IT – Stephen King

IT

Può una città intera essere posseduta? Questa è la storia di sette bambini finiti casualmente in un incubo durante la calda estate del 1957. Siamo a Derry, una tranquilla cittadina nello Stato americano del Maine. Dopo un violento nubifragio, il piccolo George fa navigare tra i rigagnoli di una strada la barchetta che suo fratello Bill gli ha costruito con un foglio di giornale. La strada è deserta. Tutto intorno è silenzio. La barchetta scivola veloce sull’acqua e va ad infilarsi in un crepaccio proprio sotto il marciapiede. George si avvicina alla buca per recuperare il suo giocattolo, ma trova la morte. Ad ucciderlo è un’entità demoniaca che non ha un nome né un volto. Un mostro multiforme arrivato milioni di anni fa a Derry da chissà quale galassia, e che ogni ventisette anni esce dalle fogne della città per seminare il terrore. Lo chiamano It e il suo travestimento più inquietante è quello del clown Pennywise, il pagliaccio ballerino che intenerisce i bambini con i suoi palloncini colorati prima di assassinarli con efferatezza. Un gruppuscolo di ragazzini nati perdenti stringe un patto di sangue per uccidere il mostro. Tra di loro c’è Bill, il fratello maggiore di George, detto anche “Bill tartaglia” per via della sua balbuzie.

“Che branco di miserevoli erano stati: Stan Uris con quel nasone da ebreo; Bill Denbrough che a parte: “Hi-yo, ragazzi!” non sapeva dire niente senza balbettare così spaventosamente da farti torcere le budella; Beverly Marsh con i suoi lividi e le sigarette nascoste nella manica della camicetta; Ben Hanscom, così grosso da sembrare una versione umana di Moby Dick; e Richie Tozier, con quei fondi di bottiglia che aveva per occhiali e i suoi voti da primo della classe e la sua lingua saggia e quella faccia che sembrava supplicare di essere squinternata e ricomposta in forme nuove ed eccitanti. C’era una parola per definirli? Oh sì. C’è sempre una parola. Nel loro caso era: impiastri”. In questo gruppo di sfigati emarginati, per completare il quadro, poteva mai mancare un amichetto “negro”? Certo che no. Il suo nome è Mike Hanlon. Con lui si aggiunge anche Eddie, un asmatico psicosomatico che se ne va in giro con un inalatore placebo in tasca.

Sconfiggere il mostro per il club dei perdenti è evidentemente un’impresa impossibile, se non altro perché It si trasforma in continuazione, assumendo sembianze sovraumane e dipanando la sua furia anche attraverso fenomeni sociali incontrollabili come il razzismo, l’omofobia e il bullismo. Henry Bowser, Victor Criss e Belch Huggins sono l’incarnazione di una gang violenta che tormenta e minaccia di morte ogni singolo membro del club. Eppure il piccolo esercito di Bill, un giorno di luglio del 1958, si ritrova faccia a faccia con il mostro, e dopo aver ingaggiato con lui una lotta serrata e spavalda, lo costringe incredibilmente alla fuga. E’ solo il primo round di una sfida che riprenderà ben ventisette anni dopo, quando a Derry ricominceranno quegli strani delitti: uccisioni di bambini, persone che scompaiono nell’indifferenza, quasi, degli abitanti del posto e dei media, che, per chissà quale ragione, preferiscono occuparsi d’altro. E’ come se ogni cosa facesse parte di un disegno più grande.

I piccoli eroi nel frattempo sono diventati adulti. Non sono più dei perdenti ma uomini di successo, professionisti affermati. Bill è un famoso scrittore di libri horror; Stanley Uris, che da bambino veniva preso in giro “Urina, sporco ammazzacristiani” è un ricco commercialista; Richard Tozier, il quattrocchi rincorso e picchiato da tutti, è diventato un noto deejay “L’uomo dalle mille voci”. Ben il ciccione è finito sulla copertina di Time come il più promettente giovane architetto d’America. Magro, atletico, affascinante. Eddie Kaspbrak gestisce un servizio di limousine a New York, mentre Beverly è diventata un’apprezzata disegnatrice di moda.‎

Cosa ricordano di quella tragica esperienza vissuta tanti anni fa? Nulla. Hanno rimosso tutto, cancellato ogni traccia. Il solo a ricordare è Mike, l’afroamericano, l’unico dei sette che è rimasto a Derry. Gli americani costruiscono il loro successo sull’oblio, sembra volerci dire Stephen King. E’ la loro forza ma anche una debolezza, perché talvolta finiscono per ripetere gli errori del passato. Ma i neri non dimenticano. Mike Hanlon, il depositario della memoria, sa che It è tornato, chiama i suoi amici e li convoca a Derry per l’ultimo atto di quella sfida infernale.

Siamo alla seconda parte della storia. E’ il 28 maggio del 1985. Cosa accade la sera di quel 28 maggio nella vasca da bagno di Stanley Uris, da pagina 64 a pagina 68, non ve lo dico. Ma qualunque cosa vi suggerisca la parola “suspense” non si avvicina neppure lontanamente a quanto leggerete in quel paragrafo del libro.

Ritrovarsi dopo tutto quel tempo è per i perdenti di Bill un’esperienza sicuramente emozionante, ma anche molto dolorosa. Fare i conti con gli spettri dell’infanzia, con la paura di quei giorni, ricordare l’indicibile, mette agitazione “una parte di loro non era mai cresciuta, non aveva mai lasciato Derry”. Ora ogni tassello di quella vicenda riacquista limpidezza e si rinnova nella sua dimensione tragica. I lividi riaffiorano come i ricordi rimossi, e perfino la balbuzie di Bill ritorna quella di un tempo. Sono le ultime cento delle 1.315 pagine che compongono il romanzo, quelle del gran finale, del redde rationem.

It è il capolavoro di Stephen King, ed è anche uno dei libri più conosciuti della sua vasta produzione letteraria. Esce nel 1986, a pochi mesi di distanza da un altro grande romanzo: Amatissima – Beloved nella versione originale – di Toni Morrison, premio Pulitzer nel 1988. Quelle di Morrison e di King sono storie diverse ma accomunate da uno stesso tema: la rimozione del ricordo. Come i sette amici di It, infatti, anche la protagonista di Amatissima vorrebbe dimenticare la tragedia di sua figlia, da lei stessa uccisa per sottrarla all’orrore della schiavitù.

Il romanzo di King è prodigioso, trascinante fino all’ultima riga. Relegarlo sotto l’etichetta del genere “horror” è un’ingenerosa diminutio, dal momento che il libro affronta argomenti anche più interessanti della paura generata dal mostro, come l’infanzia, l’amicizia e il successo, che in Amarica viene spesso costruito sulla damnatio memoriae. Un romanzo di formazione, dunque, dalle venature fantasy e horror, nel quale ritroviamo brandelli di altre opere celebri: Oliver Twist di Charles Dickens e, perché no, Le Avventure di Augie March di Saul Bellow. Potevano bastare settecento o ottocento pagine a King per raccontare le peripezie dei suoi perdenti? Probabilmente sì, ma la storia avrebbe perso una parte consistente del suo fascino, quella che indiscutibilmente possiedono tutte le narrazioni voluminose, dall’Ulisse di Joyce a Il cardellino di Donna Tartt.

Angelo Cennamo

      

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LA CARTA E IL TERRITORIO – Michel Houellebecq

La carta e il territorio - Houellebecq

Meglio la realtà o la sua rappresentazione?

La carta e il territorio è il romanzo più complesso ed originale di Michel Houllebecq, vincitore del premio Goncourt nel 2010. Il libro racconta la vita di Jed Martin, un pittore e fotografo parigino “tranquillo e senza gioia, definitivamente neutro“. Manca poco alla vigilia di Natale. Quella sera Jed la trascorrerà nella casa di riposo di suo padre, un ex impresario edile, rimasto vedovo nei primi anni di matrimonio a seguito del suicidio della moglie. Jed è cresciuto da solo, in collegio, leggendo molti classici ed appassionandosi alla storia dell’arte. Cosa avranno da dirsi lui e suo padre? Poco o nulla “Nei paesi latini, la politica può bastare ai bisogni di conversazione dei maschi di mezza età o di età avanzata; essa viene talvolta sostituita nelle classi inferiori dallo sport“. La cena nel grigio ospizio è un incontro tra due solitudini, silenzi prolungati intervallati da sguardi pensierosi, assenti fino al commiato. Un appuntamento di circostanza, si direbbe, deprimente, triste come l’ambiente che li circonda e come l’atmosfera che pervade tutta la narrazione. Un giorno i due si ritrovano in un lungo viaggio, in autostrada. Jed compra una carta Michelin. Una folgorazione “L’essenza della modernità, dell’apprendimento scientifico e tecnico del mondo vi si trovava mescolata con l’essenza della vita animale“. E’ l’inizio della sua rivoluzione estetica, la svolta che lo porta a fotografare solo carte Michelin e ad innamorarsi di Olga, una russa molto affascinante “una delle cinque più belle donne di Parigi“.

Il grande successo non tarda ad arrivare. Ha il volto e la scrittura di un grande autore francese, personaggio schivo e notoriamente sociopatico: Michel Houllebecq “Era di dominio pubblico che Houellebecq era un solitario con forti tendenze misantropiche; era tanto se rivolgeva la parola al suo cane”. Lo scrittore vive in un luogo sperduto della campagna irlandese. Jed vola da lui per chiedergli di scrivere il catalogo di una sua mostra. L’incontro tra i due è esilarante. L’erba del giardino è altissima e trascurata. La casa, grande, con molte stanze vuote e scatoloni a terra, fa pensare che Houellebecq ci si sia trasferito da poco “Si è appena sistemato qui? Sì. Insomma, sono tre anni“. Il pittore e lo scrittore sono identici: entrambi annoiati, apatici, insofferenti, delusi dall’umanità “dopotutto anche lui non provava per la vita che un amore incerto, passava per qualcuno di piuttosto riservato e triste”. Da questo momento, il romanzo si trasforma in un divertente gioco di specchi nel quale l’autore della storia si riflette nel protagonista e nel suo doppio. Il ritratto che Jed dipinge allo scrittore per ripagarlo del catalogo è l’espediente letterario attraverso il quale Houellebecq, prima ancora di essere ammazzato per mano di uno sconosciuto, scompare dalla realtà per diventare un’opera d’arte, la rappresentazione di sé.

La carta e il territorio è un libro sul denaro, sull’amore, e sul rapporto tra padre e figlio. Ma è soprattutto una riflessione profonda sulla condizione umana e sulla morte. Un romanzo totale, scritto in modo magistrale dal genio eretico della letteratura europea. Un libro a tinte fosche, ma nel contempo venato di molta ironia. Come in altri suoi romanzi, anche in questo Houllebecq sembra riannodare i fili dell’esistenzialismo, e individuare nella finzione artistica la sola via di fuga da una realtà spesso deludente e monotona. La carta è meglio del territorio.

Angelo Cennamo

              

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LEVIATANO – Paul Auster

Leviatano - Paul Auster

“Sei giorni fa un uomo si è fatto saltare in aria sul ciglio di una strada del Wisconsin del nord. Non ci sono testimoni, ma pare che fosse seduto sull’erba accanto alla macchina intento a costruire una bomba, quando questa gli è esplosa ‎fra le mani per sbaglio. Secondo i referti dei medici legali che sono stati appena diramati, l’uomo è morto sul colpo”.

L’incipit di Leviatano – romanzo di Paul Auster uscito nel 1992 e pubblicato in Italia da Einaudi  –  è di quelli che non si dimenticano. La vittima dell’esplosione è Benjamin Sachs: uno scrittore di successo, dal vissuto turbolento e avventuroso. Il primo a scoprire la sua identità è l’amico e collega Peter Aaron, il quale, dopo aver appreso la tragica notizia, decide di ricostruire, passo dopo passo, gli ultimi anni di quella vita sbandata, convulsa e misteriosa, che lui solo conosce. Ben e Peter sono legati da una lunga amicizia nata per caso in un gelido inverno dentro un bar di New York. La scena del loro primo incontro è un gioiello di tecnica narrativa, forse la parte più interessante dell’intero romanzo. In quel tempo lui e Ben sono due giovani scrittori spiantati in cerca di gloria, due sognatori come ne incontriamo tanti nella letteratura americana, dall’Arturo Bandini di Fante al “disperato, erotico, stomp”  Bukowski. Storie parallele che mano mano finiscono per intrecciarsi pericolosamente oltre il dovuto, oltre la soglia dell’adulterio della moglie di Ben, e oltre il naturale rifiuto della crudeltà. Il rapporto che lega Ben a Peter sembra impossibile da scalfire, nonostante tutto.

Leviatano è il titolo che Sachs ha scelto per il romanzo che ha iniziato a scrivere in una baracca del Vermont, lontano dal mondo, dal suo mondo, dopo una brutta convalescenza che lo ha trasformato, cambiato dentro, al punto da spingerlo a rimettere in discussione gli affetti più cari e le proprie ambizioni di scrittore. Il libro finirà per scriverlo Peter, l’unico depositario di una verità difficile da spiegare e forse poco credibile.

Leviatano è un libro ambizioso, scritto magnificamente, che affronta i temi del tradimento e del fallimento. È soprattutto una carambola di eventi – incontri, incidenti, romanzi scritti e romanzi mai finiti – del tutto imprevedibili, governati unicamente dal caso. La vita di ciascuno è in totale balia del caso, scrive Paul Auster sulla copertina. È la cifra, questa, di tutta la sua produzione letteraria e questo libro non fa eccezione. L’impressione però è che questa volta Auster abbia esagerato: la lunga sequenza di eventi fortunosi che sovrasta la storia di Benjamin, la ricerca affannosa, quasi maniacale, della “strana combinazione” che deve per forza legare ogni step della trama, finisce infatti per ostacolare quel naturale processo di compenetrazione tra lettore e personaggio che rende la narrazione più intrigante, e per allontanare la storia da una realtà possibile e ripetibile. L’eccesso di zelo, o forse l’azzardo, che separa un buon romanzo dal capolavoro.

Angelo Cennamo

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LA GIOSTRA DEI CRICETI – Antonio Manzini

 

 

La giostra dei criceti - Manzini

Antonio Manzini lo conosciamo bene: sceneggiatore e scrittore di romanzi gialli che nelle classifiche dei libri più venduti gareggiano ormai alla pari coi racconti siculi del maestro Camilleri, con i Bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni, con la Milano da bere di Robecchi, e con i romanzi di altri specialisti di un genere, il noir, che da parecchi anni sta monopolizzando o quasi il mercato della narrativa italiana. Sellerio ha da poco ripubblicato un suo vecchio romanzo, edito la prima volta da Einaudi nel 2007, intitolato La giostra dei criceti. Siamo quasi agli esordi, Manzini non ha ancora dato alle stampe i primi capitoli della fortunata saga del vicequestore Rocco Schiavone, ma nella sua prosa asciutta, disadorna, cruda, ritmata, già si intravedono i primi bagliori di quell’ironia malinconica, quell’amaro disincanto che caratterizza la sua scrittura, e che ritroveremo anche nei libri successivi, quelli della definitiva consacrazione.

 La giostra dei criceti è la storia di una rapina organizzata da quattro amici di una periferia romana, una rapina sgangherata e finita male, anzi malissimo. René, Cencio, Franco e Cinese sembrano personaggi usciti dalle pagine di un romanzo di Pasolini, sono ragazzi di vita, la cellula malavitosa, improvvisata e sprovveduta di una gioventù marcia e senza speranza, che sopravvive ai margini di una società arida di valori e di senso della legalità. Il romanzo criminale dei quattro amici-nemici, nonostante tutto molto divertente e con dialoghi scritti in romanesco, va ad intrecciarsi a quello di un’organizzazione di alti vertici dello Stato – un dirigente dell’Inps, un ministro, un generale dell’esercito, burocrati e impiegati senza scrupoli  – che lavora in gran segreto ad un piano folle e surreale denominato “Anno Zero”. Un’operazione complessa e ben congegnata che punta a risolvere il problema delle pensioni alla radice: eliminando fisicamente i pensionati. Le due trame parallele, attraverso la narrazione magistrale di Manzini, danno corpo ad un romanzo tragicomico, veloce, avvincente e carico di suspance. Un libro pessimista, senza un lieto fine, lo spaccato di una società degradata e priva di sentimenti, di un’umanità insulsa, oscena e brutale “Siamo carne da cannone, aveva detto René. Era vero. Carne da cannone. Gente che muore senza un senso, senza un’utilità. Che ha vissuto senza sapere, e senza sapere se ne va“.

Manzini possiede il pregio degli scrittori di razza: sa coniugare l’alto con il basso, la poesia con la leggerezza, il dramma con la farsa. Manzini piace a tutti, scrive bene e vende tanti libri. Non è forse questo il sogno di ogni romanziere?

Angelo Cennamo

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TORTO MARCIO – Alessandro Robecchi

TORTO MARCIO - ROBECCHI

Nel ghetto di piazza Selinunte, a Milano, gang di nordafricani e di calabresi si spartiscono più di seimila alloggi popolari. Tuguri senz’ascensore e senza acqua calda, occupati abusivamente per poche migliaia di euro da famiglie di immigrati e da giovani disoccupati. Dall’altra parte della città, un ricco imprenditore, sulla sessantina, un grosso commerciante di carni, viene ammazzato con due colpi di pistola. Il delitto porta una strana firma: sul corpo della vittima l’assassino ha collocato un sasso, bianco e liscio, grande come una pallina da golf. Non pare che l’uomo avesse rapporti con la malavita, né che avesse dei nemici: la sua condotta di vita era irreprensibile “il morto non era uno che di solito muore cosi… l’infarto sì, magari se lo aspettavano, ma le pistolettate no”. Un secondo delitto. Questa volta il malcapitato è un urbanista con buone entrature nella politica, anche lui non giovanissimo. Cosa avranno in comune questi due individui apparentemente così distanti? Cosa li lega? Quale sarà il movente degli omicidi? Gli inquirenti pensano ad un complotto contro lo Stato, seguono la pista dell’integralismo islamico: a Milano non c’è la moschea e “quei sassi vogliono dire: dai, su, milanesi, costruiteci la moschea, se non vi facciamo fuori tutti, uno a uno”. Il cardinale convoca una veglia di preghiera dedicata alle vittime del terrorismo in città, che nel frattempo sono diventate tre. Da Roma arrivano la Digos e un profiler israeliano, a pattugliare le strade viene mandato l’esercito. I giornali lanciano proclami e la politica si divide. Eppure qualcosa non torna. Il questore Gregori decide allora di promuovere un’indagine parallela e clandestina, lontana dal chiasso dei media. Se ne occuperanno Ghezzi e Carrella, due poliziotti molto diversi tra loro, un po’ burberi e dai modi spicci, che per seguire il caso dovranno fingere di essere in ferie. Nell’indagine si ritroverà coinvolto accidentalmente anche un personaggio insospettabile: Carlo Monterossi, autore di un  programma televisivo trash chiamato “Crazy Love”, la tv del dolore e della sfiga, la Fabbrica Della Merda ”con tanto di cachet, contrattini, liberatorie e istruzioni per piangere meglio” condotto dalla spregiudicata ed esuberante Flora De Pisis. Cari lettori, non lo giudicate male, Monterossi: questo lavoro lui lo fa solo per guadagnarsi da vivere. Ancora poche puntate e il nostro Carlo potrà finalmente dedicarsi al suo progetto più ambito: scrivere un libro su Bob Dylan, con tanti saluti alla De Pisis e alla sua Fabbrica Della Merda.

Buona parte della letteratura prodotta in Italia negli ultimi venti anni è letteratura di genere: gialli, polizieschi, noir, thriller, le definizioni si sprecano, i nomi degli scrittori pure: Camilleri, Lucarelli, Carrisi, Carofiglio, De Giovanni, Manzini. Non saranno tutti dei Michael Connelly o dei Simenon, ci mancherebbe, ma alcuni di loro sono davvero bravi. Alessandro Robecchi è tra questi. Torto marcio, edito da Sellerio – l’editore palermitano ormai specializzato nel genere noir – è il romanzo della maturità e, ne siamo sicuri, della sua consacrazione. Diciamo subito che la definizione di romanzo giallo, al libro di Robecchi, gli va un po’ stretta. Torto Marcio è infatti molto di più di una storia poliziesca, di una sequela di delitti e di investigazioni convulse: è soprattutto una panoramica, fedele, precisa e credibile, sulla Milano di oggi; uno spaccato amaro ma anche ironico della nostra società che oltrepassa la semplice narrazione del crimine. Per certi versi, è il grande romanzo italiano che molti scrittori, non di genere, spesso inseguono invano. Robecchi è un gran lettore di noir e di thriller americani, da Winslow a Lansdale. Lo avessi conosciuto prima, mi sarei risparmiato la saga di Hap & Leonard, e chissà quanti altri libri. La sua scrittura è tagliente, asciutta, veloce, comica, con frasi brevi ma incisive, e con dialoghi serrati. “Robecchi non scrive gialli, scrive blues”, ha scritto Antonio D’Orrico su La Lettura del Corriere della sera. È la migliore definizione, forse, per uno scrittore dallo stile potente e ritmato come quello delle ballate di Bob Dylan e della buona narrativa americana.

Angelo Cennamo

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MORTE DI UN UOMO FELICE – Giorgio Fontana

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Ho imparato a conoscere e ad apprezzare Giorgio Fontana, prima ancora di leggere i suoi libri, ‎attraverso le parole di affetto e di stima che ha per lui Marco Missiroli, quando gli capita di recensire i suoi romanzi o quando, per esempio, in qualche intervista o dibattito pubblico gli viene chiesto quali sono gli scrittori italiani che preferisce. “Fontana e Ammaniti”, risponde. Come Missiroli, Giorgio Fontana appartiene a quella giovane e talentuosa generazione di romanzieri che sembra avere definitivamente ammansito le voci più critiche e pessimistiche sulle sorti della letteratura moderna di questo Paese, dopo gli ultimi fuochi di Calvino, Pasolini e Sciascia.

Nel 2014, a soli trentatré anni, Fontana pubblica il suo quinto romanzo Morte di un uomo felice e vince il premio Campiello. Il romanzo racconta la storia di un giovane magistrato, il trentasettenne Giacomo Colnaghi, che indaga sull’assassinio di un esponente in vista dell’ala più a destra della Democrazia cristiana, “un tipo volgare, odioso e colpevole”. Siamo a Milano, nell’estate del 1981. La stagione degli anni di piombo è entrata nella sua fase conclusiva, la più cruenta. Colnaghi è un uomo mite, molto cattolico “dovevi fare il prete, non il magistrato” gli ripete il collega Roberto Doni, “era talmente semplice, e come sempre aveva a che fare con il dolore: non con l’equità, o con qualche utopia, né con i piatti di un’ipotetica bilancia da pareggiare: alla fine si riduceva tutto solo e soltanto al dolore”, sposato con un’insegnante di inglese, Mirella, donna che ama ma con la quale non ha rapporti intimi da sette mesi “ il loro matrimonio ruotava attorno ad un nucleo di silenzio cristallino e rispettoso, che per Colnaghi era lo specchio di ciò che doveva essere un legame”.

Giacomo Colnaghi fuma la pipa e se ne va in giro per Milano in bici o in tram, senza scorta. Gli piace trattenersi la sera in qualche bar di periferia per bere un bicchiere di vino e ascoltare storie di ferrovieri e di operai, o fare un salto nella libreria del caro amico Mario. La storia di Colnaghi si intreccia a quella di suo padre Ernesto, un operaio partigiano ucciso barbaramente dai fascisti quando Giacomo aveva solo pochi mesi. Fontana la scrive in corsivo, alternando le due vicende tra un capitolo e l’altro del libro.

I due Colnaghi si somigliano molto, le loro brevi esistenze sembrano legarsi e ritrovarsi, oltre che nello stesso tragico destino, nei medesimi ideali di giustizia e di solidarietà che l’umile operaio insegue attraverso la Resistenza, e il sostituto procuratore lottando contro l’eversione e la ferocia delle Brigate rosse.

Nelle note finali, Fontana scrive che per tratteggiare il personaggio di Giacomo Colnaghi si è ispirato alle figure di altri due magistrati assassinati: Emilio Alessandrini e Guido Galli. Leggendo il romanzo, io ho invece ritrovato nell’esperienza umana e professionale del protagonista le storie di Luigi Calabresi e di Giorgio Ambrosoli, eroi diversi ed uguali di una borghesia piccola, invisibile ed operosa alla quale questo libro vuole essere un generoso e commovente tributo. Per stoicismo, bontà d’animo e integrità morale, i due Colnaghi somigliano molto anche ai personaggi dei romanzi di Malamud, uomini spesso travagliati, perseguitati dalla malasorte, che combattono il male e le ingiustizie arroccandosi nella propria fede e nella rettitudine.

Morte di un uomo felice è una profonda riflessione sulla giustizia e sui suoi limiti. Un libro emozionante, scritto con uno stile sobrio, garbato e scorrevole che ci riporta ai classici della grande letteratura italiana del Novecento.

Angelo Cennamo

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IL TEMPO MATERIALE – Giorgio Vasta

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Con le parole Giorgio Vasta ha un rapporto intimo, confidenziale; le sceglie con cura, le posiziona nelle frasi con precisione millimetrica, facendo attenzione ad ogni minimo dettaglio “i tegami, le ciotole, il brusio dell’idrolitina dentro la bottiglia, l’impotenza degli affetti che si spegne brulicando“, seguendo cioè quell’estetica immaginaria della forma e del suono, nella scelta dei lemmi – quel muoversi con disinvoltura tra sostantivi, aggettivi, locuzioni, quel passare del tempo nel linguaggio – che possiedono solo i grandi romanzieri. Vasta è un grande romanziere. Lo scopriamo fin dalle prime pagine de Il tempo materiale, il suo libro d’esordio, pubblicato da Minimumfax e arrivato tra i finalisti al premio Strega del 2009. Una storia raccontata in prima persona e ambientata nella Palermo degli anni di piombo. È il 1978. Nimbo, Scarmiglia e Bocca sono tre undicenni curiosi, intellettualmente precoci, costruttori di parole “mitopoietici”, si dira’, “critici. Tetri. Lettori di giornali, ascoltatori di telegiornali. Della cronaca politica. Concentrati e abrasivi. Preadolescenti anormali“. Nulla di male se non fosse che i tre sono affascinati dalle Brigate Rosse, attratti dalla lotta armata. Quest’insana passione li porta a rileggere dai giornali e a studiare nei particolari i comunicati dei terroristi

 “A prima vista la lingua delle Br è un animale mitologico. Un unicorno. Muscolare, sanguigno, poderoso, falliforme”. Le Br, dice Nimbo, sono un contagio, un’epidemia necessaria a un Paese tiepido, incapace di assumersi la responsabilità del tragico “il tragico è in grado soltanto di generarlo ma poi lo volge in farsa…in questo momento l’italia è percorsa dal contagio….prova piacere ma non può ammetterlo. Non è decente“.

Nimbo è un bambino segretamente crudele, che si diverte a vedere agonizzare insetti e lumache “di solito le schiaccio senza ucciderle, per creare l’impasto di corpo molle e sbriciolatura, per guardarle agonizzare mobili“. È un piacere sentirsi colpevole, dice Scarmiglia a chi gli chiede che senso ha rubare un pacco di sale tanto per.

I tre amici si radono il cranio per sembrare inquietanti, e ne vanno fieri “Tutti prima o poi dovrebbero conoscere il proprio cranio, toccarlo con i polpastrelli, misurarlo a spanne con i palmi aperti contorcendo le braccia per completare il perimetro“. Ora sono una cellula terroristica “tutto deve diventare responsabilità e costruzione. Pulizia e rigore” ripete Scarmiglia, l’ideologo del gruppo. ‎
Violenza diventa la parola d’ordine “La violenza ha il coraggio della colpa e la coscienza del dolore“. Ma rasarsi il cranio non basta, servono “azioni socialmente incompatibili“. La cellula ha bisogno di una struttura, di una strategia, di un addestramento. Dopo le facce i tre decidono di cambiare i loro nomi, ne scelgono altri, di battaglia: Raggio Volo e Nimbo, in una sola parola “NOI” Nucleo Osceno Italiano – così si firmeranno nei comunicati scritti con l’Olivetti 22, in perfetto stile brigatista – e di dotarsi di una grammatica dell’agire. Ventuno posture ispirate a film e personaggi della tv diventeranno il loro alfabeto muto “l’alfamuto”: il calcio all’indietro di Cochi e Renato “Lo sciocco in blu” significherà “odio”; il salto della staccionata di Nino Castelnuovo nello spot dell’olio Cuore indicherà “l’andare oltre”; la seduta goffa di Giandomenico  Fracchia “comprendere, capire le cose”; la morte avrà invece la postura di Aldo Moro, quella del cadavere rannicchiato su un fianco nella Renault 4 rossa. Il passo successivo sarà esplorare il territorio, conoscere i nomi delle strade, dei negozi, le fermate degli autobus, le cabine telefoniche. Occorre osservare, prendere appunti. Si, ma per fare cosa? Contro chi? Chi è il nemico? Il nemico e un’ipotesi, è una “nostra” invenzione “l’unico nemico perfetto è quello  che generi tu stesso“. I primi atti vandalici contro la scuola fanno da rodaggio a un percorso articolato e ben studiato che spingerà i baby brigatisti ad alzare sempre di più il tiro, facendo precipitare quel gioco assurdo in tragedia.

Il tempo materiale è un romanzo drammatico, folgorante, scritto in un italiano sublime, con uno stile asciutto e ricercato. Vasta è bravo a farci rivivere le suggestioni di un periodo che per il nostro Paese è stato culturalmente fecondo, ma anche cupo e feroce. Per me che nel 1978 avevo gli stessi anni dei protagonisti, leggere questo romanzo è stato come viaggiare a ritroso tra i ricordi dell’infanzia, vissuta come quella di Nimbo in una città del sud: Napoli e Salerno come Palermo, la spiaggia di Paestum come quella di Mondello. Immagini sbiadite che scorrendo le pagine del libro hanno ripreso forma e sono ritornate nitide: i compagni di scuola, i mondiali in Argentina con Bettega e Paolo Rossi, Enzo Tortora e Carosello alla tv, La febbre del sabato sera con le canzoni dei Bee Gees, l’Acqua Velva di papà sulla mensola del bagno, i cantautori impegnati che non andavano a Sanremo, gli zoccoli del Dott. Scholl, l’assassinio di Aldo Moro. Vasta ha scritto un romanzo di formazione originale, fuori da ogni schema, insolito e sorprendente come il flusso di coscienza e l’introspezione elaborati da un bambino di undici anni. Un libro filosofico e un po’ fiabesco che riannoda i fili della grande letteratura di Sciascia, Buzzati e Pasolini. “Uno dei più importanti romanzi apparsi in Italia negli ultimi dieci anni” scrive il Times Literary Supplement sulla quarta di copertina.

Angelo Cennamo

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I GIARDINI DEI DISSIDENTI – Jonathan Lethem

I giardini dei dissidenti - Lethem

Sarà una mia sensazione ma dei Jonathan della letteratura americana, Lethem, con Englander, è forse quello meno conosciuto in Italia. I suoi romanzi qui da noi non hanno raggiunto la stessa popolarità di certi libri di Franzen o Safran Foer, e neppure di Nathan Zuckerman, l’invenzione umana di Philip Roth. Fatto sta che pochi scrittori come e meglio di lui, di Lethem, sanno raccontare l’America, la sua dimensione metropolitana soprattutto. Jonathan Lethem è un intellettuale sensibile, arguto, capace di spaziare dal realismo al fantasy mescolando linguaggi diversi con estro e competenza  – insegna scrittura creativa all’università di Pomona, in California; la cattedra l’ha ereditata da David Foster Wallace.

Nato in una comune hippy di Brooklyn da genitori artisti e militanti di sinistra, dopo aver dato buona prova di sé con romanzi di formazione dalle atmosfere fumettistiche e musicali –  Brooklyn senza madre e La Fortezza della solitudine su tutti – con I giardini dei dissidenti Lethem approda alla prova forse più impegnativa e matura della sua carriera: un romanzo politico molto ambizioso, a tratti ostico, ma ben strutturato, polifonico, che racconta 70 anni di attivismo di sinistra negli Usa, dalla seconda guerra mondiale al movimento di Occupy Wall Street.  Ancora una volta Lethem sceglie come ambientazione del racconto la città di New York, non più Brooklyn come nei precedenti romanzi, ma un quartiere proletario del Queens, il Villaggio-Utopico-Socialista di “Sunnyside Gardens”. Al centro della storia, due donne straordinarie, bellicose e aggrovigliate in un odio reciproco: Rose Anrgush, polacca, ebrea, divorziata, moralista, comunista delusa, dal temperamento forte, ai limiti della crudeltà, da tutti conosciuta come la regina rossa di Sunnesyde. E sua figlia Miriam Zimmer, una hippy molto disinibita, più interessata al sesso che allo studio, che fa di tutto per sfuggire all’influenza della bolscevica Rose, a suo dire, desiderosa di liberare il mondo ma nel contempo di “schiavizzare qualunque coglione finisse nelle sue grinfie”. Intorno alla madre e alla figlia, in perenne conflitto tra loro, ruotano pochi personaggi comprimari tra i quali spicca la figura di Cicero Lookins, gay, nero, obeso, figlio dell’amante di Rose “il bambino negro di Rose”. Rose è per Cicero una vera madre oltre che la sua unica opportunità di riscatto: la comunista di Sunnesyde lo protegge dai pregiudizi, dalla cattiveria gratuita dei vicini, e lo avvia agli studi, consentendogli di affermarsi, da adulto, come docente universitario a Princeton.‎

Il romanzo si apre con una scena drammatica e di grande impatto: una sera di novembre del 1955, nella cucina di casa sua, Rose viene processata dal direttivo del partito comunista – il suo partito – perché intrattiene una relazione sentimentale con un uomo di colore, repubblicano eisenhoweriano: il tenente della polizia Douglas Lookins. Il monito dei compagni di Rose non lascia scampo: “O la smetti di scoparti sbirri di colore o sei fuori dal partito“. Inizia così una storia lunga e appassionante, vissuta da tre generazioni sullo sfondo di un’America sospettosa, ostile, cupa e tumultuosa. Un intreccio quasi inestricabile di vicende pubbliche e private, con diversi colpi di scena e un finale amaro.

I giardini dei dissidenti è una grande saga familiare, ma anche un romanzo sull’utopia del radicalismo comunista. Lo spaccato di un’America minoritaria, poco conosciuta, lontana dai soliti clichè del divertimento effimero o dell’affarismo selvaggio. Per certi versi è la biografia di Lethem, scrittore che non ha mai nascosto le proprie radici culturali e gli ideali politici. Certamente un libro difficile, dai toni drammatici, dalle tinte fosche, che non indulge quasi mai all’ironia e alla leggerezza, ma pagine di grande letteratura che testimoniano il coraggio e il talento di uno degli autori più eclettici dell’America di oggi.

Angelo Cennamo

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PIATTAFORMA – Michel Houellebecq

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“Mio padre è morto un anno fa. Io non credo alla teoria secondo cui si diventa veramente adulti solo alla morte dei genitori; veramente adulti non lo si diventa mai. Davanti alla sua bara ho avuto pensieri incresciosi”. È facile ritrovare nell’incipit di Piattaforma – romanzo di Michel Houellebecq del 2001 – la condizione umana, quella stessa apatia nella quale viveva il protagonista di un altro grande romanzo francese: il Meursault de Lo Straniero di Albert Camus, che di fronte alla salma di sua madre, “Morta ieri o l’altroieri, non ricordo“, non manifesta nessuna emozione. L’anonimo Michel  – Houellebecq? – si disinteressa del padre, ammazzato dal fratello della badante – poco più di un dettaglio nella ricostruzione della storia – per scendere al pianterreno a fare cyclette e guardare in tv un episodio del suo telefilm preferito. Michel è un funzionario del ministero della cultura, un quarantenne single, un po’ misantropo: la fratellanza lo disgusta e non ricorda di aver mai provato un qualsiasi sentimento di solidarietà; nei rapporti con gli altri si prende coscienza di sé, forse è per questo. Quella di Michel è una vita grigia, vissuta senza ideali né passioni “Io non ero felice, però apprezzavo la felicità, e continuavo ad aspirarvi”. I suoi sogni sono mediocri, e come tutti gli abitanti dell’Europa occidentale vorrebbe viaggiare. L’indomani del funerale della madre, il Meursault di Camus fa sesso con una collega d’ufficio e corre con lei al mare dove gli capiterà di uccidere un uomo senza alcun movente. Allo stesso modo, Michel programma un viaggio al sole della Thailandia per distrarsi in qualche bordello locale e spacciarsi per il giovane che non è. Un rituale avvilente al quale il protagonista del romanzo non può e non vuole sottrarsi. Ma proprio quando la sua esistenza sembra ormai votata alla noia e alla ripetizione, l’anonimo funzionario vive un incontro di imprevista sensualità con la giovane e attraente Valérie. Michel potrebbe abbordarla con disinvoltura, lei non aspetta altro, e invece la ignora, preferendole massaggiatrici e prostitute thailandesi. Finita la vacanza, però, i due si ritrovano a Parigi ed è lì che esplode la passione. Valérie è una ragazza disinibita che non disdegna esperienze lesbo o ménage à trois. Per la prima volta nella vita Michel sembra un uomo felice “Con lei vivevo dentro un gioco, un gioco eccitante e tenero, l’unico gioco rimasto agli adulti; attraversavo un universo di desideri leggeri e di sterminati momenti di piacere…Era una ragazza affettuosa e premurosa; era anche un’amante sensuale, dolce e audace – e probabilmente sarebbe stata, nell’eventualità, una madre amorosa e saggia”. Nonostante la giovane età, Valérie dirige una nota catena di villaggi turistici, e con il socio Jean-Yves è alla ricerca di un’idea rivoluzionaria che possa rilanciare l’azienda. L’intuizione è di Michel: creare una rete di villaggi in cui praticare il sesso libero e la prostituzione sia autorizzata: “la gente ha bisogno di sesso, solo che ha paura di ammetterlo“. Il successo del progetto è immediato. Poi, tutto precipita in tragedia.

Piattaforma è un romanzo sul declino dell’Occidente e sulla mercificazione del sesso, ma anche una riflessione profetica sull’integralismo islamico e sulla stagione dello jihadismo che sarebbe iniziata di lì a qualche mese con l’attacco alle Torri Gemelle. Il protagonista, Michel, incarna alla perfezione il nichilismo dell’uomo moderno che trova nel denaro e nel piacere fisico le sue uniche forme di appagamento. Non è uno sprovveduto o un superficiale, Michel, non manca di profondità, e non disconosce neppure il valore della bellezza, è solo un disilluso dall’umanità. In uno dei passaggi più esilaranti del racconto, rimane senza libri dopo aver sotterrato sulla spiaggia i due bestseller americani che ha messo in valigia. Vivere senza leggere, pensa, è pericoloso, ci si deve accontentare della propria vita e questo comporta notevoli rischi. Michel Houlellebecq – balzato più di recente agli onori della cronaca per il graffiante Sottomissione, romanzo nel quale si racconta di una Francia governata da un musulmano e soggiogata dalla legge coranica – è uno scrittore notoriamente eretico, irriverente e anticonformista che ama stupire i lettori con storie ai limiti del paradosso. Piattaforma ci colpisce per i suoi contenuti dissacranti e per lo stile sobrio, disadorno, con cui Houellebcq sembra riannodare i fili spezzati dell’esistenzialismo di Sartre e Camus, per poi virare, improvvisamente, nel massimalismo argomentativo più esasperato, nelle lunghe dissertazioni tecniche sul turismo che avvicinano la narrazione al postmodernismo americano di DeLillo, per esempio. Un romanzo originale che mescola poesia e volgarità, ironia e tragedia. E’ la cifra di Houllebecq, genio di una scrittura estrema e viscerale che non lascia indifferenti.

Angelo Cennamo       

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LA CONTROVITA – Philip Roth

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Lo scrittore Nathan Zuckerman è alle prese con il testo più angosciante che possa capitargli di scrivere:  l’elogio funebre di suo fratello Henry, morto a seguito di un intervento chirurgico di by-pass coronarico. Un’operazione azzardata e per questo sconsigliata da tutti, ma necessaria a prolungare la relazione extraconiugale che Henry intrattiene con Wendy, la giovane e disinibita igienista dentale del suo studio medico. Nel corso del racconto si scoprirà che quella raccontata da Zuckerman non è la storia del giovane fratello, professionista serio, marito impeccabile e padre premuroso, ma la sua. Dei due fratelli, infatti, è Nathan l’uomo infedele, il libertino, l’amante della bella vita, il maschio sessualmente irrefrenabile che alza l’asticella del rischio per non rassegnarsi ad una prematura pace dei sensi.

Pubblicato nel 1986, La Controvita è tra i romanzi più complessi e sperimentali di Philip Roth, di difficile lettura, labirintico, ma ricco di spunti interessanti sotto il profilo storico-religioso  –  tutta la parte centrale del libro è occupata da una polifonica dissertazione sulla questione israelo-palestinese che ci riporta a un altro grande romanzo sulla ricerca dell’identità religiosa: Eccomi di Jonathan Safran Foer. La trama del libro colpisce per i suoi intrecci pirandelliani e per i continui travestimenti dei due Zuckerman: lo scrittore sregolato ed istrionico e il dentista grigio e perfezionista. La simulazione e la dissimulazione sono uno standard nella produzione letteraria di Roth, una sua peculiarità, un vertiginoso espediente narrativo che lo scrittore di Newark adopera per raccontare se stesso senza mostrarsi fino in fondo. Nella finzione, Henry, dopo essere sopravvissuto all’intervento chirurgico, abbandona moglie e figli e fugge in Israele per ritrovare le radici della sua fede. Nel richiamo ancestrale della Giudea scopre una nuova dimensione umana e spirituale, molto lontana da quella frenetica e materialistica degli Stati Uniti.  Nathan – alter ego di Roth – è invece un ebreo laico, distante dall’integralismo di Hebron. Eppure, in una trasferta natalizia nei dintorni di Londra, a casa dei familiari di sua moglie, Nathan ritroverà le stesse convinzioni del fratello, un ambiente molto somigliante a quello ortodosso della Giudea, e una suocera snob e antisemita che lo costringerà, per la prima volta nella vita, ad interrogarsi su cosa voglia dire oggi essere un ebreo.

La Controvita non figura tra i romanzi più popolari di Philip Roth, ma è un libro che segna una svolta importante nella sua carriera, è il romanzo della maturità che chiude il ciclo del ribellismo iniziato con Lamento di Portnoy, e del protagonismo assoluto di Nathan Zuckerman. Il preludio di una nuova stagione nella quale Roth scriverà le sue opere migliori: La macchia umana, Il teatro di Sabbath e Pastorale americana.               

Angelo Cennamo

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