VIZIO DI FORMA – Thomas Pynchon

C’è una cosa che voglio dire di Pynchon prima che me ne dimentichi: Pynchon è forever young, l’eterno ragazzo della letteratura americana; cioè la sua verve narrativa è paragonabile a quella di un adolescente. Prendete ad esempio “Vizio di forma”, il romanzo è uscito nel 2009: Pynchon allora aveva superato i settanta, eppure, leggendo il libro, si ha la sensazione che ne abbia cinquanta di meno. Sarà per la comicità demenziale (alcuni passaggi fanno pensare alla filmografia di Jim Carrey), per la freschezza della scrittura, per il cazzeggio infinito che mette in secondo piano tutto il resto. Come sempre la trama è un pretesto, conta il senso, conta il mood. “Vizio di forma” è prima di tutto il tributo a una stagione finita alla quale Pynchon ha strizzato l’occhio anche in altre pubblicazioni: l’epopea hippy, l’esercito del surf e dell’LSD californiano degli anni Settanta. Se vogliamo, il libro è una gigantesca allucinazione, oltre che un affresco (uh che brutta parola) preciso e sbiadito dal “fumo”. Ma nei rari momenti di lucidità – scherzo – intravediamo eccome una storia noir, divertente, e architettata (occhio a pagina 46) come da uno specialista del genere. Il protagonista di questa storia è Doc Sportello, un investigatore privato (e drogato), reclutato da una vecchia fiamma (Shasta) per indagare sulla scomparsa del suo nuovo amante, un ricco immobiliarista finito in un brutto giro nel quale sarebbe implicata anche la moglie di lui. Doc accetta l’incarico solo perché è ancora innamorato di Shasta, ma già dalle prime battute le cose si mettono male, molto male. 

Per comprendere appieno il talento di Pynchon occorrerebbe leggere i suoi libri in lingua originale, senza nulla togliere alla traduzione di Massimo Bocchiola per Einaudi, e soprattutto conoscere i retroscena della cultura americana che incorniciano ogni storia, a cominciare dalle citazioni musicali. Tutti gli altri sono chiamati a uno sforzo maggiore: può accadere cioè di non capire tutto, di perdere il filo; pazienza, non è questo lo spirito col quale approcciare autori così bizzarri.

I romanzi di Pynchon somigliano a certi abiti stravaganti che vediamo sfilare sulle passerelle dell’alta moda: nessuno si sognerebbe di indossarli, però quanti spunti, quanti suggerimenti. Mappe di orientamento per cogliere il filo (questo è il filo che conta) della buona scrittura contemporanea. Pynchon non può mancare nello scaffale. Pynchon serve. Serve per imparare a leggere meglio e a scrivere meglio. Dicevo di Sportello: che fine farà il nostro Doc? Be’, ecco… diciamo che… ma chissenefrega di Doc Sportello. 

Angelo Cennamo

Standard

EMPIRE FALLS (IL DECLINO DELL’IMPERO WHITING) – Richard Russo

Romanzo sulla disgregazione, di una comunità, della sua economia, di due famiglie: i Whiting e i Roby. Richard Russo è un newyorchese innamorato del Maine, ed è proprio in questo piccolo stato del nordest americano, affacciato sull’Atlantico, che decide di collocare la sua storia. Il libro esce in un anno cruciale per il destino della nazione e del mondo intero, il 2001; nel 2002 vince il Pulitzer battendo in finale – udite udite – “Le correzioni” di Jonathan Franzen (che si rifarà col National Book Award) e “John Henry Festival” di Colson Whitehead (che di Pulitzer ne vincerà addirittura due qualche anno dopo). I libri di Russo sono delle ottime biografie degli Stati Uniti e “Il declino dell’impero Whiting” – che io preferisco chiamare con il titolo originale “Empire Falls” – così come il più recente “Le conseguenze”, sempre edito da NeriPozza, ce lo confermano. La vicenda, molto lunga, oltre 600 pagine, si snoda attraverso le vite semplici degli abitanti di una piccola cittadina (Empire Falls) dal passato operoso, e che oggi vivacchia con i rimasugli di una stagione non più ripetibile. La stagnazione economica, l’impoverimento dei suoi abitanti, è incarnato da Miles Roby, personaggio che ricorda un po’ il Morris Bober del capolavoro di Malamud per la bontà, la fede, la rettitudine, lo spirito di sacrificio con i quali affronta le dure sfide del presente. Miles cuoce hamburger in una tavola calda (Empire Grill) di proprietà di Francine Whiting, vedova di Charles Whiting e matriarca di una ricca stirpe di imprenditori. La sola speranza di Miles è ereditare il ristorante – la vedova gliel’avrebbe promesso ma non se ne comprendono le ragioni – e assicurare un futuro a Tick, l’unica figlia avuta dal matrimonio (finito anche quello) con Janine. L’Empire Grill è il “luogo” della storia ma anche il crocevia di una narrazione apparentemente lenta, costruita intorno a un infinito viavai, confessioni, ricordi, strane coincidenze, fughe, ritorni, con una polifonia ben calibrata e dialoghi perfetti. Le affinità elettive o inclinazioni artistiche di Miles e del defunto Charles Whiting, arrivato a dirigere l’impero economico del capostipite dopo un decennio di latitanza “poetica” in Messico, sono una traccia interessante. Ma di piste ce ne sono tante altre: il divorzio tra Miles e Janine, che a quarant’anni si è data alla palestra e al sesso sfrenato con Walter Comeau (Volpe Argentata); il rapporto difficile tra Miles e quel “disturbatore della quiete pubblica” di suo padre; gli scontri con il fratello-socio che coltiva marijuana; le tentazioni della traviata Charlene, della quale Miles è silenziosamente innamorato da anni. E poi c’è lei, la matriarca Francine, con i fasti, i fantasmi del passato, e una tragedia familiare poco chiara. 

Le storie di Russo, che scorrono su un doppio binario temporale (l’infanzia e l’età adulta di Miles), sono dense, vaste alla maniera di Whitman; alcuni passaggi possono sembrarci inutili rispetto alla trama principale, ma sono parte di quella “moltitudine” e di un impianto largo che pretende di includere tutto per risultare più credibile e attrattivo.

La voce di Miles è così forte, udibile dal lettore, da annullare quasi la terza persona che Russo ha scelto per raccontarci degli abitanti di quella terra sperduta. Dov’è l’America, cosa accade nel mondo mentre Miles, Max e Janine vivono le loro vite? Un puntino su una mappa geografica, questo è Empire Falls. 

Angelo Cennamo

Standard

L’ECLISSE DI LAKEN COTTLE DI TIFFANY McDANIEL È IL LIBRO DELL’ANNO PER TELEGRAPH AVENUE

Trentasette anni, originaria dell’Ohio, Tiffany McDaniel è una delle voci più interessanti della nuova letteratura americana. Un’osservata speciale. Con il suo romanzo d’esordio “L’estate che sciolse ogni cosa” si è aggiudicata il “Not-the-Booker Prize” di The Guardian 2016 e imposta all’attenzione della critica di mezzo mondo.

“L’eclisse di Laken Cottle” – Atlantide, traduzione di Clara Nubile – conferma una linea narrativa originale e innovativa che non si piega alle offerte editoriali più in voga, appiattite su trame collaudate e riciclate con pochi margini di rischio. È una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende. McDaniel si fa tentare dal gotico ma vola più in alto: è un po’ Borges, un po’ Shirley Jackson. Il buio che come una cappa scende sulla vicenda del romanzo, non è il blackout tecnologico che “silenzia” i personaggi dell’ultimo DeLillo, è un buio vero, assenza di luce, un lento spegnimento del sole che ingoia ogni cosa. E mentre la terra si oscura, Laken, il protagonista, cerca disperatamente di fare ritorno dalla propria famiglia. Quel buio è l’eclissi della mente che nasconde la verità, gli verrà spiegato nelle ultime scene del viaggio. A Laken non resta allora che annullarsi, rimuovere sovrastrutture e pregiudizi per ritrovare la rotta verso casa.

C’è sempre qualcosa di mistico nelle storie di Tiffany McDaniel. Una strana e briosa magia che turba i lettori e “smuove le montagne” avrebbe chiosato un altro genio del Midwest che non ha fatto in tempo a conoscerla. “L’eclisse di Laken Cottle” è il libro dell’anno per Telegraph Avenue. 

Angelo Cennamo

Standard

LA SHORTLIST DEL 2022 DI TELEGRAPH AVENUE

Matthew Baker, giovane scrittore del Michigan, look da ragazzo punk: volto emaciato, felpe e giacche di pelle fuori misura, è autore di numerosi racconti apparsi su riviste come The New York Times Magazine e The Paris Review. Variety lo ha indicato tra “i dieci più interessanti narratori da seguire”. “Perché l’America” (“Why visit America” Sellerio – traduzione di Veronica Raimo e Marco Rossari) è una raccolta di shortstories – tredici, una per ogni striscia della bandiera americana – originali, innovative per forma e contenuto, richiestissime anche dalle case cinematografiche, che ci mostrano un’America del futuro prossimo distopica, o utopica se preferite. Un libro che “alza l’asticella”, insomma, prezioso, rassicurante per nostalgici come il sottoscritto di David Foster Wallace.

“Ferrovie del Messico” (Laurana) è un vero prodigio, non saprei definirlo in altro modo. Il romanzo, lunghissimo ma scorrevole, è circolato tra i lettori con un passaparola quasi carbonaro, tanto che tuttora è difficile trovarlo in libreria, vi conviene prenderlo direttamente online. Lo ha pubblicato Gian Marco Griffi, scrittore quarantenne cresciuto nel Monferrato – della scuderia di Giulio Mozzi – ma sembra scritto da Roberto Bolaño a sei mani con Thomas Pynchon e Vinicio Capossela. Tra le cose migliori uscite in italia negli ultimi anni. 

Di Hernan Diaz, autore argentino di Buenos Aires naturalizzato americano, avevamo già letto e apprezzato “Il falco”, romanzo epico che ha reiventato il genere western e che nel 2018 ha sfiorato il Pulitzer. Con “Trust” (Feltrinelli – traduzione di Ada Arduini) Diaz ci conduce nel mondo di Wall Street per raccontarci una storia oscura e di non facilissima lettura, con quattro versioni diverse. Interessante la trama, stupefacente la struttura.  

La discussa biografia di Philip Roth (Einaudi – traduzione di Norman Gobetti) è un’opera monumentale sotto ogni aspetto, imperdibile per tutti i lettori (quelli più rodati) del genio di Newark. Precisa, dettagliata, scritta (come un romanzo) da Blake Bailey (già autore delle biografie di Richard Yates e John Cheever) ma con il cuore e lo stile del protagonista. Siamo sicuri che non ci sia anche il suo zampino? “Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi più interessante”.

Tiffany McDaniel proviene da una terra feconda dal punto di vista letterario: il Midwest americano. Se non lo avete ancora letto, vi suggerisco di recuperare il bellissimo “L’estate che sciolse ogni cosa”, romanzo di formazione con una forte impronta gotica. “L’eclisse di Laken Cottle” (Blu Atlantide – traduzione di Clara Nubile) è una fiaba dark sul senso del divenire e sul destino che ci attende; un’altra bella prova di questa giovane romanziera dal talento cristallino. Opera dai contorni mistici, a metà tra il realismo magico di Borges, il postmodernismo di DeLillo, il lirismo di Cormac McCarthy.  

Sono questi i libri selezionati per la shortlist 2022 di Telegraph Avenue. Uno dei cinque, il 15 dicembre, sarà scelto come libro dell’anno. 

Angelo Cennamo

Standard

MOBY DICK – Herman Melville

Quella che state per leggere, sempreché abbiate voglia di farlo, non è una vera recensione, piuttosto è il resoconto, forse poco dettagliato, magari perfino superfluo, di un’esperienza che, se per mille altri libri si è tramutata bene o male in giudizio critico, estetico, a volte in analisi del testo, comparazione, esegesi, in casi come questo rimane invece pura osservazione. Testimonianza. Non oltrepassa cioè la soglia dello sguardo. Il mio sguardo, ovviamente. Prudenza. Umiltà. Inutilità della parola ulteriore. Ecco cosa intendo dire nel-non-dire. Osservazione muta, dunque, se non nella rappresentazione del pungolo, visivo e intellettivo, che solo certe opere riescono a trasmettere. Del resto cos’altro potrebbe aggiungere il sottoscritto a decine di manuali, tomi di filologia, tavole rotonde, dedicati a questo monumento di carta, a questo poema epico in prosa (vale quanto l’Iliade e l’Odissea), a questa rampa autostradale che ci immette direttamente sulla tre corsie della letteratura moderna americana? È già tutto scritto, tutto spiegato, argomentato, addomesticato, reso fruibile con note, introduzioni, postfazioni. “Moby Dick” di Herman Melville. Cinque parole che sembrano una sola. Lessi l’edizione curata da Cesare Pavese negli anni del liceo. Nel mio giovane cuore innamorato degli States, Melville era stato preceduto solo da Mark Twain, Salinger e dall’Alex Haley di “Roots”, il romanzo di Kunta Kinte. Pavese, come Bianciardi e Vittorini, fu tra i pionieri delle traduzioni americane. Fu soprattutto un autodidatta. Quelle versioni, l’Hemingway della Pivano, per dire, che di Pavese fu allieva, sono diventate leggendarie nonostante le numerose imperfezioni. Eppure, il suo collega Melville, Pavese lo tradusse in modo magistrale: dove non poté arrivare la conoscenza della lingua, supplì il genio creativo dello scrittore. Mi rendo conto che l’argomento è troppo vasto per essere sviscerato nelle poche righe di questa mia testimonianza, poche ho scritto ma, a quanto pare, non sembrano affatto poche. A distanza di anni ho ripreso “Moby Dick” nell’edizione agevole – agevole in quanto prensile – di Feltrinelli, curata da Alessandro Ceni (molto bravo al di là degli strani toscanismi che ogni tanto affiorano nel racconto, ne avevo trovati diversi anche nell’Ulisse di Joyce) con il timore reverenziale che richiede l’approccio a ogni capolavoro che sia autenticamente tale. Concordo con Ceni quando nella sua precisa prefazione del romanzo ci suggerisce di leggere “Moby Dick” senza badare alle sovrastrutture o alle implicazioni simboliche sedimentate intorno al testo: riflessi dell’epica omerica, il viaggio di Ulisse, certo, ma anche quello di Dante “Sì, il mondo è una nave che compie la traversata d’andata, non quella di ritorno, e il pulpito è la sua prora”, della tragedia shakespeariana, della strada che molti anni dopo percorreranno Kerouac e come lui tanti altri “Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana” (Carlo Verdone, Borotalco). Immagini reali o sovrapposte attraverso sillogismi forse neppure voluti dall’autore. L’atteggiamento giusto, la migliore postura mentale verso l’opera è abbandonarsi alla storia in sé, dimenticando o aggirando l’artificioso mondo della rilettura critica, della dietrologia che talvolta finisce per incrostare e appesantire il racconto, spostandone l’asse della trama. Melville non aveva altro scopo se non quello di raccontare la storia che lui aveva immaginato.

Il romanzo è diviso in tre blocchi virtuali: l’antefatto (ovvero la menomazione inflitta dalla Balena Bianca al capitano Achab – pagine 218 e 219); il fatto (l’ossessione per la vendetta che conduce Achab alla follia e allo scontro finale con Moby Dick – “Io adesso profetizzo che smembrerò il mio smembratore” – scontro che si risolve in poche decine di pagine); tutto il resto. Tutto il resto è la parte centrale del romanzo, la più ampia ma anche la più sfaccettata. In questa, chiamiamola sezione, la storia segue due percorsi, talvolta alternati, altre volte intrecciati l’uno all’altro senza che si possa distinguere il primo dal secondo: la fiction diventa saggio; capitoli come “Cetologia”, “Lo Specksynder”, “Delle raffigurazioni mostruose di balene”, “La sagola”, “La forcola”… sono dei veri e propri manuali brevi di navigazione, di pesca, di storia e scienza ittica, e la vasta grammatica marinaresca richiede un assiduo ricorso alle note a margine. 

Vediamo ora i protagonisti, che al di là della ciurma del Pequod – la nave che fa da palcoscenico alla storia “il colorito del suo vecchio scafo era abbrunato come quello d’un granatiere francese che avesse combattuto sia in Egitto sia in Siberi” – e del capodoglio dal quale prende il titolo il romanzo, sono tre: Ismaele, l’osservatore e narratore dei fatti “Ficcai una camicia a due nella mia vecchia sacca da viaggio, me la cacciai sotto sotto il braccio e partii per Capo Horn e il Pacifico”; il mitico – parola abusata ma in questo caso appropriatissima – capitano Achab; il primo ufficiale Starbuck, ovvero l’unico membro dell’equipaggio che prova a resistere al folle piano del capitano sfregiato: cacciare un animale non per guadagno ma per vendetta. Achab però ha deciso. Melville lo fa comparire per la prima volta a pagina 152. Irrompe sulla scena preannunciato da una fama leggendaria… “L’intera sua alta, ampia forma pareva fatta di bronzo massiccio e foggiata in uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso dal Cellini”. 

Dicevo della parte mediana della storia-non storia: giorni e giorni di navigazione, dettagli sulla vita di bordo, i ruoli dell’equipaggio, le procedure, i paesaggi marini, le balene (come vivono, come si distinguono le une dalle altre, l’aneddotica). “Moby Dick” è tutto questo. Una grande avventura che si compie lontano dalla terra ferma e lontano dal nostro tempo. I tratti che ci colpiscono di più sono: il doppio binario sul quale Melville fa scorrere il senso del racconto (il duello tra il capitano Achab e la Balena Bianca e la sua traslazione poetica nell’eterno conflitto tra uomo e natura); l’antropocentrismo quasi demoniaco di Achab invano contrastato da Starbuck, il marinaio saggio e animalista (oggi diremmo) che conosce e soprattutto accetta i limiti dell’uomo anche di fronte alla natura più maligna. 

Ha ancora senso leggere romanzi pubblicati due secoli fa? La domanda alla quale dovremmo rispondere, secondo me, è un’altra: come fanno certi libri a sopravvivere per così tanto tempo? Imbarcatevi sul Pequod e lo saprete. 

Angelo Cennamo

Standard

ULTIMA CHIAMATA PER CHARLIE BARNES – Joshua Ferris

Di Joshua Ferris, scrittore non più giovanissimo dell’Illinois, ricordiamo “When we came to the end” (“E poi siamo arrivati alla fine”), il suo primo e forse migliore romanzo, uscito in Italia sempre con Neri Pozza nel 2006, tradotto in una trentina di lingue, e “Non conosco il tuo nome”, apparso prima del deludente – a parte il titolo – “Svegliamoci pure, ma a un’ora decente”.

“Ultima chiamata per Charlie Barnes” è un altro dei titoli ammiccanti di Ferris. Più che la vita dell’Everyman Charlie, il libro racconta la storia di una diagnosi – tra le peggiori possibili: tumore al pancreas – vera, errata, ritrattata, verificata, intorno alla quale si sviluppano le mille vicende personali del protagonista. Chi è Charlie Barnes? Uno di noi: un simpatico cialtrone. Buono ma anche cinico, incapace ma anche sfortunato, adorabile ma inaffidabile. 

Siamo nell’autunno del 2008, la Grande Recessione è alle porte, l’America sta piombando in una delle stagioni più nere. Il romanzo procede su tre binari: Charlie visto da Charlie; Charlie visto dagli altri: i suoi quattro figli, le cinque ex mogli; Charlie visto dai lettori. Dev’essere dura trascorrere la vita intera, settant’anni, a inseguire il sogno americano e all’ultimo scoprire che “i conti erano truccati”. Ecco, Ferris ha scritto un libro sulla disillusione.

Per Charlie è giunto allora il momento di interrogarsi sul senso dell’esistenza: cosa rende un uomo ciò che veramente è?, e di provare a tirare due linee (brutta parola “bilancio”). Il flusso di incoscienza, più o meno indiretto, occupa buona parte della narrazione. Cominciamo col dire che sei un impostore, Charlie, ma in fondo chi non lo è? Ferris invece è una spugna – ha assorbito Philip Roth, Updike, Oates, Franzen, Chabon, Homes – e al di là di qualche sbandata o passaggio disordinato barra noioso, la storia, di Charlie e dell’America perdente che gli ruota intorno, ci convince molto. 

Angelo Cennamo

Standard

LA CRESTA DELL’ONDA – Thomas Pynchon

Cosa ci spinge a leggere o rileggere un autore difficile e bizzarro come Thomas Pynchon? Me lo chiedo ogni volta. Perdersi nei libri di Pynchon – la cui biografia sembra fotocopiata da quella di Salinger (è ancora vivo? È mai esistito? Qualcuno l’ha visto negli ultimi cinquant’anni?) – è soprattutto una sfida intellettuale. Per attutirne l’impatto devastante, questi libri andrebbero letti senza nessuno intorno – cane compreso, con le finestre chiuse, la tv spenta.

“La cresta dell’onda” – “Bleeding Edge” (brutta la traduzione del titolo in italiano) – non ha lo stesso tasso di difficoltà di opere come “L’arcobaleno della gravità” o de “L’incanto del lotto 49”, ma attraversare le sue 567 pagine non è come passeggiare per Central Park. Questo non tanto per la complessità in sé della costruzione narrativa, della scrittura, quanto per i numerosi rimandi a nomi e situazioni legate alla cultura e all’attualità americana (vivere negli Stati Uniti, essere americani, insomma stare lì, aiuta).

“Bleeding Edge” uscì nel 2013, due anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle. È un romanzo sull’11 settembre? È anche un romanzo sull’11 settembre, anzi direi uno dei migliori sull’argomento. Ma come per ogni altro libro di Pynchon, la trama non è la parte essenziale. Al centro della storia troviamo Maxine Tarnow, madre divorziata di due bambini e investigatrice privata senza licenza. Maxine riceve la visita di Reg Despard – un filmaker mezzo matto che si è fatto notare per le sue involontarie rivisitazioni (zoomate giudicate “artistiche”) di film altrui, che aveva precedentemente conosciuto in una crociera – il quale la incarica di indagare su una società di sicurezza informatica chiamata Hashslingrz (poteva avere una denominazione meno complicata?), amministrata da un uomo d’affari senza scrupoli di nome Gabriel Ice, che, si scoprirà, trasferisce ingenti somme di denaro negli Emirati Arabi, forse per finanziare dei terroristi islamici.

Le avventure di Maxine si snodano in una New York scintillante, moderna e fuori da ogni cliché: “La cresta dell’onda” è un sostanzioso tributo alla Grande Mela. Le vicende personali della donna (i tentativi di riavvicinamento dell’ex marito, il rapporto con i figli) si intrecciano alle indagini e ai numerosi altri incontri e/o frequentazioni. March Kelleher è un’attivista di sinistra che Maxine ha conosciuto molti anni prima durante un sit-in di inquilini sfrattati. La figlia di March, Tallis, è sposata con Ice, il grande avversario di Maxine. Nicholas Windust è un falso agente dell’FBI, che lavora per un’altra agenzia governativa (TANGO). Di personaggi potrei citarne altri cento ma non è il caso di andare oltre. Prima di iniziare a seguire le indagini di Maxine vi suggerisco di prendere carta e penna per tracciare un paio di linee guida e marcare gli spazi di questo labirinto di trame e di sottotrame. Non capirete tutto ma capirete che non esiste un altro scrittore come Thomas Pynchon. 

Angelo Cennamo

Standard

PHILIP ROTH / LA BIOGRAFIA – Blake Bailey

“Non voglio che mi riabiliti. Solo che mi rendi più interessante”. 

Un bizzarro narcisismo è la dimensione umana nella quale ha vissuto e si è manifestato Philip Roth, l’uomo e lo scrittore, la cui produzione letteraria, piuttosto vasta (trentuno libri), non è stata altro che una biografia espansa e mascherata, se preferite una gigantesca menzogna intrisa di verità, un gioco di specchi senza sosta che sembra culminare ne “I fatti”, il romanzo nel quale il genio di Newark fa dialogare se stesso con l’alter ego Nathan Zuckerman. Ma quando si ha a che fare con Roth è bene non fidarsi troppo perché è proprio nei tratti più verosimili che si nasconde la mistificazione. I suoi romanzi “sono il frutto dell’interazione tra i miei lavori precedenti, la mia storia personale recente non ancora digerita, le circostanze della vita quotidiana e i libri che stavo leggendo e insegnando”, fa scrivere a Blake Bailey, l’autore della travagliata biografia che negli Usa è diventata un caso nel caso per i noti inciampi processuali che ne hanno ostacolato la distribuzione.

Quella raccontata da Bailey è fondamentalmente una storia d’amore. Per le donne (tantissime, al punto che viene da chiedersi se le mille e passa pagine del libro non siano giustificate proprio dal numero infinito di relazioni, di un giorno o di un anno, che lo scrittore coltivò tra la stesura delle sue opere e i numerosi viaggi anche in Europa). Per la famiglia di origine (il padre Herman, l’assicuratore indefesso di Newark protagonista del commovente “Patrimonio”, la madre Bess, il fratello Sandy). Per la letteratura e gli amici. Questa storia l’avrà pure scritta Bailey ma possiede una forte impronta stilistica del suo personaggio: siamo sicuri che Roth non ci abbia giocato uno dei suoi scherzi e che Bailey – lui esiste per davvero – non sia in questo caso uno dei numerosi travestimenti? 

Dunque l’amore. E il sesso “la tirannia del sesso”. Il matrimonio complicato con Maggie Martinson, la donna più grande di lui – divorziata con due figli – che lo inganna con un falso test di gravidanza; la storia finirà ne “La mia vita di uomo”…era riuscito a “trasformare quella merda di matrimonio in un libro”. La seconda unione con Claire Bloom, l’attrice shakesperiana che lo sputtana con un ferocissimo memoir (quanto avranno pesato certe rivelazioni sul Nobel mancato?). La relazione adulterina con Inga Roth la ricostruisce ne “Il teatro di Sabbath”, il romanzo più rothiano di tutti. La sbandata per la giovane alcolizzata Sylvia diventerà invece la sottotrama de “La macchia umana”: Sylvia è la Faunia Farley che fa perdere la testa a Coleman Silk, il docente del New England vittima del pregiudizio e allontanato dal college per uno stupido malinteso.  

Le donne nei libri di Roth, ma anche Roth nei libri delle donne di Roth: chi pensate si nasconda dietro il vecchio scrittore ebreo di “Asimmetria” che fa innamorare la giovane Lisa Halliday? 

L’ossessione per il sesso ha accompagnato l’uomo e lo scrittore oltre ogni traversia fisica: interventi chirurgici, ricoveri per forti stati depressivi, sedute psicanalitiche, dal “sogno byroniano” di Chicago “bibliografia di giorno, donne di notte” ai flirt più recenti con Ava Gardner, Jakie Kennedy e Mia Farrow “Le erezioni del 1950 erano esattamente uguali alle erezioni del 2012, ma le erezioni del 1950 non andavano da nessuna parte”. 

La scrittura, i libri, le infatuazione per i colleghi più anziani e della sua generazione. La scoperta di Saul Bellow, uno dei maestri e tra i più cari amici di Roth, avviene con “Le avventure di Augie March”.

“È un libro d’esordio ma non è il libro di un esordiente” scriverà Mr. Herzog di “Goodbye, Columbus”. “A differenza dei tanti, fra noi, che sono venuti al mondo ululando, ciechi e nudi, Philip Roth è apparso in scena con unghie, capelli e denti formati, e già capace di esprimersi con coerenza”. Per Saul Bellow Roth ebbe una specie di venerazione che proseguì anche in età matura “Lo tratto ancora come il maestro che è, e mi comporto come il ragazzo che sono”, ma i suoi slanci di stima non furono sempre ricambiati. 

Nella lunga e dettagliatissima ricostruzione storica (dieci anni di preparazione) Bailey non fa sconti, non omette le parti più intime, quelle pruriginose e deludenti della vita dello scrittore, e tra un fatto e l’altro non rinuncia ad entrare nella narrazione, giudicando, comparando, valutando, sovrapponendosi alle analisi, a dire il vero non sempre lusinghiere, di Michiko Kakutani o di Harold Bloom. Leggendo Bailey finiamo per rileggere ciascuno dei romanzi di Philip Roth (se ne avete letti meno della metà vi converrà rimandare l’acquisto): le parti scritte, quelle solo pensate o abbozzate, le immagini, la vita spesa e vilipesa sulla quale sono state imbastite trame e personaggi. Il risultato è eccellente. Bailey ci lascia un’opera monumentale e imprescindibile, il romanzo di una biografia più che la biografia di uno dei più straordinari testimoni del suo tempo. Un libro unico, un libro magnifico.

Angelo Cennamo

Standard

FERROVIE DEL MESSICO – Gian Marco Griffi

È venuto fuori in punta di piedi, con un passaparola quasi carbonaro. Lo hai letto “Ferrovie del Messico”?, ti chiedono in giro, tra un reading e una videocall. Lo hai letto? Sì, l’ho letto e penso sia tra le cose migliori uscite in questo 2022 troppo sobrio e povero di capolavori, di idee originali e di sperimentazioni – quelle mancano sempre. La lunghezza, oltre ottocento pagine, non scoraggia affatto, anzi è un richiamo, subdolo e morboso per le solite nicchie, i paranoici del mattone, i dipendenti dal malloppo. Parlo per me.

Il viaggio da Asti al Sudamerica è lunghissimo, avventuroso, ma ci caschi subito dentro, appena il tempo di sbirciare l’incipit, la sferzata che scalda i motori e ti spinge fino in fondo. 

L’opera di Griffi è vertiginosamente alta eppure popolare, un grande romanzo popolare, divertente, tragico, poetico, corale, antico, ah il Novecento! Un labirinto dal quale non vorremmo mai uscire e dal quale non si esce per davvero.

“Ferrovie del Messico” fa commuovere e fa ridere con lo stesso periodo; spiazza, stordisce: mille sono i registri e mille i rivoli di questo flusso d’acqua di parole cristalline che vengono giù senza sosta, inarrestabili. Sembra scritto da Roberto Bolaño, da Paolo Conte, Borges, Vinicio Capossela. “Sotto le stelle del Messico a trapanar”, cantava Francesco De Gregori tra guizzi di fisarmonica e strusciate di plettro. Tu chiamale se vuoi commistioni. Eccolo il canone che la più spenta letteratura italiana di questi anni farebbe bene a cavalcare, senza complessi e inibizioni. Ci vuole follia, serve incoscienza per toccare certe vette di aria pura. Realismo magico? Pare di sì, ma c’è dell’altro. La scrittura di Griffi è larga, spessa come una corda, colta, onomatopeica, eppure ci soprende con parole semplici, improvvisi inabissamenti, lucenti e genuine risalite. Il ferro e la pietra, il sudore e la fatica, il coraggio, l’amore, l’ottundimento e l’attesa. Dei libri si dice che non hanno data di scadenza, di questo si parlerà a lungo, forse per sempre. 

Angelo Cennamo

Standard

IL GIOVANE MUNGO – Douglas Stuart

Nel 2020 ci aveva stupito con “Shuggie Bain”, la storia romanzata della sua vita, arrivata al Booker Prize dopo essere stata rifiutata da ben trentadue editori – libro dell’anno per Telegraph Avenue.  Con “Il giovane Mungo” Douglas Stuart torna nei luoghi dell’infanzia, in una Glasgow già capitale europea della cultura – siamo nei primi anni Novanta – ma ancora affamata di libertà civili e divisa tra cattolici e protestanti. La periferia orientale è il microcosmo nel quale l’autore colloca le vicende di Mungo Hamilton, chiamato così in omaggio al santo patrono della città. Mungo vive con la madre – Ma-Mo – giovanissima e travagliata come la Agnes del libro precedente (in due romanzi su due Stuart pone al centro “sua” madre, questo non è solo un tema, è qualcosa di più: è dare un senso a quello che scrivi; la somiglianza tra Ma-Mo e Agnes è evidente), la sorella Jodie e il fratello Hamish, capo di una gang locale che fa di tutto per trascinarlo negli ambienti criminali. 

Il quartiere di Mungo è come il rione Luzzati di Lila e Lenù del romanzo di Elena Ferrante, un crogiolo di tradizione, cultura operaia, religione, arte del sopravvivere. È soprattutto un mondo di maschi che impone la regola del più forte contro ogni altra forma di misericordia laica. La prima vittima di questa grammatica machista è proprio Mungo. L’amicizia poi amore con il cattolico James Jamieson occupa la parte centrale, anche dal punto di vista della paginazione, del romanzo, ma fate attenzione a non liquidare “Il giovane Mungo” come una storia gay o peggio come un romanzo gay – la cover italiana e quella dell’UK sembrano agevolare questa rappresentazione. Quello di Stuart è piuttosto l’affresco – giuro che non userò più questa parola – di una società chiusa, ostile al cambiamento, il paradosso o controclichè di un profondo Nord che non ha nulla da insegnare al Sud del mondo. 

“Non essere come me, Mungo. Non è troppo tardi per te”, dice James. Ma James si sbaglia. 

Angelo Cennamo

Standard