CONVERSAZIONE SU JOHN FANTE CON ROMANO DE MARCO

L’8 maggio del 1983, quasi quarantuno anni fa, ci lasciava John Fante, autore di romanzi indimenticabili come Chiedi alla polvere, Aspetta primavera, Bandini, La strada per Los Angeles. Fante era nato a Denver, nel Colorado, l’8 aprile del 1909, da uno scalpellino abruzzese (Nicola Fante) e da una casalinga dell’Illinois (Mary Capolungo) anche lei di chiare origini italiane: i suoi genitori si erano trasferiti a Chicago partendo da un paesino della Basilicata. Se avete voglia di conoscere la vita di questo autore potete leggere i suoi libri, tutti o quasi tutti hanno una forte connotazione autobiografica, oppure il ricco epistolario raccolto nel volume Lettere 1932 – 1981, edito da Einaudi, sulla cui cover campeggia per errore la foto di un altro scrittore: l’inglese Stephen Spender. Vabbè. A due passi da piazza Navona, mi ritrovo a parlare di Bret Easton Ellis e del suo ultimo romanzo con il mio amico Romano De Marco. È una conversazione lunga, al termine della quale ne iniziamo un’altra, non ricordo come e perché, su John Fante. Per una curiosa asimmetria, De Marco lo si può considerare un Fante al contrario: è nato in Abruzzo come “Svevo Bandini”, ma ha il cuore e la testa in America, basta dare un’occhiata alle sue storie crime (una è un vero e proprio romanzo americano). Romano ride, poi arrivano i caffè e nel frattempo mi mostra un vecchio articolo che scrisse proprio sul suo collega di Denver qualche anno fa. Ci sei andato giù duro, gli dico. Secondo me è uno scrittore sopravvalutato, se ci pensi lo hanno santificato per delle circostanze abbastanza fortunose. Voglio dire, se non lo avesse riscoperto Bukowski (pare che il giovane Bukowski un giorno avesse trovato in una biblioteca pubblica – le uniche che poteva frequentare non avendo allora il becco di un quattrino – Ask The Dust, e si fosse riconosciuto nello spiantato Arturo Bandini; da scrittore affermato, alla fine degli anni ’70, Bukowski riuscì a conoscere e diventare amico di Fante al punto da pretendere dal proprio editore la ripubblicazione di alcune opere ormai dimenticate dell’anziano collega) oggi quanti lo conoscerebbero? Secondo me nessuno. Hai ragione. Del resto, quando Fante morì, negli Stati Uniti in pochi ne avevano sentito parlare, Fante si era guadagnato da vivere col cinema non con i libri. In Francia invece (Nemo propheta…) era diventato un divo. Da noi fu rilanciato, se non ricordo male, da una collana del quotidiano La Repubblica. D’accordo, Roma (Roma è Romano), ma a quanti scrittori come Fante è toccata la stessa sorte? Se Anna Gavalda non avesse trovato per caso su una bancarella parigina una copia di Stoner, che cinquant’anni prima in America aveva venduto sì e no tremila copie, chi lo avrebbe conosciuto John Williams? Ci saremmo persi anche quel capolavoro Western di Butcher’s Crossing. Per non parlare di Richard Yates: nessuno dei suoi romanzi vendette negli Usa più di dodicimila copie “Non voglio soldi, voglio lettori!”. In Italia si accorsero di lui grazie a quel film con Di Caprio e Kate Winslet (Revolutionary Road). Sai bene che la lista degli scrittori ignorati in vita è lunga e ne fanno parte mostri sacri come Franz Kafka, Nathanael West, Edgar Allan Poe, Emily Dickinson… Beh, anche questo è vero. Vedi, Angelo, quello che non mi convince però è questa smodata enfatizzazione dell’opera di Fante. Una parte della critica italiana si è spinta addirittura a definirlo uno degli scrittori più importanti della sua generazione, alla stregua di Hemingway, Faulkner, Steinbeck. Mi riferisco, in particolare, al movimento culturale che c’è dietro il John Fante festival inaugurato una ventina di anni fa a Torricella Peligna. Non solo. Trovo fuorviante anche una certa narrazione etnica che ci è pervenuta su Fante, pagine e pagine sulle sue origini italiane bla bla bla. Diciamola tutta: Fante non parlava l’italiano, non conosceva l’Italia (se non per i racconti del padre) né sentì mai la necessità di approfondire tale conoscenza, nemmeno con il paese di origine dei suoi antenati che ha dedicato un premio letterario alla sua memoria. Pare che una volta, alla fine degli anni ’50, trovandosi in Italia per scrivere delle sceneggiature, il nostro amico volle farsi un giro a Torricella Peligna. Ebbene, giunto nella piazza del paese, indovina cosa fece? Invece di scendere dall’auto e guardarsi intorno, chiese all’autista di fare inversione e di tornare  a Roma. “Per paura di scoprire un luogo diverso da quello idealizzato attraverso i racconti di suo padre e per non correre il rischio di infrangere la sua natura mitologica” disse il suo biografo. Ma dai! Sì, sapevo di questo aneddoto. Onestamente non saprei dire se sia una storia vera o solo una leggenda, fatto sta che tutta l’opera di Fante, nel bene e nel male, è pregna di cultura italiana, dai riferimenti enogastronomici alla religione, dall’educazione ricevuta dal piccolo “Arturo” ai difficili rapporti con il padre padrone Nicola (nelle storie a volte indicato come Nick Molise altre volte Svevo Bandini). Aspetta primavera, Bandini è uno dei più bei romanzi italiani del ‘900. Ci metterei anche La confraternita dell’uva, il suo vero capolavoro, altro che Chiedi alla polvere. Quanto ai paragoni con Faulkner e Hemingway, forse saranno esagerati. Fante era sicuramente un minimalista e un realista come gli scrittori che hai citato, la differenza sostanziale rispetto agli altri due io la vedo nei contenuti delle storie, negli argomenti affrontati, più che nella qualità delle narrazioni. Hemingway ha scritto di viaggi, corride, guerre, safari; Faulkner di vicende dolorose e crude. Come dici tu, Fante ha trascurato gli eventi internazionali che in quegli anni stavano tormentando mezzo mondo: nazismo, fascismo, comunismo… alla maniera di Philip Roth per esempio, ha preferito concentrarsi su se stesso, sull’ambizione di scrivere e sugli stenti di una giovinezza difficile, misera ma piena di speranza: ha ripercorso le tappe della sua vita professionale e familiare, ha raccontato dei figli, dei genitori italiani, perfino del suo cane (stupido)… possiamo fargliene una colpa? Ha scritto di tutto questo giocando con la verità e la finzione, senza filtri, con schiettezza e cinismo, ricorrendo ai registri della commedia:  Fante ci fatto ridere, Hemingway e Faulkner non ci sono mai riusciti. Ok ok, Mr. Telegraph. Ma che mi stavi dicendo di Ellis? Non me lo ricordo più.

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ROMANZO SENZA UMANI – Paolo Di Paolo

Un grande lago coperto di ghiaccio in un inverno gelido e buio. Un uomo di mezza età cammina per ore verso una sponda “che immaginava più vicina”. Insegue una meta imprecisata, invisibile. La prima scena di Romanzo senza umani, l’ultimo libro di Paolo Di Paolo, ci mostra  un luogo spettrale e poco rassicurante, con al centro uno sconosciuto venuto da chissà dove. L’uomo di mezza età si chiama Mauro Barbi, fa lo storico; il lago è il lago di Costanza: quattro secoli e mezzo fa, tra il 1572 e il 1573, per un anno intero rimase ghiacciato per effetto di un fenomeno classificato come “Piccola era glaciale”. Mauro, che a quel congelamento ha dedicato degli studi, oggi ritorna sul lago per provare a ricostruire un pezzo della propria vita, una parentesi di qualche lustro che per delle strane ragioni dev’essergli sfuggita. È un uomo assente, distaccato, introverso, distratto. Diciamola tutta: Mauro è un uomo antipatico, un misantropo che per pensare a “quel cazzo di lago” si è perso un sacco di cose perché mentre succedevano lui era altrove. Entrando in un negozio di pc, Mauro si accorge che il commesso è un suo ex allievo, lo riconosce subito, ma il commesso non riconosce lui. Il fatto lo turba: come è possibile che un anno di supplenza non abbia lasciato nessuna traccia? “Cosa ricordano, gli altri, di noi?”. È l’episodio che accende la storia: Mauro capisce che è arrivato il momento di uscire da quella criogenesi virtuale che si è autoimposto e di comprendere le ragioni dello “spopolamento” che è avvenuto (accaduto) nella sua esistenza. Che fine hanno fatto: Fiore, Cardolini, Meri, Arnaldo Cicchese, Ragazza belga di Madrid, Pamela Mangione, Anna & Sofia? Il misantropo ravveduto parte per Monaco con in testa una lista di nomi e di buoni propositi. Risponde a delle mail che aveva ricevuto quindici anni prima. Prova a riannodare i fili di una vita rimasta in stand-by dentro un limbo insondabile e misterioso, buio come le acque del lago che ha studiato. Il primo ricordo: Susanna. Tra loro una tenera amicizia sul punto di…, l’attimo fuggente, uno dei tanti, che Mauro non ha afferrato “Che ce ne facciamo di una storia d’amore che non abbiamo avuto? Del sesso che non abbiamo fatto? Farlo adesso avrebbe senso?”. E delle canzoni di David Bowie che Meri aveva selezionato per lui su quell’iPod bianco prima che salisse sull’aereo, ha ancora senso ascoltarle oggi? Tra i rimpianti e i sensi di colpa c’è affinità. Romanzo senza umani è una storia pervasa di malinconia. Un romanzo sulla memoria collettiva, che poi è una menzogna anzi una truffa scrive Di Paolo, un romanzo sulla memoria perduta di Barbi, semmai. Mauro è uno stranulato, un uomo fuori posto, come certi protagonisti dei romanzi di Saul Bellow, maestro del romanzo borghese e conversato – questo è un romanzo borghese e conversato. Un uomo proiettato nel passato, incapace di vivere il presente: quando propone una diretta televisiva dal lago, il responsabile del programma gli spiega che la vicenda storica di quattro secoli fa non interessa a nessuno, che la gente vuole sapere se quel gelo potrà ripetersi oggi. L’Herzog di Di Paolo e il suo lago ghiacciato sono la stessa cosa. Mauro è un uomo solo. In una delle scene più belle – nannimorettiana – del romanzo lo vediamo al telefono a mendicare una improbabile familiarità con Consuelo, la ragazza che lo ha investito in un incidente d’auto. Mauro è la parte lesa, ma Consuelo gli vomita addosso tutto il suo odio perché le hanno ritirato la patente. Gelo/disgelo, assenza/presenza: Mauro è un “Uomo in bilico” tra rimpianto e desiderio, storia e attualità, le sue dicotomie sono al centro di ogni capitolo del libro. Il minimalismo di Di Paolo con la sua prosa rigogliosa ma strozzata in frasi brevi, fa uno strano effetto. Di Paolo è uno scrittore colto che non rinuncia al pop, e le sue storie sono spesso dominate dal fattore tempo, nella accezione più ampia della parola (ricordo, nostalgia ecc). Mentre scrivo queste poche righe Romanzo senza umani viene annunciato tra i dodici finalisti al premio Strega. Cosa aggiungere… in bocca al lupo, Paolo. 

Angelo Cennamo

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HO QUALCHE DOMANDA DA FARTI – Rebecca Makkai

Di Rebecca Makkai, scrittrice dell’Illinois con trascorsi all’Iowa Writers’ Workshop, qualcuno di voi avrà letto I Grandi Sognatori, finalista al premio Pulitzer e al National Book Award, tra i dieci migliori libri del 2018 secondo il New York Times. In Italia il romanzo è stato pubblicato da Einaudi nel 2021. A tre anni di distanza, Makkai torna con un nuovo libro, stavolta edito da Bollati Boringhieri e tradotto da Marco Drago, che ha tutte le carte in regola per bissare il successo dell’opera precedente. “Ho qualche domanda da farti” è un romanzo complesso, con una partenza lenta ma che via via disvela un ingranaggio prodigioso, ad ampio spettro, al cui interno si sviluppano diverse trame tenute insieme da un tragico evento: l’assassinio di una liceale avvenuto ventitrè anni prima. La storia è raccontata in prima persona dalla protagonista, Bodie Kane, una docente di cinema e nota podcaster losangelina chiamata a tenere un corso nel suo ex liceo, in mezzo ai boschi del New Hampshire. La storia, scritta sotto forma di lettera/diario, Bodie non la racconta al lettore ma a un altro personaggio del libro che non compare mai fisicamente sulla scena, un personaggio che potremmo considerare “chiave” qualora attribuissimo al romanzo una connotazione noir, ma farlo non sarebbe onesto o leale: rischieremmo infatti di deviare l’attenzione sul delitto, tralasciando le parti più importanti della narrazione. Se da un lato Bodie torna a indagare su quella vicenda, già archiviata con una condanna probabilmente ingiusta, attraverso uno dei suoi allievi del corso, dall’altro Makkai sembra spingerci in altre direzioni. Più che sulla morte di Thalia Keith, questo è il nome della studentessa, Makkai indaga sul senso del ricordo e su come certe verità vengano percepite, elaborate a distanza di anni. Ritornando nel suo vecchio liceo, Bodie è costretta a fare i conti con un passato che ricordava diverso, lei stessa si percepiva diversa. Chi è il vero colpevole della morte di Thalia? Di colpevoli ce ne sono tanti, ciascuno ha inferto il suo piccolo colpo tacendo o traendo conclusioni affrettate, spesso falsate dall’antipatia o dal pregiudizio, altre volte dall’invidia “È sempre per il gusto del gossip che abbiamo diffuso storie di insegnanti con cotte per gli studenti, che guardavano le gambe delle. E ci abbiamo perfino creduto”.  

Bodie ha due figli, un marito dal quale si è separata ma non del tutto, è un amante a distanza che nei momenti decisivi pare sfuggirle. Una delle trame del libro ha a che vedere con la ferocia di un certo uso distorto dei social. Per aver messo un like ad un tweet senza neppure essersene resa conto, Bodie finisce al centro di una polemica violentissima. È il volto virtuale del pregiudizio, che ci guida su altri terreni scivolosi: l’ossessione per la correttezza del lunguaggio e la sensibilità di facciata per essere inclusi nel gruppo o nella bolla giusta “Non posso raccontare un caso di violenza di un bianco ai danni di un nero perché io sono bianca. Sarebbe un’appropriazione” dice un’allieva di Bodie nelle prime battute del romanzo.

“È una storia in cui lei era abbastanza giovane, abbastanza bianca, abbastanza bella e abbastanza ricca da indurre la gente a prestare attenzione…Una storia in cui eravamo tutti abbastanza giovani da pensare che ci fosse uno più furbo che potesse darci le risposte. Una storia che forse abbiamo capito male”. 

Angelo Cennamo

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AH, QUESTO MIDWEST!

“Di là dalle pianure di flanella, i grafici d’asfalto e gli orizzonti di ruggine sbilenca, e di là dal fiume tabacco sormontato da alberi piangenti e monetine di sole che filtrano sull’acqua alla foce, nel punto oltre il frangivento, dove i campi incolti rosolano striduli al caldo antimeridiano…”. L’Illinois di Foster Wallace è una landa piatta, monotona e ventosa, l’aspirante tennista era arrivato perfino a calcolare l’incidenza del vento sul topspin e la traiettoria della palla, ma non voglio dilungarmi su questo: di Wallace dirò più avanti. Cosa intendiamo per Midwest, quanti e quali sono gli stati che lo compongono, e perché ne parliamo come di un monolite, quasi di un pezzo a sé degli Stati Uniti? La regione è vasta: una decina di stati o poco più, nessuno lo sa con esattezza, compresi tra le Montagne Rocciose e i Grandi Laghi, una grossa fetta degli Usa i cui confini non sono precisi né sovrapponibili a quelli delle mappe, così come non è nitida la sua identità culturale. Eppure, se provate a chiedere a qualcuno che abita da quelle parti di dove sei, che provenga dal Winsconsin o dall’Ohio – non sono proprio la stessa cosa – state sicuri che vi risponderà: Sono del Midwest. D’accordo ma proviamo a tracciare un quadro, a tirare due linee, senza correre il rischio di semplificare troppo e indulgere agli stereotipi sulla natura e la consistenza “midwestern” evocata da una certa narrativa, come dire, più folcloristica. L’Heartland è un’America prevalentemente bianca, prevalentamente evangelica, e prevalentemente conservatrice (la working class bianca, l’elettorato di Trump questa espressione l’ha rilanciata alla grande), cortese, ancora di sani principi (non dirò bigotta), moderatamente più arretrata e decadente di quella sulle due coste, con un’impronta etnica nordeuropea, al cui interno la parte rurale domina su quella urbana e sulle poche grandi città, tre o quattro in tutto, con la sola Chicago che può misurarsi con metropoli del calibro di New York e Los Angeles. Non è l’America che legge di più ma è tra quelle che scrive meglio. L’Iowa Writers’ Workshop è la prima scuola di scrittura creativa degli Stati Uniti e simbolo di questo cuore pulsante della letteratura americana; dovessimo stilare un elenco di chi è passato di qui come docente o semplice allievo, da John Cheever a Raymond Carver, faremmo notte. L’immagine della prestigiosa accademia come di una cattedrale in mezzo al deserto evoca quella iniziale dell’ufficio tributi di Peoria dove Wallace ha ambientato il suo romanzo incompiuto sulla noia, pubblicato postumo da Michael Pietsch col titolo de Il Re Pallido. Il viaggio nel Midwest letterario parte da qui, dal genio di Urbana e dalla sua amicizia rivalità con Jonathan Franzen, scrittore originario di Western Springs, Illinois. Di Franzen Wallace aveva letto La ventisettesima città, il primo romanzo. Divenne immediatamente suo fan, gli scrisse una lettera, Franzen gli rispose. I due si misero d’accordo per incontrarsi a Cambridge ma “Mi tirò il pacco”, ricorda Franzen “Dave non si presentò. In quel periodo della sua vita ci dava dentro con le sostanze”.  Il 1992 fu un anno cruciale: Franzen pubblicò un secondo libro, il giallo ambientalista Strong Motion, Wallace iniziò a immaginare il suo librone sul tennis e le dipendenze. Un giorno di aprile, insieme, montarono in macchina e si diressero verso Syracuse in cerca di un appartamento. A Franzen serviva “un posto dove trasferirmi insieme a mia moglie, dove entrambi ci potessimo permettere di vivere e dove fossimo alla larga da chiunque volesse farci notare quanto il nostro matrimonio stesse andando a rotoli”. A Wallace un paio di stanzette dove poter finalmente scrivere Infinite Jest. “Era amabile nel modo in cui è amabile un bambino, e capace di ridare amore con la purezza dei bambini. Se l’amore era escluso da ciò che scriveva, era perché non si è mai sentito degno di riceverlo. È stato prigioniero, per tutta la vita, dell’isola di se stesso” dirà di lui Franzen in Farther Away. Cosa univa Wallace a Franzen, al di là della voglia di scrivere e di quella reciproca stima ormai consolidatasi dopo le prime pubblicazioni? La provenienza. La terra piatta del Midwest, quel vuoto pneumatico di sovrastrutture e di incrostazioni culturali che era servito a entrambi per inventare cose nuove. A sperimentare. Sia Wallace che Franzen nascono come autori postmoderni, qualche anno più tardi (2001), con Le correzioni Franzen da status author diventa contract author, vira su storie familiari: attraverso i legami e i conflitti della famiglia osserva e racconta i mutamenti della società, una prerogativa fino ad allora delle donne. Libertà esce nel 2010. È il quarto romanzo di Jon, che nel frattempo viene incoronato da Time come il più grande scrittore americano vivente. La storia di Walter e Patty Berglund muove da Ramsey Hill, un quartiere esclusivo della cittadina di St. Paul, nel Minnesota, un sobborgo che ricorda quello di Revolutionary Road di Richard Yates. Qui Walter e Patty crescono i loro due figli Jessica e Joey secondo i principi della buona tradizione liberale e progressista. I quattro sono la famiglia americana tipo: una bella casa, il giardino curato, l’invidia del vicinato. Ma per arrivare ad assomigliare all’idea di famiglia che di essi hanno tutti gli altri, a quella foto patinata, i coniugi dovranno percorrere tutto il tempo del romanzo, che è un tempo lungo, durante il quale la tenuta del matrimonio sarà minacciata da una serie di vicende torbide e da tradimenti. Libertà è fondamentalmente la storia di un triangolo: Walter, Patty e il musicista sbandato Richard Katz, già compagno di università di Walter, personaggio fortemente ispirato all’amico scrittore con la bandana. Walter è l’immagine di quella purezza inseguita da Franzen nel libro successivo (Purity), Richard invece è il ritratto della ribellione e della maledizione. Patty e Richard ci danno dentro mentre a migliaia di chilometri da loro Bush ha mandato a morire migliaia di marines in Afghanistan, e Walter si distrae con una crociata ambientalista per salvare dall’estinzione la “dendroica cerulea”, un uccellino di cui non importa niente a nessuno. Cosa resterà di quella felicità iniziale? 

Due anni dopo la morte del marito per suicidio, Karen Green, la vedova di Wallace, e il suo editor decidono di pubblicare le centinaia di cartelle che lo scrittore aveva ordinato in un paio di scatoloni, giù in garage, prima di impiccarsi. È un romanzo incompleto, d’accordo, ma quale romanzo di Wallace lo è? L’idea è quella di “Raccontare l’apatia con garbo ed umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”. Il Re Pallido racconta i tredici mesi che l’ancora studente Dave Wallace avrebbe trascorso (dice lui) all’Agenzia delle Entrate di Peoria, nell’Illinois. Le aspettative dei lettori sono altissime, Wallace ne avverte la tensione e la sua separazione dal Nardil (di fatto un farmaco salvavita) non lo agevola. La noia non è solo quel non luogo a procedere della felicità, quel baratro astratto di malinconia nel quale è facile perdersi per sempre. La noia si può sconfiggere, è questo il messaggio che Wallace intende lanciare nel suo prossimo libro. La ripetizione dei gesti, delle procedure in ufficio sono un mantra, rituali religiosi, liturgie laiche. Wallace non credeva in Dio, qualunque forma di dipendenza lo spaventava. 

Sul legame forte con la fede e sull’ossessione per certe convinzioni, Nickolas Butler, giovane autore del Wisconsin passato per l’Iowa Writers’ Workshop, ha costruito la trama di Uomini di poca fede, romanzo pubblicato negli Usa nel 2019 e arrivato da noi l’anno successivo con l’editore Marsilio e la traduzione di Claudia Durastanti. Barba incolta, camicie di flanella a quadri, bretelle e scarponcini: Butler è anche fisicamente uno scrittore del Midwest. Uomini di poca fede è uno spaccato preciso e vivido della provincia americana, con i suoi ritmi lenti, il senso della famiglia e dell’amicizia, la fede comune e quella più integralista di certe chiese. Un romanzo colmo di umanità a metà strada tra Benedizione di Kent Haruf e Gilead di Merilynne Robinson, altra star dell’American Heartland. 

Come Nickolas Butler anche Stephen Markley ha frequentato le aule del prestigioso Workshop dell’Iowa. Nel 2019 il suo romanzo di esordio Ohio fu un caso letterario. Il romanzo racconta di quattro ex compagni di liceo che si ritrovano una notte d’estate nella città che hanno lasciato molti anni prima. L’incipit è un lungo piano sequenza del corteo funebre in onore del caporale Rick Brinklan, caduto in battaglia in Iraq. Un pick-up attraversa il centro di New Canaan, un posto dimenticato da Dio ma tra le poche cittadine sopravvissute alla deindustrializzazione di quel tempo. Sopra il pick-up c’è il feretro del soldato ucciso, ma la bara è vuota. Sono immagini potenti che evocano altre narrazioni, della carta stampata e del cinema. 

La provincia rurale e credulona è il teatro delle storie di un’altra straordinaria autrice dell’Ohio, la giovanissima Tiffany McDaniel. Il suo libro di punta L’estate che sciolse ogni cosa è un romanzo di formazione dalle atmosfere gotiche; il lirismo, il misticismo di alcuni passaggi però fanno deviare la forma letteraria in quella del poema. Il tema ricorrente dell’angelico e del demoniaco, la magia di certi avvenimenti, così come sviscerato da McDaniel alla maniera del Pasolini di Petrolio, è uno dei tratti distintivi di questa autrice dal talento cristallino (il suo L’eclisse di Laken Cottle è stato libro dell’anno per Telegraph Avenue nel 2022). La vicenda del romanzo si sviluppa in un breve arco temporale, vale a dire l’estate del 1984. La scelta del 1984 – anno che dà il titolo al capolavoro di George Orwell – non sembra casuale, così come non lo è ogni altro particolare di questa storia che ha pochi precedenti nella letteratura recente (It?).

È opinione comune che in quella casa di Claremont, la sera del 12 settembre del 2008, non sia solo calato il sipario sulla vita di Foster Wallace ma che la lunga storia e controstoria del romanzo postmoderno americano siano giunte al capolinea. Autori come il premio Pulitzer Joshua Cohen e Ben Lerner sembrano tuttavia sconfessare questa linea di ferma intransigenza che si era già palesata con la pubblicazione dei primi capolavori di Thomas Pynchon. Topeka School di Lerner, scrittore e poeta del Kansas, originario proprio di Topeka, è un libro denso di parole che parla di parole e dell’uso spesso distorto che ne si fa. Siamo negli anni Novanta. Adam Gordon è un eccellente studente della Topeka High School e un asso dell’oratoria pubblica. Come un novello Protagora, Adam se ne va in giro per il Paese ad asfaltare altri suoi coetanei in agguerrite competizioni di dialettica. Quello di Lerner è una sorta di trattato sociologico sul linguaggio, sul suo potere mistificatorio, sulla sua degenerazione nei social. Un libro difficile, piatto come la sua Heartland, senza sussulti, in cui sono il vigore e la magnificenza della scrittura a riempire i vuoti. Non sappiamo che direzione prenderà il romanzo nei prossimi anni, ma ovunque dovesse andare lì, in quello spazio, ci sarà Ben Lerner. 

Angelo Cennamo

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RITORNO A BRIDESHEAD – Evelyn Waugh

Ah, beata mondanità. “Sono un animale di lusso, e il superfluo m’è necessario come il respiro”, scrive Gabriele D’Annunzio a Emilio Treves in una lettera di fine Ottocento. Come il vate di Pescara, una certa attitudine alla frivolezza e all’eccentricità Evelyn Waugh, scrittore londinese nato agli albori del secolo breve, la declina già negli anni del college, a Oxford, durante i quali questo dandy scapestrato finirà per perdersi in una serie di scandali e bagordi che formeranno l’ossatura dei suoi primi romanzi perlopiù satirici: Declino e caduta, Corpi vili, ecc. Ritorno a Brideshead esce nel 1945. I giudizi si dividono tra chi ne parla come di un capolavoro e chi invece non rinuncia a stroncarlo in pompa magna per la sua, diciamo così, inconcludenza (ogni riferimento a Edmund Wilson sul New Yorker è puramente casuale). Le parole acide di Wilson le riporta anche Alessandro Piperno nella prefazione della nuova edizione, uscita in questi giorni con Feltrinelli e la traduzione di Ottavio Fatica. La scelta di Piperno come novello testimonial mi pare azzeccata: Piperno lo si può definire per molti versi un epigono di questa letteratura che chiamiamo Romanzo Borghese, e che ha vissuto i suoi anni migliori con autori come Charles Dickens, tanto per rimanere nel Regno Unito, e dall’altra parte dell’oceano, qualche decennio più tardi, con personaggi come Vladimir Nabokov, John Cheever, Saul Bellow, Philip Roth. Waugh nel romanzo è Charles Ryder,  un capitano di fanteria di mezz’età che nel corso della seconda guerra mondiale si ritrova davanti all’antica dimora di Brideshead, luogo che ha segnato come nessun altro la sua giovinezza e verso il quale prova ora una forte nostalgia. La storia inizia proprio con Charles che rievoca il suo passato ricordando gli avvenimenti di quella stagione, storica oltre che familiare, ormai al crepuscolo. Charles non è più il sognatore gaudente di vent’anni prima, l’aspirante artista fiducioso e aperto al prossimo, ma un uomo cinico e disilluso. Il disincanto di Charles è lo stesso di Waugh, autore che non pochi accostano a Francis Scott Fitzgerald per lo stile elegante e per una certa vocazione allo snobbismo, ma dal quale l’autore inglese si differenzia per la sua vena malinconica e per quel distacco di cui parlavo prima, che lo trattiene da ogni decisiva forma di speranza e di esaltazione. Al centro del romanzo c’è l’amicizia affettuosa tra Charles e il compagno di college Sebastian, rampollo dell’aristocratica famiglia dei Flyte, ragazzo triste che se ne va in giro con un orsachiotto di peluche e che soffoca nell’alcol diffidenze e incomprensioni, tormentato da conflitti familiari e dalla sua condizione di omosessuale poco compatibile con l’osservanza della fede cattolica. Il richiamo della e alla fede cattolica è un altro aspetto importante della storia ed è l’ennesimo specchio nel quale Waugh riflette se stesso

Nella prima parte del romanzo accade ben poco; i personaggi di Waugh non fanno: esistono, direbbe il Bret Easton Ellis di The Shards. Ciondolano tra una festa e l’altra, viaggiano in Italia, bevono champagne discettando di arte e beghe familiari, sempre al guinzaglio di riti e cerimonie che di lì a poco risulteranno desueti e anacronistici. Figura chiave della seconda parte della storia sarà Julia, la sorella di Sebastian con la quale Charles intreccerà una breve relazione. Anche qui la fede cattolica avrà un ruolo decisivo nell’evoluzione degli eventi e nel tragico destino che attende il piccolo mondo antico dei Flyte. A distanza di ottant’anni dalla sua prima pubblicazione, Ritorno a Brideshead conserva intatta tutta la sua elettricità e brillantezza, e Waugh la sua rigogliosa verve narrativa, una corda tesa tra il Fitzgerald de Il Grande Gatsby e l’Andrew Sean Greer di Less. Checché ne dica Edmund Wilson, un vero capolavoro.

Angelo Cennamo

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QUELLI CHE PENSAVAMO DI CONOSCERE -David Joy

L’America non è mai stata innocente. Ricordate l’incipit di American Tabloid? Sylva è una cittadina di poche migliaia di anime nella contea di Jackson, North Carolina. Uno di quei centri urbani fatto di palazzi a due piani in mattoni verniciati, tagliato in due da una lunga strada, Main Street, che si interrompe proprio davanti a quel palazzo di Giustizia che l’editore Jimenez ha riprodotto fedelmente sulla cover di Quelli che pensavamo di conoscere, l’ultimo romanzo di David Joy. A Sylva si conoscono tutti, e il tempo sembra scorrere più lento che altrove. Lo sa bene Toya Gardner, la giovane artista nera di Atlanta venuta dalla nonna per compiere delle ricerche all’università e completare la sua tesi di laurea. Toya è una ragazza caparbia, idealista, tanto che la scoperta di un monumento confederato nel centro della città la spinge a una reazione forte e inaspettata. La vicenda di Toya si alterna a quella dell’arresto di un vagabondo sospettato di appartenere al Ku Kus Klan e nella cui station wagon viene ritrovato un taccuino con una lista di nomi altisonanti. Tra Toya e Willian Dean Cawthorn, questo il nome del vagabondo originario del Mississippi, c’è lo sceriffo Coggins, il personaggio intorno al quale ruota tutta la storia del romanzo, magnificamente orchestrata da Joy (scrittore quarantenne anche lui del North Carolina, già vincitore del Dashiell Hammett Prize con Queste Montagne, pubblicato in Italia nel 2022 sempre da Jimenez). Coggins è un uomo di legge ma in una piccola provincia come Sylva un tutore dell’ordine finisce sempre per avere dei legami familiari o di profonda amicizia con la gente del posto, e per Vess, la nonna materna di Toya, Coggins ha un affetto speciale essendo la vedova del suo miglior amico. Il rapporto di stima e di rispetto reciproco tra lo sceriffo bianco e l’anziana donna di colore, uno dei temi centrali del libro, travalica stereotipi e diffidenze, ma ora, con la presenza in città di Toya, rischia di incrinarsi pericolosamente. L’attivismo della nipote di Vess, innescato da alcune scoperte che riguardano gli antenati non solo della sua famiglia ma dell’intera comunità, comincia infatti ad avvelenare il clima di calma apparente e di tregua che a Sylva si respirava fino al giorno prima del suo arrivo, e a squarciare quel velo di ipocrisia che per tre generazioni aveva celato abusi e discriminazioni. 

Esiste un razzismo poco visibile, sottile, fatto di piccoli dettagli che i bianchi neppure colgono. Non c’è giustizia né gloria nella storia di Sylva e dell’intera nazione. Quelli che pensavamo di conoscere è una presa di coscienza collettiva, una vicenda di segreti inconfessabili e di un passato sepolto con cui l’America non ha ancora smesso di fare i conti. Uno spietato e sanguinoso redde rationem che non risparmia nessuno. 

Angelo Cennamo

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WALLACE, ULTIMO ATTO

“Raccontare l’apatia con garbo ed umorismo. La sconfitta della noia è come l’estasi istantanea in ogni atomo. Se sei immune alla noia, non c’è nulla che tu non possa fare”.

Giudicare l’opera di David Foster Wallace separandola dalla pulsione di morte che abitava la sua mente e che alla fine lo ha condotto al suicidio, è impossibile. Il realismo isterico della sua scrittura,  vertiginosa, torrenziale, lo sguardo malincomico – malincomico con la M – sulle vicende umane affrescate nelle pagine dei pochi romanzi  pubblicati sono indissolubilmente legati al noto malessere e a quel gesto risolutorio, forse inaspettato. La sera del 12 settembre del 2008, nella sua casa di Claremont, in California, pare che Wallace avesse pianificato tutto: scritto due righe di commiato alla moglie Karen, salutato i cani Jeeves e Drones, e ordinato negli  scatoloni giù in garage i manoscritti del romanzo al quale stava lavorando già da parecchi anni. Un librone di cinquemila pagine che si sarebbero ridotte a poco più di mille, aveva confidato a Jonathan Franzen. Per completare questo librone Wallace aveva rinunciato a convegni, conferenze stampa e uscite con gli amici. Dopo il successo di Infinite Jest, le aspettative dei lettori erano altissime. Un impegno troppo gravoso. E a chi come lo stesso Franzen si preoccupava negli ultimi tempi del suo stato di salute e gli chiedeva come stai, lui alla sua maniera rispondeva:  “mi sento un po’ peculiare”. I pezzi del  romanzo che Wallace stava scrivendo vennero successivamente assemblati dal suo editor, Michael Pietsch, in un libro di circa 800 pagine, pubblicato col titolo de Il Re Pallido. E’ l’ultimo atto, il testamento inconsapevole di un genio compreso, capace di ricodificare la grammatica della narrativa nordamericana e non solo quella, completando l’opera di altri avanguardisti: John Barth, Don DeLillo, Thomas Pynchon. Incontrai Wallace nel giugno del 2006, a Capri, in occasione di un celebre appuntamento letterario organizzato sull’isola da Antonio Monda. Era la prima edizione. L’immancabile bandana, t-shirt rossa con una scritta, uno stravagante bermuda a vita alta, l’aria svampita di chi è stato trascinato controvoglia in un luogo troppo esotico per le sue abitudini: l’aspetto di Wallace era quello di un nerd che aveva svoltato. Lui e Jonathan Franzen, amici e rivali, confusi tra la folla che neppure li riconosceva, si aggiravano sulla piazzetta come turisti anonimi. A distanza di anni, ritrovo quelle immagini nella mia memoria e sul web, confuse tra mille altre evocate dai suoi scritti: appunti di viaggio, racconti, romanzi, interviste. Leggere Wallace è come sentirsi spalancare gli occhi, e quando sfogliamo i suoi libri, per un certo numero di pagine ci piace immaginare, come ha scritto qualcuno, di essere lui, di essere David Foster Wallace.

Photo: Keith Bedford/Getty Images.

Angelo Cennamo   

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LA COLLANA – Matt Witten

I monti Adirondack, nell’entroterra dello stato di New York, sono un luogo impervio e deindustrializzato, arrugginito dalla crisi come la Pennsylvania di Philipp Meyer e gli Appalachi di Chris Offutt e Ron Rash. Eppure la gente che popola le sue pendici un tempo occupate da fabbriche e da stabilimenti ben avviati, non si abbatte, continua a mettere su famiglia e a tirare avanti con lavori stagionali, col turismo (Lake Placid è da quelle parti), e tanta solidarietà. La storia di cui sto per parlarvi ci porta proprio in mezzo a queste montagne, tra persone semplici, uomini e donne che si rimboccano le maniche e si divertono con poco: quattro palloncini colorati, qualche birra, hamburger ben cotti, vecchie melodie country sulle quali ballare. La serata organizzata in favore di Susan serve a finanziare un viaggio di oltre duemila miglia e a chiudere il cerchio del tragico destino che l’è piombato addosso vent’anni prima. Fino ad allora Susan poteva dirsi una donna felice insieme a suo marito Danny e alla piccola Amy. Chi poteva immaginare che di lì a poco tutto sarebbe precipitato: lo stupido equivoco con Lenora (la madre di Susan che si distrae con uno due tre fidanzati), il messaggio lasciato sulla segreteria ma ascoltato troppo tardi, e la bambina che non fa più ritorno a casa dopo essere uscita di scuola. Sono trascorsi venti lunghi anni e ora Nel North Dakota stanno per giustiziarie il Mostro che ha stuprato e assassinato Amy, e abbandonato il suo cadavere in un bosco del Vermont, poco distante dal confine. 

Il viaggio solitario di Susan è picaresco, funestato da una serie di imprevisti e da tanta sfiga, diciamolo. Viaggia il corpo e viaggia anche la mente, a ritroso, tra i ricordi del passato, tra i mille se e i mille forse, i come sarebbe stato, i purtroppo. Della famiglia di Susan non resta più nulla: Amy è morta, Danny come se lo fosse. Sulla vita di Susan è calato definitivamente il sipario, ma – fermi tutti – un dettaglio apparentemente marginale potrebbe riscrivere la storia del delitto, forse archiviata con troppa approssimazione, imprudenza, pregiudizio? Forse. E allora la lunga odissea di Susan verso il North Dakota si trasforma in una freemente lotta contro il tempo. Corre Susan, e noi insieme a lei. 

Il nome di Matt Witten molti di voi non lo avranno mai sentito, ma se dico Dr. House, Pretty Little Liars e Low & Order? La Collana è un page turner dal quale farete fatica a staccarvi. Vi basteranno poche ore per leggerlo tutto perché avrete fretta di sapere come va a finire. È fondamentalmente un romanzo di trama, scritto come una sceneggiatura (inventare storie per la tv è il primo mestiere di Witten), con frasi brevi, tanto ritmo e un finale mozzafiato che si ribalta più volte nelle ultimissime pagine. I temi affrontati dall’autore sono due: il viaggio, che della letteratura americana come sapete è una specie di tratto identitario; l’orrore e l’indifferenza di tanti americani rispetto alla crudeltà della pena di morte “Si prova sempre un’emozione particolare a togliere di mezzo un assassino di bambini… siamo tutti belli carichi” dice l’impiegata del penitenziario che riceve Susan nel giorno dell’esecuzione. 

Angelo Cennamo

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IL CAMMINO DEL MORTO – Larry McMurtry

C’è stato un tempo in cui Gus McCrae e Call Woodrow erano due mocciosi che sognavano di andare a Ovest. La combriccola del maggiore Chevallie somiglia più a un’armata brancaleone di avvinazzati che a una compagnia di Texas Ranger: poche decine di vagabondi senza arte né parte, soprattutto senza mira. Ma tre dollari al mese per esplorare una possibile pista di diligenze fino a El Paso e trastullarsi di tanto in tanto con Matilda Roberts, “la grossa puttana” che per colazione mangia tartarughe azzannatrici e che farebbe carte false per aprirsi un bordello tutto suo in California, è sempre meglio che starsene a casa a girarsi i pollici.

Siamo alle prime battute de Il Cammino Del Morto, prequel di Lonesome Dove, il più bel romanzo western di sempre che valse a Larry McMurtry il premio Pulitzer. Il libro uscì negli Stati Uniti nel 1995 ma da noi è arrivato con trent’anni di ritardo, proprio sull’onda lunga del successo di Lonesome Dove, ormai opera di culto, tra le più citate nelle bolle social di libronauti, blogger, nerds et similia. L’epopea western di McMurtry si compone di altri due volumi (Comanche Moon, di prossima uscita in Italia, e Le Strade Di Laredo, già pubblicato) la cui cronologia editoriale evidentemente non combacia con la sequenza temporale della storia: fareste bene a tenerne conto se non avete ancora fatto la conoscenza di Gus e Call. Dicevo prima dell’allegra brigata del maggiore Chevallie, sempre ammesso che quell’omino tarchiato e inconcludente sia un vero maggiore “Il Texas era uno di quei posti dove la gente poteva dichiararsi qualcosa e poi cominciare a essere quello che aveva dichiarato”. Ci vuole una buona dose di ottimismo per sperare che certe spedizioni – e quella del cosiddetto maggiore è stata messa su con molta approssimazione e da gente troppo sprovveduta, gente troppo sprovveduta ad esclusione di Bigfoot Wallace, lui sì che può dirsi un vero Ranger – non si riveli un fiasco al primo scontro con gli indiani, soprattutto se l’indiano in questione si chiama Buffalo Hump, il guerriero Comanche più cattivo di cui si fosse sentito mai parlare. Le scorribande di Gus e Call ci fanno tornare in mente le cavalcate di John Grady e Racey Lawlins, i due ragazzi che giocano a fare i cowboy nella Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy. McMurtry e McCarthy per uno strano scherzo del destino sembrano l’uno l’anagramma dell’altro, due maestri che hanno declinato il western in modo diverso ma appassionando allo stesso modo milioni di lettori in tutto il mondo. Dai Cavalli Selvaggi al Meridiano Di Sangue, l’Ovest di McCarthy si riverbera in una dimensione più metafisica di quella pop o tradizionale di McMurtry. Le bisettrici però sono le stesse: il viaggio, il sogno, la scoperta, l’iniziazione, l’istinto di sopravvivenza. La Jornada Del Muerto, il cammino del morto, è un deserto di oltre duecento miglia nel sud del New Mexico. I nostri eroi, ormai stremati, affamati e feriti, lo percorreranno a piedi, prigionieri del capitano Salazar. Sono pagine indimenticabili, le pagine in cui la storia entra nel vivo. La traversata nel deserto, il momento più epico della narrazione, è preceduto da una flagellazione cruenta che evoca quella di Cristo. Il Cristo di McMurtry è Call Woodrow, il buon soldato, il ragazzo saggio e obbediente, l’amico premuroso del puttaniere Gus, dell’epicureo Gus, dell’opportunista Gus. Con loro, Bigfoot Wallace, miglior attore non protagonista, e Matilda Roberts, la Maria Maddalena di questa poderosa parabola biblica che viviseziona tutti i sentimenti umani. 

Angelo Cennamo

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CI VEDIAMO IN AGOSTO – Gabriel García Márquez

Il 6 marzo del 2024 Gabriel García Márquez avrebbe compiuto novantasette anni. Un traguardo tutto sommato possibile per molti contemporanei. Nello stesso giorno, in Italia come in altri paesi del mondo, è stato pubblicato un suo romanzo postumo (Ci Vediamo In Agosto), breve, brevissimo, poco più di  cento pagine, tradotte per Mondadori da Bruno Arpaia.  Márquez ci lavorò per oltre vent’anni, tra alti e bassi e una salute mentale ballerina che giorno dopo giorno inghiottiva ricordi, pensieri, immagini, e perfino il significato delle parole. Una gara contro il tempo, dunque, durante la quale il premio Nobel immaginò cinque versioni diverse della storia, prima di gettare la spugna e concludere che quel testo doveva essere cestinato, anzi distrutta ogni sua bozza, cancellata ogni riga. Non andò così. Dopo la morte (il 17 aprile del 2014) i figli di Marquez, contro la volontà del padre – a riguardo il New York Times ha pubblicato un’intervista a Gonzalo, il più giovane dei figli, nella quale si fa riferimento proprio alla promessa tradita – trasferirono le bozze del romanzo all’Harry Ransom Center presso l’Università di Austin, in Texas. 

Di cosa parla Ci Vediamo In Agosto. A primo acchito, si direbbe una storia tipicamente marqueziana, intrisa di desiderio, sensualità e mistero, ma con alcune eccezioni, prima delle quali il focus, che in questo caso investe insolitamente una donna, una donna e uno strano rituale. Ogni 16 di agosto Ana Magdalena Bach  sale su una barca e raggiunge l’isoletta dei Caraibi dove è sepolta sua madre. Ana è sposata con un musicista, ma sull’isola conoscerà altri uomini e si abbandonerà ai richiami di una natura più profonda e inesplorata di se stessa. L’anarchia. Il rimpianto. La felicità nascosta. Uno spazio indefinito, sbiadito come i vuoti di memoria, i demoni della privazione contro i quali lo scrittore colombiano ha dovuto combattere negli ultimi anni della sua vita. È il solo lato intrigante, l’unico significato possibile, al di là dello sbandierato, banale e fuori sincrono inno alla libertà delle donne, che può restituire a questa triste operazione commerciale la dignità di romanzo autentico, e perpetuare la memoria di un genio condannato alla demenza: la sovrapposizione delle storie fuori e dentro la trama, il progressivo affievolirsi della ragionevolezza e del rigido protocollo familiare che conduce da una parte Ana alla fuga da sé e dall’altra il suo alter ego alla morte. Conoscendo la vicenda dolorosa della genesi non del romanzo ma della “ipotesi” di romanzo poi rinnegata con forza dallo stesso Gabo, avevo deciso di non lasciarmi tentare dal facile richiamo dell’acquisto. Ma ho ceduto, sbagliando.  

Angelo Cennamo

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