TROPPO PIOMBO – Enrico Pandiani

 

troppo piombo - Pandiani

 

Con Troppo piombo, romanzo pubblicato nel 2010, tornano Les Italiens, la Brigata di poliziotti messa su dal commissario Pennacino pensando che gli italiani fossero più umani e fantasiosi dei loro colleghi francesi. Una trovata geniale con la quale Enrico Pandiani, grafico pubblicitario e disegnatore torinese pervenuto alla narrativa in età adulta, è riuscito a coniugare il giallo nostrano con le atmosfere parigine di Manchette e Simenon, maestri indiscussi delle trame noir.

Nel secondo capitolo della serie, ma solo a pagina 52, il commissario protagonista e voce narrante del libro finalmente rivela la propria identità: Jean-Pierre Mordenti, se moi.

Il romanzo si apre con l’assassinio di una giornalista del quotidiano Paris24h. Uno sconosciuto si è introdotto in casa sua, di notte, e l’ha massacrata di botte. Sono i giorni che precedono il Natale, Parigi è infiocchettata da lustrini e da una fredda coltre di neve. Gli omicidi si ripetono, la redazione di Paris24h si rivela un covo di vipere disposte a qualunque angheria per fare carriera e mettere fuori gioco i rivali. Il mobbing è proprio uno dei temi centrali della storia, cruenta, misteriosa, nella quale non mancano momenti di tenerezza e divagazioni sentimentali. Una delle redattrici del giornale, Nadège Blanc, ragazza di colore disinibita e dal fisico felino, seduce Mordenti condizionando le indagini in corso. La fiction delle giornaliste torturate e uccise si intreccia con la vicenda realmente accaduta delle balnieu, la rivolta delle periferie parigine che segnò l’ascesa politica dell’allora ministro degli interni Sarkozy. Una sfilata di moda organizzata per le vittime degli scontri con la polizia diventa così lo scenario inconsapevole di quella efferata sequela di delitti. Il romanzo corre veloce tra sparatorie, citazioni di altri libri – straordinaria la sinossi che Mordenti fa de Lo straniero di Camus che il suo collega Sevandoni legge tra una pausa e l’altra – e scene di sesso, troppe – Troppo sesso o Cinquanta sfumature di piombo sarebbero stati forse i titoli più indicati –  tra Mordenti e questa giovane Naomi Campbell del giornalismo modaiolo. L’autore indugia su seni turgidi, patte di pantaloni e posizioni varie. Come in ogni romanzo di Pandiani, anche in questo si ride molto: battute fulminanti, taglienti – non c’è cupezza ma tanta allegria nelle storie de Les Italiens – e un finale mozzafiato, ricco di effetti speciali che ci riporta alla cinematografia di 007. Insomma un romanzo poliziesco, non chiamatelo noir, scritto con tutti i crismi da un vero specialista del genere.

Angelo Cennamo

Standard

La mia intervista impossibile a David Foster Wallace

DAVID FOSTER WALLACE Ritratto bianco e nero

Il cielo livido a Claremont minaccia pioggia e le strade deserte del primo pomeriggio fanno sembrare la città un luogo inospitale. Nell’aria c’è un che di sinistro. Arrivo in perfetto orario. Dal sedile del taxi riconosco la casa‎ dalle vetrate ampie e dai cani che si rincorrono dietro al cancello. Lui è davanti alla porta di ingresso, in piedi: pantaloni della tuta, scarpe da ginnastica, felpa e smanicato, gli occhiali alla John Lennon e l’immancabile bandana. Nella mano destra ha una bottiglia di Gatorade, come se avesse da poco terminato una corsa. Ha il viso stanco e non sembra contento di vedermi. Buongiorno, dico, avvicinandomi al prato inglese che circonda la casa. Salve, risponde lui, accennando un sorriso di circostanza. Con l’altra mano mi fa segno di entrare. Chiama i cani a se’ rassicurandomi che non mi faranno niente. Fa cenno al giardiniere di spegnere gli idranti. È più alto di quanto ricordassi. Ciao. Mi saluta di nuovo, in italiano. Questa volta sorrido io. Ci stringiamo la mano. È visibilmente sudato. Non mi sbagliavo: poco prima aveva fatto jogging. Mi fa accomodare nel salone a pianterreno, su un divano di pelle bianca. Davanti al divano c’è un tavolino basso, di legno nero, tipo Ikea, sopra dei barattoli vuoti di Pepsi, popcorn dappertutto e una copia di Infinite Jest aperta. Le pagine sono scarabocchiate di rosso. La mia copia, invece, quella che mi sono portato dall’Italia per la dedica, è intonsa come se non avessi mai letto il libro. Sulle pareti, poster di tennisti, una famosa stampa di Warhol e una foto sua in compagnia di Jonathan Franzen. Jon è il mio migliore amico, dice. Come la preferisci l’intervista? Sai è una giornataccia. Oh, mi dispiace. Insomma, non è un buon momento. Mi dispiace, non sapevo. No no, niente di grave. È che sono impegnato con una roba grossa, un libro che non riesco a finire. Un vero tormento. Racconta una mia esperienza personale a Peoria, nell’Illinois. Vorrei che sembrasse un romanzo ma non lo è. Parlo della noia ma non vorrei essere noioso. È pazzesco, lo so. Sono a metà, più o meno.  Vuoi una Pepsi? Sei italiano, preferirai del vino. No, grazie, va bene la Pepsi. Ok, vado a prenderla e cominciamo. Nella breve assenza vengo attratto da uno scaffale sul lato destro della stanza. È appesantito da un centinaio di libri. Sulla parte alta sono accatastate delle racchette. Provo a leggere i titoli e i nomi degli autori ma sono troppo distante. Eccolo che arriva. Allora, come è andato il viaggio? Male, grazie. Ho una paura fottuta degli aerei. Come me! Accidenti, allora avevi proprio voglia di vedermi. Di’ un po’, Infinite Jest lo hai letto per davvero? Non sarai per caso uno di quei giornalisti che vengono qui a intervistarmi dopo aver dato un’occhiata su internet? Certo che l’ho letto! L’ho letto tutto, dalla prima all’ultima pagina, note comprese. Ok ok. Comunque scherzo, non farci caso. Allora, Dave, partiamo? D’accordo, vamos! Clicco sul tasto play del registratore. Emozione.

Infinite Jest lo hai scritto nei primi anni ’90. Come è cambiata l’America in tutto questo tempo? Molte cose che hai messo nel libro si sono avverate. Penso ad esempio al problema della dipendenza. Internet. 

Non è cambiata affatto, anzi, vedo tante persone chiuse in casa. Giovani ipnotizzati dai social‎. Degli zombie scollati dalla realtà. Poco empatici. Famiglie di sociopatici. L’intrattenimento plagia, uccide. Nel romanzo parlo di una strana cartuccia. Oggi la cartuccia è lo smartphone.

I protagonisti del tuo romanzo sono giovani tennisti che per il successo sono disposti a tutto

Esatto. Non hanno alternative al successo. È un obbligo al quale non possono sottrarsi. Vivono in una società che ha fatto della competizione la prima ragione di vita, forse l’unica. Voglio dire, ti fanno credere che se arrivi secondo non vali niente. E allora non puoi consentirti di perdere. Sconfitta uguale emarginazione, emarginazione uguale morte.

Da ragazzo hai giocato a tennis, eri una giovane promessa

Sì. Ho scritto dei saggi sul tennis. Adoro i tennisti come Roger Federer: talento, forza atletica, umiltà, passione, poesia. Da ragazzo me la cavavo, facevo dei lob perfetti. Poi ho avuto un incidente e ho dovuto abbandonare.

 

Quante copie ha venduto nel mondo Infinite Jest ?

Non lo so di preciso. Credo tante. Devo dire che non me l’aspettavo. Non mi aspettavo che un libro di milletrecento pagine, così complicato, potesse piacere a tanta gente. Comunque sia, non scrivo con l’assillo delle vendite, non ho mai aspettative di questo tipo. Però fa piacere sapere che quello che scrivi viene apprezzato, viene condiviso dagli altri. Come dire, è gratificante. Sì, gratificante.

Molti giovani non leggono, sono presi solo da internet, dai social. Credi che la letteratura sia superata?

Bella domanda. Spero di no. La scrittura cambia pelle, evolve in altre forme. Io penso che sopravviverà. La vita è racconto, diceva un filosofo che ho studiato al college. Tutti hanno voglia di raccontarsi, farlo nei gruppi di wa o con i social è lo stesso. Può essere letteratura anche quella, no?

A proposito di scrittura, molti ti considerano un genio perché hai inventato un nuovo modo di fare letteratura. Dicono che dopo di te la letteratura non è più la stessa. Ne sei consapevole?

Dicono così? Be’, mi rendo conto di essere un po’ strano, questo sì. Diciamo che mi diverte superare certi steccati, sperimentare, sorprendere i lettori. Ma non lo faccio per esibire il mio presunto tra virgolette talento. Non lo faccio per dire ai lettori: vedete come sono bravo o roba del genere. Non mi interessa. Cerco solo di essere me stesso, di mostrare la mia natura intima senza filtri e senza ricorrere alla retorica della prosa più convenzionale. A volte mi chiedono della punteggiatura. La punteggiatura è una convenzione. Quando parli con qualcuno, i punti e le virgole non li vedi. Però, attenzione, esiste un limite, non si può stravolgere tutto. Ne ho scritto anche in un saggio sul prescrittivismo.

C’è una frase in questo libro che mi piace molto: “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi”

(Ride). Piace molto anche a Karen (sua moglie). L’ho rubacchiata al mio amico Don (DeLillo). In Rumore Bianco Don ha scritto qualcosa di simile, dice a bassa voce. Gli arcobaleni neri sono il bene e il male che ci portiamo dentro. Tutti abbiamo un arcobaleno nero. Ci fa paura, è lo spettro di uno spirito maligno, vorremmo cancellarlo. Mi piace pensare che le mie storie possano aiutare le persone a guardarsi dentro e a non avere paura di quel colore, il nero intendo.

Nel 2006 sei venuto a Capri – Napoli – la mia città

Wow! Yeesss! Ho mangiato delle insalate di polpi magnifiche. Se vuoi ordino una pizza, ma non farti illusioni: qui non siamo a Marechiaro. Scusa, mi avevi chiesto di Capri. Sì, ci venni con Jonathan e Jeffrey (Eugenides) per un convegno organizzato da Antonio Monda, mi pare si chiamasse così. Sì, ricordi bene. Nel pubblico c’ero anch’io. Fu un esperienza straordinaria in tutti i sensi. Conservo dei bei ricordi. Non sapevo che la letteratura americana dalle tue parti avesse un grande seguito. Mi piacerebbe tornarci, ma è troppo lontano e non amo i viaggi lunghi. Soprattutto in questo periodo.

Qual è, se esiste, il libro al quale ti senti più legato?

Non saprei, ne ho scritti così pochi. Quello al quale sto lavorando adesso forse è il libro che mi somiglia di più. Da qualche settimana però sono fermo. Non riesco ad andare avanti. Non c’è verso. È angosciante. Non mi era mai accaduto prima. Forse ho solo bisogno di una pausa. Vieni. Si alza di scatto dal divano.

Dove andiamo?

In garage. Voglio mostrarti il materiale che ho raccolto.

Il garage è dietro la casa. Per arrivarci attraversiamo un vialetto laterale. I cani ci seguono. Dave alza la porta di ferro marrone scuro, con le scanalature. Entrando vengo investito da un tanfo di panni sporchi e di cibo avariato. Lo stanzone è molto profondo, silenzioso e illuminato solo dalla luce artificiale di un grosso neon installato al centro del corridoio iniziale. Lungo la parete sinistra sono ammassati degli scatoloni pieni di libri. Più avanti altri scatoloni con appunti, dischetti e quaderni vari. Dave mi mostra alcuni manoscritti. Sono illeggibili. Mentre si abbassa di nuovo mi guardo intorno. A un tratto  il mio sguardo s‎i posa su un particolare del soffitto: il corridoio del garage è attraversato in senso longitudinale da alcune travi di legno massiccio. Dave si volta. Vede che ne sto fissando una in particolare. In quel punto il legno è scheggiato, e sulla parte centrale ci sono delle lettere cerchiate. Mi guarda. Scuote il capo. Vuoi sapere se è accaduto qui? Quella domanda, così diretta, mi toglie il fiato. Cosa? No, veramente. Eddai, l’ho capito a cosa stai pensando. Se ti interessa, sì, è successo lì, dove ti trovi adesso. Proprio in quel punto. Ma non chiedermi altro, ti prego. E non scriverlo sul blog, mi raccomando. Il volto di Dave ha cambiato espressione. È come se la mia curiosità avesse profanato la sua tomba. D’accordo, gli dico scusandomi. Scusandomi, e per cosa? Non è stato lui a condurmi nel garage? Ok ok, lascia stare, mi dice, aggiustandosi la bandana sulla fronte.Usciamo. Dave chiude la porta del garage tenendo sotto il braccio degli appunti che ha preso da un cassetto di una scrivania ricoperta di faldoni ben ordinati su tre file. Riattraversiamo il vialetto e ritorniamo in casa. Il sole è calato e si alzato un leggero vento. Scusami, Dave, non volevo. Provo a ricucire lo strappo. Tranquillo. Lascia stare. Ora però se non hai altre domande sul libro, io andrei. Sono esausto, non dormo da chissà quanti giorni e domani ho un’altra giornata complicata. D’accordo, Dave. Ok. A proposito, non ho ancora firmato la tua copia, dice spalancando gli occhi. Poi prende un pennarello nero dal tavolo e allunga il braccio per ricevere la mia versione italiana di Infinite Jest. Per me è il momento più emozionante. Sulla pagina bianca che precede il primo capitolo scrive: “Al mio amico (friend) italiano  A. – Dave Wallace”. Ecco fatto. Ah, un’ultima domanda. Dimmi. Come ti piacerebbe essere ricordato, un giorno? Fammici pensare. Mm… “Un antidoto contro la solitudine”. Così. Ci salutiamo con un abbraccio. Mi accompagna alla porta. Grazie di tutto. Grazie a te e buon viaggio, mi dice passandosi una mano tra i capelli. Attraverso il prato inglese avviandomi verso il taxi che mi sta aspettando oltre il cancello. Sta cominciando a piovere. Uno dei cani mi segue scodinzolando fino all’auto. Entro in macchina. Mi accascio sul sedile di pelle. Oddio il libro! Dove l’ho messo? Che stupido, devo averlo dimenticato sul divano. Ripercorro il viale di corsa sotto la pioggia che in pochi minuti ha iniziato ad infittirsi. Busso alla porta bagnato fradicio. Non mi sente. Ribusso. Busso ancora. Viene ad aprire un signore anziano con degli strani occhiali e un cappellino dei Lakers. Chi sarà? Non ricordo di averlo visto prima. Scusi, gli dico con imbarazzo, cercavo Dave, Dave Wallace. Chi è lei? Sono un amico, un suo amico italiano. Mi guarda stranito. David Foster Wallace, intende? Lo scrittore? Sì, proprio lui. Ma Mr. Wallace è morto diversi anni fa. Non abita più qui.

Standard

ROSSOAMARO – Bruno Morchio

 

rossoamaro - Morchio

 

Bruno Morchio è uno psicologo, autore di romanzi ascrivibili al genere “noir mediterraneo”. Il protagonista delle sue storie è Bacci Pagano, un investigatore privato genovese, “un ratto dei carruggi” con un passato da movimentista di sinistra, che gira in vespa e fuma la pipa come il commissario Maigret. La Genova di Pagano somiglia un po’ alla Marsiglia di Fabio Montale, il protagonista delle storie di Jean-Claude Izzo, padre putativo di questa corrente letteraria, che si distingue dall’hard boiled americano per le sue connotazioni geografiche, ma anche per uno spessore narrativo diverso ed uno spettro tematico più ampio.

Rossoamaro esce nel 2008 ed è uno dei libri migliori della produzione di Morchio. Il romanzo si sviluppa attraverso due trame ambientate in epoche diverse. Nel gennaio del 1944, Tilde, una giovane staffetta partigiana, viene arrestata e poi rilasciata. Il capo della sua brigata la spinge tra le braccia di un capitano dell’esercito tedesco affinché carpisca da lui il nome di una spia. Da quella relazione clandestina, dolorosa e travagliata, avrà origine la vicenda raccontata nel presente. Arriviamo dunque ai giorni d’oggi. In una corsia di un ospedale, mentre veglia una prostituta africana sfuggita ad una banda di mercanti di uomini, Bacci Pagano viene avvicinato da un signore anziano che ha lo stesso cognome del capitano tedesco protagonista dell’altra storia, Hessen. L’uomo vuole affidargli l’incarico di ritrovare il suo fratellastro italiano per lasciargli una grossa somma in eredità. Dietro quella strana richiesta si nasconde però un mistero clamoroso che verrà svelato solo nella parte finale del romanzo. Inizia così per Bacci un viaggio avventuroso nel passato della sua città, tra vecchi partigiani sopravvissuti, spie e fascisti. Un’indagine insolita che lo porterà a scoprire anche alcuni segreti della propria famiglia. Rossoamaro è un romanzo ben strutturato che racconta un periodo importante della nostra storia, forse con un pizzico di retorica e di eccessivo trasporto o coinvolgimento da parte dell’autore – Morchio, del resto, non ha mai nascosto le proprie convinzioni politiche, anzi –  ma con una scrittura superba ed una giusta dose di sentimentalismo. Una storia appassionante, malinconica e originale, nella quale le due figure femminili, la giovane partigiana e la ragazza schiava sembrano sovrapporsi nel triste destino che le accomuna, travalicando tempo e latitudini. Questa è la bellezza e il tratto distintivo del noir italiano, oltre il delitto c’è di più: la storia, la politica, la società, l’amore, l’amicizia.

Angelo Cennamo

 

Standard

CASINO TOTALE – Jean-Claude Izzo

 

Casino totale - Izzo

 

Ho scoperto Jean-Claude Izzo, romanziere italofrancese e padre del noir mediterraneo, con molto ritardo, dopo aver letto libri di altri autori, discepoli di quella stessa corrente letteraria: Camilleri, Carlotto, Morchio e Pandiani, scrittore torinese che da Izzo ha mutuato anche le ambientazioni francesi oltre che lo stile narrativo.

La carriera di Izzo è stata breve ma intensa, come la sua vita del resto; sono appena cinque, infatti, i romanzi che il maestro di Marsiglia ci ha lasciato, tra i quali spicca la sua nota trilogia: Casino totale, Chourmo e Solea. Come ogni noirista che si rispetti, Izzo si serve dei delitti e delle investigazioni per raccontare molto di più: il degrado delle periferie, i conflitti sociali, l’immigrazione, la delinquenza. Marsiglia è un crogiolo di etnie che parlano uno strano francese, una mescolanza di provenzale, italiano, spagnolo, arabo. Un melting pot colorato, rigoglioso, spesso difficile da gestire. In Napoli ferrovia Ermanno Rea ha evocato atmosfere simili a quelle di Izzo, parlando della sua città: del porto, di Piazza Garibaldi e di quel dedalo di stradine che da Forcella si perdono fino ai Quartieri spagnoli. Sentite Izzo: Marsiglia è stata contagiata dalla coglionaggine parigina. Sogna di essere capitale. Capitale del Sud. Dimenticando che quel che la rendeva una capitale era il porto. Incrocio di tutte le mescolanze umane. Da secoli. Quando è stato pubblicato Casino totale (1995), non è ancora esplosa la jihad: l’11 Settembre, gli attentati di Madrid, Londra, il Bataclan, sono lontani, e Michel Houllebecq non ha ancora scritto Sottomissione – il romanzo ambientato in una Francia dominata dalla cultura islamica e governata dalla legge coranica – eppure la tensione tra arabi e indigeni, a Marsiglia come a Parigi, è già molto alta Prima, quando per sbaglio davi una spinta a un arabo, era lui a scusarsi. Ora dice: “Potresti chiedere scusa”.

Ma veniamo alla trama. Ugo, al secolo Pierre Ugolini, Manu e Fabio Montale sono tre amici di infanzia. Sono cresciuti tra le strade di Marsiglia rubando e facendo rapine Vivere al Panier era una vergogna. Da un secolo. Il quartiere dei marinai e delle puttane. La piaga della città. Il grande lupanare. Da adulti, le strade dei tre amici si dividono. Montale si arruola in polizia, diventa però uno strano sbirro Sempre meno poliziotto. Sempre più educatore di strada. O assistente sociale o qualcosa del genere. Il suo ruolo borderline spesso lo porta a deviare dal giusto, ad uscire dal perimetro della legalità “scivolavo” tra prostitute e delinquenti di ogni razza. Dopo vent’anni, Ugo torna a Marsiglia per vendicare l’assassinio di Manu, per difendere il suo onore, l’onore di Lole, della loro gioventù, della loro amicizia e dei ricordi. A Marsiglia, l’onore è un valore prezioso, un bene che non si può barattare A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere. Aveva viaggiato nei mari del sud fuggendo da un mandato di arresto internazionale per traffico di opere d’arte. Lole era stata la donna di Manu, ma anche la sua. Anche Montale l’aveva amata, ma senza speranza Lole, fu il nostro desiderio a renderla bella. Quel desiderio che lei aveva dentro di noi. Era ciò che aveva in fondo agli occhi che ci aveva attratto. Quel luogo indefinito, lontano, da dove veniva e dove sembrava andare. Una rom. Come Manu, anche Ugo perde la vita, ucciso dalla polizia durante un inseguimento. Fabio Montale, accovacciato davanti al corpo esanime dell’amico, rivede se stesso, il proprio passato, e medita anche lui vendetta.

Casino totale è una storia di amicizia, di amori sbandati, di ricordi, di rimpianti, raccontata con uno stile minimalista, quasi carveriano, con frasi di mezzo rigo, parole misurate, potenti e cariche di poesia. Una storia malinconica come un tramonto sul porto di Marsiglia, la città protagonista di tutte le trame di Izzo.

Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide.

 Angelo Cennamo

 

Standard

MORTE A FIRENZE – Marco Vichi

Morte a Firenze - Marco Vichi

Sfogliando l’atlante del grande romanzo italiano noir, alla voce “Firenze”, troviamo Marco Vichi, autore tra i più interessanti della sua generazione ma non iscrivibile alla categoria dei giallisti in senso stretto. Vichi, infatti, per sua stessa ammissione non ama il genere poliziesco Non mi appassiona il giallo in sé, dice, per quanto il protagonista delle sue storie sia un commissario di pubblica sicurezza, il commissario Franco Bordelli. A volerla dire tutta, Vichi non è affatto un giallista, e probabilmente neppure un vero e proprio scrittore noir. Più che indagare sui delitti, infatti, il Bordelli di Vichi indaga sulle vite altrui, e indagando indagando, finisce per raccontarci molto più di sé che delle vittime delle sue inchieste: la guerra combattuta nel battaglione San Marco, ricordi che di volta in volta affiorano come dolorosi flashback, le donne amate, quelle che si gira a guardare per strada, gli amici come Ennio Bottarini detto “il Botta”, il ladro buono che lo aiuta a sbrogliare le matasse e col quale va a funghi sulle colline fuori città; Rosa la tenera puttana a riposo con l’anima di una bambina che gli fa i massaggini e che sogna di sposarlo; Piras, il poliziotto zoppo, suo inseparabile braccio destro; il dott. Diotivede, il medico legale che somiglia un po’ al professor Sassaroli di Amici miei – il contesto, le atmosfere sapientemente evocate da Vichi hanno molto a che vedere con quelle del film di Monicelli. A proposito di Amici miei, un particolare che non abbiamo ancora rivelato è che le avventure di Bordelli sono ambientate negli anni Sessanta, periodo sicuramente suggestivo, insolito –  Dario Crapanzano colloca le sue trame nella Milano degli anni Cinquanta, Maurizio de Giovanni nella Napoli degli anni Trenta, non conosco altri casi di retrodatazione narrativa a parte i loro – e soprattutto impegnativo, faticoso, per chi scrive storie seriali.

Morte a Firenze, romanzo pubblicato nel 2009 e vincitore del premio Scerbanenco, si apre con la scomparsa di un bambino. Il cadavere viene ritrovato in un bosco alcuni giorni dopo, in una radura poco distante dal luogo dove il commissario è andato a funghi con il Botta. Nessun testimone, nessuna traccia. La polizia, come si usa dire in simili circostanze, brancola nel buio. Bordelli ha sul collo il fiato del questore Inzipone, infuriato per i titoli dei giornali e per l’indignazione dell’opinione pubblica, ma il commissario non sa proprio dove sbattere la testa. Siamo negli anni Sessanta, non ci sono ancora le moderne tecnologie che supportano gli inquirenti nei giorni nostri: l’esame del dna, le videocamere, internet, i telefonini, né il giornalismo televisivo dei quarti gradi e di chi li ha visti; le inchieste si svolgono ancora secondo la tecnica primitiva della deduzione, dello spirito di osservazione, con i pedinamenti, alla maniera di Maigret. Ma come dicevamo a proposito dello stile di Vichi, la morte del bambino non sembra essere la parte essenziale della narrazione. Al centro della storia, infatti, c’è soprattutto lui, Franco Bordelli, le sue giornate tra San Frediano e la questura, le mille sigarette accese, il maggiolino Volkswagen che rumoreggia come un trattore, le divagazioni sui pregiudizi della borghesia classista, la cultura fascista di cui è ancora permeato il Paese, le cene in trattoria da Cesare con pappardelle al sugo di lepre, le paste e fagioli e il vino pugliese di Totò, le canzoni, i film al cinema da solo, l’infatuazione per Eleonora, la bella commessa di via Pacinotti, troppo giovane per un ultracinquantenne invecchiato e prossimo alla pensione come lui La sua vita era un disastro. Solo, senza una donna. Stava pure ingrassando. Anche il suo lavoro era una misera faccenda. Bordelli ci riporta ad un altro personaggio letterario di quegli stessi anni, il Dorigo di Un Amore di Dino Buzzati, l’attempato architetto che si invaghisce di una minorenne perché non riesce a vivere la normalità familiare dei suoi coetanei.

Passano i giorni ma del bambino assassinato non si sa ancora nulla. Una pista ci sarebbe pure: una bolletta del telefono trovata per caso nel bosco; forse un dettaglio insignificante, probabilmente lo è, ma è l’unico appiglio. Piove su Firenze, piove a dirotto, l’Arno comincia a correre rapido sotto i ponti, gonfio e scuro come non si era mai visto. A pag. 161, il disastro. Nel racconto preciso, nitido, magistrale dell’autore – la naturalezza con la quale Vichi ricostruisce la Firenze di quei giorni lo fa sembrare uno scrittore contemporaneo ai fatti accaduti – le strade sommerse dal fango, le auto accatastate una sull’altra, la gente sui tetti, volontari giunti da ogni luogo tentano di salvare il possibile. Tra le pagine dedicate all’alluvione troviamo brandelli del testo di “Ma che colpa abbiamo noi” una vecchia canzone dei Rokes, simbolo di una rivoluzione che due anni dopo avremmo chiamato “Il Sessantotto”. Vichi si incunea nei sentimenti e nel costume del tempo, è bravissimo nel riprodurre l’atmosfera di un’Italia sospesa tra il ricordo della guerra e l’illusione di un’emancipazione che stenta a realizzarsi. Vichi sa scrivere, la sua prosa non è un vuoto esercizio di stile come quello di certi autori da premio Strega, le sue trame sono cariche di pathos e di autenticità, Vichi sa trascinare il lettore nella storia In mezzo a piazza Santa Croce l’enorme Dante di marmo osservava schifato la melma puzzolente che stagnava ai suoi divini piedi, e i suoi occhi sdegnati sembravano brillare di una luce cattiva. La tempesta, poi il sereno. E l’indagine sull’omicidio del bambino? Sembra essersi smarrita tra i detriti dell’alluvione; Bordelli brancola nel buio, come Firenze in quella notte infernale di fango e distruzione. Al commissario non resta allora che la traccia iniziale, la bolletta della Sip trovata nel bosco, e sperare che quel foglietto di carta sia per davvero “il filo di Arianna” che lo porti fuori dal labirinto.

Angelo Cennamo

Standard

L’ESTATE DEGLI INGANNI – Roberto Perrone

 

 

 

L'estate degli inganni - Perrone

 

Nel primo episodio lo avevamo lasciato alle prese con una brutta storia nata negli anni di piombo. Il tragico destino di suo fratello Napoleone intrecciato a quello del brigatista Petri, chi lo avrebbe detto. Ora Annibale Canessa, l’ex colonnello dei carabinieri e simbolo della lotta al terrorismo uscito dalla penna di Roberto Perrone, sposta il tiro su una vicenda internazionale che coinvolge nientemeno che il dittatore libico Gheddafi, tre ex ministri della prima Repubblica italiana e il Mossad. Un mix esplosivo – è il caso di dire – che ci riporta a un fatto realmente accaduto: “la strage alla stazione” – così la indica l’autore omettendo il luogo (Bologna) e la data ( il 2 agosto del 1980).

Il romanzo si apre con Canessa in pellegrinaggio in Israele con la vedova di suo fratello e la nipotina. Un funzionario dei Servizi lo avvicina e gli consegna una busta con dentro una clamorosa rivelazione. La fama di “Carrarmato Canessa” ha varcato i confini nazionali e per quanto sia ormai fuori dal giro, nessuno meglio del carabiniere eroe può sbrigare questa faccenda, delicatissima e per molti anni seppellita nel caveau di una banca svizzera.

Ultimamente Canessa era ritornato in Liguria, nella baia di San Fruttuoso, a godersi il mare e a gestire il ristorante della zia con la sua giovane fidanzata Carla Trovati; di quella rogna ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ma per uno come lui che ha trascorso la vita a schivare proiettili e ad inseguire i latitanti più pericolosi, resistere al richiamo di certe avventure è come per un giocatore di poker rinunciare all’ebrezza del tavolo verde. E allora si ricomincia. Canessa riserra i ranghi con i soci di sempre: il maresciallo in pensione Ivan Repetto, suo braccio destro, la sua ombra, e il miliardario annoiato Piercarlo Rossi detto “Il Vampa”. Con loro, una serie di altri personaggi più o meno minori, agganci, ex informatori, vecchi amici, e l’immancabile Prefetto Calandra, l’alto funzionario dei Servizi che ama le belle donne e gli abiti griffati, la famosa “rete Canessa” che negli anni Settanta ha supportato il bel colonnello nelle sue pericolose scorribande facendogli conquistare gloria ed onori.

L’informativa del Mossad porta il protagonista in un paesino sulle Alpi bavaresi. È qui che inizia la pericolosa missione di Canessa, la lunga indagine che, tra depistaggi e dolorosi addii, dovrà ristabilire la clamorosa verità sulla “strage alla stazione” in quella calda Estate degli inganni.

Con questo romanzo Perrone si conferma tra gli scrittori più interessanti della letteratura italiana contemporanea, per certi versi, l’iniziatore di un filone crime che pone al centro della narrazione la nostra storia recente, le sue trame oscure, misteri sui quali la cronaca e la magistratura non sempre sono riuscite a fare chiarezza. L’Italia può sopportare tutto, tranne la verità è la frase più bella scritta da Perrone nel libro, la frase che spiega meglio di ogni altra il senso di questa storia, avvincente e misteriosa fino all’ultima pagina, interpretata e declinata dall’autore con il giusto ritmo e con parole sempre misurate, con frasi millimetriche, talvolta venate di humor o malinconico disincanto. Il taglio veloce, diretto, quasi giornalistico della prosa tradiscono la prima esperienza nel campo della scrittura: per molti anni Perrone ha raccontato di sport, di viaggi e molto altro come inviato del Corriere della sera. Senza voler scomodare un paio di suoi più noti predecessori in via Solferino, Buzzati e Pasolini, Roberto Perrone, alla soglia della terza età, sembra destinato ad una brillante carriera di romanziere noir.

Angelo Cennamo

 

Standard

LA VERITÀ DELL’ALLIGATORE – Massimo Carlotto

la verità dell'alligatore - Carlotto

Con Massimo Carlotto la geografia del noir ci porta nel nord est, in quel di Padova. Marco Buratti, ex cantante di blues e frontman degli Old Red Alligators, ha scontato sette anni di detenzione per un reato che non ha commesso. Oggi svolge piccole indagini per quei legali che hanno bisogno di entrature nel mondo della malavita. Di delinquenti Marco ne ha conosciuti tanti, a cominciare da Beniamino Rossini, noto rapinatore milanese al quale il bluesman chiede aiuto tutte le volte che deve risolvere un caso complicato. Buratti è un personaggio borderline, si muove in uno spazio neutro, sul crinale di un’illegalità più o meno giustificata dal lieto fine, e Beniamino è il suo braccio armato, la sua coscienza sporca. La verità dell’Alligatore è il secondo romanzo di Carlotto, il primo della fortunata serie di Marco Buratti. Un’avvocatessa sta cercando disperatamente un suo cliente scomparso. L’uomo, in regime di semilibertà dopo essere stato condannato ingiustamente negli anni Settanta per l’omicidio di una donna, si ritrova ora implicato, suo malgrado, in un secondo delitto. Per gli inquirenti il caso è già chiuso, ma da un misterioso dettaglio Buratti capisce che esiste un’altra verità. La storia raccontata da Carlotto ha molti tratti della sua biografia: un grosso errore giudiziario, l’ingiusta detenzione, il riscatto, che nel romanzo tuttavia non è affatto consolatorio. Il Buratti di Carlotto è un personaggio vero, che buca la pagina, è un uomo deluso e disincantato come il Rocco Schiavone di Manzini, ma di tutt’altra pasta rispetto al vicequestore romano. Buratti è un musicista, ha una sensibilità diversa, e un indole ormai corrotta dall’esperienza del carcere. Nulla tornerà come prima, sembra volerci dire l’Alligatore quando sfida la sorte al fianco di Rossini, ma qualcosa di buono e di giusto per cui battersi ci sarà sempre. Nonostante tutto, Buratti è un eroe romantico, amante della buona musica e del calvados Puoi togliere il blues dall’alcol ma non l’alcol dal blues. È la frase più bella del libro, una frase che ti resta dentro per sempre. Il guizzo del fuoriclasse.

Angelo Cennamo                  

Standard

UNA BRUTTA STORIA – Piergiorgio Pulixi

Una brutta storia - Piergiorgio Pulixi

Ho scoperto Piergiorgio Pulixi attraverso Massimo Carlotto, appassionandomi ai suoi romanzi e leggendo di alcune interessanti iniziative editoriali come il “Collettivo Sabot”, laboratorio di aspiranti scrittori che il maestro del noir ha aperto in terra di Sardegna, tra i quali brilla proprio la figura di Pulixi. Di Carlotto, il giovane Piergiorgio è considerato una sorta di allievo-figlioccio, per quanto il suo stile sembri avvicinarlo più al genere crime americano che a quello mediterraneo del più famoso Alligatore. Una brutta storia, romanzo pubblicato nel 2012 quando Pulixi aveva appena trent’anni, è il primo capitolo di una saga che ha riscosso grande successo di pubblico e di critica. Tuffandoci nelle 460 pagine, la mente corre inevitabilmente a due capolavori di Don Winslow: Le Belve e Corruzione, quest’ultimo, a scanso di equivoci, uscito nel 2017. Le assonanze afferiscono sia al tema trattato – un gruppo di poliziotti che si muovono ai confini della legge – sia al ruolo dei protagonisti. Biagio Mazzeo ci ricorda molto Danny Malone, il superpoliziotto di The Force che si aggira per le strade di New York come un vento impetuoso che soffia via ogni sporcizia. Il personaggio di Pulixi invece imperversa tra i quartieri più malfamati di una imprecisata città italiana insieme ad una banda di colleghi violenti e corrotti come lui, che combattono il crimine ma gestiscono pure tutto il traffico della droga I suoi superiori lo adoravano per la grande quantità di brillanti operazioni antidroga e per i numerosi arresti. Chiudevano un occhio sui suoi metodi poco ortodossi perché Mazzeo non era utile, era indispensabile. E’ un peccato che Pulixi abbia scelto di non indicare i luoghi dove ha ambientato la sua storia; la bellezza del noir italiano, la sua cifra, il tratto peculiare, è proprio quello di mostrarci l’Italia. Ci sarebbe piaciuto vedere Mazzeo prendere un caffè in corso Buenos Aires, a Milano, o sfrecciare a bordo del suo bolide per via Garibaldi, a Torino. Ma non importa, il romanzo è così ben strutturato e avvincente da travolgere qualunque incertezza e da ammaliare anche il lettore più esperto. Il branco di Mazzeo è formato da una ventina di fedelissimi, tra i quali spiccano soprattutto le figure di tre donne: Claudia Braga, la poliziotta lesbica e cocainomane, braccio destro di Mazzeo e vicecapo della banda; Donna, la vecchia amica che oggi gestisce un bordello anche grazie ai fondi dei poliziotti corrotti; Sonja Comaneci, la giovane amante di Biagio, ex prostituta salvata dalla strada e redenta. Tutti insieme la sera si ritrovano al Bang Bang, il quartier generale dove tra birre e risate gli sfrontati tutori dell’ordine pianificano i loro colpi, sperando che quella checca di Valerio Bucciarelli, il vicequestore integerrimo – incastrare Mazzeo per lui è più di un’ossessione – non si metta ancora di traverso.

Una brutta storia è un romanzo ambizioso, ben scritto, dal ritmo serrato, dal linguaggio realisticamente crudo e a tratti volgare, nel quale viene fuori un mondo marcio e senza regole, dove il confine tra il bene e il male non è più visibile. Piergiorgio Pulixi è uno scrittore di razza che può misurarsi con i più grandi autori internazionali di questo genere, e non solo. Quella di Pulixi, infatti, è letteratura a tutto tondo, e classificarla come crime, thriller o hard-boiled sarebbe una semplificazione ingenerosa e priva di senso. Pulixi racconta la società contemporanea, i lati oscuri che sono in ognuno di noi, il dramma della povertà e della solitudine nelle nostre periferie, il sesso in ogni sua sfumatura, i sentimenti, la tentazione del guadagno facile, il crollo dei valori. Romanzo sociale, dunque. Non chiamatelo noir.

Angelo Cennamo

Standard

UCCIDI IL PADRE – Sandrone Dazieri

 

 

Uccidi il padre - Dazieri

 

Ho già scritto in altre occasioni che il noir è il fenomeno più interessante prodotto dalla letteratura italiana negli ultimi dieci anni. Lo ribadisco. Esiste una prolifica e variegata generazione di giallisti  – pessima semplificazione per indicare gli autori del romanzo poliziesco in tutte le sue sfumature – che si fa valere non soltanto sul mercato interno ma che non teme la competizione straniera. Per comprendere le dimensioni di questo fenomeno basta citare alcune case editrici, Sellerio ed Edizioni E/O su tutte, che di questo genere – altra brutta parola – ne hanno fatto quasi un marchio distintivo.

Sandrone Dazieri, scrittore lombardo dalla biografia americana – mille mestieri e disavventure prima di dedicarsi alla narrativa – si è fatto apprezzare nei primi anni Duemila per una serie di romanzi gialli – la saga del Gorilla – dai quali è stato tratto anche un film di successo interpretato da Claudio Bisio. Nel 2014 la svolta. Dazieri scrive un thriller di circa seicento pagine e firma il suo capolavoro. Uccidi il padre, questo il titolo del libro, diventa un caso editoriale e viene tradotto in mezzo mondo, dagli Stati Uniti al Giappone. Il primo capitolo di una trilogia che con L’Angelo e l’imminente I Fratelli ( titolo provvisorio) ha aperto un nuovo ciclo e un percorso artistico forse dal respiro più ampio rispetto a quello delle opere precedenti. Ma andiamo con ordine. Uccidi il padre racconta una storia drammatica che oltrepassa i confini del noir o poliziesco che dir si voglia, e che vede come protagonisti due personaggi indimenticabili: Colomba Caselli e Dante Torre, due detective stravaganti, dalla personalità originale, quasi borderline. La prima è una poliziotta in aspettativa, sul punto di dare le dimissioni, perché scioccata da una precedente vicenda professionale “Il Disastro” Si era fatta strada in un mondo di uomini, molti dei quali l’avrebbero vista più volentieri portare il caffè invece di una pistola, e aveva imparato a nascondere debolezze e guai a tutti . Il secondo è meglio conosciuto come “Il bambino del silo” perché venticinque anni prima era stato rapito e tenuto prigioniero per oltre undici anni da un uomo misterioso che lo obbligava a chiamarlo “Padre”. Colomba soffre di attacchi di panico. Dante è un paranoico claustrofobico,  Xanax dipendente, che beve ettolitri di caffè e cerca di riappropriarsi del tempo perduto collezionando dischi, film e altre cianfrusaglie degli anni Ottanta. Per guadagnarsi da vivere si è inventato un mestiere ritagliato sulla brutta storia che ha vissuto nell’infanzia. Il romanzo si apre con il ritrovamento del cadavere di una donna in un parco nella periferia di Roma. Dante e Colomba indagano sulla scomparsa del figlio della donna. E’ un’indagine clandestina perché Colomba è stata richiamata segretamente in servizio da un suo superiore, preoccupato che gli altri suoi colleghi possano sviare l’inchiesta o, peggio, insabbiarla. Tutto lascia pensare che l’autore del delitto sia il marito della vittima e che lo stesso uomo abbia ucciso anche il figlio. Ma un dettaglio importante, il ritrovamento di un oggetto sul luogo della scomparsa, riaccende i ricordi di Dante: l’assassino è il Padre, l’orco che venticinque anni prima lo aveva rapito e tenuto prigioniero nel silo. Solo una farneticazione per gli inquirenti, ma Dante non ha dubbi: il Padre è ancora vivo ed è tornato per uccidere. La storia, ambientata tra Roma e Cremona, è avvincente e ricca di colpi di scena, sulla falsariga dei migliori thriller d’oltreoceano. Il ritorno del mostro ricorda la ricomparsa di It nel capolavoro di Stephen King. Nel romanzo americano l’orco è un’entità multiforme che riemerge dalle viscere della terra ogni venticinque anni. Nel libro di Dazieri, una figura altrettanto misteriosa dietro la quale potrebbe celarsi chissà quale complotto. Di Uccidi il padre ci colpiscono tre cose in particolare: l’impianto narrativo, solido ed originale; la forte connotazione psicologica dei protagonisti, un uomo e una donna emotivamente fragili ma nello stesso tempo determinati e sprezzanti del pericolo; il ritmo che l’autore  è riuscito ad imprimere alla narrazione dalla prima all’ultima pagina con una scrittura agile e senza fronzoli. Quale misteriosa ragione o consuetudine abbia impedito a questo romanzo di finire perlomeno nella cinquina del premio Strega, resta un ultimo mistero, l’unico, temo, che Dazieri non potrà svelarci.

Angelo Cennamo

Standard

FOLLIA MAGGIORE – Alessandro Robecchi

 

Follia maggiore - Robecchi

 

 

Con Alessandro Robecchi la geografia del noir ci conduce a Milano, la capitale morale del Paese ma anche la città dei poteri forti, dell’alta finanza, delle banche, e di una borghesia che ha conosciuto tempi migliori. E’ una Milano eternamente piovosa, cinica e frenetica come nei libri di Buzzati, o più recentemente nei romanzi di Fontana e di Perrone, tanto per rimanere nel giro delle storie torbide. Spietata, arrogante con i deboli, e grigia, una finestra che si apre sul cemento cantava Alex Britti. Ma questa è un’altra storia. O magari è la stessa.

Umberto Serrani è un settantenne ancora molto sveglio e indipendente, uno spregiudicato uomo d’affari che ha passato la vita a nascondere i soldi dei ricchi. Una sua vecchia fiamma, Giulia Zerbi, donna colta, affascinante, e con una figlia che sogna di diventare cantante lirica, viene uccisa misteriosamente sotto casa sua, a pochi passi dal commissariato di polizia. Serrani, che è vinto dal rimpianto, dalla nostalgia, e che divide il tempo che lo separa dalla morte in settimane, vuole vederci chiaro e ricostruire gli ultimi trent’anni della vita di Giulia. Ingaggia allora una strana coppia di detective: Oscar Falcone, giornalista di cronaca nera dotato di grande fiuto quel suo lavoro a metà tra il ficcanaso e l’investigatore, il rabdomante di guai, non ha confini certi, e l’immancabile Carlo Monterossi, il facente funzione di “elementare Watson”.

Riassunto delle puntate precedenti. Per chi non avesse letto nessuno dei capitoli della saga di Robecchi – perché di saga si tratta – Monterossi è un autore televisivo di programmi trash, la tv del dolore, La Grande Fabbrica della Merda, ovvero Crazy Love, lo show condotto dalla smorfiosa ed esuberante Flora De Pisis, anchorwoman che somiglia tanto a quella intrattenitrice della domenica pomeriggio….come si chiama…..ce l’ho sulla punta della lingua……vabbè, ci siamo capiti. L’indagine ufficiale sul delitto la conducono i soliti Ghezzi e Carella, i due poliziotti, anche loro protagonisti fissi dei romanzi di Robecchi – Follia maggiore è il quinto della serie. In un primo momento, Giulia sembra essere stata la vittima di uno scippo riuscito male, le inchieste dei quattro protagonisti portano però in ben altra direzione. La storia è intricata, come è normale che sia, ma la parte del giallo non occupa tutta la narrazione. Robecchi è bravo a spaziare su molti temi, dall’economia alla corruzione, dalla passione alla volgarità dei tempi moderni, aggiungendo nell’occasione un’originale nota musicale. Sonia Zerbi, la figlia di Giulia, è attesa da un delicato concorso a Basilea che potrebbe lanciarla nel mondo della lirica Non si dà follia maggiore è la cavatina del Turco in Italia di Rossini. Il romanzo poggia su tre trame e su diversi piani temporali: il delitto, la generosità di Serrani che offre tutto il proprio sostegno, economico e affettivo, alla causa di Sonia, e la passione amorosa che l’anziano uomo d’affari ha vissuto con la donna assassinata venticinque anni prima.

E’ una storia che parla di rimpianti, di sensi di colpa, della paura di morire, della crisi del ceto medio e di usura. Robecchi scrive con leggerezza e ironia, il libro è ricco di battute fulminanti. La forma è moderna, dinamica, senza fronzoli: “Questo è” per indicare chi pronuncia la frase, “Ora sono” a scandire la consecutio. Lo stile di Robecchi ricorda molto quello di certi scrittori americani, Robecchi è un portatore sano di Don Winslow, sa raccontare il proprio tempo, e declinare il realismo come solo certi giallisti – brutta parola che uso solo per semplificare – sanno fare. Follia maggiore arriva un anno dopo Torto marcio, il romanzo della consacrazione, pubblicato come tutti gli altri da Sellerio, editore specializzato nel noir, e che, sulla scia del maestro Camilleri, ha portato alla ribalta una schiera di giovani autori interessanti e molto apprezzati anche all’estero: Manzini, Recami, Malvaldi, Savatteri e Simi.

Angelo Cennamo

Standard