realizzare i loro sogni, e per questo finite ai margini di una società che non li vede o non li riconosce.

Yates è il prototipo dello scrittore moderno. Per lo stile, per il suo periodare, scarno ma potente, ricorda un po’ Hemingway, il romanziere al quale proprio il Bob di Costruttori vorrebbe ispirarsi, ma la sua attenzione è rivolta alle relazioni umane e al sociale, più che agli spazi sconfinati della natura o a grandi imprese – e Richard Ford, lo scrittore realista e minimalista, il discepolo ideale che del suo Revolutionary road scrisse una brillante e accorata prefazione in occasione dei quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Per quanto poco conosciuto dal grande pubblico e fuori dai maggiori circuiti editoriali – meno male che in Italia abbiamo Minimumfax – considero Richard Yates uno dei migliori scrittori americani della seconda metà del Novecento, al pari di Malamud, Bellow e Roth. L’ho già scritto. Lo scriverò ancora.

Angelo Cennamo

     

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REVOLUTIONARY ROAD – Richard Yates

RevolutionaryRoad_ Richard Years

In questi giorni sto rileggendo tre autori che mi piacciono molto: Richard Ford, Raymond Carver, Richard Yates. Sono accomunati dal tratto minimalista: mai una parola superflua o inutili barocchismi, e da trame improntate al realismo, storie di persone comuni, uomini e donne che faticano a trascinarsi nella quotidianità, gente sconfitta dalla malasorte, a volte rosa dall’invidia, con problemi familiari e di dipendenza dall’alcol. Di Yates si dice che sia uno dei maggiori scrittori americani sconosciuti. Ce ne sono tanti. Basti pensare per esempio a Don Robertson o a John Edward Williams, l’autore di Stoner, romanzo che ha atteso mezzo secolo prima di essere celebrato tra i capolavori del Novecento. O a John Fante, riscoperto per caso da Charles Bukowski dopo anni e anni di oblio. Della vita difficile e tormentata da poeta maledetto di Yates ne sono piene le prefazioni e le quarte di copertina dei suoi libri, sempre poco venduti. Yates è uno scrittore amato e apprezzato dagli scrittori, meno dal pubblico. Come si spiega? Le sue storie disturbano, costringono i lettori a guardarsi dentro, a meditare sui propri fallimenti, ecco perché. I personaggi di Yates il sogno americano lo inseguono, ma non lo realizzano mai. Se avete voglia di leggere storie con un lieto fine non leggete i libri di Yates, soprattutto non leggete Revolutionary road, il suo romanzo di esordio, il più conosciuto. Il libro si apre con la prefazione precisa, accorata di uno scrittore per certi versi allievo, discepolo di Yates: Richard Ford. Tutto torna.

Siamo negli anni Cinquanta: nel quartiere residenziale di Revolutionary Hill, Connecticut occidentale, a metà strada tra la campagna e la città di New York, vivono i coniugi Frank e April Wheeler con i loro due bambini. Giovane reduce di guerra, laureato alla Columbia University, Frank sembrerebbe destinato a una carriera di successo ma è imboscato al quindicesimo piano della Knox Business Machines – la stessa azienda dove un tempo era impiegato suo padre – tra i cubicoli dell’ufficio vendite il lavoro più cretino che si possa immaginare.

Sua moglie è una donna dai nervi fragili, incompresa, prigioniera di un matrimonio infelice – Ti amo quando sei gentile – e attrice senza talento in una filodrammatica locale. La vita piccoloborghese dei conformisti Wheeler scorre noiosa tra cenette alcoliche coi vicini – grigi, invidiosi, tristi, spesso invadenti, come Shep e Milly Campbell, e la signora Givings, l’agente immobiliare con un figlio pazzo e impiccione più di lei – e il monotono andirivieni del treno dei pendolari, lo stesso che Frank prende tutte le mattine per raggiungere New York.

Per stemperare quel clima così poco stimolante e di crescente ostilità tra lei e il marito, April escogita un piano delirante: vendere la loro casa e trasferirsi a Parigi. Ma per fare cosa? Lavorare nello staff segretariale della NATO mentre Frank avrà tutto il tempo di leggere, studiare, approfondire, pensare a come realizzarsi, facendosi mantenere da sua moglie. Un progetto evidentemente strampalato, troppo rischioso, un salto nel buio per una coppia come loro senza soldi e nessuna conoscenza in Europa. Le tensioni in famiglia aumentano, anche perché alla Knox qualcuno finalmente si accorge del talento sprecato di Frank e gli promette un lavoro migliore, più prestigioso e ben retribuito. La terza gravidanza, non desiderata come le prime due, è un duro colpo per i già fragili nervi di April. Il piano è fallito, tutt’al più rimandato. La distanza tra i due coniugi cresce giorno per giorno: quel Ti amo quando sei gentile diventa Non ti amo, non ti ho mai amato. Lo squarcio di infelicità non si può ricucire, tutto precipita.

Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico  di foglie verdi e gialle… .

Angelo Cennamo

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LA PESTE

 

 

La Peste

 

 

A Sorano quella mattina soffiava un vento caldo da est, in direzione della raffineria. Onde di calore si sollevavano dall’asfalto appena rifatto e si propagavano lentamente verso il cielo d’agosto, disegnando sinuosità che distorcevano i portoni e le finestre di via Galileo Ferraris. Era domenica. Dalle tende di un ultimo piano le note di un tango argentino scivolavano sulla strada fino all’incrocio con la Statale, dove la pagina ingiallita di un giornale si separava da un’altra e rotolava lungo tutto il marciapiede prima di avvolgersi alla pensilina del tram. Al numero 122, dietro la saracinesca della sua libreria, Vittorio Brancaccio aveva smesso di pensare a se stesso e alle cose del mondo; tra i suoi piedi e il pavimento mancavano poco meno di due metri, lo spazio minimo per cancellare il disonore e una vita che si era immaginato diversa. Dovranno passare più di otto ore prima che Mario, il figlio prediletto, l’alleato fedele, l’impiegato esperto e devoto, lo veda penzolare dal soffitto vicino alla pala del ventilatore, tra gli scaffali della narrativa americana, la sua preferita, e quelli della saggistica.

Lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai.  (Albert Camus)

Era cominciata più o meno così la storia di un’antica libreria in un luogo di confine nella periferia industriale di una grande città, e di una ricca e stimata famiglia napoletana, travolta da una insolita e beffarda sequela di misfatti: i Brancaccio.

Ora sono bambino e sto guardando la signora Anna seduta alla cassa mentre prende appunti su un registro a quadretti. Intorno a lei il rumore del silenzio odora di pulito e del profumo francese che si irradia dal suo collo esile e delicato fino all’ingresso del negozio. Un raggio di sole penetra il pulviscolo che orbita tra i nostri corpi poco distanti prima di posarsi sulle mattonelle verde petrolio del pavimento. L’orologio a muro dietro il bancone segna le cinque e un quarto.

Sig.ra, ecco le cinquecento lire che vi dovevo.

Grazie, tesoro. Mi sorride, allungando la mano bianca e sottile verso la mia, più piccola ed esitante. Poi ricomincia a scrivere mentre i miei occhi restano fissi sui suoi capelli lisci, raccolti sulla nuca da un fermaglio di madreperla.

Ti serve altro, tesoro? No, nient’altro. Grazie. Buona giornata.

Buona giornata anche a te. A presto.

Era da poco finita la guerra quando i fratelli Brancaccio tornarono a Sorano per riaprire la libreria di via Ferraris. I bombardamenti l’avevano risparmiata, ma i muri esterni presentavano delle crepe e la fuliggine della raffineria aveva annerito buona parte degli arredi. Entrando, Vittorio ebbe la sensazione   di trovarsi in un cimitero. Chiazze di intonaco si erano staccate dalle pareti e avevano coperto la parte alta degli scaffali e il pavimento. Le ragnatele nere agli angoli del soffitto disegnavano triangoli perfetti. La puzza di zolfo e di detriti era insopportabile. Una trave del soffitto aveva ceduto fino ad incrinarsi pericolosamente in direzione del bancone nascosto sotto una coperta militare che lasciava intravedere solo i lati e la base massiccia. Del salottino di pelle dove i clienti più assidui amavano intrattenersi per conversare e leggere qualche pagina, neppure l’ombra. Qualcuno lo aveva trafugato o forse era stato portato via prima della guerra senza che lui lo ricordasse.

E’ questa la tomba di papà, pensò Vittorio mentre si aggirava prudente tra i resti del mobilio impolverato e le schegge di muratura. Prima di uscire volle dare un’occhiata ai suoi volumi preferiti, quelli della narrativa americana. Si sorprese nel vedere che Faulkner, Hemingway, Melville, Scott Fitzgerald erano rimasti al loro posto, nello stesso ordine alfabetico di sempre. Estrasse Moby Dick. Ci soffiò sopra e pianse.

Oltre il cognome i fratelli avevano ben poco in comune. Mario era alto e ossuto come la madre. Col volto scavato e gli occhi di uno strano colore, a metà tra il grigio e il verde.  Vittorio aveva preso dal padre la corporatura robusta, la statura media e i capelli neri e ricci. Mario era un ragazzo pragmatico, laborioso e portato per i lavori manuali. Il suo mondo era popolato di pinze, giraviti e chiavi inglesi. Vittorio non era capace neppure di svitare la lampadina da un’abatjour; usava le mani solo per sfogliare i libri e per scrivere di tanto in tanto delle poesie che dedicava alla moglie. E’ nato per fare lo scrittore, dicevano di lui. Elegante e vanitoso, non si separava mai dal Borsalino e amava indossare i guanti sia d’estate che d’inverno. Vittorio era un vero dandy. Tra i suoi amici figuravano pittori, intellettuali e orchestrali del teatro San Carlo, la sua seconda casa dopo la libreria di via Ferraris. Lo chiamavano Vic per via dei suoi trascorsi in Provenza. Cosa ci era andato a fare?

Non fa per me, disse Mario quando sul tavolo della camera da pranzo stile Luigi XV suo fratello srotolò il progetto di ristrutturazione dei locali che aveva fatto preparare dall’architetto Ambrosio, suo vecchio compagno di liceo.

Di libri non ne so nulla, e poi a scuola faticavo parecchio per avere la sufficienza. Non ti ricordi?

Lo ricordo eccome, disse Vittorio.

Ma a quelli ci penserò io, tu dovrai occuparti di altro.

Cos’altro c’è in una libreria oltre i libri? Chiese Mario. Vittorio rise.

I registri, gli ordini, i conti, le fatture. Ti sembra poco?

Ah, ho capito: ti serve un contabile.

Anche, disse Vittorio, dandogli un buffetto sulla guancia.

In quel luogo Vittorio aveva trascorso gran parte della sua vita. Da bambino lui e il padre si divertivano a fare un gioco: dovevano ricordare più titoli e più autori possibili di ciascuno degli scaffali. Uno sforzo di memoria notevole al quale però il piccolo Vittorio era allenatissimo. Tanto che il più delle volte era proprio lui, Vittorio, a dire ai clienti se un volume era o meno disponibile nella libreria. Come quella volta che l’Avvocato Gorrasio chiese di acquistare l’Ulisse di Joyce.

Non lo abbiamo: l’ultima copia è stata venduta la scorsa settimana, disse lui tra lo stupore di tutti i presenti.

Non è possibile, intervenne il padre. Dovremmo avere ancora una copia di Joyce. Guarda meglio.

Ti confondi con “Gente di Dublino”, papà, disse Vittorio. Aveva ragione lui.

Appoggiata al vetro, Anna Serrelli guardava la strada sorseggiando il primo caffè della giornata.

Il traffico su via Ferraris scorreva lento come una processione, e il rumore dei tram di tanto in tanto copriva la radio che lei accendeva tutte le mattine dopo aver messo la macchinetta del caffè sul fornellino a gas nel retrobottega.

Il marciapiede di fronte brulicava di studenti e di donne con le borsa della spesa. La fiaccola sulla torre della raffineria, in fondo alla strada, era una bandiera gialla che sventolava sul cielo grigio e polveroso di Sorano. Anna guardò in direzione della pensilina dove un tram aveva appena rallentato. Scesero dei ragazzi con le cartelle sotto al braccio e una coppia di anziani, Lui non c’era. Strano, pensò, a quell’ora sarebbe dovuto essere già al suo posto, dietro il banco della libreria.

Raccolse i pensieri molesti nella tazzina vuota e si diresse nel retrobottega per darsi una sistemata ai capelli e rifarsi il trucco, ma il clic della porta la costrinse a voltarsi.

Scusate, ho avuto un contrattempo. Non sapeva che lei fosse da sola.

Ho appena fatto il caffè, disse Anna fissando i suoi occhi.

Lo prendi?

Si guardò in giro.

Don Vittorio non è arrivato?, chiese

Non ancora, rispose lei, stirandosi con le mani la gonna stretta sui fianchi.

Si chiamava Ottavio Molinari. Aveva 20 anni, l’età di suo figlio. Il più piccolo, Gianluca. Alto, smilzo, moro e dalla carnagione olivastra. Fresco di studi e con una buona parlantina. Anche per questo Vittorio lo aveva assunto come commesso part-time. Era un giovanotto simpatico, educato, onesto e volenteroso, avrebbero detto di lui un anno dopo, quando della sua vita si sarebbe persa ogni traccia.

Anna se ne innamorò il primo giorno. Dopo le presentazioni, il suo sguardo innocente e virile al tempo stesso le si era posato su uno spicchio di seno che la morbida camicetta color panna lasciava intravedere.

Poi gli occhi guardarono gli altri occhi e i due si ritrovarono in silenzio, come complici di qualcosa che non era ancora accaduto.

“L’amore, pensava, doveva manifestarsi di colpo, esplosione di lampi e fulmini, uragano di cieli che si abbatte sulla vita, la sconvolge, strappa via ogni resistenza come uno sciame di foglie e risucchia nell’abisso l’intiero cuore” (Gustave Flaubert)  

Ho fatto un sogno. Eravamo sulla moto, io e te, fermi sotto la prima torre a guardare la fiamma in alto che improvvisamente cambiava colore. Prima viola, poi rossa, di un rosso intenso, poi blu elettrico, poi nera. Era diventata densa, molto densa, pastosa. Veniva giù come la lava del Vesuvio. Il magma scendeva verso di noi inghiottendo ogni cosa. Intorno alla raffineria era un deserto sconfinato, giallo, abbagliante.  Faceva molto caldo, non si respirava, gli occhi mi bruciavano. Grondavamo di sudore. Il sellino era diventato rovente e il parabrezza stava cominciando a sciogliersi e ad accartocciarsi su se stesso. Volevo ripartire ma la moto era bloccata. Dai! Forza! Gridavi. Le ruote cominciavano a sprofondare nella sabbia così come i nostri corpi ustionati. Ciao

Angelo Cennamo

 

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CATTEDRALE – Raymond Carver

Cattedrale - Carver

Non sono portato – o forse non nutro un grande interesse – per le descrizioni fisiche: come i personaggi portano i cappelli, o se hanno il colorito pallido o rubizzo, le braccia pelose, o come sono vestiti. Ma psicologicamente credo di fare dei ritratti molto precisi, ed è così che il lettore li distingue

Chi di noi: lettori, scrittori, recensori, scribacchini della domenica, non vorrebbe un giorno arrivare a scrivere come Raymond Carver?

Ho scoperto Carver leggendo i libri di Richard Yates, anche lui bravo a raccontare storie di lucido realismo, nelle quali primeggiano soprattutto i mediocri, gli sconfitti, gli ultimi.

La parte più interessante dei racconti di Carver è quella non scritta, il non detto, l’antefatto, o quello che accadrà dopo l’ultima pagina. Nelle sue short-story i momenti decisivi vengono solo lambiti, accennati: ci sono già stati oppure ci saranno. Tutta la produzione di Carver, compreso Cattedrale, la sua raccolta più celebre, è come un solo lungo racconto nel quale non accade nulla oltre lo scorrere del tempo. Carver si sofferma su aspetti spesso insignificanti, riempie dei vuoti. In Attenti, ad esempio, il protagonista, dopo aver litigato con la moglie, va ad abitare in una mansarda. Il lettore non sa qual è la causa del litigio né se e come i due coniugi risolveranno quella crisi. Dobbiamo parlare, dice lei, ma Carver concentra la sua attenzione su un fatto del tutto marginale: l’orecchio del marito è otturato, e la moglie, che un giorno decide di bussare alla sua porta, glielo stappa. Il Carlyle di Febbre è un uomo abbandonato dalla sua compagna che si mette alla ricerca di una babysitter per i suoi due bambini. Perché è stato lasciato? Cosa ne sarà di lui? Istantanee di una quotidianità nella quale possiamo riconoscerci, sono queste le situazioni raccontate da Carver, un po’ alla maniera di Edward Hopper, il pittore americano che sapeva fermare il tempo nei paesaggi urbani e familiari.

Cattedrale si compone di dodici racconti, straordinari per tecnica descrittiva, intensità. Il libro si apre con lo stravagante invito a cena di Penne, una storia quasi horror nella quale rimaniamo turbati e divertiti dai dentoni della padrona di casa, Olla, e dal suo bambino brutto, bruttissimo, che si lascia avvicinare da un pavone. La casa di Chef  è probabilmente una delle cose migliori che Carver abbia mai scritto nella sua breve carriera di poeta e narratore. Sette pagine di amore, nostalgia e utopia, con una coppia di ex coniugi che si ritrova per pochi giorni in una casa sul mare. Nel surreale Conservazione un uomo perde il lavoro e si trasferisce sul divano del soggiorno. Nulla lo turba, neppure la rottura improvvisa del frigorifero che la moglie promette di sostituire con un altro da comprare a un’asta. Il racconto che dà il titolo al libro è l’ultimo dei tredici. Un cieco viene ospitato per una notte da una sua vecchia amica e dal marito di lei. Dopo cena, i due uomini si ritrovano in salotto a seguire in tv un documentario sulle cattedrali europee. Il cieco chiede al padrone di casa di descrivere ciò che non può vedere, fino a che non decide di disegnarlo lui stesso guidando magicamente la mano dell’altro sul foglio.

Angelo Cennamo          

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SPORTSWRITER – Richard Ford

Sportswriter - Richard Ford

Ha raccontato una volta Richard Ford che certe sue intuizioni lui le annota su un taccuino. Appunta frasi, sensazioni, e le tiene lì ferme, in attesa di collocarle in un romanzo che non esiste. Eccone una “Solo gli scrittori veri – purtroppo – fanno parte di un club che ha soltanto un membro”. Chissà, mi sono chiesto quando l’ho letta, se Ford questa frase aveva pensato di scriverla proprio per Sportswriter il primo dei libri che raccontano la vita di Frank Bascombe, il suo Grande Romanzo Americano diluito in uno dei più straordinari cicli letterari che siano mai stati pubblicati tra il Texas e il Maine.   

“Mi chiamo Frank Bascombe. Faccio il giornalista sportivo” Inizia così la storia dell’everyman uscito dalla penna di Ford, l’americano medio che il Paris Review ha definito “uno dei più memorabili protagonisti dei nostri tempi”. Bascombe ha scelto di vivere sulla costa del New Jersey, nella piccola e anonima città di Haddam, lontano dal frastuono della Grande Mela: di notte New York può diventare una città devastante per un uomo solo. Ha alle spalle un matrimonio finito con X – ma la vita è lunga, Frank  “È possibile amare una donna, e nessun’altra, e non vivere con lei e non vederla” – due figli, e un terzo, Ralph, morto bambino con la sindrome di Reye. A soli venticinque anni, il nostro antieroe ha abbandonato una promettente carriera di scrittore per fare il giornalista sportivo. Perché? Mancanza di ispirazione “avevo perso il mio senso dell’anticipazione. L’anticipazione è il dolce dolore di chi sa cosa verrà dopo: è un imperativo per ogni vero scrittore…scrivere di sport garantisce il metodo più facile per placare la sofferenza dell’anticipazione”. Fare il giornalista sportivo più che al mestiere dello scrittore somiglia a quello dell’uomo d’affari, al commesso viaggiatore, di quelli che c’erano una volta. Ma per Frank non è affatto una retrocessione. Il suo periodo di offuscamento è “difficile dire che cosa è la causa di che, perché, in fondo, tutto è la causa di tutto” lo divide tra il lavoro, gli amici del Club Dei Divorziati e la nuova fidanzata Vicki, la giovane infermiera che sa tenergli testa e mandarlo kappao quando meno se lo aspetta. Frank è un uomo saggio e navigato. A pag. 139, l’amaro disincanto raggiunge vette narrative altissime: “Ho smesso di cercare di conoscere chiunque altro da dentro, di essere dentro di lui perché tanto non può funzionaresono anche diventato meno austero e meno scrittore serio; mi preoccupo molto meno della complessità delle cose, guardo alla vita in modo più semplice e letterale…A me piace considerarmi un letteralista. Qualsiasi cosa ci capiti, sarà, alla lettera, quel che ci capita, quando ci capiterà.  Io cerco solo di sistemare tutto meglio che posso, secondo le mie abilità”. Grande lezione di vita e grande lezione di letteratura. Le perle di saggezza di Bascombe – nel romanzo ce ne sono tante – si mescolano al talento di Ford perché i due sono praticamente la stessa persona, come Zuckerman e Philip Roth  “Se scrivere di sport insegna qualcosa è che se si vuole che la vita abbia qualche valore, bisogna essere preparati ad affrontare, presto o tardi, l’evenienza del rimpianto più terribile e amaro. E bisogna essere capaci di sfuggirvi, perché se no si corre il rischio di rovinare la propria esistenza”. Frank è riuscito a fare entrambe le cose: ha affrontato il rimpianto, ha evitato la rovina ed è ancora qui a raccontarlo “Quando le cose vanno male, dò il meglio di me. Con il successo, peggioro”. La parte finale del romanzo è occupata dal racconto di una lunga e tormentata giornata di Pasqua – i giorni di festa di Bascombe, specialmente il 4 luglio, sono sempre complicati – durante la quale al protagonista della storia accade di tutto “Il fatto è, Frank, che quando diventiamo adulti tutto d’un tratto diventiamo la cosa che si vede, non siamo più quelli che la vedono”, gli dice Walter, l’amico del Club Dei Divorziati, che dopo avergli confidato di aver perso la testa per un uomo, si lascia risucchiare nel tragico vortice della depressione. Gli sarebbe bastato chiamare una puttana da cento dollari, pensa Frank, e sarebbe andata diversamente. Questione di feeling.

Angelo Cennamo               

 

 

 

 

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NAPOLI FERROVIA – Ermanno Rea

 

Napoli ferrovia - Ermanno Rea

 

Pochi scrittori hanno saputo raccontare Napoli come Ermanno Rea: Curzio Malaparte, Raffaele La Capria, Anna Maria Ortese, Matilde Serao. Non me ne vengono in mente altri. Ho letto Napoli Ferrovia – romanzo uscito nel 2007- sulla scia di Mistero napoletano il capolavoro di Rea, che con La dismissione completa una trilogia unica nel suo genere per realismo, poesia e denuncia sociale. La Napoli di Rea non è la città panoramica e solare della canzone melodica, e neppure quella efferata della gomorroide di Roberto Saviano. E’ prima di ogni altra cosa un luogo dell’anima dove l’autore ritorna, forse malvolentieri, per ritrovare i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza, i vecchi amici scomparsi, e i segni di un riscatto che non è mai arrivato. Napoli non è cambiata affatto questa è una città che inghiotte, metabolizza fingendo di farsi essa stessa straniera via via che integra lo straniero, lo divora.

Ma perché Rea, come tanti altri intellettuali ed artisti della sua generazione, ad un certo punto della vita decide di andare via da Napoli? Volli sperimentare anch’io il distacco dalla matrice, da vivere insieme come perdita lacerante, certo, ma anche come maturazione e conquista di libertà.

Con Napoli ferrovia il ritorno si materializza con la strana amicizia tra un giornalista ottantenne e Caracas, un naziskin di origini venezuelane che detesta l’America e il capitalismo occidentale, e che ha da poco abbracciato la fede islamica. Un uomo non cresciuto del tutto, un sognatore. Il suo regno è il pianeta Ferrovia anche se una casa vera e propria non ce l’ha. Caracas è una miniera di storie, un appassionato di dolore altrui, amico di prostitute e immigrati di qualunque razza e provenienza, per questo lo chiamano il Cristo della Ferrovia.

Piazza Garibaldi, a Napoli, è un crocevia di mille etnie diverse, il suo doloroso e degradato melting pot richiama quello di altre metropoli del mondo, dal Maghreb al Brasile. Con Caracas il vecchio giornalista se ne va in giro a sbucciare la città come una mela per le strade più inquinate e malfamate. Con lui scende all’inferno per ritrovare le sue origini e visitare quei luoghi dove non avrebbe mai avuto il coraggio di inoltrarsi da solo.

Caracas a Napoli c’era arrivato all’età di sedici anni, con sua madre. Era un ragazzo pieno di ambizioni, di progetti, che aveva studiato l’arte e la grafica pubblicitaria. Ma dov’era la Napoli, la città-sogno, il luogo accogliente ed ingenuo che gli avevano raccontato? Dov’erano le brezze profumate, il mare portato dal vento sin nelle case e nei bar? Napoli era un trionfo di miasmi.

I due amici si ritrovano puntualmente a piazza Dante per perlustrare vicoli, piazze e quartieri del centro storico, ma anche per guardarsi dentro e conoscersi meglio: il giornalista nostalgico, la vecchia cariatide comunista col mito della Ragione, e il naziskin fascistoide che non ama la parola “comunismo” e neppure la parola “democrazia”, che crede nel potere della forza e che arriva a negare l’olocausto degli ebrei, a dire che le camere a gas non sono mai esistite. Giri infiniti tra palazzi anneriti dal traffico, raccontandosi aneddoti e storie familiari, come quella di Rosa La Rosa, il grande amore perduto di Caracas, la ragazza sopraffatta dalla droga e senza scampo. Facile riconoscere nel corpo martoriato e sofferente di Rosa il corpo di Napoli, la città che Rea ama in modo viscerale ma che detesta anche per la troppa tolleranza e la sua infinita rassegnazione.

Il viaggio dei due amici si conclude a piazza Mercato, un tempo punto nevralgico della Napoli mercantile, luogo tra i più deturpati dalla guerra, poi dalla speculazione edilizia, infine dalla camorra. Tutto era cominciato in quella piazza con l’avviatissimo negozio di vernici del padre dello scrittore, l’amara suggestione di un tempo che non ritorna, e ultima narrazione di un libro totale, intenso, che non può lasciare indifferenti.

Angelo Cennamo

                       

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VIA GEMITO – Domenico Starnone

 

Via Gemito - Starnone

 

Tutte le volte che si parla di Domenico Starnone – scrittore e giornalista napoletano, premio Strega nel 2001 proprio con Via Gemito –  si va a parare sempre lì: sarà lui o non sarà lui Elena Ferrante? Fossi Starnone, a certi curiosi così insisitenti e scoccianti, che nella maggioranza dei casi non hanno letto né i suoi libri tantomeno quelli della Ferrante, risponderei alla maniera di Federì, il protagonista del suo romanzo. Direi loro: “Evvabbè, lo confesso: Elena Ferrante sono io, basta che la finite di romperocàzz“.

Che personaggio, Federì, ferroviere per necessità, pittore per vocazione, inchiodato all’insuccesso prima da un padre padrone poi da Rusinè, la moglie gretta e ignorante che gli fa fare solo brutte figure, e che al telefono risponde: “pront” senza la “o” finale. Hai voglia di spiegarle che deve dire “pronto”, perché da un momento all’altro potrebbe chiamare un gallerista importante o chissà chi. Federì la tormenta, le fa del male, Rusinè è il capro espiatorio dei suoi fallimenti, e lui è un uomo arrogante, manesco, geloso, possessivo, lo è con tutti, con lei e con i suoi figli. Nessuno deve contraddirlo, e chi osa farlo è nu strunzemmèrd, tutti strunzemmèrd compresi chilli sfaccìmm dei parenti di Rusinè, una banda di impiccioni scansafatiche buoni solo a portargli via i soldi.

La tragicomica famiglia di Starnone abita sul Vomero, in Via Vincenzo Gemito – lo scultore napoletano vissuto nell’Ottocento, al quale un’altra grande scrittrice partenopea, Wanda Marasco, ha dedicato il suo Il genio dell’abbandono – titolo dal sapore ferrantiano: che non sia proprio la Marasco Elena Ferrante. Siamo nella Napoli del dopoguerra, Federì e Rusinè faticano per sbarcare il lunario: mandare avanti quattro figli e una suocera col solo stipendio di ferroviere nun è ‘na pazziella. La casa è umida, manca tutto anche il mobilio. Federì si divide tra il suo vero lavoro e quello di artista, artista che non dipinge: “pitta”. Nature morte, paesaggi, ritratti di chiunque, anche dei suoi familiari, chilli strunz che non sono capaci di stare fermi un minuto quando si devono mettere in posa. Federì è un raccontaballe che ama vantarsi davanti ai figli e la moglie di amicizie mai coltivate e di mostre alle quali non ha mai partecipato. Eppure di occasioni per svoltare ne ha avute. Durante la guerra, per esempio, le truppe angloamericane lo avevano ingaggiato come interprete e scenografo al teatro Bellini. Quanti soldi che aveva guadagnato! Si era pure conquistato la stima di artisti internazionali: attori, registi, impresari. Federico, il tuo talento qui a Napoli è sprecato, gli dicevano tutti. Ma sarà poi vero? Stanco di vivere la sua passione nell’anonimato, Federì decide di camuffarsi da comunista per intrufolarsi negli ambienti giusti, quelli che ha sempre destestato. Lui, fascistone della prima ora, ora si atteggia ad artista radical chic di sinistra, prende la tessera del pci, disegna vignette per L’Unità e La Voce del Mezzogiorno. Qui il racconto di Starnone incrocia le storie di un altro romanzo famoso Mistero napoletano: gli anni, i luoghi, perfino alcuni personaggi sono gli stessi del capolavoro di Ermanno Rea. Federì arriva a conoscere pittori illustri del calibro di Renato Guttuso, così almeno dice lui, ma per quanto si dia da fare, resta fermo ai blocchi di partenza, lui il pittore ferroviere, senza una lira in tasca, con i soliti affanni e le frustrazioni di sempre. A raccontare la storia di Federì, le sue menzogne, la sua cialtroneria goffa e fantasiosa, è il figlio maggiore, Mimì. Il suo è un viaggio nei luoghi della Napoli di oggi, tra luci e ombre di un’infanzia piena di ricordi, delusioni e quadri ormai smarriti. Il finale malinconico di un romanzo travolgente che fa ridere, pensare e commuovere.

Angelo Cennamo

 

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IL MATRIMONIO DI FEDERICO

  

Il matrimonio di Federico

Caldo asfissiante. Afa. Alle quattro di pomeriggio, con 39 gradi all’ombra, arrivammo a via Cilea, sotto casa dello sposo. Le lamiere dell’Alfa Romeo di Colajanni erano roventi come una padella, e i sedili in pelle una vera tortura per i nostri corpi già martoriati dagli abiti della cerimonia. Colajanni indossava un fresco lana blu scuro su una camicia rigorosamente bianca. La cravatta a pois era in tinta con l’enorme pochette che gli usciva dal taschino, e ai piedi calzava i soliti mocassini neri. Lucidissimi. All’ultimo momento l’avvocato dovette rinunciare al panama perché in un gesto di stizza lo aveva lanciato fuori dal finestrino dopo essersi accorto di aver sbagliato strada mannaggiamòrt. Giulia, liberatasi della divisa di ordinanza – scarpette da tennis, jeans a zampa di elefante, maglietta stropicciata e capelli arruffati – aveva ritrovato l’eleganza dei primi tempi. Per la serata aveva scelto un tubino rosso scuro con una stola color panna. In macchina aveva tolto i sandali. Cercava disperatamente di refrigerarsi con un ventaglio di seta che si era premurata di mettere nella borsetta prima di scendere. In prossimità del palazzo, Colajanni mi indicò una cabina telefonica.

– Eccola –  Cosa? – La cabina telefonica. E’ da quella cabina che Federico ci annuncia i suoi disastri – Giulia scoppiò a ridere – Quali disastri, pà?  – I peggiori – disse l’avvocato, accendendosi la sigaretta, mentre con l’altra mano si passava il fazzoletto sulla fronte. – Poverino, non lo hai mai sopportato – Giulia non riusciva a comprendere l’avversione di suo padre per quello sciagurato di Federico. Era convinta che la sua fosse pura antipatia e che l’attività di studio, quella strana goffaggine, gli errori ripetuti e ripetuti ancora, la negligenza, a volte strafottenza, non c’entrassero nulla con le liti continue: Federì, nun ne è capito nu cazzo! Federì, ma che cumbin? Federì, ho detto ricorso non atto di citazione. Federì, hai dimenticato nata vota ‘a borsa in tribunale? Eccheccazzo!

– Vedi, Giulia – disse l’avvocato – Federico per me è una persona di famiglia. L’ho accolto nello studio come un figlio. Non è vero, Eduà? Ma se devo dirla tutta, la sua ostinazione per la professione mi ha sempre fatto incazzare. Glielo dico dal primo giorno: Federì, fai un concorso. Chiedi a tuo zio se ti prendono alla Sip. Niente da fare. Deve ringraziare il suocero che gli passa quelle quattro pratiche dell’Inps, se no, a quest’ora, stava fresco. – Sarà – disse Giulia – ma con lui sei troppo severo. Dovresti dargli più tempo, nessuno nasce avvocato –

Riuscimmo a parcheggiare proprio vicino al portone, tra un cassonetto straripante di rifiuti e il furgoncino di uno fruttivendolo. Salimmo in fretta per consegnare i regali prima che lo sposo si avviasse in chiesa. Colajanni aveva comprato un orologio svizzero, completamente d’oro, con i numeri romani. Io dei gemelli ed un fermacravatta. Federico, sarà stata l’emozione o forse il caldo, non so, ci venne incontro più rincoglionito del solito, sudato come un parcheggiatore abusivo sotto il sole di ferragosto. Tanto che Colajanni, dopo avergli fatto gli auguri, si strofinò il fazzoletto sul viso, manco avesse baciato una puzzola. Con molta fatica scartò i regali ricevuti, e visibilmente  commosso ci ringraziò con un altro bacio. Colajanni però stavolta riuscì a schivarlo.

– Forza forza, avviamoci che è tardi – disse l’avvocato, guadagnando l’uscita. Montammo di corsa in macchina e sfrecciammo verso S. Antonio a Posillipo dove di lì a poco si sarebbe tenuta la funzione. Mimmo grondava di sudore e suonava il clacson all’impazzata come se stesse correndo in ospedale con un ferito a bordo. Nonostante i lavori in corso per il rifacimento della carreggiata del primo tratto di via Orazio, arrivammo sulla collinetta di Posillipo in perfetto orario. Lasciammo le chiavi a un tizio col cappellino da marinaio  che tutti chiamavano ‘o barone, e ci avviammo verso la chiesa. Io e Giulia avanti, Colajanni un paio di metri dietro di noi. C’erano molte auto in sosta e la piazzetta era mezza piena.

L’avvocato preferì rimanere all’esterno. Attese la fine della messa appoggiato alla ringhiera della piazzetta fumando come un forsennato. Di tanto in tanto si avvicinava al sagrato per controllare a che punto fosse la cerimonia. Io e Giulia invece dovemmo soffrire stoicamente tra i primi banchi del santuario assieme agli altri invitati assiepati fino all’ingresso. Benedizione. Campane. Amen. Foto. Quando finalmente gli sposi uscirono, fu una liberazione per tutti. Colajanni si rimise immediatamente alla guida della sua Giulietta e, prima ancora che io e Giulia ci sistemassimo nell’abitacolo e chiudessimo per bene gli sportelli, sgommò verso il ristorante. Il peggio era passato.

Da Ciro a Marechiaro l’aria profumava di polpi all’insalata e di fritto di paranza. Il tavolo che ci avevano assegnato era nell’angolino più suggestivo della terrazza. Il tramonto ci sorprese all’improvviso – Finalmente respiriamo – disse Giulia, aggiustandosi i capelli con un fermaglio di madreperla. La brezza si fece piano piano vento e gli ombrelloni all’estremità della terrazza cominciarono ad ondeggiare.

Un’orchestrina prese a suonare uno vecchio swing americano e la terrazza di colpo si trasformò in una pista da ballo. Alla batteria riconobbi Marcello Calopresti, un vecchio compagno di università che non vedevo da anni. Federico conosceva Marcello? Forse era solo un caso. Suonavano pezzi americani molto ritmati, “sincopati” diceva l’avvocato. Poi passarono ai classici napoletani, sempre con arrangiamenti americani. Quando sulle note di “Voce e notte” l’avvocato scoppiò a piangere, non riuscii a trattenere il mio stupore: Colajanni aveva un animo sensibile e io non me ne ero mai accorto. Giulia lo guardò con tenerezza. Con la mano gli accarezzò la fronte. Li osservai in silenzio, rapito da quella scena così commovente ed insolita per due persone come loro, decisamente poco inclini al sentimentalismo. Giulia meno di lui. Eppure. Quella canzone doveva significare sicuramente qualcosa per entrambi. Giulia più tardi mi spiegò che era la stessa che aveva fatto innamorare i suoi genitori. Di fronte al ricordo della moglie, scomparsa prematuramente proprio nel dare alla luce la loro unica figlia, Colajanni non ce la fece a mascherare il suo stato d’animo e si lasciò andare ad uno straziante sfogo emotivo suscitando la curiosità degli invitati più vicini al nostro tavolo. Lui non se ne curò e si abbandonò fino in fondo al doloroso ricordo, accompagnando le note con un leggero gesto della mano. Poi, rialzando il capo e incrociando il mio sguardo affettuoso, accennò un sorriso, amaro e stentato. Solo un’infelice incursione di Federico poteva spezzare quel malinconico incanto, quell’atmosfera così struggente e beffarda. Difatti, proprio in quell’istante, il giovane sposo, contro ogni benevolo senso dell’opportunismo, si materializzò al nostro tavolo, e vedendo Colajanni in quello stato, con gli occhi rossi di pianto, esclamò ad alta voce – Avvocà, ch’è successo? Non vi sentite bene? Chiamo qualcuno? – Colajanni girò il collo strangolato dalla cravatta di Marinella, e con la coda dell’occhio gli fece capire che era tutto a posto. Poi, con la mano gli fece segno di andare. Dove, lo intuimmo solo io e Giulia.

Angelo Cennamo

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MISTERO NAPOLETANO – Ermanno Rea

 

 

Mistero napoletano - Ermanno Rea

 

Se tu avessi un miliardo di miliardi ti compreresti Napoli? E come la cambieresti?

Era questa la domanda più ricorrente nelle conversazioni che il giovane cronista de L’Unità Ermanno Rea intratteneva con i suoi compagni della redazione napoletana nell’Angiporto della Galleria Umberto. Siamo negli anni Cinquanta, Napoli è una città provata dalla guerra e dalla miseria, il suo porto è occupato dalla sesta flotta dei Marines, e nel pci locale sta per deflagrare uno scontro violentissimo tra l’ala stalinista incarnata dal segretario cittadino Salvatore Cacciapuoti, il despota, uomo arcigno, legato alla rigida ortodossia comunista, e i militanti del gruppo Gramsci, come dire: la parte più moderata, democratica e riformista del partito, e che ha avuto in Guido Piegari forse il suo esponente di spicco. A distanza di oltre trent’anni da quella esperienza politica e professionale, Rea decide di  tornare nella sua città per indagare su una vicenda misteriosa che lo ha tormentato per tutto questo tempo: il suicidio dell’amica e collega di redazione Francesca Nobili, avvenuto la sera del venerdì Santo del 1961.

Francesca sembra un personaggio uscito da un romanzo dell’Ottocento, l’eroina di una romantica e intricata storia di tumulti e di passioni che finisce in tragedia, invece è una donna reale, esistita per davvero nella Napoli del dopoguerra, e che per un decennio o forse meno ha incrociato il proprio destino con quello dell’autore di questo libro inchiesta, un po’ saggio un po’ romanzo, che ricostruisce fatti e circostanze seguendo la cadenza di un diario. Attraverso le testimonianze di vecchi amici, documenti archiviati e i diari della protagonista consegnatigli dalla figlia Viola, Rea ripercorre la lunga vicenda personale e familiare della cara amica scomparsa. La storia di Francesca si intreccia con quella del partito nel quale lei stessa militava, e ha come sfondo una Napoli in piena guerra fredda che sta vivendo una stagione cruciale per la rinascita dell’intero meridione.

La ricostruzione letteraria di Rea è molto particolareggiata, Rea nasce cronista e solo dopo una singolare esperienza da fotoreporter, all’età di 63 anni, si reinventa romanziere, e che romanziere.

Francesca Nobili – che si firmava Francesca Spada, col cognome di sua madre – era arrivata a Napoli all’età di quattro anni, dopo essere nata a Tripoli nel 1916 da un ufficiale di cavalleria scomparso forse in un’imboscata. Rea ce la descrive come un’apolide, estranea cioè a qualunque modello sociologico o culturale legato alla tradizione locale. La sua patria era il mondo intero, diceva. Era una donna affascinante, colta, dall’animo inquieto, con due lauree e un diploma al conservatorio. Non si curava del proprio aspetto, si mostrava sciatta, trasandata, agli abiti e ai rossetti preferiva la musica, la politica e la poesia peccato che amasse seppellire le sue grazie in un eterno maglione nero dal collo alto.

In verità, insieme alle sue grazie, Francesca avrebbe desiderato seppellire molto altro, un passato scandaloso che l’aveva resa difronte al pci napoletano una poco di buono, una donna sopra le righe, inaffidabile, una spregiudicata, anzi: una puttana. Prima di legarsi a Renzo, altro membro del pci e protagonista del romanzo, Francesca aveva avuto infatti un precedente matrimonio e un successivo compagno conosciuto in una setta di teosofici che praticava l’amore universale, Ugo Giannino, dalla cui unione erano nati i primi due dei suoi quattro figli. Ugo era riuscito a portarglieli via perché figli di “madre ignota” – la legge del tempo glielo consentiva. Ma non basta. Francesca era imputata del reato di saccheggio davanti al tribunale di Latina per una vecchia storia che risaliva al tempo della guerra e che, più avanti nel racconto, la spingerà a costituirsi in carcere. Insomma, il nome di Francesca era sulla bocca di tutti e non sempre per il suo fervore politico o per la passione con cui si dedicava al giornalismo. Lei e il suo nuovo compagno erano diventate persone scomode, moralmente indifendibili per quello stile di vita così disordinato, scandaloso, e quindi ricattabili.

Dicevamo di Renzo, Renzo Lapiccirella, l’attuale marito di Francesca. Rea ne parla come di un uomo di bell’aspetto, intelligente, generoso, disposto a sacrificare la propria laurea in medicina per perorare la “causa comunista” e inseguire un’improbabile vocazione al giornalismo. Renzo, si direbbe, è un vero progressista: non curante della malevolenza, delle calunnie, dei pregiudizi ( siamo nella Napoli degli anni Cinquanta), sfida tutto e tutti pur di stare con Francesca. I due abitano con i loro figli in una palazzina sui Camaldoli, in una casa misera, senz’acqua né riscaldamento, arredata di soli libri ( quelli non mancano mai) e da un pianoforte sgangherato al quale Francesca sfoga spesso i suoi tormenti.

L’ambiente al giornale e nel centro della città è certamente più stimolante, luccicante, un’atmosfera, reale o romanzata che sia, ricca di fermento e inebriante che il lettore percepisce, annusa anche con una certa invidia. Renzo e Francesca frequentano politici, artisti e intellettuali, un’umanità variegata e appassionata nella quale brilla su ogni altra la stella del più umanista degli scienziati: Renato Caccioppoli, il matematico matto che ispirò il primo film di Claudio Martone, e che si tolse la vita con un colpo di pistola nel 1959, due anni prima di Francesca.

Attraverso la sua persona Rea e tanti suoi compagni intravedevano come una possibilità quasi un sogno che non avevamo neppure osato sognare: quello di un comunismo trasandato, spettinato, stretto in un impermeabile un po’ liso, un comunismo insieme tenero e beffardo, divorato dalla passione per tutte le cose belle e giuste che esistevano sulla terra, un comunismo privo di pregiudizi, tollerante, nutrito di tutte le lingue presenti nel grande albero della vecchia cultura europea. Soprattutto, un comunismo non separato dalla libertà.

Lui, Renzo e Francesca erano accomunati da una napoletanità atipica, poco incline al folklore, molto anticonformista, e le loro scorribande in trattoria o in galleria, al giornale, ce lo confermano.

A questo punto una domanda è  d’obbligo: ma Rea era innamorato o no di Francesca?

E qui forse è arrivato il momento che io chiarisca in maniera perentoria di non essere mai stato innamorato di Francesca. Ma che chiarisca, nello stesso tempo, che la nostra è stata sicuramente un’amicizia amorosa” pag. 63.

Per quanto ci tenga a chiarire, Rea non ci convince affatto.  La sensazione è che l’autore della pasionaria Francesca sia stato innamorato eccome, e che nel suo libro inchiesta abbia taciuto non poche cose. Per rispetto, pudore o semplicemente per galanteria. Ma non importa: chi di noi non si sarebbe innamorato di Francesca, di una donna così fuori dagli schemi da sembrare un personaggio letterario più intrigante di una Emma Bovary o di Anna Karenina?

È il realismo, bellezza. Rea intinge la sua penna nell’inchiostro della vita e dei ricordi e confeziona un capolavoro di altri tempi. Un romanzo d’amore e d’amicizia intriso di storia e di politica. Malinconico, audace, carico di poesia e di sentimenti sconfitti.

Angelo Cennamo

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