DIVORARE IL CIELO – Paolo Giordano

Divorare il cielo - Paolo Giordano

A dieci anni di distanza dal libro che gli ha cambiato la vita, Paolo Giordano pubblica Divorare il cielo, per La Lettura del Corriere della sera il miglior romanzo italiano del 2018. Una classica storia d’amore e di amicizia; Giordano sceglie di ambientarla in una campagna del sud Italia. Siamo a Speziale, un paesino del Salento. Nella scena che apre il romanzo, tre adolescenti fanno il bagno, nudi, nella piscina di una masseria. È una notte d’agosto. Teresa, la figlia del proprietario, li spia da una finestra. È turbata, al tempo stesso attratta dall’impudicizia di quei clandestini così esuberanti, sfacciati, dai loro corpi sinuosi, vitali. Con Bern, uno dei tre, è amore a prima vista. È lui il protagonista del libro. Bern non si racconta da sé, lo raccontano gli altri: Teresa, prima di tutto, e Tommaso, suo fratello, entrambi attratti da lui e al centro di un’assurda contesa. Il terzo ragazzo è Nicola, cugino degli altri due. A completare il cast, Cesare, zio di Bern. Cesare è un personaggio singolare, un po’ padre un po’ guida spirituale; tutta la storia è avvolta da un alone mistico, da una specie di panteismo che fonde e confonde tutto: i corpi, la natura circostante, i sentimenti, il sangue, il territorio. Dunque, Bern: ogni cosa ruota intorno al suo protagonismo, le sue ossessioni, le sue convinzioni. Bern è il perno di una narrazione a volte lenta a volte serrata e lacerante. I tre ragazzi, ai quali si aggiungerà Teresa e nel corso del racconto altri ancora, sono un solo corpo, un grumo indistinguibile di un’umanità avulsa da qualunque rito moderno, cooptata – in questo Cesare gioca un ruolo essenziale – in un ambientalismo estremo che degenererà oltre ogni limite. Leggendo il libro mi è sembrato di rivedere i paesaggi spettrali, paludosi, la natura selvaggia e l’isolamento dalla civiltà raccontati da Cormac McCarthy in Suttree o da Faulkner in Santuario. La storia di Giordano viaggia nelle viscere di un surrealismo violento che non dà scampo. Nessuna felicità, nessuna redenzione. Romanzo bellissimo.

Angelo Cennamo

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CARTONGESSO – Francesco Maino

 

Cartongesso - Francesco Maino

 

Francesco Maino è un avvocato un po’ trevigiano, un po’ venessiano – da quelle parti tengono molto ai confini e ai campanili. Diciamo allora che Maino è prima di tutto un cittadino veneto cui è capitato di fare, non di essere, l’avvocato. Questo almeno riferisce il suo alter ego Michele Tessari, il protagonista – l’unico – di Cartongesso, romanzo di esordio e premio Calvino nel 2013. Tessari è il prototipo della piccola partita iva italiana, o, se preferite, veneta, vessata dalle tasse e dalla burocrazia, e che si barcamena in una professione difficile, ostile, deludente, soprattutto poco rimunerativa. Tessari è un uomo incazzato “con l’ombelico quarantenne legato all’ombelico sessantenne della madre”, che fatica a traslocare dall’abitazione A, quella dei suoi genitori, all’abitazione B, il monolocale senza pretese che include studio legale, cucina, bagno, letto. Ma l’avvocato non è il solo lavoro di Tessari. A dire il vero, la sua occupazione più impegnativa è “tenere al guinzaglio la morte”: Tessari è un uomo depresso, affetto da un disturbo bipolare che lo spinge oltre l’abisso della solitudine e dell’alcol. Nella sua lunga invettiva, l’avvocato venessiano ne ha per tutti: dai suoi colleghi “bisognerebbe eliminare almeno centomila avvocati infetti”; ai clienti, disperati più di lui, senza un soldo in tasca, spesso immigrati, piccoli spacciatori; ai giudici: negligenti, incompetenti, strafottenti; fino ai progettisti dei tribunali, brutti, malinconici, dove ogni cosa è logora, trascurata, fuori posto.

Cartongesso è un Lamento di Portnoy in salsa venessiana, un esercizio linguistico di grande pregio che mi ha ricordato il massimalismo disordinato e pirotecnico di un altro scrittore veneto: Giuseppe Berto, l’autore de Il male oscuro. Come Berto, Maino è un fiume in piena, la sua logorrea travolge, diverte, intristisce, fa riflettere. Maino è uno sperimentalista coraggioso e originale, uno status author, uno scrittore raro, necessario alla letteratura italiana e non solo italiana, perché è con i libri come Cartongesso che la letteratura si muove, alza l’asticella, fa un passo avanti.

Angelo Cennamo

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LA STRANIERA – Claudia Durastanti

 

La straniera - Claudia Durastanti

La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato” scrive Claudia Durastanti a pagina 63 del suo ultimo libro La straniera – edito da La nave di Teseo – quest’anno nella cinquina finale del premio Strega. La Durastanti ne è doppiamente protagonista; la cartina topografica del suo memoir comprende pezzi del Sud Italia, la Val d’Agri, New York, la città dov’è nata appena 35 anni fa – a 35 anni Claudia Durastanti scrive come Alice Munro – il New Jersey, Roma, Londra, la metropoli che l’ha adottata al tempo della Brexit. La Straniera è una storia di viaggi e di migrazioni. Ma anche una storia di parole, le parole non udite dai genitori di Claudia, entrambi sordi; le parole scritte nei diari e nei libri; le parole tradotte dall’americano al dialetto lucano e dal dialetto all’italiano; le parole che danno voce ai silenzi inquieti di una madre e di un padre che raccontano di essersi conosciuti in situazioni completamente diverse: lei trattiene lui dal suicidio o lui che salva lei da una rissa? Le bugie, le mezze verità, le fughe e poi ritorni, la rabbia, la povertà che non è solo condizione sociale ma anche una malattia, contagiosa, scritta nei geni, un cancro dal quale non si guarisce mai fino in fondo. Quella di Claudia e di suo fratello è complicata da una scarsa predisposizione alla arrendevolezza e alle rinunce “Non avevamo il primo requisito necessario per una buona povertà: l’umiltà e l’assenza di pretese”. Tutto questo e molto altro disegnano il perimetro di una vita sfregiata e senza radici, fuori dall’ordinario finanche nella bellezza del suo racconto. Claudia sballottata tra Brooklyn e la Basilicata, lei, “la figlia della muta”, lei con mamma e papà divorziati in una terra che fatica ad emanciparsi nonostante il petrolio pompato dalle multinazionali. Lo stato sociale. Il denaro delle borse di studio consentono a Claudia di riposizionarsi nella normalità, di recuperare i metri perduti e rimanere aggrappata ai sogni. La straniera è anche il titolo di un romanzo di un’autrice polacca del Novecento, Maria Kuncewiczowa, la cui protagonista è esule russa in Polonia ed esule polacca in Europa. Il termine di paragone non può che essere il capolavoro di Albert Camus, che in Inghilterra viene intitolato “The outsider”, parola che forse si addice meglio alla condizione del suo personaggio cardine. “Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli” scrive David Foster Wallace, come Claudia Durastanti alieno di una letteratura che spalanca gli occhi sul mondo lasciandoci senza fiato.

Angelo Cennamo

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IL DELITTO HA LE GAMBE CORTE – Christian Frascella

 

Il delitto ha le gambe corte - Christian Frascella

 

Io e Christian Frascella spesso ci incrociamo sui social per discutere di libri, quelli degli altri, o per cazzeggiare, commentare notizie, insomma quello che più o meno fanno tutti su twitter. La scorsa settimana ero entrato alla Feltrinelli per comprare il nuovo romanzo di Don Winslow, il celebratissimo Il confine – terzo ed ultimo, si spera, capitolo della cosiddetta trilogia del narcotraffico – e ne sono uscito con Il delitto ha le gambe corte di Frascella, secondo capitolo della cosiddetta serie di Contrera. Non starò qui a tediarvi sulle ragioni di questo cambio in corsa, vi dirò piuttosto che il libro di Christian l’ho divorato in poco più di ventiquattro ore, ridendo come poche volte mi era capitato di fare da diverso tempo. Per chi non conoscesse il personaggio, Contrera è un ex poliziotto torinese cacciato per una storia di droga, e che oggi si guadagna da vivere facendo l’investigatore privato. Privato di tutto, perfino di un ufficio: i clienti li riceve in una lavanderia a gettoni di un amico. Tutto nella vita di Contrera è segnato dal prefisso ex: la moglie, la casa, per certi versi la figlia, ragazza dal carattere difficile e dai capelli strani, direbbe David Foster Wallace. Contrera vive “temporaneamente” da otto anni a casa di Ermanno, il Re di Torino Nord, suo cognato, il direttore di banca che non sa più cosa inventarsi per liberarsi di questo ingombro “momentaneo”. La trovata sarebbe un posto da vigilante nella Mondialpol, stipendio sicuro e pochi rischi. Ma a un segugio anarchico e casinista come Contrera non puoi offrirgli un impiego di otto ore da finto poliziotto. Ora, per esempio, è alle prese con tre casi complicatissimi: una ragazza italoamericana scomparsa dopo aver investito il suo pusher; un ristoratore cinese scappato di casa per non pagare gli alimenti; soprattutto uno stalker che minaccia la sua ex moglie, sua di Contrera, figlia compresa, costringendo il nostro investigatore ad un tragicomico ritorno in famiglia. E’ questa la parte più interessante e coinvolgente del libro.

Frascella sa scrivere, ha i ritmi giusti, diverte e fa pensare, intenerisce, a tratti commuove, e un passaguai come Contrera, a metà strada tra Hap e Leonard di Joe Lansdale e il Gorilla di Sandrone Dazieri, non si può non amarlo. Winslow può attendere.

Angelo Cennamo

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IL TERMINE DELLA NOTTE – John D. MacDonald

 

IL TERMINE DELLA NOTTE - John MacDonald

Che John MacDonald sia uno degli scrittori più amati da Stephen King lo si capisce leggendo l’incipit de Il termine della notte – romanzo del 1960, in Italia pubblicato da Mattioli 1885 con la traduzione e l’introduzione di Nicola Manuppelli – in un penitenziario, dei secondini provano a far funzionare la sedia elettrica usando un pupazzo. La stessa scena, quasi identica, King l’ha riscritta in uno dei suoi libri più celebri: Il miglio verde. MacDonald non si perde in chiacchiere, racconta storie dolorose e lo fa con poche parole, misurate, laceranti, potenti come macigni. Il ritmo è cinematografico e le immagini scorrono sulle pagine deliziando i lettori. Il termine della notte è un libro polifonico che racconta a ritroso la parabola di un “branco di lupi”, tre uomini e una donna – Nanette Koslov, Kirby Stassen, Robert Hernandez e Sander Golden – condannati e giustiziati lo stesso giorno per una serie di reati: furti, rapimenti, stupri e omicidi. Le voci narranti sono quelle di un secondino, dell’avvocato dei quattro, e di uno dei condannati a morte. “Sono il genere di persone che rendono complicato il mestiere della polizia…agiscono senza alcun criterio logico o ragione o piano”. Tra i protagonisti si staglia la figura di Kirby, giovane studente che abbandona l’università pochi mesi prima della laurea per avventurarsi a New York.  Kirby è un personaggio inquietante e riuscitissimo. La sua trasformazione da ragazzo perbene a criminale spaventa e dà forza, incisività alla trama. Come il Meursault di Camus, Kirby oltrepassa la linea sottile che separa il bene dal male e diventa assassino per caso “Furto d’auto, stupro, rapimento, omicidio. Erano parole enormi. Non riuscivo a renderle reali nella mia testa. Erano cose che pensavo facessero altre persone, non io”. Sei anni prima di A sangue freddo di Truman Capote, MacDonald ci regala una storia implacabile, senza speranza né redenzione. Pagine indimenticabili come quelle di Cape fear, forse il romanzo più conosciuto di quest’autore che ha segnato la storia del crime e indicato una direzione a tanti suoi colleghi.

Angelo Cennamo

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IL LADRO DI MERENDINE – Andrea Camilleri

 

 

IL LADRO DI MERENDINE - Andrea Camilleri

 

Terzo capitolo della serie di Montalbano dopo La forma dell’acqua e Il Cane di terracotta. Due morti violente, forse collegate: quella di un commerciante accoltellato dentro un ascensore e quella di un tunisino ucciso su un motopeschereccio di Mazara del Vallo. E poi una fìmmina seducente, molto seducente, e un simpatico ladruncolo di merendine tra le pieghe di questa storia semplice, con il solito cast di protagonisti: i buoni, i cattivi, gli stupidi, i furbi, i ricatattatori – Camilleri diceva di sé di essere un artigiano della parola, più che uno scrittore un raccontastorie, senza fronzoli o sofisticazioni da accademia. Le trame dei suoi libri sono essenziali, apparentemente disadorne, ma dal sapore e vigore antico. La sua opera è il compendio di una stratificazione spessa, gloriosa, che affonda le radici nel teatro greco, nella narrativa di Verga, Brancati, Pirandello, Bufalino, Sciascia.

L’altra sera, alla Feltrinelli di Salerno, io, Massimiliano Amato, Marcello Ravveduto e gli altri amici del “Porto delle nebbie” abbiamo ricordato il maestro di “Vigàta”, la sua testimonianza civile e politica; il suo genio letterario, l’ironia, l’empatia con milioni di lettori sparsi per il mondo; la sua lingua, sua e di nessun altro. Un mondo favoloso fatto di parole, immagini, umori, sapori. Nei vent’anni o poco più di onesta professione di romanziere, Nenè non si è fatto mancare nulla: devoti appassionati, curiosi dell’ultim’ora, detrattori. Di Camilleri si parlerà a lungo, leggere i suoi libri ci rende migliori.

Angelo Cennamo

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LESS – Andrew Sean Greer

Less - Andrew Sean Greer

Di Andrew Sean Greer – scrittore americano più o meno della generazione di Franzen, Chabon, Egan, Strout, ma abbastanza sconosciuto rispetto a questi suoi colleghi, sia in patria che in Italia, dove tra l’altro è di casa – avevamo apprezzato il romanticismo e l’intensità di romanzi quali La storia di un matrimonio e Le confessioni di Max Tivoli. Con Less, Greer svolta nella commedia. Come Arthur Less, il protagonista del romanzo, Greer è, o forse si sente, un autore minore “troppo vecchio per essere giovane e troppo giovane per venire riscoperto”. Il mood è ironico. Greer si diverte a prendere in giro il suo alter ego; lo fa con intelligenza, simpatia, tenerezza, spiazzando i lettori con una storia frizzante, vorticosa, venata di malinconia – Greer resta un sentimentale. Nella finzione, Less è stato invitato al matrimonio del suo ex fidanzato Freddy. Non se ne parla. Ma anche rifiutare l’invito potrebbe suonare strano. Gli occorrerebbe allora una buona scusa per dileguarsi, per scappare lontano. I festival letterari non li hanno inventati anche per questo? Per farti ospitare e dimenticare che non sai più scrivere? Less coglie la palla al balzo e si mette in viaggio, anzi Less si mette in fuga: da Freddy, da se stesso e da un mestiere che forse non fa per lui. Il giro del mondo di Arthur Less, da New York a Torino, da Parigi a Tokyo, da Berlino all’India, è il romanzo di Greer. Fresco, veloce. In Italia un libro come Less non vincerebbe mai il premio Strega. Penso ad esempio alle commedie di Diego De Silva, genere di narrazione che più si avvicina a quello di questo romanzo. Gli americani hanno più coraggio e meno pregiudizi di noi? Direi di sì. La leggerezza richiede talento. Less è un bel romanzo. Tanto bello da meritarsi il Pulitzer.

Angelo Cennamo

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L’UOMO AUTENTICO – Don Robertson

L'UOMO AUTENTICO - DON ROBERTSON

Ricordate la storia di John Williams, l’autore di Stoner, romanzo uscito nel 1965 e rimasto pressoché sconosciuto per cinquant’anni, fino cioè a una sua casuale ripubblicazione in Europa che lo fece diventare un clamoroso caso letterario? Bene. La storia di John Williams somiglia molto a quella di Don Robertson, romanziere nativo di Cleveland, nell’Ohio, che Stephen King definisce come uno dei più grandi scrittori meno conosciuti degli Stati Uniti. Lo scrive nell’accorata introduzione a L’uomo autentico, romanzo del 1987 che King ha voluto riportare all’attenzione dei lettori americani, in Italia edito dalla Nutrimenti con la traduzione di Nicola Manuppelli. L’uomo autentico è Herman Marshall, settantaquattro anni, una vita trascorsa a guidare camion, una moglie – Edna – malata terminale di cancro, e un figlio – Billy – morto all’età di diciassette anni per una meningite spinale. Negli ultimi giorni di vita, Edna confida a Herman che il padre biologico di Billy è un altro uomo; la sua identità rimarrà incerta per buona parte del racconto. Un tarlo, un pensiero che non si cancella nella mente del protagonista. È una vita difficile quella di Herman: tanto lavoro, la dura esperienza della guerra, il dolore per la scomparsa prematura di Billy. Nel bene e nel male, lui e Edna l’hanno vissuta sempre insieme “Le aveva tolto la verginità in un terreno abbandonato dietro un cinema di Shreveport nel 1934″. Una vita densa di ricordi, soprattutto, ogni tanto Herman sale in soffitta e ne prende uno per portarlo alla moglie; è un gioco, un rituale per esorcizzare la paura, per non cedere al pensiero della morte “Pensò ai cimiteri. Pensò a tutte le persone che erano sepolte nei cimiteri. Si chiese a cosa succedeva a tutte le loro risate, a tutte le loro ambizioni, a tutti i loro traguardi”. Raccontata così, questa storia vi sembrerà una noiosa sequela di vicende dolorose; di sicuro lo sarebbe se a scriverla non fosse stato quel genio di Robertson, autore capace di farci sbellicare di risate anche nei momenti di maggiore tristezza, per poi cambiare improvvisamente registro usando parole commoventi, poetiche: le pagine da 155 a 163 del libro sono tra le migliori che mi sia mai capitato di leggere negli ultimi anni. La relazione nella quale Herman si lascia coinvolgere da Jobeth, la ninfomane ottantenne che non rinuncia a sedurre il vicino di casa neppure nelle ore del funerale di sua moglie, è malinconica ed esilarante al tempo stesso; nulla a che vedere con Le nostre anime di notte di Kent Haruf, certo, ma la traccia non è poi così diversa. Con la morte di Edna si chiude un ciclo. Herman dà segni di intemperanza. L’uomo buono, onesto, comprensivo, rimugina sul suo passato, rielabora, riconsidera. La frustrazione si trasforma in rabbia, la rabbia in paranoia, la paranoia diventa follia. Siamo al diciottesimo capitolo. Inizia qui un altro romanzo. Inizia il thriller. Preparatevi a un finale incandescente, cruento, un finale imprevedibile “Non avrete mai letto nulla come questo romanzo. Mai. Mai.

 Angelo Cennamo

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CACCIA A EMY – Federica Fantozzi

 

CACCIA A EMY - Federica Fantozzi

 

Di Federica Fantozzi molti di voi avranno letto Il Logista e Il Meticcio, gli ultimi due romanzi seriali che hanno come protagonista Amalia Pinter, la cronista d’assalto all’occorrenza poliziotta che indaga su delitti e traffici illeciti tra Roma e resto del mondo. Sono storie avvincenti e ben scritte che attraverso la trama criminale offrono al lettore uno spaccato ad ampio spettro e credibile della società contemporanea, italiana e non solo. Romanzi sociali e d’avventura più che classici noir. Per gentile concessione dell’autrice – ho ritrovato Federica in una mia recente trasferta romana; come promesso, Federica ha portato con sé i suoi primi due libri – ho letto Caccia a Emy, romanzo uscito nel 2000, quasi vent’anni prima che Federica si dedicasse alla fortunata serie di Amalia Pinter, e ne sono rimasto folgorato. Intanto per la qualità della scrittura, che già al debutto mi è parsa matura come quella di una romanziera veterana. Poi per l’atmosfera, nordica e “cetacea”, a metà strada tra Melville e Vollmann, autori che amo sia pure per ragioni diverse. Oltre a questo, ho ricevuto una conferma rispetto ad una precedente intuizione: Federica è – lo era già vent’anni prima – una scrittrice cosmopolita, non legata cioè a una matrice o radice territoriale, le sua è letteratura italiana ma solo per motivi anagrafici.

Caccia a Emy è un giallo ambientalista. Mi ha ricordato un po’ Strong Motion di Jonathan Franzen, il romanzo che il golden boy della narrativa americana scrisse prima de Le Correzioni, nel 1992. Franzen racconta una vicenda di strani terremoti generati dal pompaggio di rifiuti tossici nel sottosuolo. Nel libro di Federica Fantozzi il sottosuolo è il fondale marino del Circolo Polare Artico. Nelle acque gelide del mare di Norvegia una misteriosa baleniera sperona la Misty Rider, ammiraglia della Earth Pride, un’organizzazione ambientalista che somiglia molto a Green Peace. Sulle conseguenze di quella violenta battaglia navale indaga una tenace avvocata newyorchese, Maddie Cornwell, l’embrione di un personaggio che vent’anni più tardi avrebbe preso le sembianze di Amalia Pinter. Maddie è giovane ma ha un curriculum di tutto rispetto: si è laureata ad Harvard e lavora in un grosso studio legale della sua città. Per Maddie, quella di Oslo non è soltanto una delicata tappa professionale ma anche il provvido rifugio da una vita noiosa e poco stimolante, nonostante il denaro e le fulgide prospettive di carriera lasciate in patria. Maddie ci appare come una donna in fuga, da se stessa e da un amore ormai logoro. L’aria della Norvegia le farà bene? Il caso che l’attende non è di facile soluzione, anzi. Cosa e chi si nasconde dietro quella nave pirata? A “smuovere le acque” con Maddie ci sarà Courtney, un’attivista australiana, anche lei in fuga, alla ricerca di una nuova dimensione. Tra le due nascerà un’amicizia forte, borderline, un’intesa che si spingerà oltre l’indagine. Ormai è evidente: la vita di Maddie sta andando incontro a una catarsi. La storia intanto scorre fluida tra fiordi norvegesi e misteriose macchinazioni, è una sporca faccenda, si rischia l’incidente diplomatico, ma non si può tornare indietro. In tutto questo non vi ho ancora detto chi è Emy e cosa ruota intorno alla sua caccia. Emy è una balena di Brill, un esemplare pregiatissimo perché possiede una gamma di suoni più vasta di quella delle altre specie. E’ il linguaggio delle balene la traccia da seguire, il bene prezioso al centro di un progetto denominato Sirena che potrebbe aprire le porte a una scoperta rivoluzionaria. Leggere di Courtney che, tra scienza e fiaba, dialoga con Emy, è come nuotare nella poesia. Pagine dense di bellezza e di suggestioni nelle quali ho ritrovato i “sussurri” naturalistici di Richard Powers e la salsedine de Il vecchio e il mare di Hemingway. Dei tre libri che ho letto di Federica Fantozzi, questo è quello che mi ha impressionato di più. Potente, avventuroso, romantico, di ampio respiro. Cara Federica, questo romanzo andrebbe rimesso in circolo. Pensaci. Dieci e lode.

Angelo Cennamo

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TEXAS BLUES – Attica Locke

 

 

Texas Blues - Attica Locke

 

Lark è un paesino di duecento anime tagliato in due dalla Highway 59, una riga che attraversa il cuore del Texas orientale, e intorno alla quale si dipana la grande matassa di questa storia nera, lenta e vibrante come le note di un blues. Nelle acque di un fiume vengono ripescati due cadaveri in meno di una settimana: un avvocato di colore di Chicago e una giovane donna bianca del posto. Sembra un caso già risolto, ma per Darren Mathews le cose sono andate diversamente da quello che appare. Darren è un Texas Ranger di colore, un avvocato mancato che a Lark ritrova le proprie origini. Lo hanno sospeso per una vecchia indagine finita male, oggi non ha più la sua stella, ma non si rassegna. E’ lui il protagonista di questo bel romanzo di Attica Locke – nome dalla onomatopea perfetta, aderente al mood di questo genere di narrazioni. In qualche modo Darren viene autorizzato a seguire il caso, del resto è un Ranger esperto e dotato di grande intuito. Nella storia Darren si sdoppia e si ricompone, l’uomo e il poliziotto viaggiano assieme: l’indagine sui delitti, il bourbon facile, il matrimonio in crisi, lo zio Ranger che gli ha fatto da chioccia, l’incontro con Reddie, la vedova dell’avvocato di colore assassinato. Darren e Reddie indagano con una complicità ambigua, i loro vissuti quasi si sovrappongono, tra i due c’è feeling. Sullo sfondo della storia si staglia la caffetteria di Geneva Sweet, altra protagonista del racconto, personaggio ben calibrato dalla penna della Locke. Geneva è la vedova di un cantante di blues morto ammazzato, una donna sofferente, votata al disincanto. Il caso è complicato, molto complicato, e porta nella direzione della Fratellanza, un’organizzazione criminale che spaventa più del KKK. Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta e il mistero fitto tiene alta la tensione fino all’ultima pagina. Texas Blues – vincitore dell’Edgar Award nel 2018 – è una storia d’amore, di razzismo, di rancori mai sopiti. E’ soprattutto un romanzo d’atmosfera, di grande impatto emotivo, crudo e soffocante come il sole del Texas, a metà strada tra Santuario di Faulkner e gli Hap e Leonard di Joe Lansdale. Attica Locke sa costruire mondi e trascinarci dentro. Oltre il thriller c’è di più.

Angelo Cennamo

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