LA SECONDA VITA DI ANNIBALE CANESSA – Roberto Perrone

La seconda vita di Annibale Canessa - Roberto Perrone

Gli Anni di piombo, gli attentati, i sequestri, le stragi terroristiche di matrice rossa e nera, quel clima da guerra civile che per oltre un decennio, da piazza Fontana in avanti, ha seminato morte, misteri e paura nell’Italia postsessantottina, sono ancora materiale prezioso per romanzieri, saggisti, sceneggiatori, cineasti e autori televisivi. Avevo letto tempo fa un libro di una giovane scrittrice americana, Rachel Kushner, allieva di Jonathan Franzen, intitolato Il Lanciafiamme che raccontava con molta verosimiglianza una storia ambientata in Italia, proprio in quel periodo storico. Un libro certamente interessante, ma nulla di paragonabile a La seconda vita di Annibale Canessa di Roberto Perrone, romanzo di oltre 400 pagine che ho divorato in poco più di due giorni.

Dalle colonne del Corriere della sera, Perrone, in tanti anni di onesta carriera, ha raccontato di tutto, dallo sport ai viaggi, ma non si è mai occupato, che io ricordi, di morti ammazzati. Sono arrivato al suo romanzo dopo aver letto un’accorata recensione, probabilmente su La Lettura, nella quale Antonio D’Orrico, prima ancora di elencare e argomentare i pregi del libro che aveva da poco finito di leggere, metteva in guardia i potenziali lettori dalle possibili diffidenze e/o sospetti legati al pedigree del suo autore, non esattamente in linea con i parametri del perfetto giallista. Il pregiudizio, dunque. Lo stesso che ancora oggi induce alcuni ambienti della nostra editoria a bandire quasi i romanzi di genere dalla cosiddetta letteratura pura, quella da premio Strega.

La seconda vita di Annibale Canessa racconta la storia di un ex colonnello dei Carabinieri, simbolo della lotta al terrorismo, che in un drammatico giorno del 1984 lascia l’Arma per ritirarsi nel  borgo di San Fruttuoso, sulla costa ligure, dove, tra una nuotata e l’altra, si dedica alla gestione di un piccolo ristorante con una vecchia zia. Quando però a Milano suo fratello Napoleone viene ucciso in compagnia di Pino Petri, il killer più spietato delle Brigate Rosse, arrestato proprio da Canessa dopo tre anni di latitanza in Spagna, arriva per lui il momento di ritornare sulla scena per riannodare i fili di una vicenda rimasta irrisolta trent’anni prima. Canessa oggi è un uomo attempato, ma ancora vigoroso e carico di motivazioni. Per la sua indagine parallela richiama “in servizio” il fedele maresciallo Ivan Repetto, un tempo suo braccio destro la sua ombra, la sua coscienza, e recluta un’altra vecchia conoscenza che negli anni Settanta bazzicava negli ambienti malavitosi milanesi: Piercarlo Rossi, detto il Vampa. A completare il cast dell’ex colonnello, Carla Trovati, la giovane giornalista del Corriere della sera che dell’affascinante Canessa finirà per innamorarsi. La storia raccontata da Perrone è intricata ed intrigante, popolata di personaggi ben delineati, assolutamente credibili, veri: magistrati corrotti, killer assoldati da misteriosi mandanti, giornalisti senza scrupoli, ex terroristi, e un simpatico prefetto dandy, funzionario dei Servizi segreti, che indossa abiti firmati e si trastulla con escort di alto bordo. Le giornate di Canessa scorrono veloci come le immagini del miglior film d’azione. Inseguimenti, sparatorie, confessioni, sesso, e molta tattica: Carrarmato Canessa è una specie di James Bond italiano che non delude per intelligenza, coraggio e umanità. Con questo romanzo, pubblicato da Rizzoli nel 2017, Perrone ha esordito nello straordinario e variegato mondo del noir italiano, e lo ha fatto nel migliore dei modi, con un libro avvincente, ben scritto e carico di suspense. Cosa aggiungere: non vedo l’ora di leggere il secondo capitolo di Annibale Canessa –  L’estate degli inganni – che, viste le premesse, si preannuncia davvero molto interessante.

Angelo Cennamo

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LES ITALIENS – Enrico Pandiani

Les Italiens - Enrico Pandiani

 

 

Il primo proiettile ha attraversato la finestra con un colpo secco, è entrato nella pancia di Gaston, ha fatto il Tour de France fra le sue trippe ed è uscito poco sotto la scapola sinistra. Poi si è conficcato nel muro

L’incipit di Les Italiens – romanzo di esordio di Enrico Pandiani, pubblicato dalla Instar Libri nel 2012 – vale da solo il prezzo del libro. Ma andiamo con ordine. Ci troviamo a Parigi, è qui che l’autore torinese ambienta le sue avvincenti trame noir. Il commissario Bruno Pennacchio della Brigata Criminale mette su una squadra di poliziotti italiani perché convinto che gli sbirri del suo Paese siano più solari, più allegri e più fantasiosi

Siamo una bella squadra. Gaston Brunazzi, Fabio Martini, Bernard Livi, Alain Servandoni, Michel Coccioni e io. Ci piacciono Brassens e gli spaghetti, ma nemmeno la choucroute ci fa schifo. Alla brigata ci chiamano les italiens. La squadra degli italiani.

Italiani sì, ma in modo strano in una maniera inventata su quel poco che sapevamo dell’Italia o sull’immagine che ce n’eravamo fatti dai film. Luoghi comuni, per lo più. Un’italianità terribilmente francese, infarcita di atteggiamenti indulgenti alla Lino Ventura e di sguardi languidi alla Yves Montand

Il romanzo si apre con una violenta sparatoria, una raffica di proiettili viene sparata contro l’ufficio della polizia da un appartamento di fronte, abitato da Océan d’Anglas, una ricca e raffinata madame che sapeva di seduzione. Muoiono sul colpo tre poliziotti e una donna.

Le indagini ruotano intorno alla figura di Moët Chamberat, pittrice transessuale il più bel travestito che avessi mai visto. Qualcuno ha rovistato nel suo studio e messo a soqquadro la sua abitazione. Era forse lei la donna che volevano uccidere? E per quale ragione? Il commissario protagonista e voce narrante della storia non ha nome, Pandiani non lo cita mai, così come i suoi interlocutori. Sappiamo che è un uomo coraggioso, senza famiglia, sensibile al fascino femminile, anche a quello borderline della misteriosa Moët. Due dei temi chiave del romanzo sono proprio l’identità sessuale e il pregiudizio. Il commissario è molto legato alle convenzioni, è un conservatore. Inizialmente fatica a comprendere che Moët è una donna vera, come le altre, che è una lei e non un lui, ma nel corso del racconto impara a rimettere in discussione le proprie convinzioni, anche sull’etica professionale e l’incorruttibilità delle Istituzioni Non ci sono certezze. Non è vero che siamo noi a controllare la nostra vita. Qualcosa può sempre andare storto. In qualsiasi momento. Lui e Moët finiscono sotto tiro, sono costretti a fuggire insieme alla ricerca di una verità scomoda e clamorosa. Rischieranno la vita e forse di innamorarsi.

Il noir italiano è un luogo di grandi suggestioni, di stili diversi e di numerosi talenti. Esiste una generazione di giallisti che sa raccontare la società contemporanea con realismo, un linguaggio pop, moderno e tagliente, talvolta estremamente crudo, e che non teme paragoni né la competizione dei colossi americani. Enrico Pandiani ne fa parte a pieno titolo. Les Italiens ha le atmosfere e le sonorità dei romanzi di Simenon e di Manchette, nel gergo si chiama “Noir mediterraneo”. Pandiani scrive in un italiano ben calibrato tra l’alto e il basso, con frasi brevi, millimetriche, ma incisive. Il romanzo scorre con un ritmo serrato, senza cali di tensione, con battute fulminanti sulla sessualità e l’amore, la corruzione e la politica. Inseguimenti, sparatorie, intimità e passione, quintali di suspance e adrenalina a mille, in una Parigi fastosa e inebriante. Viva Pandiani.

Angelo Cennamo

 

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IL BLUES DI CARLOTTO E DEI SUOI CUORI FUORILEGGE

 

 

Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane - Carlotto

 

Sono arrivato a leggere i libri di Massimo Carlotto esplorando il generoso e variegato universo del noir italiano, fenomeno tra i più interessanti e apprezzati della nostra letteratura contemporanea. Buona parte della produzione letteraria del nostro Paese è costituita da libri gialli. Senza stare a qui a tediarvi sulla distinzione tra giallo e noir, mi limiterò a dire che, in quanto sua evoluzione, il noir rompe la gabbia del giallo e ne allarga il perimetro, il suo raggio d’azione, ristrutturandolo e spostando lo sguardo oltre il crimine, le indagini, e il colpevole, quasi sempre consegnato alla giustizia dal commissario o ispettore di turno. La narrazione noir ha un respiro più ampio rispetto al giallo e coinvolge anche altri aspetti della realtà. L’indagine diventa spesso il pretesto per divagare su altri temi, dalla corruzione della classe politica al declino del ceto medio, dalle crisi esistenziali dei protagonisti a vicende legate al multiculturalismo e all’integrazione.  Una più incisiva forma di realismo che connette questo genere di racconto al grande romanzo sociale dell’Ottocento, il romanzo classico e popolare che abbiamo conosciuto con Dickens. L’autore noir è padrone del suo tempo, affonda la penna, come farebbe un chirurgo col suo bisturi, nella carne viva della società che lo circonda, e lo fa utilizzando un linguaggio moderno, diretto, che non si arrovella intorno ad inutili e desueti barocchismi. Lo scrittore noir non ha il tempo né la voglia di esibirsi in vuoti esercizi di stile da scuola di scrittura, è sul pezzo, scrive come parla, la sua grammatica è la stessa del lettore, con il quale instaura una speciale empatia. Le sue trame raccontano la strada, il dolore, l’ingiustizia, e si posizionano in quello spazio sottile, talvolta invisibile, che separa la fiction dalla cronaca. Il linguaggio dei giallisti sta cambiando profondamente quello della letteratura, lo sta svecchiando, e indirizzando poco alla volta verso un minimalismo quasi carveriano. Qualcuno ha scritto che il noir italiano piace perché discende dal melodramma. C’è del vero. A quanti invece continuano a considerarlo genere di serie B, basterebbe ricordare solo alcuni dei romanzi più importanti del nostro Novecento, dalle opere di Sciascia al Pasticciaccio di Gadda, passando per Il nome della rosa di Umberto Eco, libri clamorosamente noir sia pure sotto mentite spoglie.

Dicevamo di Carlotto, maestro del Noir Mediterraneo –  “Noir Mediterraneo” sentite l’armonia tra queste due parole, le pronunciamo e ci sembra di intravedere un motoscafo dileguarsi a largo di Palermo o di sentire il rumore di uno sparo tra i vicoli bui di Napoli o Marsiglia – genere letterario più vicino al format franco-spagnolo, riconducibile ad autori come Vázquez Montalbán e Jean Claude Izzo, che a quello americano.

Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane  come si fa a resistere alla tentazione di leggere un libro con un titolo così? Il romanzo, pubblicato nel 2017, vede come protagonista ancora una volta Marco Buratti, detto l’Alligatore, ex cantante di blues degli Old Red Alligators, ingiustamente condannato a sette anni di carcere, e ora investigatore privato senza licenza con i suoi due compari Beniamino Rossini e Max la Memoria. Sono loro i cuori fuorilegge o i fuorilegge di cuore al centro di molte storie raccontate da Carlotto. Buratti è un bell’uomo, beve calvados, è ossessionato da pennelli e creme da barba, e non ha smesso di amare il blues. I tre se ne vanno in giro nei dintorni di Padova ad indagare per conto di avvocati danarosi, ma guai a chiamarli criminali Se incrociavamo una storia sbagliata cercavamo di correggerla con un finale dignitoso. In questo episodio la banda dell’Alligatore si mette alla ricerca di Giorgio Pellegrini, altro criminale, fuggito oltreconfine. Stanco di essere latitante, per evitare l’ergastolo, Pellegrini lavora a una grossa operazione come infiltrato della Polizia. Ma qualcosa non va per il verso giusto e una squadra di killer arriva dall’estero per assassinare sua moglie e la sua amante. L’indagine viene affidata a Buratti e soci. I tre non hanno altra scelta perché ricattati dalla perfida Angela Marino, alto funzionario del ministero degli Interni, che minaccia di sbatterli in galera se dovessero sottrarsi a quell’incarico che si preannuncia complicato e pericoloso. E’ una trappola. Buratti capisce che il suo destino è segnato, che gli faranno fare il lavoro sporco per poi “gettarlo nel cesso”. Non gli resta che risolvere il problema alla radice: ammazzare Pellegrini. La pista delle indagini porta in Austria. Qui l’Alligatore deve vedersela con un’organizzazione di narcotrafficanti spietati, ma tra un appostamento e l’altro, conosce Edith, una “vecchia puttana” portoghese che gli farà perdere la testa. Intrighi, colpi di scena, buon cibo, calvados e tanto blues per questo romanzo che ha un solo difetto: finisce troppo presto.

Angelo Cennamo

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UN GIORNO PERFETTO – Melania G. Mazzucco

Un giorno perfetto - Mazzucco

 

Melania G. Mazzucco – romana, figlia di Roberto Mazzucco, anch’egli scrittore – si era già imposta all’attenzione del grande pubblico e della critica nel 2003, vincendo il premio Strega con Vita, romanzo apprezzato e tradotto in molti paesi del mondo – il New York Times lo inserì tra i dieci libri dell’anno, l’unico non in lingua inglese. Nel 2005 la Mazzucco bissa il grande successo ottenuto due anni prima con Un giorno perfetto, una storia dalle tinte noir che prende il titolo da una nota canzone di Lou Reed – di canzoni in questo libro ne vengono citate parecchie – e che racconta una tragica giornata di maggio vissuta da alcuni personaggi, tutti in qualche modo interconnessi tra loro per ragioni familiari o professionali.

Al centro del romanzo, la famiglia di Antonio Buonocore, agente di Polizia e caposcorta di un deputato di destra, Elio Fioravanti, impegnato in una complicata campagna elettorale. Emma, la moglie di Antonio, uomo geloso, manesco e mentalmente disturbato, ha ottenuto la separazione dal marito ed è tornata a vivere da sua madre con i due figli Valentina e Kevin. Emma ci viene descritta come una donna coatta, sensuale, dal corpo sinuoso e traviato, con occhiaie da ninfomane e una pelliccetta sintetica, appariscente, che la fa sembrare appena uscita da un bordello. Da ragazza aveva fatto la corista e frequentato squallidi pianobar. Per sbarcare il lunario, oggi lavora in un call center e si lascia aiutare dalla madre, sperando che la vita le riservi tempi migliori. Del resto, alla soglia dei quarant’anni, si è ancora giovani. La periferia romana distratta e degradata, sull’orlo della mafia capitale che sarebbe arrivata qualche anno più tardi, e che fa da cornice alla grigia esistenza di Emma, è molto diversa dal quartiere Parioli, dove si svolge l’altra parte della storia, quella che vede come protagonista il nucleo familiare di Elio Fioravanti. L’onorevole è un brillante avvocato, sposato in seconde nozze con Maja, giovane e colta Audrey Hepburn della Roma bene, già annoiata e senza amore per quell’uomo che dedica tutto il suo tempo alla professione e alla politica. Dopo la nascita di Camilla il matrimonio di Maja può dirsi già finito. Il primo figlio di Elio, Aris, detto Zero – l’anarco-comunista, il punkabbestia che scalda la sedia a giurisprudenza e che se ne va in giro a seminare bombe ai McDonald’s – è poco più giovane di lei. Tra i due serpeggia uno strano feeling che rischia di degenerare in qualcosa di più profondo. Sono donne e uomini frustrati, diversamente infelici, i personaggi di questa storia racchiusa in sole ventiquattr’ore, angoscianti, tese ed interminabili. Infelici gli adulti, ma anche i bambini. Valentina Buonocore ha quattordici anni, vive con disagio la separazione dei propri genitori. Odia la madre Aveva ragione papà. E lei ci ha portato via. Che puttana, scrive nel suo diario segreto. Suo fratello Kevin, il ragazzino goffo e strabico, la puzzola, è inconsapevolmente fidanzato con Camilla, la figlia dell’onorevole, sua compagna di scuola. La festicciola organizzata per il suo compleanno a Palazzo Lancillotti, ai Parioli, alla quale il secondogenito di Emma è ospite (quasi) indesiderato, diventa il preludio della tragedia che conclude la tormentata giornata del libro. Cala la notte e le singole trame dei protagonisti, ai quali si aggiunge Sasha – il professore omosessuale di Valentina che attende invano di festeggiare fuori Roma l’anniversario col suo amante famoso, sposatissimo – si ricompongono fino ad arrivare inesorabilmente a toccare il fondo. Non c’è scampo. Per nessuno. Melania Mazzucco scrive come le brave autrici americane, ha talento da vendere, e questo libro, drammatico, tetro e viscerale, dall’impianto narrativo perfetto come il suo titolo, la consacra tra le migliori scrittrici italiane.

 Angelo Cennamo

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L’OMBRA DELLO SCORPIONE – Stephen King

L'ombra dello scorpione - King

La prima cosa che ci colpisce di questo libro è la sua mole: circa 1.400 pagine nella stesura integrale, senza tagli, che King ha voluto offrire ai lettori vent’anni dopo la prima pubblicazione del 1978. La seconda è il titolo: L’ombra dello scorpione, avventuroso, tenebroso, esotico, e completamente diverso da quello pensato per la sua versione originale che è The Stand. Pessima abitudine quella di cambiare i titoli ai libri stranieri. Sul fascino dei romanzi voluminosi, i cosiddetti mattoni, si potrebbe scrivere un libro voluminoso; da sempre gli americani hanno una certa propensione per le narrazioni massimalistiche, King è maestro anche di questo. Eppure se The Stand – preferisco chiamarlo così – avesse avuto trecento pagine in meno, a mio avviso sarebbe stato ancora più bello ed appassionante di quanto non lo sia, comunque, nella versione che ho appena finito di leggere. I cultori del Re si divertono spesso nei forum o sui social a stilare hit parade e classifiche dei suoi romanzi più riusciti – King ne ha pubblicati oltre cinquanta vendendo centinaia di milioni di copie in ogni angolo del pianeta. Tra i primissimi posti figurano quasi sempre: It, Misery, The Stand, Il miglio verde e Shining.

Il romanzo si apre con una scena raccapricciante – non potrebbe essere diversamente trattandosi del maestro del brivido: un’auto con una famiglia a bordo va a scontrarsi con un distributore di benzina nella cittadina (immaginaria) di Arnette, nel Texas. Il guidatore è moribondo, i corpi di sua moglie e della figlia, accasciati sui sedili posteriori, sono già in via di putrefazione. Charlie, Sally e Baby La Von Campion sono le prime vittime di un virus letale “Captain Trips”, fuoriuscito da una base militare della California per l’errore di un computer.

Scena due. A Portland, nel Maine, la giovane Fran Goldsmith confida a suo padre di essere rimasta incinta. Il suo fidanzato è disposto a sposarla, ma lei non lo ama. Nonostante tutto, Fran vorrebbe tenersi il bambino e cercare fortuna altrove. Nel frattempo, i suoi genitori vengono contagiati dal virus e muoiono nel giro di poche settimane.

Scena tre. A New York, Larry Underwood è un cantante cocainomane, cresciuto tra balordi come lui e senza padre. Il successo del nuovo disco dura il tempo di un passaggio alla radio. Larry si ritrova senza soldi, non sa più dove andare, è costretto a tornare a casa, da sua madre, da dove fuggì molti anni prima.

Scena quattro. Stu Redman, uno dei soccorritori di Charlie Campion, la prima vittima di “Captain Trips”, fugge dall’ospedale di Atlanta, in Georgia, dove è stato coattivamente ricoverato dall’esercito degli Stati Uniti.

Scena cinque. In Arkansas, un giovane sordomuto cresciuto in un orfanatrofio, Nick Andros, viene derubato e pestato da un branco di delinquenti. A seguire le indagini è lo sfortunato sceriffo John Baker, costretto per carenza di personale e per ragioni di salute ad affidare la gestione del suo ufficio allo stesso Nick.

Siamo ancora nella fase pre-apocalittica del racconto. “Captain Trips” si sta diffondendo sotto forma di influenza killer e i protagonisti delle cinque storie devono lottare strenuamente per fuggire da quel virus sconosciuto che sta falcidiando la popolazione degli Stati Uniti, forse dell’intero pianeta. Le storie di Larry, Fran, Nick, Stu e di tanti altri, poco alla volta cominciano ad intersecarsi, fino a confluire in una sola trama. I protagonisti fanno strani sogni. Una nera ultracentenaria si dondola sulla veranda della sua casa di campagna, nel Nebraska, tra sconfinate distese di mais. Il suo nome è Mother Abagail. Le immagini sembrano rassicuranti: la vecchia imbraccia una chitarra e canta lodi al Signore, potrebbe essere la sua incarnazione, ha un misterioso carisma, una forza attrattiva indecifrabile e irrazionale. Sarà lei a salvarli dalla fine del mondo? Nel deserto del Nevada, a Las Vegas, la città del vizio e della perdizione per antonomasia, un uomo malvagio arruola il suo esercito del male. Randall Flagg ha gli occhi del demonio, il suo potere malefico striscia e si insinua nelle menti dei sopravvissuti distogliendoli dal richiamo di Mother. L’umanità sopravvissuta alla catastrofe è ora difronte a un bivio. Ma non siamo alle ultime battute, la storia è lunga, lunghissima, forse troppo. Nella seconda parte, Larry e gli altri sono i pionieri di una nuova era; dovranno fondare un’altra società, darsi delle regole, eleggere dei rappresentanti, rimettere in moto il progresso, soprattutto fronteggiare l’esercito del Male capitanato da Randall Flagg. Una sfida difficile alla quale però nessuno dei protagonisti potrà sottrarsi. Quella raccontata da King è una storia impetuosa, crudele – in parte realistica, in parte fantasiosa – ma ricca di sentimenti profondi e di riflessioni sociologiche. The Stand è un romanzo mondo che contiene al suo interno qualunque cosa. Racconta la vita – la caducità della vita – e la morte, l’amore e l’odio, l’invidia e la sete di potere, il sesso e la gelosia. King ci invita ad interrogarci sul significato della fede religiosa, sul senso del divenire e sui valori della democrazia. Ognuno dei personaggi ha una sua storia, un suo vissuto, il più delle volte doloroso, lacerante, voglioso di riscatto, ben tratteggiato, descritto ed approfondito dall’autore con la consueta maestria; tanti romanzi dentro un solo romanzo.

The Stand è un’opera monumentale che ci riporta ai libri epici della letteratura russa e al cinema di Stanley Kubrick e Steven Spielberg. In Italia, chi legge DeLillo o Foster Wallace difficilmente si appassiona a Stephen King, e viceversa. Facile intuirne le ragioni. Eppure romanzi come It e The Stand raccontano l’America almeno quanto UnderworldInfinite Jest, sia pure da visuali diverse. Andrebbero letti insieme per comprendere e conoscere fino in fondo la cultura nordamericana, la modernità dei linguaggi, le sfumature e gli stili di ogni sua forma di comunicazione.

Angelo Cennamo

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PRINCIPIANTI – Raymond Carver

 

Principianti - Carver

Gli scrittori hanno bisogno dei loro editor quanto gli sportivi ne hanno dei loro allenatori, e a nessuno verrebbe da giudicare la prestazione di un nuotatore meno meritevole perché a bordo piscina qualcuno lo incita a mulinare le braccia più veloce

Lo scrive Paolo Giordano nella prefazione italiana di Principianti, la versione originale e senza tagli – oltre il cinquanta per cento tra testi e titoli – di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, raccolta di racconti pubblicata nel 1981, riveduta e corretta da Gordon Lish, l’editor alter ego, il Dio onnipotente al quale Carver rimase sempre devoto per non dire succubo. Quella mutilazione così profonda, invasiva, fu un duro colpo ai fragili nervi del talentuoso scrittore dell’Oregon, uscito da pochi mesi dal tunnel dell’alcolismo e per questo troppo vulnerabile per contraddire l’artefice del suo successo, l’allenatore vincente, come lo definisce Giordano, che in lui aveva intravisto le giuste qualità per lanciare sul mercato una nuova proposta editoriale di genere minimalista. Carver non arriverà a vedere la pubblicazione della versione autentica delle sue storie, ma leggendo Principianti ciascuno di noi può finalmente comprendere l’equivoco generato dall’etichetta di scrittore minimalista che gli è stata appiccicata addosso forse con troppa disinvoltura. Carver non era un minimalista, era un “precisionista”.

Principianti è un insieme di trame che raccontano le difficoltà della coppia, l’utopia di resistere al logoramento del tempo e della noia, mariti e mogli arrivati alla fine di qualcosa, come Holly e Duane in Gazebo. Il più delle volte è l’alcol il tema trainante delle storie: una delle parole più ricorrenti nelle short stories di Carver è “birra”; tutti i personaggi ne hanno una scorta in frigo. In Dì alle donne che usciamo Bill e Jerry, una domenica pomeriggio, lasciano le rispettive mogli a casa per andare ad ubriacarsi in un bar. Uscendo, vedono due giovani ragazze in bicicletta, le inseguono, provano ad abbordarle, ci riescono, ma la conclusione di quell’incontro sarà tragica. L.D. di Un’altra cosa viene cacciato di casa dalla moglie e da sua figlia proprio perché il vizio di bere lo ha reso insensibile e violento. In altri racconti è il tradimento a rovinare il matrimonio. Ne L’avventura un padre e un figlio si rivedono dopo molti anni in aeroporto. Il padre vuole per forza raccontare al figlio la storia del suo divorzio per togliersi dalla coscienza un peso diventato ormai insostenibile. Il marito della sua amante, racconta il vecchio, era arrivato a suicidarsi per il dispiacere causato da quella relazione clandestina. Nei racconti di Carver c’è sempre un prima e un dopo non detti. Carver arriva al centro e coglie particolari e dettagli apparentemente insignificanti, ma è la sua forza, il suo tratto originale e accattivante. Il giovane padre di Distanza rinuncia a una battuta di caccia per rimanere vicino alla moglie e alla figlioletta che durante la notte non si è sentita bene. Dopo una lite furibonda, tra i due sembra essere tornato il sereno, ma col tempo, scrive l’autore nelle ultime righe, le cose cambieranno: lui incontrerà altre donne, lei avrà un altro uomo. Non lo vediamo ma sappiamo che accadrà. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è un vero gioiello di tecnica descrittiva, una delle cose migliori scritte da Carver per intensità, bellezza dei dialoghi e impianto narrativo. Una versione moderna del Simposio di Platone. La conversazione a cuore aperto tra due coppie di amici diventa lo spunto per interrogarsi ed interrogare i lettori sul significato della parola “Amore”. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Secondo me, dice uno dei protagonisti, siamo tutti nient’altro che principianti, in fatto d’amore .  Ho deciso: voglio imparare a scrivere come Carver.

Angelo Cennamo

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EASTER PARADE – Richard Yates

Easter Parade - Yates

“Né l’una né l’altra delle sorelle Grimes avrebbe avuto una vita felice, e a ripensarci si aveva sempre l’impressione che i guai fossero cominciati con il divorzio dei loro genitori”.

La migliore sinossi  di Easter Parade  – romanzo pubblicato nel 1976 e uscito in Italia più di trent’anni dopo con  minimum fax – è nel suo incipit. Sarah e Emily Grimes crescono tra New York e il New Jersey, lontano dal padre, giornalista di poco talento costretto a correggere bozze in un giornale reazionario “Che mestiere fa vostro padre? Scrive titoli. Scrive titoli sul Sun, rispondevano”, e con una madre che le incoraggia a chiamarla “Pookie”, donna fisicamente minuta, dai nervi fragili, sola, ossessionata dall’idea di finezza, che affoga nell’alcol i dispiaceri di una vita complicata, sempre in salita. Le due sorelle hanno caratteri diversi; una è più sorridente e tradizionale, l’altra più introversa e indipendente. Sono attese da destini opposti ma dalla stessa infelicità, direbbe con parole sue Lev Tolstoj. Sarah sposa il rampollo di una famiglia di immigrati inglesi decaduta, Tony Wilson, bello come Laurence Olivier. Si trasferisce, sarebbe meglio dire si  rinchiude, nella sua tenuta di campagna e con lui farà tre figli. La più giovane, Emily, è invece una donna  in carriera, emancipata, single, che da giovanissima perde la verginità con un soldato appena conosciuto, e che da quel momento passa da una relazione all’altra senza mai accasarsi. L’ultimo dei suoi amanti è Howard, il  suo  capoufficio, uomo di mezza età, facoltoso e divorziato, che dopo pochi mesi di convivenza decide però di tornare dalla sua ex moglie. Alla soglia dei cinquant’anni, Emily si ritroverà sola, senza lavoro, e inizierà a soffrire di gravi disturbi mentali. La storia delle due sorelle è una sequenza di delusioni, aspettative tradite, anche di gesti violenti, specialmente quelli subiti da Sarah, la più sfortunata delle sorelle Grimes. Pensava di aver trovato in Tony il  grande amore della sua vita, ma presto si rende conto di aver sposato un uomo insensibile, rozzo e manesco. Le storie di Richard Yates non hanno mai un lieto fine, sono trame disturbanti che contraddicono l’immagine perfetta e gaudente della borghesia americana di successo. I protagonisti sono vittime di destini crudeli, uomini e donne sconfitti, spesso spinti dalla miseria e dalla mediocrità nel tunnel dell’alcolismo o della follia. Easter Parade – il titolo evoca il bacio tra Tommy e Sarah immortalato in una foto scattata durante una sfilata di Pasqua – non fa eccezione. Yates, che è maestro di realismo e di narrazioni drammatiche, a volte ci appare addirittura spietato verso la debolezza dei suoi personaggi: quando Sarah le confida i maltrattamenti, le molestie subite dal marito, e le chiede un consiglio sulla possibilità che divorzi da lui e la raggiunga a New York, Emily si mostra sì addolorata, ma nello stesso tempo teme di perdere la propria indipendenza e di sentirsi costretta a modificare il proprio stile di vita. Yates, che conosce a fondo la miseria dell’animo umano, la solitudine, avendo vissuto sulla propria pelle tante delusioni, la frustrazione per l’insuccesso, oltre che la dipendenza dall’alcol e dai farmaci, con questo romanzo riesce perfino a superarsi, arrivando, da uomo, a raccontare un dedalo di relazioni femminili credibili. Ho letto da qualche parte che Easter Parade sarebbe stato paragonato a Piccole Donne e trattato come un libro destinato a un pubblico di sole donne. Non ho mai creduto a simili classificazioni: L’amica geniale è forse un libro precluso al lettorato maschile? Il romanzo delle sorelle Grimes è meravigliosamente malinconico, di grande attualità e destinato a chiunque abbia voglia di confrontarsi con un gigante della letteratura come Yates. Una riflessione sull’amore, la solitudine, il significato della famiglia, il rispetto per le donne.

Angelo Cennamo

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2666 – Roberto Bolaño

2666 - Roberto Bolano

Roberto Bolaño come Bob Marley, Lou Reed, Andy Warhol, David Foster Wallace: genio di un’avanguardia che sperimenta nuove forme, linguaggi di una modernità che sa reggere il confronto con miti e leggende di epoche precedenti. A poco più di vent’anni Bolaño – scrittore cileno morto nel 2003 in Spagna all’età di cinquant’anni a causa di una pancreatite acuta –  fonda il movimento infrarealista e getta le basi per una narrativa diversa, che rompe con la tradizione del realismo magico di altri grandi autori sudamericani del Novecento come Gabriel Garcia Marquez e Jorge Luis Borges. Ho tirato giù dallo scaffale 2666, il suo romanzo-mondo di circa mille pagine che avevo letto anni fa e mi sono abbandonato nuovamente alla lettura fingendo di non conoscerlo ma ricordando i suggerimenti di chi mi aveva preceduto: non farti domande, segui il flusso, non sentirti obbligato a rispettare la sequenza dei cinque romanzi che lo compongono, entra ed esci dalla narrazione da un ingresso qualunque, abbandonalo prima che lui abbandoni te. Tra le tante storie messe in giro sull’opera, l’ultima riguarda la forma che il libro avrebbe dovuto assumere al momento della sua rifinitura: pare che l’autore desiderasse che le cinque parti ( la parte dei critici – la parte di Amalfitano – la parte di Fate – la parte dei delitti – la parte di Arcimboldi) fossero pubblicate separatamente, a distanza di qualche anno l’una dall’altra, ciò per consentire ai figli, ancora giovani e di lì a qualche mese orfani di padre, di beneficiare dei proventi della vendita. La scelta, evidentemente tradita dall’editore, conferma la morfologia variegata del romanzo, che non si presenta al lettore come un monolite ma come un puzzle gigantesco che può essere letto  seguendo anche un ordine diverso da quello prescelto. Raccontare un’opera monumentale come 2666 non è possibile né avrebbe senso farlo, ma leggendo il libro la mente vola ad altri due romanzi voluminosi, distopici, ipnotici soprattutto: Petrolio e Infinite Jest.

“La parte dei critici” racconta la storia di quattro docenti universitari, tre uomini e una donna, di diversa nazionalità, appassionati di uno scrittore tedesco semisconosciuto che nessuno ha mai incontrato né visto: Benno Von Arcimboldi. I quattro si ritrovano in giro per l’Europa nei congressi di letteratura tedesca. Diventano amici, poi amanti della stessa donna, l’inglese Liz Norton. Infine, alla stregua di Ulises Lima e Arturo Belano – i detective selvaggi alla ricerca della poetessa realvisceralista Cesárea Tinajero – i quattro si mettono sulle tracce del misterioso Arcimboldi, finito probabilmente in Messico. La città di Santa Teresa, nello Stato del Sonora, diventa il terminale, il punto nascosto, dove confluiscono le trame di tutti e cinque i romanzi. Ne “La parte di Amalfitano” è il luogo dove il protagonista ha deciso di trasferirsi dopo essere stato abbandonato dalla moglie, invaghitasi di un altro uomo, un poeta malato di mente e rinchiuso in un manicomio. Il professor Amalfitano – figura che sembra ricalcare quella dell’autore del romanzo – è un cileno depresso, mezzo matto, che va ad abitare prima in Spagna, a Barcellona, poi accetta di insegnare all’università di Santa Teresa, città dove, tra l’altro, farà da guida ai quattro suoi colleghi giunti dall’Europa per cercare Arcimboldi. Sua figlia, Rosa, la ritroviamo nel terzo romanzo del libro: “La parte di Fate” – la più bella, a mio avviso, per suggestioni, atmosfere, intensità e struttura – il cui protagonista, Oscar Fate, è un giornalista newyorkese di colore mandato proprio a Santa Teresa per coprire un incontro di boxe. Fate, che non è un esperto di sport, finisce invece per occuparsi di un grave fatto di cronaca nera che da alcuni anni affligge la città: l’assassinio di oltre duecento donne. La vicenda occupa l’intera trama del quarto romanzo “La parte dei delitti”, che raccoglie le storie di tutte le vittime di quella orrenda mattanza con un taglio ed un’ambientazione crime che ricordano due capolavori di Don Winslow: Il Potere del cane e Il Cartello. Il libro si conclude con “La parte di Arcimboldi”, la biografia dallo stile canettiano dello scrittore fantasma al centro anche del primo racconto. Una traversata faticosa, in alcuni tratti magica ed emozionante, in altri più oscura e noiosa. Buon viaggio.

Angelo Cennamo

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PULVIS ET UMBRA – Antonio Manzini

 

Pulvis et umbra - Antonio Manzini

 

 

Nel precedente episodio 7-7-2007 avevamo lasciato Rocco Schiavone nel ruolo gomorroico ed insospettabile di giustiziere, di implacabile vendicatore della moglie Marina, uccisa per sbaglio da un narcotrafficante che si era messo sulle sue tracce – Manzini immagina i suoi romanzi non come una serie, ma come capitoli di un libro più grande sul vicequestore Schiavone, l’investigatore romano, attento ma svogliato, trasferito ad Aosta per motivi disciplinari, che si fa le canne e che nel gelo alpino non rinuncia al suo loden e alle Clarcks sedicesimo paio in dieci mesi.

In Pulvis et umbra le trame sono due. Ad Aosta, sulla riva della Dora, viene ritrovato il cadavere di un trans. Fuori Roma, in un campo nei pressi della Pontina, una seconda vittima con in tasca un foglietto scritto. La vicenda del trans, molto noir, è quasi un espediente letterario per indagare più a fondo sulla nostra identità: siamo proprio sicuri di sapere come siamo? Sembra chiedere Schiavone-Manzini ai suoi lettori. E’ un caso complicato, forse irrisolvibile, che va ad urtare le ombre di una strana ragion di Stato e di un assassino coperto da un misterioso depistaggio. Un’altra bella rottura di coglioni che va ad aggiungersi al lungo elenco che Rocco tiene affisso sulla porta del suo ufficio: Radio Maria, le comunioni, i battesimi, i matrimoni, i tabaccai chiusi, la sabbia nelle vongole, le sorprese soprattutto quelle, perché ti costringono a reagire, a prendere una decisione. Il delitto sulla Pontina sa invece di una vecchia storia Quel cadavere puzzava di Enzo Baiocchi. Rocco deve trovare una scusa per ritornare a Roma e fare luce su un regolamento di conti nel quale è implicato anche il suo amico Sebastiano. Le ombre che si addensano intorno alla figura del protagonista sono tante, a cominciare dal fantasma di Marina. Rocco la vede, le parla, poi, poco alla volta, lei si ritrae quando nella vita del vicequestore sembra voler entrare l’agente Caterina Rispoli Perché non vieni più? Perché il vento cambia, Rocco. Io lo so. Anche tu lo sai. La storia personale di Caterina è carica di dolore e di tormenti: un padre orco che dopo tanti anni chiede di rivederla perché è in fin di vita in ospedale; la cieca obbedienza ad un ordine superiore che rischia però di allontanarla per sempre da Rocco Tutta la sua vita non era stato altro che dovere……Non era mai stata una bambina. Non era mai stata ragazza. Pulvis et Umbra è una storia di tradimenti, spiega Manzini a chi gli chiede del romanzo. Il tradimento della Giustizia, nella quale, nonostante tutto, Schiavone ha sempre creduto; quello di Caterina, il giovane amore smarritosi prima ancora di sbocciare. E il peggiore di tutti: il tradimento percepito da Brizio, Furio e Seba, gli amici di una vita, i tre delinquenti con i quali il vicequestore ha diviso tutto: ricordi, soldi, donne, lutti, perfino le indagini. Ombre che Rocco tenta di afferrare, ma tra le mani non gli resta che la polvere.

Non pensavo che Manzini potesse ripetersi dopo un romanzo impeccabile e appassionante come 7-7-2007. Pulvis et umbra invece lo eguaglia per bellezza, impianto narrativo, intensità, ironia e stile, confermando la buona qualità e i progressi del giallo italiano, che in Antonio Manzini ha trovato, già da diversi anni ormai, uno dei suoi interpreti migliori.

Angelo Cennamo

                             

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LABILITA’ – Domenico Starnone

 

Labilità - Starnone

 

Nella classifica dei cento romanzi del 2017 stilata dal New York Times figura un solo libro italiano: Lacci di Domenico Starnone. L’apprezzamento per Lacci – Ties nella versione americana – arriva nella scia del successo riscosso negli Usa da un’altra scrittrice napoletana, Elena Ferrante, la cui identità sconosciuta viene spesso attribuita proprio a Starnone. E’ un dato curioso sul quale si possono imbastire un paio di considerazioni; la prima e più facile per chi percorre la tesi appena accennata, è che lo stile, le ambientazioni delle storie dei due autori fanno particolarmente presa tra i lettori americani. La seconda è che i romanzi italiani non sono evidentemente così scadenti, e le loro trame non hanno (sempre) quel respiro corto di cui spesso si vagheggia. Tornando alla querelle infinita (e stucchevole) sulla somiglianza o coincidenza dei due scrittori, direi che una differenza sostanziale tra Ferrante e Starnone esiste, ed è, per così dire, una considerazione asimmetrica delle loro opere: la prima, cioè, è molto amata dal pubblico, il secondo gode invece di maggiore stima negli ambienti editoriali, tra gli scrittori. Una conferma ci viene per esempio da romanzi come Autobiografia erotica di Aristide Gambìa e Labilità, libri che hanno suscitato un certo interesse tra gli addetti ai lavori, ma molto meno tra i lettori.

Labilità racconta la storia di uno scrittore maturo che dopo molti anni sembra aver ritrovato l’ispirazione per dedicarsi a un romanzo sulla propria infanzia e la passione che fin da bambino ha coltivato per la scrittura. La voce narrante è la stessa di un altro libro di Starnone, Via Gemito – premio Strega nel 2001 – del quale questo potrebbe, per certi versi, essere il sequel. In molti passaggi, infatti, le due storie sembrano sfiorarsi, intersecarsi. La voce narrante, senza nome, è un uomo svagato, che perde di continuo il senso della realtà, e che soprattutto nell’atto dello scrivere si lascia visitare dai fantasmi del proprio passato: la madre, il padre ferroviere-artista, il Federì di Via Gemito per l’appunto, i vecchi compagni di scuola, come Silvestro, col quale un giorno litigò per via di una figurina rara e per questo molto ambita, quella del calciatore Giampiero Boniperti. Le divagazioni oniriche, questo girovagare infinito ai margini di un tempo virtuale e mai nitido – Labilità vuole significare proprio il confine invisibile tra realtà e finzione, gioco e verità –  e la ragnatela dei ricordi nel quale il protagonista sembra essere sempre più invischiato, diventa un gioco di specchi nel quale tutto si mescola, si confonde. La storia, che si arricchisce di altri due temi: il tradimento della moglie Clara con una collega molto più giovane di lui, Nadia Zanò, e l’invidia malcelata per un aspirante scrittore, Nicola Gamurra, suo ammiratore che cerca invano una sponda per pubblicare il suo primo romanzo, finisce però per avvitarsi troppe volte su se stessa. L’impressione è che in questo libro Starnone abbia voluto strafare, preteso troppo dal suo indiscusso talento, in una declinazione però fuori contesto, fuori dal “suo” contesto, che è la commedia. Labilità è un romanzo ben scritto, ma in molti tratti ci appare noioso, inutilmente labirintico e dispersivo. Allo Starnone ipocondriaco e malinconico di Labilità e Spavento, ho preferito quello comico e brioso di Via Gemito.

Angelo Cennamo

 

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