RUGGINE AMERICANA – Philipp Meyer

Ruggine Americana - Philipp Meyer

Pennsylvania. Buell è una cittadina sperduta nella Contea di Fayette. Un tempo qui si godeva un certo benessere, prima che la crisi divorasse ogni cosa: l’acciaieria, le fabbriche dell’indotto, la speranza della gente del posto.

“Chissà fra quanto la ruggine avrebbe divorato tutto e la valle sarebbe tornata allo stato primitivo. Solo la pietra sarebbe durata”.

Tra le rovine di questa terra isolata e selvaggia, solcata da ruscelli e da foreste sconfinate abitate da orsi e cervi, si infrangono i sogni di due ventenni: Isaac English, mingherlino, timido ma dalla mente fina, e Billy Poe, grande e grosso, promessa mancata del football, bravo solo a menare le mani e a ficcarsi nei guai. Isaac vorrebbe andare al college per seguire le orme di sua sorella Lee, brillante studentessa a Yale, sposata forse troppo frettolosamente con un uomo ricchissimo, ma rimanda la partenza per accudire il padre, rimasto vedovo a seguito del suicidio della moglie e costretto a vivere su una sedia a rotelle a causa di un brutto incidente in fabbrica. Billy vive senza uno scopo. Disoccupato, abita in un trailer sgarrupato con sua madre Grace, donna dal vissuto travagliato, con un marito balordo, donnaiolo, sempre via di casa. Grace ci viene descritta come una donna sofferente, ancora affascinante e smaniosa di vivere. Di lei si è innamorato Bud Harris, capo della polizia locale, uomo dal temperamento rude ma dal cuore buono e generoso.

La storia di Isaac e di Billy ruota intorno a un tragico delitto avvenuto per caso proprio in una delle fabbriche dismesse della valle e che segna l’intera comunità di Buell. Da quel momento le strade dei due amici si separano: Isaac fugge verso la California dove spera di rifarsi una vita con i 4000 dollari rubati al padre, Billy viene arrestato e incarcerato con l’accusa di omicidio. Il vagabondaggio di Isaac tra fiumi e boscaglie, autostop e salti su treni in corsa, ricorda il peregrinaggio di Cornelius Suttre, il protagonista del romanzo di Cormac McCarthy, l’uomo alla ricerca di se stesso che abbandona la famiglia per trasferirsi su un fiume melmoso dove sopravvive pescando pesci gatto. Non lo sa, Isaac, che il suo amico rischia di beccarsi l’ergastolo per un reato che non ha commesso, e che in carcere qualcuno ha già deciso di fargli la pelle; dalle sue parti se non hai un buon avvocato – Billy e sua madre di certo non possono permetterselo – sei spacciato. Il destino dei due ragazzi finisce allora nelle mani di Harris, il poliziotto innamorato che più di una volta ha salvato quella testa calda di Billy Poe dalla galera. Il personaggio di Harris acquista spessore soprattutto nell’ultima parte del racconto, quando Poe decide di sacrificare la propria vita per salvare quella di Isaac. Per amore di Grace, non per altro, Harris prova a cambiare il corso degli eventi mettendo a rischio tutto se stesso: carriera, reputazione, la stessa vita, diventando il vero protagonista del romanzo.

Ruggine americana è il libro di esordio di Philipp Meyer, una delle voci più interessanti della nuova narrativa americana. La sua prosa minimalista e ruvida ricorda quella di autori leggendari: Cormac McCarthy, Don Robertson, Lee Maynard. Meyer ci emoziona con una scrittura fluida e un incedere camaleontico: i passaggi nello stesso periodo dalla prima alla terza persona, per poi entrare nel racconto e interloquire con i protagonisti, sono un espediente metanarrativo di grande impatto. Il plot ha una struttura polifonica divisa in più parti o paragrafi dedicati ai singoli personaggi della storia. Le voci e le visuali diverse si amalgamano perfettamente in un’unica narrazione, sempre vivace dall’inizio alla fine e densa di sfumature, che ha come sfondo un’America operaia, depressa e arrugginita dalla crisi.

Angelo Cennamo

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Una risposta a "RUGGINE AMERICANA – Philipp Meyer"

  1. Mi è piaciuto tanto questo romanzo di questo scrittore infatti ho letto anche Il figlio. Ammiro la sua scrittura e come racconta le storie. Ruggine americana come Il Figlio ha il tema centrale sempre dell’America ma di un paese diverso da come lo conosciamo noi europei e c’è un passaggio in Il figlio dove si capisce benissimo come gli americani siano bravissimi a confezionare “balle internazionali”. Meyer si è trovato un posticino comodo comodo nella letteratura americana e anche tra i miei scrittori

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