INFINITE JEST – David Foster Wallace

 

INFINITE JEST NEW

Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Maneggiare un romanzo di David Foster Wallace è un’esperienza meta-letteraria. Un viaggio senza ritorno nelle viscere dell’umanità, il tentativo di esplorare un luogo sconosciuto di noi stessi e del mondo che ci sta intorno da una prospettiva nuova, inusuale, a metà strada tra l’iperrealismo e la follia. Ma perché uno scrittore oscuro e difficile come Foster Wallace piace così tanto? Difficile spiegarlo. Forse perché in quelle oscurità ritroviamo le nostre malinconie, le nostre insicurezze. Perché non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo: I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxiInfinite Jest  è un libro che per la sua mole – 1.280 pagine fittissime – incute terrore e scoraggia anche i cultori più incalliti della parola scritta. Lasciare però quel malloppo di carta in bella vista sulla scrivania alla stregua di un fermacarte qualunque o di un vecchio almanacco, temendo che la smisurata lunghezza possa annoiare o peggio logorarci i nervi fin dai primi capitoli – può accadere se non si è rodati al postmoderno spinto – è più di un peccato veniale: è negarsi a una rigenerazione emotiva che dopo tutto finisce per amplificare la nostra qualità di lettori – dopo aver letto Wallace si diventa lettori terribilmente esigenti. Una catarsi dunque. Ma prima della catarsi, il supplizio, sfiancante, ai limiti della sopportazione. Infinite Jest  è un romanzo meravigliosamente faticoso. Nei momenti di scoramento si ha voglia di lanciare il mattone contro la parete della camera da letto e maledire il critico della rivista o l’amico – in questo caso nemico – che ne ha consigliato l’acquisto. Ma dura poco. Dura poco perché dai libri di Wallace e dallo stu-po-re che generano le sue trame è difficile stare lontani. Quel vigore narrativo sempre sopra le righe, quella capacità rara di destare curiosità con un semplice dettaglio o con un dedalo di assurde coordinate dentro il quale ritrovare il soggetto della frase principale può diventare un vero rompicapo: è questo il genio letterario di Wallace. Infinite Jest  è un murales di emozioni profonde, dipinto con una prosa schizofrenica e così argomentativa da cancellare quasi la distinzione tra narrativa e saggistica. Un romanzo fluviale senza trama e senza un vero finale che racconta di una società rassegnata al proprio annientamento psichico e fisico. In un tempo imprecisato e sponsorizzato gli Usa avranno inglobato il Messico e il Canada in una supernazione chiamata ONAN. Wallace ambienta il romanzo all’interno dell’ETA ( Enfield Tennis Academy), un liceo per giovani promesse del tennis che sognano di  giocare nell’ATP “lo Show”, e all’Ennet House, un centro di riabilitazione per alcolisti e drogati che puzza del tempo che passa. Come tutti i protagonisti della storia, i ragazzi dell’ETA sono sopraffatti dalla noia e invischiati nell’uso di sostanze ricreative.  Infinite Jest è anche il titolo di un film misterioso che ipnotizza gli spettatori condannandoli ad una pericolosa assuefazione. Un’arma letale che può cambiare il corso degli eventi. Eccoci  dunque al tema del romanzo: la dipendenza. Dipendenza da qualunque cosa, non solo dall’alcol e dalle droghe. Forse anche dallo stesso libro che imprigiona il lettore più intrepido fino alle note del post scriptum in una sorta di stato catatonico: il magnetismo di Wallace è un argomento da approfondire, da studiare. Dicevamo della trama come espediente dell’autore per raccontare molto altro attraverso divagazioni su fatti, luoghi e personaggi, seguendo i consueti schemi labirintici ai quali the genius ci ha abituato per guidarci nel suo mondo enigmatico e ricco di suggestioni: dilatazioni spazio-temporali, periodi lunghi e frammentati senza mai un capoverso, punteggiatura fantasiosa. Un tracciato avventuroso che ci lascia senza fiato, attoniti. Del realismo isterico di Wallace e dell’impossibilità di cogliere fino in fondo tutte le sfaccettature della sua grammatica mentale non si può dire di più. La cosa più faticosa della mia vita dice Edoardo Nesi che del libro ha curato la traduzione in italiano. Cos’altro aggiungere: Infinte Jest  è un romanzo monumentale in ogni senso – il tomo è alto quanto il palmo di una mano – scomodo anche nell’approccio fisico. Ma è un’opera superba, irripetibile, che attraversa molti generi, una scheggia di autentica bellezza tra i classici della letteratura moderna.

Angelo Cennamo                                       

 

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SUTTREE – Cormac McCarthy

Suttree

“Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna”.

Knoxville, Tenessee, un uomo fugge dai suoi affetti più cari e si trasferisce in una baracca su un fiume. Il suo nome è Cornelius Suttree. Come un randagio solitario, Suttree sopravvive pescando pesci gatto che rivende in città, in quel mercato che sembra “un lazzaretto di generi alimentari e flora e umanità menomata”. Il suo mondo è un girone dantesco popolato di ladri, negri, ubriaconi e puttane. Una fauna di derelitti e di balordi con vissuti di galera e di grande sofferenza che incontra navigando con la sua barca e nei bar sgangherati di quella landa oscura fatta di “anonime costruzioni di carta catramata e lamiera, abitazioni fatte di nudo cartone e pisciatoi di assi traballanti inghiottiti da un turbinio di mosche”. Le giornate di Suttree sono un susseguirsi di ore avvilenti, oberate di una fatica inconcludente, precaria, tra i rottami squallidi di quella campagna povera, spettrale, sulle sponde di un fiume sporco ma vitale che scorre silenzioso oltre ogni solitudine, e “sotto il flusso dell’acqua cannoni e affusti, orecchioni incagliati che arrugginivano nel fango, barche a chiglia decomposte in mucillagine. Leggendari storioni dal corpo corneo e pentagonale, pesci gatto e carpe cupree e lucenti come lasche, con il loro ventre pallido e senza sprue, una densa fanghiglia tempestata di vetri rotti, ossa e barattoli arruginiti e cocci di stoviglie venate di crepe nere di fango“. In mezzo a quella brodaglia e a quegli scarti Suttree è “come feccia sul fondo di un calice”, un uomo che non ha propositi, né di tornare da dove è venuto né di raccontare quello che ha visto. Il suo è un girovagare senza fine, senza meta, che un giorno lo porterà ad abbandonare definitivamente quei luoghi palustri, prossimi ormai alla contaminazione di una nuova civiltà urbana “camminando per l’ultima volta lungo quella stretta strada si sentì scivolare di dosso ogni cosa. Finché non gli rimase più nulla di cui disfarsi. Era tutto scomparso. Nessuna scia, nessuna traccia“. Io, vagabondo che non sono altro.
Se non hai mai letto Cormac McCarthy della letteratura non hai capito nulla, disse una volta David Foster Wallace a un amico regista, al quale suggerì di fare di questo libro una trasposizione cinematografica. Chi ha conosciuto il McCarthy di Merdiano di sangue, Cavalli selvaggi, La Strada, leggendo Suttree – romanzo del 1979 tradotto in Italia solo trent’anni dopo – scoprirà una versione completamente inedita del grande maestro di Providence che Harold Bloom indica tra i superquattro viventi con DeLillo, Pychon e Roth, per via di uno stile tutt’altro che asciutto ed essenziale al quale McCarthy ci ha abituati con i suoi straordinari racconti western. Al contrario, Suttree è un romanzo dalla prosa rigogliosa, massimalista, argomentativa, poetica, ricca di metafore e di descrizioni suggestive che sembra aver lasciato una traccia profonda nella letteratura recente: “L’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati” – “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi (Infinite Jest  – David Foster Wallace). La storia di Cornelius Suttree è romanzo senza trama e senza un vero finale. Un diario o un lungo flusso di coscienza che ricorda l’Ulisse di Joyce, in alcuni passaggi anche la Divina Commedia di Dante: “particella di materia attonita che si essicca nel fango conciante, la terra damnata della defunta alchimia cittadina”. Un’opera superba, dalla scrittura ricercata, immensa, inimitabile.

Angelo Cennamo              

  

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DIO DI ILLUSIONI – Donna Tartt

Dio di Illusioni Tartt

“Dioniso è maestro di illusione, colui che sa far crescere una vite da un legno di nave e in generale rende capaci i suoi devoti di vedere il mondo come non è“.

In un tempo recente ma indefinito, il giovane incompreso Richard Pappin lascia la California e l’area di servizio dove vive con i genitori per trasferirsi in un college esclusivo del Vermont. Qui conosce Julian Morrow, un eccentrico professore di greco che seleziona i suoi studenti secondo criteri personali più che accademici. Morrow è un uomo carismatico, un fine intellettuale in passato amico di Ezra Pound e di T.S. Eliot, un oratore meraviglioso che considera il suo lavoro “una gloriosa forma di gioco“. Ma ha delle strane manie: i suoi corsi sono riservati a una cerchia ristretta di studenti che in lui avranno il solo ed unico maestro: “dopotutto anche Platone aveva un solo maestro, e così Alessandro“. Richard, che ha voglia di studiare il greco antico, ne rimane immediatamente affascinato, al punto di accettare senza riserve la sua rigida imposizione. Con lui ci sono altri 5 ragazzi, ricchi e viziati, più avanti nella conoscenza dei classici rispetto all’ultimo arrivato, verso il quale sembrano provare fin da subito una certa diffidenza. Bunny, Francis, i gemelli Charles e Camilla, ed Henry formano una conventicola snob e fuori dal mondo “nessuno dei cinque era minimamente interessato alle cose del mondo… alla luce elettrica Henry preferiva le lampade al cherosene” presa unicamente dallo studio della letteratura e dei miti greci. Richard inizialmente osserva il gruppo dall’esterno. Con molta fatica prova a penetrare quel muro invisibile di piccoli segreti, sotterfugi e di complicità  oltre il quale non riesce a vedere: “volevo cullarmi nell’illusione che fossero del tutto sinceri nei miei confronti, che eravamo amici, senza segreti. Invece di molti fatti non mi tenevano al corrente“. Richard ammira molto Julian Morrow, ma anche Henry, l’allievo più erudito e promettente ( il vero protagonista del romanzo) : “la loro ragione, i loro occhi e orecchi vivevano entro i confini di quei veri antichi ritmi – il mondo a me noto non era la loro casa – e, lungi dall’essere visitatori occasionali di quella terra, al pari di me stesso, turista ammirato, ne erano piuttosto abitatori permanenti“. Una sera i compagni di Richard, trascinati dallo studio ossessivo del greco e dal fanatismo di Morrow, cedono all’alcol e alla droga per raggiungere l’estasi dionisiaca. In un bosco fuori città celebrano un baccanale in piena regola, con preghiere, misteriosi riti magici e pratiche sessuali. Siamo al momento cruciale del racconto. In preda all’ebbrezza e a quello stato di scomposta esaltazione, Henry, forse senza rendersene conto, uccide un uomo. Bunny quella sera non c’è, ma l’assassino e i suoi complici faticano a nascondere il misfatto. Ora Bunny sa tutto, scherza, allude, ricatta: “aveva un carattere imprevedibile e si fiondava nella vita guidato solo dalla fioca luce dell’impulso e dell’abitudine“. Dentro quella imprevedibile spirale di violenza dovrà finirci anche lui. Il destino del gruppo è segnato, quel mondo di eccessi e di pericolose complicità comincia piano piano a sfaldarsi, a crollare un pezzo alla volta. “A cosa pensava Richard mentre vedeva morire Bunny? Non al fatto che stava aiutando i suoi amici a salvarsi, ma a piccole cose, insulti, insinuazioni, crudeltà che in quel momento, a distanza di mesi, chiedevano vendetta“.

Dio di illusioniThe Secret History nella versione americana  – è il romanzo di esordio di Donna Tartt, scritto venti anni prima del più celebre Il Cardellino, con il quale l’autrice americana vinse il premio Pulitzer nel 2014. È un libro ambizioso, con una trama originale e seducente sia per l’ambientazione spazio-temporale del racconto, a metà strada tra la modernità e l’antica Grecia, sia per la prosa erudita e ricercata che nella tradizione della Tartt risente molto l’influsso dell’arte e della cultura classica della vecchia Europa. Un romanzo di formazione nel quale si fondono sentimenti e ossessioni ai limiti del verosimile, che rendono però la storia ricca di suggestione e di una rara intensità che accompagna il lettore dal prologo – luogo nel quale si preannuncia la morte di Bunny – fino all’ultimo capitolo del libro. Per raccontare le vicende di quella bizzarra conventicola e delle sue illusioni perverse alla Tartt potevano bastare anche quattrocento delle seicentoventidue pagine di cui si compone il romanzo –  Simenon ne avrebbe impiegate al massimo 250. Ma è l’unico limite di un’opera nel complesso vigorosa, armoniosa e magnificamente scritta da una ragazza di appena 28 anni con un grande futuro davanti a sé.

Angelo Cennamo

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MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO – Jonathan Safran Foer

molto forte incredibilmente vicino

“Troppi Jonathan nella letteratura” scrive Jonathan Franzen nel suo ultimo romanzo Purity – Coe, Lethem, Miles…Safran Foer, che nel 2005, quando viene pubblicato Molto forte, Incredibilmente vicino, di anni ne ha appena ventotto. Jonathan Safran Foer è tra gli autori più interessanti e visionari della nuova generazione americana. Nonostante la giovane età, al suo attivo ha già diversi racconti, un saggio e tre romanzi ben recensiti. Nei prossimi mesi uscirà il suo quarto romanzo, l’attesissimo Here I am. Con Extremely Loud and Incredibly Close – nella versione Usa – Safran Foer si consacra tra gli scrittori più amati dalla critica e dal pubblico anche fuori dai confini nazionali. Il romanzo racconta la storia di Oskar Schell, un bambino di nove anni che ha perso il padre nell’attentato alle Torri Gemelle. Oskar è un ragazzino intelligente, intraprendente, sensibile, e con molta immaginazione. Un giorno, frugando nel ripostiglio del padre, trova una busta con una chiave. Sul retro della busta c’è una scritta: “Black”. Che vorrà dire? Chi sarà mai questo Mr. Black? E quale serratura aprirà quella chiave? Inizia così un viaggio straordinario di molti mesi che porterà il bambino alla ricerca di tutti i signor Black di New York. Quel girovagare tra i cinque distretti della città farà conoscere a Oskar un’umanità nuova e curiosa come lui, ma soprattutto lo farà sentire più vicino al padre. L’indagine del piccolo protagonista non è però l’unico tema del libro, la sua storia infatti si intreccia ad un’altra vicenda appassionante, quella di suo nonno, un uomo segnato profondamente dalla morte di una ragazza avvenuta durante la seconda guerra mondiale, al punto da rinchiudersi in un misterioso mutismo che lo porta a comunicare col mondo esterno solo attraverso la scrittura, e a scappare di casa alla nascita del figlio Thomas “perché la vita talvolta può essere più dolorosa della morte”.

Molto forte, Incredibilmente vicino è un romanzo dalla struttura insolita, immaginato e scritto da Safran Foer come farebbe un bambino dell’età di Oskar. La tecnica adoperata dall’autore contribuisce a rendere il racconto originale non solo per i contenuti della trama ma anche per il linguaggio stesso della narrazione e per la grafica ( alcune pagine sono occupate da una sola frase o da una sola parola, in altre troviamo delle lettere cerchiate di rosso ). E’ un libro ricco di tenerezza e di poesia che parla dell’assenza, quella del padre sconosciuto di Thomas, che trascorre la propria esistenza lontano dalla famiglia a scrivere lettere mai spedite al figlio. E l’assenza di Thomas, uscito dalla vita di Oskar troppo presto per una tragica fatalità che poteva essere evitata. Tutto il romanzo è giocato sulla doppia sponda temporale delle due storie che inaspettatamente si ricongiungono in un finale commovente ed intenso.

Angelo Cennamo                        

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BENEDIZIONE – Kent Haruf

KENT HARUF Benedizione

Dopo aver letto romanzi come Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo – la cd Trilogia della pianura – la prima domanda che ci salta in mente è come mai uno scrittore come Kent Haruf in Italia sia così poco conosciuto. La seconda è come mai i suoi libri siano pubblicati da una minuscola casa editrice milanese, la NNEditore, anziché da colossi dell’editoria: Einaudi, Rizzoli, Mondadori ecc. Di Haruf si fa fatica a trovare anche pochi cenni biografici. Di lui sappiamo che è originario di Pueblo, nel Colorado, che è morto due anni fa, e che prima di approdare alla narrativa ha fatto svariati mestieri: l’infermiere, il carpentiere, il bibliotecario.

Benedizione, uscito per la prima volta in America nel 2013, racconta l’ultimo mese di vita di un uomo al quale è stato diagnosticato un cancro. Dad Lewis, questo il nome del protagonista, vive con la moglie Mary nella sua vecchia casa di campagna nella periferia di Holt, una cittadina immaginaria del Colorado – Stato situato nella zona centrale degli Usa, dal paesaggio mozzafiato, dominato da aspre catene montuose e da pianure sconfinate che d’estate profumano di mais. L’America contadina, romantica, nazionalista e puritana dei coniugi Lewis è un piccolo mondo antico fatto di valori semplici e indissolubili dove le parole computer e smartphone sono bandite dal racconto, e perfino l’adulterio può diventare causa di licenziamento. Intorno alla  figura del vecchio Dad e al suo capezzale ruotano diversi personaggi, mai gregari ma cooprotagonisti di una storia lenta e avvolgente che sa intrattenere e commuovere al tempo stesso: la figlia Lorraine, segnata da una precedente tragedia familiare e venuta da Denver per assistere i genitori nei giorni più dolorosi; il reverendo Lyle, malvisto dalla comunità di Holt perché predica la tolleranza negli anni in cui il suo Paese è in guerra contro l’integralismo islamico; la vicina di casa Berta May, che vive in compagnia della nipotina Alice rimasta orfana della madre; le signore Johnson: Willa e sua figlia Alene “donna di mezza età sola e isolata, l’insegnante senza marito che passa la vita in mezzo ai figli degli altri, una che un tempo prima aveva avuto un breve, eccitante momento di passione ma poi aveva fatto marcia indietro”; Frank Lewis, il figlio omosessuale di Dad e Mary, scappato di casa dopo il diploma e mai più tornato.

Benedizione è un romanzo corale in cui le vite dei personaggi si intrecciano le une alle altre in un afflato di valori e di sentimenti autentici che resistono al logorio della modernità. Un libro ricco di poesia e di suggestioni country che affronta i temi delle relazioni umane, della malattia e della ricerca della redenzione con molto garbo e con delicatezza. Il Colorado di Kent Haruf somiglia molto al Maine di Elizabeth Strout, così come la contea di Holt ci ricorda Crosby, il villaggio dove la scrittrice di Portland ha ambientato i racconti di Olive Kitteridge. Stesse atmosfere che evocano un’America lontana  dai grattacieli e dal frastuono delle metropoli; un Paese rurale, attraversato da mandrie di bovini al pascolo e solcato da strade polverose di terra battuta. In una delle scene più pittoresche del romanzo, Lorraine e le signore Johnson, per trovare refrigerio dalla calura estiva, si denudano e fanno il bagno nell’abbeveratoio del bestiame, tra le mucche che riposano, il fango e il letame. Pagine indimenticabili di una letteratura sobria e minimalista che merita di essere riscoperta e approfondita.

 

Angelo Cennamo                                                      

 

 

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Brevi interviste con uomini schifosi – David Foster Wallace

Brevi interviste (Wallace)

Un bambino in piscina fissa il trampolino altissimo dall’altra parte della vasca. Vorrebbe salirci e tuffarsi, ma è trattenuto dalla paura. Decide di andare. La lenta salita verso la vetta è un racconto di infinita bellezza fatto di dettagli minuziosi, immagini vivide. Una macchia di luce sta per stagliarsi su una giornata che profuma di pubertà: il bambino oggi compie tredici anni. La scaletta di metallo vibra sotto i piedi umidi dei bagnanti in ascesa. I raggi del sole sferzano, rischiarandole, le fantasie dei costumi e degli ombrelloni osservati dall’alto.  I corpi abbronzati, sdraiati ai bordi della vasca, sembrano spegnersi nel tepore del primo pomeriggio. L’odore di cloro si incanala nelle narici del lettore. Le goccioline d’acqua sulla lingua di plastica bianca che oscilla su in cima è il solo refrigerio possibile per chi è ormai lontano dal rettangolino azzurro. Finalmente tocca a lui, al bambino. C’è silenzio. Tutto rallenta: i pensieri, la spinta del vento, le voci di chi alle sue spalle attende impaziente di lanciarsi nel vuoto. Per sempre lassù è uno dei racconti che compongono Brevi interviste con uomini schifosi, l’inquietante galleria di personaggi depravati e odiosi raccolti da David Foster Wallace in un libro che ha come tema dominante la misoginia. Siamo nel 1999 e Wallace ha all’attivo almeno tre libri pazzeschi: La scopa del sistema – la vertiginosa rielaborazione della tesi di laurea in filosofia che alla fine degli ‘80 lo fa debuttare a ruota di altri due giovani autori interessanti: Jay McInerney (1984) e Bret Easton Ellis (1985) – La ragazza dai capelli strani, la raccolta di novelle che lo consacra tra gli astri nascenti della letteratura americana, e Infinite jest, il romanzone di oltre mille pagine sulla dipendenza, ambientato nel mondo del tennis. Brevi interviste  è un virtuoso e originale esercizio di stile di fronte al quale qualunque scrittore farebbe bene ad interrogarsi sulle proprie reali capacità di intrattenimento. Dal figlio depresso e umiliato dai genitori divorziati che litigano per le spese odontoiatriche, al focomelico che sfrutta il suo braccio da lattante per commuovere e portarsi a letto le ragazze, la carrellata comica e graffiante degli strani tipi di Wallace – un’umanità indegna e delirante che senza nessun pudore esibisce tic e perversioni inconfessabili – mette i brividi per la potenza della scrittura e la grottesca brutalità delle trame, a volte assurde, quasi respingenti. Se non avete mai letto nulla di David Foster Wallace potreste iniziare proprio da questa raccolta.

Angelo Cennamo

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IL RE PALLIDO – David Foster Wallace

DAVID FOSTER WALLACE  Ritratto bianco e nero

   

“Raccontare l’apatia con garbo ed umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”. Si può giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che a soli quarantasei anni lo ha portato al suicidio? Il realismo isterico della prosa massimalistica, lo sguardo malincomico sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati e dei racconti, sono probabilmente legati a quel malessere, all’urgenza, più volte avvertita, di uscire dalla vita. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont (California), pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. “La Cosa Lunga”, un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato all’amico Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa, al party per il decennale di Infinite Jest, a uscite con gli amici. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva al telefono come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero faticosamente assemblati tre anni dopo la sua morte, nel 2011, dall’editor Michael Pietsch in un libro di circa ottocento pagine pubblicato col titolo Il Re Pallido. Parliamo evidentemente di un romanzo incompiuto, ma quale opera di Wallace non lo è? Soprattutto, siamo proprio sicuri che si tratti di un romanzo? La risposta è nell’introduzione o parte metanarrativa, che troviamo, pensate, a pagina ottantacinque “Questo libro non è opera di fantasia, bensì sostanzialmente vero e accurato: Il Re Pallido è di fatto più un libro di memorie che una storia inventata”. Chiaro, no? Un libro di memorie ispirato all’esperienza che il giovane studente universitario David  Wallace avrebbe vissuto per tredici mesi presso l’Agenzia delle Entrate della sperduta Peoria, nell’Illinois “Il libro è basato in buona parte sui vari taccuini e diari che ho tenuto durante i miei tredici mesi come liquidatore standard al Ccr del Midwest. Il Re Pallido è, in altre parole, una specie di libro di memorie professionali”. Mm, bello scherzo, in tanti hanno abboccato. E sì perché tra il 1985 e il 1986 Wallace era impegnato negli studi universitari e a scrivere il suo primo romanzo, in quell’ufficio di Peoria non mise mai piede. Dunque? La noia. È questo il vero argomento, del romanzo? Assolutamente sì. Ma attenzione, non parliamo solo di quel non luogo a procedere della felicità, quel baratro astratto di malinconia nel quale è facile perdersi per sempre. La noia si può sconfiggere, è questo il messaggio contenuto nel libro. Lasciarsi attraversare senza opporre resistenza, sviluppare la capacità, a volte innata a volte acquista, di trovare l’altra faccia della ripetizione meccanica dell’inezia, dell’insignificante, del ripetitivo, dell’inutilmente complesso “eccola la chiave alla base di tutto, la chiave della vita moderna e della vera felicità: essere, in una parola, inannoiabile”. Il Re Pallido è un monumento di introspezione, un’opera di narrativa ma nel contempo un trattato di filosofia, un saggio di psicologia, il migliore testamento che un incursore dell’entropia come Wallace potesse lasciare ai suoi lettori. I libri di Wallace ci spalancano gli occhi, ci mostrano l’invisibile, nuove forme, altri colori, e ci fanno provare un’esperienza unica: la sensazione per un certo numero di pagine di essere essere lui, David Foster Wallace.

Angelo Cennamo

    

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I RAGAZZI BURGESS – Elizabeth Strout

STROUT

Una piccola casa gialla in cima a una collina nella periferia nordorientale degli Stati Uniti: chi lo conosce il Maine? E’ qui, in questo angolo remoto di un’America rurale, silenziosa e verace, lontana dagli stereotipi del cinema e della letteratura che comincia la storia di Jim, Bob e Susan: i fratelli Burgess. Una storia come tante altre se non fosse segnata fin dal suo inizio da un dramma mai spento: nel vialetto dietro casa, i tre fratellini, giocando con la leva del cambio, fanno piombare la macchina addosso al padre, uccidendolo. Bob ha quattro anni, di quel giorno ricordava solo il sole sul cofano dell’auto, il padre coperto da un lenzuolo e la voce dei suoi accusatori. Era tanto tempo fa. Quei ragazzi di campagna oggi sono diventati adulti e loro strade si sono divise: Jim è diventato un avvocato di successo, intervistato da giornali e televisioni. Gioca a golf, ha una bella moglie e dei figli che studiano in college prestigiosi. E’ determinato, sicuro di sé, spesso arrogante, specialmente con il fratello “Ehi, cretino” – così Jim chiama Bob – “Non sai niente di cosa significhi vivere in una casa da adulti, invece che in un dormitorio universitario. Non sai niente delle donne di servizio, dei giardinieri, di cosa significhi mantenere una moglie e dei figli”. La vita di Jim è semplicemente perfetta. Anche Bob è un avvocato, ma non lo conosce nessuno. Lavora per un sindacato che assiste i meno abbienti. Sua moglie lo ha lasciato quando ha scoperto che non poteva darle dei figli. Bob è un uomo fragile, alcolizzato “la gentilezza lo aveva reso debole per tutta la vita”, irrimediabilmente traumatizzato dal dramma familiare che si trascina dall’infanzia. Vive a Brooklyn, a pochi isolati da Jim, ma la sua casa non è lussuosa come quella del principe del Foro. Eppure è “un tipo gradevole. Stare con lui dava la sensazione di trovarsi all’interno di un circolo intimo e ristretto. Se Bob fosse stato consapevole di questa sua caratteristica, forse la sua vita sarebbe stata diversa”. Susan, gemella di Bob, è rimasta lassù, nel Maine, a Shirley Falls. E’ una donna trasandata, apatica, taccagna, divorziata, vive con un figlio di diciannove anni, taciturno, senza amici, esitante in ogni azione, mezzo matto: Zachary. I ragazzi Burgess si sono allontanati per smaltire i sensi di colpa di quella giornata funesta, ma il romanzo ha inizio proprio con una telefonata di Susan che chiede aiuto ai due fratelli: Zachary è nei guai. Per un uno stupido scherzo, il nipote di Jim e di Bob ha lanciato la testa di un maiale in una moschea frequentata dalla comunità somala. Ora rischia l’arresto e un processo per violazione dei diritti civili. La telefonata di Susan arriva nel momento in cui Jim e sua moglie stanno partendo per una vacanza. Toccherà allora a Bob risolvere quel caso così delicato. Ne sarà capace? Manco a dirlo, il fratello fragile e gentile si fa prendere dal panico, non parla con la polizia e non riesce neppure a difendere Zach dai giornalisti: la sua presenza a Shirley Falls si rivelerà del tutto inutile. Deve intervenire Jim, il solito Jim, big Jim, l’eroe della famiglia, con un suo collega patrocinatore nel Maine. La vicenda di Zach intanto si colora di politica e acquista una ribalta mediatica: a Shirley Falls organizzano una manifestazione per la tolleranza. Sul palco, con il governatore dello Stato, sale anche Jim. Bob è in piazza ad ascoltarlo. Nella sua mente si rincorrono mille pensieri, rivede l’infanzia nella casa gialla in cima alla collina e i fantasmi di quel passato tragico. Mentre Jim parlava “Bob provava invidia, la recrudescenza di un’antica tristezza, e il disgusto di fronte alla propria immagine grossa, sciatta, priva di autocontrollo. L’esatto contrario di Jim”. Eppure tra i Burgess esiste un legame solido e invisibile. Un legame che va oltre quel ricordo incancellabile: ad unirli c’è un profondo senso di lealtà. Una delle scene più emozionanti del romanzo si consuma in una stanza d’albergo di Shirley Falls. La conversazione tra Bob e Jim si accende tra i fumi dell’alcol. Jim non è l’uomo che sembra e di quel maledetto incidente di tanti anni fa esiste un’altra versione, rimasta sconosciuta. E’ una svolta importante che porterà “i ragazzi” a rifare i conti col proprio passato e a progettare un nuova vita.

I Ragazzi Burgess ha è un romanzo sui legami familiari e sulle fragilità affettive, costruito in modo armonioso intorno a pochi personaggi dalla personalità ben delineata. Una storia nella quale è facile riconoscere quella di altre famiglie della letteratura americana: i Levov di Pastorale Americana di Philip Roth, o i Lambert de ‎Le Correzioni di Jonathan Franzen. Illustri precedenti che tuttavia non inficiano l’originalità di un racconto brillante che colpisce fin dalle prime battute e che non delude le aspettative del lettore. Come i fratelli Burgess, anche Elizabeth Strout e’ originaria del Maine, lo Stato americano nel quale ambienta tutte le sue trame alla maniera di un’altra sua celebre collega, la napoletana Elena Ferrante. Strout e Ferrante hanno molto in comune: una prosa di facile fruizione, la giusta sensibilità nel raccontare le debolezze umane, un legame intenso, quasi viscerale, con le proprie radici. In un’intervista rilasciata qualche anno fa al Corriere della sera, Jeffrey Eugenides ( Le vergini suicide, Middlesex, La trama del matrimonio) dichiarò che la letteratura del nuovo secolo avrebbe parlato con la voce delle donne. Sta già accadendo.

Angelo Cennamo

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MIDDLESEX – JEFFREY EUGENIDES

MIDDLESEX Eugenides

” Sono nato due volte: bambina, la prima, un giorno di gennaio del 1960 in una Detroit straordinariamente priva di smog, e maschio adolescente, la seconda, nell’agosto del 1974, al pronto soccorso di Petoskey, nel Michigan“.

Nove anni dopo Le Vergini suicide – il romanzo d’esordio conosciuto anche per una felice trasposizione cinematografica diretta da Sofia Coppola –  nel 2002 Jeffrey Eugenides pubblica ‎Middlesex  – premio Pulitzer nel 2003 con quattro milioni di copie vendute – e si consacra tra i migliori scrittori americani contemporanei. ‎Middlesex è la biografia di un raro ermafrodito e di una famiglia fuggita dal crollo dell’Impero Ottomano per trovare fortuna in America. Un viaggio lungo e tormentato iniziato nel 1922, tra le fiamme di Smirne, con il  rapporto incestuoso di due fratelli. Lefty e Desdemona Stephanides si imbarcano come profughi francesi su un transatlantico diretto negli Stati Uniti. Fingono di non conoscersi e tra i passeggeri inscenano un curioso corteggiamento. “Non potevano raccontare di essere già fidanzati? Si, naturalmente. Ma non stavano cercando di ingannare gli altri, dovevano ingannare se stessi”. I due fratelli arrivano a sposarsi durante la traversata e trascorrono l’intimità della prima notte di nozze in una scialuppa di salvataggio. È l’inizio di un’incredibile odissea che, attraverso tre generazioni, due guerre e alterne vicende economiche, darà origine a quell’eccentricità biologica che colpirà la protagonista del romanzo: Calliope, detta Callie e infine Cal. Nei primi anni dell’adolescenza Calliope si accorge di essere diversa dalle sue coetanee e di non avere una chiara identità sessuale. Per fortuna la sua magrezza la camuffa e “i primi anni settanta erano un buon periodo per essere una ragazza senza seno. In quegli anni andava di moda il tipo androgino”. A quattordici anni Callie non ha ancora avuto le mestruazioni. Non le avrà mai, le diranno. Poco importa perché Callie ha deciso di essere maschio. La vicinanza di una nuova compagna di scuola “l’Oscuro Oggetto” le provoca uno strano turbamento. In una delle scene più coinvolgenti del romanzo, ambientata in una baita di montagna, Callie consuma quella irrefrenabile pulsione sessuale abbandonandosi tra le braccia del fratello di lei. L’irreale trasposizione fisica, vissuta in un clima di ebbrezza dionisiaca – tutto il racconto è segnato da continui riferimenti alla cultura greca – si conclude con un rapporto intimo, che però non basterà a svelare l’inquietante segreto perché il suo iniziatore non si accorgerà di nulla. Ma di momenti imbarazzanti ce ne saranno molti altri: tutta la storia di Cal – dilatata nel tempo e nello spazio attraverso i ricordi giovanili e l’età adulta della contemporaneità, in Germania – è travagliata da un continuo e taciuto senso di inadeguatezza che lo porterà a vivere seduzioni incomplete, sempre ai margini della verità e della dignità, spesso in contesti squallidi e degradati.

Middlesex è un romanzo unico nel suo genere, che affronta con ironia e leggerezza un tema complesso, quello dell’identità sessuale, oggi di grande attualità ma nei primi anni duemila non ancora dibattuto, sullo sfondo di un’epopea poco rappresentata nella letteratura. Una storia drammatica raccontata con garbo ed eleganza da un poeta di altri tempi, un narratore acuto e sensibile che qualche anno dopo, con La trama del matrimonio, confermerà tutto il suo talento.

Angelo Cennamo

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IL TEATRO DI SABBATH – PHILIP ROTH

ROTH    La lezione di anatomia

   

Nel 1995, con Sabbath’s Theater – il Teatro di Sabbath – in piena maturità, Philip Roth, il più grande romanziere del suo tempo, si consacra tra i migliori scrittori di sesso. Il libro racconta la storia del sessantaquattrenne Mickey Sabbath, un ex burattinaio tormentato dai fantasmi del passato: il fratello più giovane morto in guerra, la madre, la prima moglie fuggita chissà dove, e Drenka, l’adultera con la quale ha sfogato per tredici anni tutta la sua depravazione sessuale “Con Drenka era come lanciare un sasso in uno stagno. Entravi, e le ondine si dispiegavano sinuose dal centro verso l’esterno finché l’intero stagno si ondulava e tremolava di luce”. Mickey Sabbath è un personaggio grottesco, sembra uscito dalla commedia dell’arte “un bugiardo totale, una canaglia, subdolo e disgustoso che si fa mantenere dalla moglie e va a letto con le bambine”. Un uomo senza scrupoli che conduce un’esistenza insensatamente fuori da ogni convenzione, senza nessuno scopo e senza armonia. Ma Mickey ne è consapevole e prova a farsene una ragione: “ho fallito perché non mi sono spinto abbastanza oltre! Ho fallito perché non sono andato fino in fondo.” In una delle scene salienti del romanzo, l’amico Norman, che nella vita ha avuto più fortuna e successo di lui, scopre che Sabbath ha tentato di sedurre sua moglie, e che nelle tasche dei pantaloni nasconde una mutandina di sua figlia. Colto in flagrante, il vecchio artista risponde alla sua maniera, alla maniera di Roth: “So che ti stupirò, Norman, ma oltre a tutte le altre cose che non ho, non ho neppure una teoria. Tu trabocchi di amabile comprensione progressista ma io scorro veloce lungo i marciapiedi della vita, sono un mucchio di macerie, e non possiedo nulla che possa interferire con una interpretazione obiettiva della merda.” È un povero disperato, Mickey, che non vive dando le spalle alla morte come fanno le persone normali. Non ispira simpatia nei lettori, è un uomo inassolvibile, solo l’autore sembra provare per quei fallimenti, per quella vita ripugnante, una vera compassione: “Caro lettore, non giudicare troppo duramente Sabbath: molte transazioni farsesche, illogiche e incomprensibili, sono classificabili grazie alle manie della lussuria.” Dopo una sequela di disastri, nelle ultime pagine del libro, le più esilaranti, ormai sull’orlo della follia, Sabbath cerca in ogni modo di farla finita. Nel cimitero dove riposano i familiari prova goffamente a organizzare la sua sepoltura immaginando il giusto epitaffio: “Morris “Mickey” Sabbath, Amato Puttaniere, Seduttore, Sfruttatore di donne, Distruttore della morale, Corruttore della gioventù, Uxoricida, Suicida 1929 – 1994.” Ma è solo un altro fallimento, l’ennesimo, l’ultimo. Non c’è verso, Sabbath è un uomo condannato a soffrire, la sua vita di povertà e di lussuria è una carambola di sconfitte già scritte, una commedia dolorosa in cui imperversa lo sfacelo, in cui imperversa l’odio, in cui imperversa la disobbedienza, in cui imperversa la morte. Il più rothiano dei romanzi di Philip Roth.

Angelo Cennamo

        

 

 

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