INARRESTABILE – Lee Child

Due parole su “Inarrestabile”, romanzo del 2017 di Lee Child, autore britannico trapiantato negli Usa, che ho comprato in brossura alla modica cifra, pensate, di cinque euro. Il 5 era in bella vista su un adesivo rotondo, rosso fuoco, che occupava quasi un terzo della cover, come a voler dire: ve li vendiamo a 5 euro e ancora rompete il cazzo con la storia dei prezzi alti. Come tutti i romanzi di Child, “Inarrestabile” è un thriller la cui trama ruota intorno alla figura di Jack Reacher. Chi è Jack Reacher. Beh, se siete tra i pochi lettori al mondo, come il sottoscritto, a non aver fatto fino ad oggi la sua conoscenza, di lui vi darò solo pochi indizi, tanto per non sciupare il gusto della sorpresa. Reacher è un ex maggiore della polizia militare che per una disavventura (?) – per scoprirlo dovete leggere il primo capitolo della serie, “Zona pericolosa” – ha abbandonato tutto e tutti scegliendo di vivere alla giornata, come un vagabondo, on the road. Reacher non ha una casa, non ha una macchina, non ha un telefono, e se ne va in giro senza bagaglio per gli Stati Uniti, soprattutto tra il Nord e il Midwest, salendo su pullman o prendendo passaggi di fortuna. È alto come un giocatore di basket e ha le mani come due guantoni di baseball. Curioso, anzi ficcanaso, attrattore di casini di ogni genere, Reacher è una specie di giustiziere dal cuore buono. Tutto il resto è viaggio e geografia: c’è più America nei libri di Lee Child che in tanta letteratura mainstream da premio Pulitzer. Child scrive libri lunghi con frasi brevi, brevissime. Poche parole, precise, millimetriche, ma con descrizioni dettagliatissime talvolta eccessive e prolisse. Non aspettatevi una particolare cura per l’introspezione dei personaggi né delle mirabolanti analisi filosofiche degli eventi. Le storie di Lee Child sono ricche sì ma di azione e di ritmo. I lettori di Nabokov o di Saul Bellow storcono il naso? Chissenefrega. Tutto si tiene: non si può conoscere a fondo la cultura americana senza attingere anche al grande serbatoio della narrativa di genere e alla letteratura pop. Reacher è un bel personaggio e i suoi luoghi oscuri conquistano fin dalle prime pagine. Ah, non vi ho detto nulla della trama. Beh, quella è un dettaglio. 

Angelo Cennamo 

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STORIA DI SHUGGIE BAIN – Douglas Stuart

Le famiglie infelici non si somigliano, scrive Tolstoj. L’infelicità della famiglia Bain però contiene dentro di sé qualcosa di universale “Se capisci una disperazione, capisci qualsiasi disperazione” dirà un giorno Raymond Carver al suo giovane studente David Leavitt. Prima di riuscire a pubblicare “Shuggie Bain” – in Italia “Storia di Shuggie Bain” – romanzo di esordio e vincitore del prestigioso Booker Prize nel 2020 – Douglas Stuart si è sentito dire “no, grazie” da ben trentadue – trentadue! – case editrici. Ma chi li legge i manoscritti? È il 1981. Glasgow è una città messa in ginocchio dalla crisi economica. Al numero 10 di Downing Street – quanto dista Londra da Glasgow? – Margaret Thatcher deve fronteggiare l’onda d’urto del mondo operaio. Di lì a poco, gli irlandesi U2 urleranno “Sunday Bloody Sunday” rivelando al mondo l’orrore della guerra di religione tra cattolici e protestanti. Cosa c’entra la religione nelle vicende della famiglia Bain, vi starete chiedendo. C’entra, perché all’origine di questa storia c’è un’idea di felicità familiare fondata sulla appartenenza e la condivisione di certi principi. È il perimetro nel quale cresce l’insoddisfazione e matura la fine del matrimonio tra Agnes Bain e il suo primo marito. Agnes Bain – fate attenzione a questo nome perché la storia che porta il nome di Shuggie è soprattutto la “sua” storia – è una donna bellissima e inquieta, data (probabilmente) in moglie ad un uomo cattolico dal quale ha avuto due figli: Catherine e Leek. La fuga da questo marito, buono, premuroso, perfetto per i suoi genitori ma non per lei, ha il volto di Shug, un tassista – questa storia è piena di taxi e di tassisti – rozzo e donnaiolo. Nasce il terzo figlio, Shuggie. Shuggie non è la voce narrante del libro, ma tutto il racconto è filtrato attraverso il suo sguardo. L’unione tra Agnes e Shug è corrotta dall’incomprensione e dai continui tradimenti di lui. Agnes si rifugia nell’alcol. Inizia un calvario fatto di traslochi, miseria, pregiudizi. Nel villaggio di Pithead, abitato perlopiù da minatori disoccupati e da mogli frustrate, la presenza di Agnes porta curiosità e scompiglio; la pietra dello scandalo rotola tra una lussuria avvilente e una perenne indigenza, in un continuo alternarsi di vicende pubbliche e private. I soldi dei sussidi non bastano mai. La puttana dal cappotto rosa e il figlio frocetto sono sulla bocca di tutti. Agnes non si dà per vinta, resiste finché le forze l’assistono: nella sua vita ormai non c’è spazio che per l’alcol.

Il rapporto travagliato tra il piccolo Shuggie e sua madre è il cuore di questa storia, umana e brutale al tempo stesso. Il corpo seminudo e martoriato di lei avvolto dalle braccia del figlio è una Pietà rovesciata. Siamo alle ultime battute del romanzo, le più commoventi. Scorrono i titoli di coda. Standing ovation.

Agnes Bain è il miglior personaggio femminile degli ultimi vent’anni, a metà tra Anna Karenina e la Magnani di Roma Garofolo nel film di Pasolini.

Angelo Cennamo

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UOMO INVISIBILE – Ralph Ellison

Nipote di uno schiavo e figlio di un muratore, grazie a una borsa di studio Ralph Ellison era riuscito a laurearsi in una prestigiosa università dell’Alabama – Tuskegee – e dopo il trasferimento a New York, a farsi strada nella letteratura come in politica. Alla stregua di Harper Lee, Ellison si è fatto conoscere soprattutto per un romanzo, il solo che ha scritto, la cui gestazione è durata oltre sei anni. “Uomo invisibile” è uscito nel 1952 e l’anno successivo ha vinto il National Book Award. A distanza di settant’anni la Fandango lo riporta in libreria con una cover di grande impatto e con la nuova traduzione di Francesco Pacifico – la prima fu curata da Carlo Fruttero e Luciano Gallino. È un’opera dalla forte impronta autobiografica ed è essenzialmente un romanzo politico, di quelli che hanno segnato e insegnato tanto a generazioni di politici di mestiere – Obama, che è anche un fine lettore, lo indica tra i suoi libri più amati – e a scrittori con una speciale vocazione all’impegno sociale – Jonathan Lethem, che non ha mai nascosto la propria fede comunista, ne avrà sicuramente tratto ispirazione per il suo romanzo più militante “I giardini dei dissidenti”, la storia di Rose Zimmer, l’indimenticabile regina rossa di Sunnyside. Il protagonista di “Uomo invisibile”, nonché voce narrante della storia, non ha un volto né un nome. Nella prima scena del libro il nostro mister X lo troviamo rinchiuso in un seminterrato a scrivere la propria biografia. Le fasi salienti sono due: gli anni trascorsi in un college del Sud, dal quale viene allontanato per motivi disciplinari; il trasferimento a New York, dove si ritroverà per puro caso arruolato in una organizzazione politica chiamata Fratellanza. La vita di mister X è una lunga sequela di fatti spesso scollegati fra loro, dai bordi smarginati, e pure la narrazione di Ellison sembra un continuo alternarsi di realismo e di surrealismo; una felice mescolanza di generi e di precedenti che includono autori come Twain e Dostoevskij. I temi centrali del libro sono l’identità e la libertà. Mister X non sceglie il proprio destino, sono gli altri a decidere per lui: nel college, così come nella Fratellanza di New York, dove i neri sembrano aver preso gli stessi difetti e disvalori che attribuiscono ai bianchi. Più che in un movimento per l’emancipazione, mister X si ritrova a fare i conti con una setta dominata da veti incrociati, gelosie e subdole forme di arroganza. “Fuori dalla Fratellanza eravamo fuori dalla Storia; ma dentro la Fratellanza loro non ci vedevano.” L’identità, dicevo, è per il protagonista una vera ossessione: cosa vuol dire essere neri; cosa vuol dire essere bianchi; cosa vuol dire essere umani “Una delle più grandi farse del mondo è lo spettacolo dei bianchi che si affannano per scappare dal nero ma diventano più neri ogni giorno che passa, e dei neri che lottano per diventare bianchi, e invece si spengono nel grigio. Nessuno di noi sembra sapere chi è o dove sta andando.” 

Angelo Cennamo

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VOI NON SAPETE CHE COS’È L’AMORE – Raymond Carver

Carver. Raymond Carver. Nessuno come lui ha influenzato la letteratura contemporanea, dice Rick Moody, e ha ragione. Fateci caso, il minimalismo (più corretto precisionismo) di Carver, è perfettamente in linea con la comunicazione moderna: il parlato, i social, la messaggistica di wa e altro. Carver ha inventato Twitter trent’anni prima di Twitter. Le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò vanno scelte quelle giuste, diceva. Poche parole, le migliori possibili. “Voi non sapete che cos’è l’amore” è una raccolta di saggi, poesie e racconti. Carver è vissuto poco, nei suoi cinquant’anni di vita è stato marito, padre, facchino, benzinaio, manovale, fioraio, uomo delle pulizie, alcolizzato, pescatore di trote, allievo di John Gardner, autore. La scelta di scrivere storie brevi dettata dalla povertà più che da una reale inclinazione per i racconti. Carver scriveva con i figli intorno, la tv accesa, in posizioni scomode, a volte in macchina. Non aveva né il tempo né la giusta concentrazione per dedicarsi ai romanzi. Entra ed esci. Entra ed esci. Entra ed esci. Tutto è breve nella sua esistenza tranne le tribolazioni e la passione per la scrittura.

Angelo Cennamo

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LE CONSEGUENZE – Richard Russo

Nel 1969 il Minerva è un piccolo college del Connecticut, un ambiente snob e sonnolento rispetto all’attivismo universitario di Berkeley o Yale. I richiami del Vietnam qui sono impercettibili, e non bastano i capelli lunghi né le canzoni dei Doors a riprodurre l’atmosfera della rivoluzione studentesca altrove già in atto. Lincoln Moser, Teddy Novak e Mickey Girardi sono tre matricole. Amici per la pelle. Tutti e tre innamorati di Jacy Calloway, dopo la laurea promessa sposa di Vance, o Lance, o Chance. Lincoln è il bello del gruppo (Face man), figlio di un imprenditore impoverito dell’Arizona, cocciuto ed esaltato come il nome che porta: Wolfang Amadeus. Teddy è mingherlino, introverso, dalla sessualità ambigua e con una inconfessata vocazione religiosa. Mickey è grosso come un armadio a muro e sogna di diventare una rockstar. Nella prima scena i tre amici sono davanti ad un televisore in bianco e nero, in attesa del primo sorteggio della lotteria nazionale per il reclutamento dei soldati da mandare in guerra. L’ultimo weekend prima della laurea lo trascorrono sull’isola di Martha’s Vineyard. È il fine settimana del Memorial Day del 1971. Jacy scompare misteriosamente. Quarantaquattro anni dopo, i “tre Moschettieri” si ridanno appuntamento sulla stessa isola, ma di Jacey non hanno avuto nessuna notizia. A dieci anni dal suo ultimo romanzo, Richard Russo – scrittore newyorchese che nel 2002 soffiò il Pulitzer al Franzen de “Le Correzioni” con “Empire Falls” –  torna in libreria con “Le Conseguenze”, in Italia edito da Neri Pozza con la traduzione di Ada Arduini. La storia, che si sviluppa su due piani temporali: gli anni universitari e il presente, ruota intorno alla figura enigmatica di Jacy, l’unico personaggio senza voce. La vita di Jacy, tra verità e immaginazione, ci viene raccontata dagli altri protagonisti, filtrata attraverso ricordi e testimonianze non sempre dirette. La scomparsa di Jacy è dunque il fulcro dell’intera trama; la sua assenza è rumorosa: prende corpo, consistenza, in ogni dialogo, in ogni azione altrui, centrale e ingombrante come quella della bisnonna di Lenore nell’esordio di Foster Wallace. Russo è bravo a farci entrare in empatia con i suoi ragazzi, a renderceli familiari. Lincoln, Teddy e Mickey hanno profili diversissimi, ma precisi e ben delineati, bassorilievi di parole ed emozioni tangibili. Ciascuno dei capitoli del libro è un microromanzo che racchiude passato e presente di ogni singola storia. Il risultato mi pare eccellente. “Le Conseguenze” è il lungo racconto di un’amicizia e di un amore condiviso. Un libro sulla memoria, la nostalgia e le illusioni di una generazione – la stessa di Russo – che pensava di poter cambiare il destino del mondo. Le vite dei quattro personaggi non sono dei semplici episodi, sono frammenti di una realtà più vasta, una parte del tutto: il privato si fa pubblico, e la scomparsa di Jacy la metafora di una giovinezza incompiuta, tormentata, più che mai inafferrabile. 

Angelo Cennamo

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SCRIVERE PER SALVARE UNA VITA (La storia di Louis Till) – John Edgar Wideman

Estate del 1955. Un ragazzo di colore parte in treno da Chicago per fare visita alla sua famiglia in Mississippi. Poche settimane dopo ritorna a casa, ma il suo corpo è chiuso in una bara. Emmott Till ha solo quattordici anni quando viene massacrato e gettato in un fiume per aver – forse – fischiato a una donna bianca. John Edgar Wideman, scrittore afroamericano, pluripremiato, autore di libri bellissimi come “Fratelli e custodi” e “Due città” (non perdeteveli), nel 1955 aveva la stessa età di Emmott Till, e il ricordo di quel clamoroso caso di cronaca, in bianco e nero anche nella sua rappresentazione mediatica, se l’è portato dietro per tutta la vita. Emmott e John Edgar in questo reportage romanzato sono le due facce di una stessa “negritudine”, quasi simmetrica nell’esperienza del pregiudizio e della costante umiliazione. Emmott a Chicago, John Edgar a Pittsburgh, Pennsylvania.Gli assassini di Emmott vengono processati e assolti perché la vittima del delitto è un negro, scrive Wideman, ma anche per una seconda ragione, non meno abietta della prima: dieci anni prima il padre di Emmott, Louis Till, era stato giustiziato in Italia dall’esercito americano con l’accusa di aver stuprato e ucciso una donna bianca. Le due vite, entrambe stroncate in giovane età, sono simbolicamente legate da un anello: l’anello che Emmott porta al dito quando il suo corpo viene ripescato dalle acque del fiume era appartenuto al padre. Un ricordo, forse l’unico rimasto.”Questo testo non diventerà il romanzo su Emmett Till su cui ero convinto di lavorare. Tutte le parole che seguono sono il frutto del mio desiderio di trovare un qualunque senso nell’oscurità americana che separa i padri di colore dai figli, un’oscurità in cui figli e padri perdono le tracce gli uni degli altri.” 
L’identificazione dell’autore con la storia familiare dei Till è un propellente per la ideazione e la scrittura del libro. Wideman è alla ricerca di nuove verità ma non è un’operazione semplice: sono trascorsi molti decenni da quei fatti, e poi neppure la verità riesce a raccontare la verità, occorre inventarsi una finzione “In qualità di scrittore alla ricerca della verità su Louis Till, ho scelto di concedermi alcune prerogative – licenza potrebbe essere una parola più adeguata. Mi sono assunto il rischio di lasciare che la mia finzione narrativa entrasse nelle storie vere di altre persone. E, per correttezza, ho permesso che le storie di altre persone sconfinassero nella realtà della mia”.   Attraverso frammenti e appunti disordinati di un vecchio dossier inviatogli da un archivio della Virginia, Wideman ricostruisce i passaggi salienti delle due vicende, quella del figlio e quella del padre, mescolando il pubblico al privato, e il privato dei Till al suo privato. “Tutti nel dossier Till mentono”. Wideman giunge alla conclusione che quello di Till è un reato “di esistenza”. Nessuna sorpresa neppure per il lettore, che leggendo il libro rimane quasi ipnotizzato da una sequenza di fatti e misfatti atroci ed umani al tempo stesso. La mente corre ad altri precedenti di questo genere letterario, dal capolavoro di Harper Lee – l’archetipo – alla più recente variante sul tema di Casey Cep “Ore disperate”. Nelle scene ambientate o idealmente collocate tra Caserta e Napoli al tempo della seconda guerra mondiale, ho pensato a “La Pelle” di Curzio Malaparte. Wideman ha scritto un libro potente e malinconico, lo ha fatto scegliendo le parole giuste e fuori da ogni facile retorica. C’è tanta America in questo libro. L’America di ieri, l’America di sempre. 

Angelo Cennamo

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ULTIMA NOTTE A MANHATTAN – Don Winslow

New York. Vigilia di Natale del 1958. Un uomo distinto, dal passo deciso, sta pedinando un altro uomo lungo il marciapiede della Quinta Strada “Seguire qualcuno su un marciapiede affollato è una forma d’arte”. Il suo nome è Walter Withers. Di professione fa il detective. Dopo anni trascorsi ad indagare nel nord Europa e a rincorrere Anne, una fascinosa e perversa cantante di jazz, Walter è tornato finalmente nella sua città per un incarico mooolto speciale: tenere d’occhio Madeleine Keneally, la moglie del senatore democratico Joe Keneally, in odore di Casa Bianca. Walter ama le donne e le donne amano Walter. Walter ama Broadway, il baseball, le scommesse. Proviamo a chiudere gli occhi e immaginiamolo come Humphrey Bogart ne “Il grande sonno” o il Leonardo Di Caprio di “Revolutionary Road”. Le donne. Sono loro a far girare questa crime story notturna sul ritmo di Cole Porter. Anne, Madeleine e Marta Marlund, l’amante del senatore e figura chiave del romanzo, hanno una marcia in più rispetto ai personaggi maschili. Marta nella seconda parte sarà ritrovata morta. Suicidio? Withers non abbocca “Penso che forse è stata aiutata.” Da Joe Keneally a John Kennedy ci vuole poco. Da Marta Marlund a Marylin Monroe è un attimo. Gli ingredienti abbondano, non manca neppure il burattinaio dell’Fbi, il leggendario Edgar Hoover intorno al quale James Ellroy imbastì nel 1995 la trama di “American Tabloid”. “Ultima notte a Manhattan” è arrivato in Italia venticinque anni dopo la sua prima pubblicazione americana. Nel ’96 Don Winslow non aveva ancora pensato la trilogia del narcotraffico né “l’inverno di Frankie Machine”, neanche “Corruzione”, la sua migliore storia newyorchese. È un romanzo scritto a passo di swing, col bicchiere tra le mani e le luci colorate di Broadway che brillano sull’asfalto bagnato. Flash, note, suggestioni di un’America spregiudicata, lussuriosa, sognante.

Angelo Cennamo

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IL SILENZIO – Don DeLillo

Una volta Richard Ford raccontò che il suo romanzo Canada era nato da una frase da lui scritta dieci anni prima e rimasta chiusa in un cassetto. Deve essere accaduta la stessa cosa a Don DeLillo con l’incipit di Zero K, ho pensato: “Tutti vogliono possedere la fine del mondo”, sette parole che esprimono non solo il senso del libro ma della sua intera produzione letteraria. “Tutti vogliono possedere la fine del mondo” è il messaggio subliminale di ogni romanzo di DeLillo e Il Silenzio non fa eccezione. Le cento pagine di questo libricino (romanzo o racconto?) attesissimo e chiacchieratissimo, al punto che ti sembra di averlo già letto, sono la cronaca surreale di un’umanità smarritasi nel buio. Le due coppie di protagonisti si danno appuntamento a Manhattan per la finale del Super Bowl. Siamo nell’anno 2022. Jim Kripps (assicuratore) e Tessa Berens (poetessa di origini caraibiche) stanno tornando a New York in aereo dopo una lunga vacanza. Gli altri due, Diane Lucas e Max Stenner, li aspettano a casa loro in compagnia di Martin, un ex studente di Diane. All’improvviso tutto si spegne e l’America piomba nelle tenebre. Questa la trama, il resto è metafora. Troppo facile accostare il clima apocalittico della storia alla pandemia di questi mesi “Abbiamo ancora freschi nella nostra mente i ricordi del virus” leggiamo a pagina 77, ma si tratta evidentemente di una furbata dell’editor: il manoscritto di The Silence è stato consegnato prima che nel mondo esplodesse il Covid-19. 
Il blackout di DeLillo se da un lato fa sprofondare i protagonisti nel panico (un guasto? Una guerra? Un attacco terroristico?), da un altro sembra dispensare una nuova vitalità “La vita a volte può diventare così interessante che ci dimentichiamo di avere paura.” La paura di morire – in questo caso la morte è la disconnessione da Internet e da tutto il resto – è la cifra della narrativa delilliana; dal Rumore bianco al Silenzio nero è solo un attimo, un attimo infinito o delirante come le parole di Martin, una specie di fantasma di Albert Einstein; come la reazione scomposta di Jim e Tessa, che dopo l’incidente in volo, nel caos generale fanno sesso nel bagno dell’aeroporto. E come la telecronaca immaginaria del Super Bowl urlata da Max mentre la moglie flirta inconsapevolmente col suo ex studente in cucina. “Il mondo è tutto, l’individuo è niente” dice Martin, e nessuno si salva da solo. DeLillo da cinquant’anni scrive lo stesso libro, ma rileggerlo è sempre un piacere.  

Angelo Cennamo

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UNA RABBIA SEMPLICE – Davide Longo

Ho scoperto l’esistenza di Davide Longo poche ore prima che la Einaudi decidesse di pubblicare nello stesso giorno – 26.01.2021 – tre dei suoi romanzi: “Il caso Bramard”, “Le bestie giovani”, “Una rabbia semplice”. Colpa mia. Colpa mia perché un autore come Longo non può sfuggire a un sedicente lettore attento. Lo sono? Il “caso Longo” lo definisce Einaudi, e nel video di presentazione che circola sui social Alessandro Baricco, tessera numero 1 della Scuola Holden, senza girarci intorno spiega che perfino ad un non appassionato di letteratura gialla come lui questa trilogia ha lasciato pochi dubbi: è una delle cose migliori scritte in Italia. Boom! Non me lo faccio ripetere due volte, entro alla Feltrinelli e mi porto a casa il terzo libro, l’ultimo dei tre seguendo l’ordine cronologico: “Una rabbia semplice.” Che roba è? Un romanzo profondamente italiano con al centro una trama poliziesca. Attenzione, ho detto che la trama poliziesca è al centro ma non riempie tutta la storia. Come nei primi due libri, il protagonista è un commissario di polizia venuto dal Sud. Siamo a Torino. Vincenzo Arcadipane, questo il nome del commissario, non è uno di quei detective cazzuti, atletici, sicuri di sé. Al contrario è un uomo di mezza età, bassino, tarchiato, umanamente fragile, senza un briciolo di autostima, al punto che per digerire il divorzio chiesto dalla moglie Mariangela, si lascia umiliare da una psicologa cattivissima che lo “costringe a prostituirsi in rete.” “Sua moglie è una donna sana, quindi non tornerà con lei nemmeno con una pistola alla tempia”, gli dice. Poverino. Arcadipane è un marito fallito, con una figlia che lo considera un babbeo e un figlio disperso che gioca a calcio; un uomo di scarsa cultura, e va bene, ma sul lavoro sa il fatto suo, un mediano, uno che “gioca a tutto campo, pedala avanti e indietro.” Gli fa da sponda Corso Bramard, il suo ex capo, il mentore ora in pensione, con un brutto male che lo divora. Bramard è l’altro protagonista della serie, il poliziotto aristocratico, il regista delle investigazioni, la mente sopraffina. È a lui che si rivolge il mediano Arcadipane quando c’è un dubbio che lo assale. Nella terza storia, una colombiana viene picchiata fuori da una stazione della metropolitana. La polizia arresta il colpevole dopo poche ore. Tutti gli indizi convergono contro di lui. Caso chiuso, si direbbe, eppure qualcosa non torna. Arcadipane, Bramard e una giovane poliziotta di nome Isa Mancini, trovano una nuova pista, sorprendente, folle. Ho amato questo libro per tante ragioni. Per le atmosfere di un certo Nord, il Piemonte, suggestioni legate alla terra, al fango, al sacrificio; per la malinconia dei personaggi; tutti, uomini e donne – compreso il cane a tre zampe del commissario – sono infelici, insoddisfatti, disillusi, ma umani, molto umani, ed operosi. Per le traiettorie ampie della narrazione che non si lascia imprigionare dallo schema rigido del giallo. La conversazione tra Arcadipane e la psicologa Ariel sulla paura di morire nell’indifferenza degli altri, a quaranta pagine dalla fine, la ricorderò a lungo. Davide Longo è stato accostato a grandi testimoni del nostro Novecento, ad autori come Beppe Fenoglio e Paolo Conte. Io aggiungerei Fruttero e Lucentini. No, non è un’esagerazione, leggendo i suoi libri ve ne renderete conto: Davide Longo è uno dei migliori giallisti italiani di sempre.

Angelo Cennamo

 

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SEMBRAVA BELLEZZA – Teresa Ciabatti

La scrittrice famosa, la donna frustrata, la moglie adultera, la madre assente e anaffettiva, e poi ancora l’adolescente sovrappeso sadica, rancorosa, l’amica invidiosa e complessata: dove comincia una vita? “I fatti e le persone di questa storia sono reali. Fasulla è l’età di mia figlia, il luogo di residenza, altro.” Inizia da qui, con la più intima delle confessioni, nella smarginatura di una fiction che si fa memoir, autobiografia simulata o dissimulata che sia: “Il male oscuro” di Berto, “I fatti” di Philip Roth o, se preferite, “Lunar Park” di Bret Easton Ellis. Ma fate attenzione perché “in quel tempo realtà e sogno si confondono, e quello che segue è reale fino a un certo punto…Non sono una persona attendibile.” Dunque? Dunque, caro lettore, non chiederti se quella che leggerai è una storia vera, chiediti se è una storia autentica – oltre la letteratura tutto è finzione, scrive Luca Ricci. “Sembrava bellezza” si portava dietro il peso lusinghiero di due romanzi importanti: “La più amata”, a un passo dal premio Strega, e “Matrigna”. Non so cosa sia passato per la mente di Teresa Ciabatti quando lo ha scritto, ma sono convinto che il desiderio di lasciare lì in alto l’asticella possa anche averle tolto il sonno, perché ripetersi non è mai facile, per nessuno. Quando diciamo di amare uno scrittore, dice Martin Amis, ci riferiamo al massimo alla metà della sua produzione. Vale anche per la Ciabatti? Non si direbbe. Ma stiamo ai fatti. A raccontare la storia, in prima persona e al presente indicativo – e già qui, non so se mi spiego – è una scrittrice senza nome (l’autrice? Forse) “Facendo un esame di coscienza la mia intera vita va letta sotto la luce del desiderio di rivalsa. Ogni rapporto, dentro e fuori casa, ha preso la forma del torto da vendicare.” Tutti i libri di Teresa Ciabatti hanno dentro di sé qualcosa di freudiano, una vocazione all’autoanalisi, questo non fa eccezione. Dopo trent’anni la scrittrice senza nome ritrova Federica, una sua ex compagna di scuola. Affiorano i primi ricordi: il trasferimento a Roma dopo il divorzio dei genitori; il liceo Goffredo Mameli ai Parioli; Livia, sorella maggiore di Federica, cortegiatissima, “alta bionda e figa” come una canzone di Lucio Dalla “i figli dei ricchi sono biondi…anche in mezzo alle cosce”, mentre loro, la futura scrittrice e Federica, sono “figure secondarie”, due adolescenti sovrappeso, complessate, condannate a una gioventù senza sesso né droga né ribellione né anoressia – il traguardo per entrambe era comprare jeans e tshirt da Benetton 0-12 – satelliti di quella venere inarrivabile, figura chiave del romanzo. La storia si muove su due piani temporali – i giorni del liceo e il presente; i piani si intersecano in una beffarda asimmetria che toglie nella giovinezza e restituisce nella vita adulta. Il dramma di Livia, a metà del libro, è un punto di svolta. Con Livia precipitano tutti e tutto. La sua caduta è infinita. Il suo incidente spezza il tempo, Livia lo ricompone, ma è uno specchio rotto. La seconda parte della storia ha un tono accusatorio. Non c’è indulgenza né redenzione ma un ribaltamento effimero che sa di rivincita. L’improbabile clessidra non è la nemesi ma una “catena di strumentalizzazioni” che non ripaga. “Sembrava bellezza” è una storia di rimorsi e di rimpianti, un romanzo sulla memoria, la memoria che ha perduto Livia, la memoria che tormenta la scrittrice senza nome. È soprattutto un atto d’amore, nelle ultime righe capirete il perché. Datemi una frase vera, diceva Gordon Lish ai suoi allievi; questo libro è un agglomerato di frasi vere, vere e potenti. La scrittura di Teresa Ciabatti non è mai vischiosa, ma snella, tagliente e briosa come quella della Fallaci nei suoi libri migliori (Un Uomo, Lettera a un bambino mai nato…), raro esempio di MEVS: minimalismo europeo, virtuoso e sincopato, con sprazzi di metanarrativa – occhio a pagina 164 – che solleticano la curiosità del lettore tenendolo incollato al libro dall’inizio alla fine. Romanzo bellissimo.

Angelo Cennamo

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