Tutti i romanzi di Philip Roth raccontano la vita di Philip Roth. Alcuni sono sfacciatamente autobiografici: “La mia vita di uomo”, “La controvita”, “I fatti”, “Patrimonio”, “Zuckerman scatenato”…altri meno. “Indignazione” esce nel 2008, è il terzultimo romanzo di Roth, il capolavoro della maturità nel quale l’autore di Newark torna a vestire i panni del figlio. Se fosse vissuto una decina di anni in più, Marcus Messner, il giovane protagonista nonché voce narrante del libro, sarebbe diventato probabilmente l’Alex Portnoy del celebre “Lamento”. Ebreo laico, ambizioso, ribelle rispetto alla gretta comunità del college che lo ospita in Ohio – stato nel quale è fuggito per affrancarsi dalle cure assillanti del padre – Marcus ha molto del giovane Roth. La storia è troppo conosciuta e, per certi versi, datata per correre il rischio di spoilerarla. Non vi disturberà sapere, allora, che a raccontarla è un Marcus non più vivo “L’eternità non è che un perpetuo ricordare la vita terrena.” A pagine 37 l’outing del diciannovenne trapassato, il soldato caduto nella guerra coreana che rivede come in un film senza fine i suoi genitori, i compagni universitari, Olivia, l’amore traviato che ci riporta alla passione di “Goodbye, Columbus”, il primo dei venticinque libri di fiction. Eros e thanatos, i topoi più rappresentativi della letteratura di Roth, in “Indignazione” raggiungono dei picchi altissimi. Solo Michel Houellebecq, tra i viventi, sa raccontare la morte e la lussuria con lo stesso trasporto. “Indignazione” è un romanzo sulla fragilità umana, sul pregiudizio e sul rimpianto. Non starò qui a fare classifiche, Roth va letto tutto.
Minnesota. Edgar Freemantle è un pezzo grosso dell’edilizia. Ha denaro, successo, una bella famiglia. Fino a quando un giorno rischia di morire in un grave incidente sul lavoro. Edgar sopravvive ma perde in parte l’uso della lingua, perde il braccio destro, perde Pam, sua moglie, che nei giorni più difficili della riabilitazione gli chiede il divorzio. È questo l’antefatto di “Duma Key”, romanzo che Stephen King pubblica nel 2008, un anno prima di “The dome” e tre anni prima di “22.11.63”. Edgar cambia vita: lascia l’azienda, parte dal Minnesota e si trasferisce in Florida, su un’isoletta di fronte al golfo del Messico chiamata Duma Key. Edgar può farcela, ma ha bisogno di “siepi contro la notte.” Inizia qui il suo secondo tempo. Il disegno era una delle passioni giovanili mai coltivate fino in fondo. Quel luogo solitario diventa allora lo scenario inconsapevole e sinistro dell’arte ritrovata: Edgar dipinge quadri. Tanti. Soggetti e paesaggi apparentemente banali dietro i quali però si nascondono strani presagi. Poco distante dalla sua casa sull’oceano (Big Pink) vivono una donna anziana molto ricca (Elizabeth) e il suo badante (Wireman). Con Jack, il collaboratore di Edgar, sono gli unici abitanti di Duma Key. Elizabeth è un personaggio carismatico, a metà strada tra Katharine Hepburn e la Rose di “Titanic”. Lo è altrettanto Wireman, ex avvocato scampato miracolosamente al suicidio. Entrambi, come Edgar, sono segnati da un passato tragico che non smette di tormentarli. L’incontro fra i tre fa scoccare una pericolosa scintilla. I dipinti prodigiosi di Edgar dilatano il tempo, trasformano la realtà. Incastri misteriosi si affastellano sulle tele e nei pensieri. Enigmi incomprensibili. Il romanzo è lungo, lunghissimo. 750 pagine non sono troppe se riesci a mantenere alta la tensione, ma King non sempre ci riesce. “Duma Key” è una storia di ricordi e di ferite. È un libro sul potere dell’arte. La bellezza salverà il mondo, diceva un grande autore russo. “L’arte è memoria, Edgar. Non c’è modo più semplice di dirlo. Più è limpida la memoria, migliore è l’arte. Più pura” dice Elizabeth in una delle scene salienti del racconto. I quadri di Edgar come “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde e il dipinto di “Quanto blu” di Percival Everett sono squarci di verità mutevoli, forse la nemesi o il riscatto del sacro fuoco sul materialismo e la materia dei corpi, che nulla può di fronte alla forza distruttrice dell’arte. Non sarà il miglior King ma di romanzi così se ne scrivono pochi.
Vive a Orlando e insegna alla University of Central Florida. David James Poissant è tra le voci più interessanti della nuova letteratura nordamericana. Da pochi mesi è tornato nelle librerie italiane con “La casa sul lago”, il suo primo romanzo, edito da NNEditore con la traduzione di Gioia Guerzoni. L’ho intervistato per Telegraph Avenue.
Ciao Jamie. Welcome on Telegraph Avenue. Nel 2014 ti sei fatto conoscere e apprezzare con una raccolta di racconti intitolata “The Heaven of Animals” (Il paradiso degli animali). Sedici storie di solitudine, disagio, frustrazione, ambientate nell’America dei nostri tempi. Sei anni dopo sei approdato al tuo primo romanzo. La curiosità e le aspettative dei lettori, anche qui in Italia, erano altissime dopo il successo del primo libro. “La casa sul lago” (Lake Life) direi che non ha tradito queste attese. La prima cosa che vorrei chiederti, intanto, è se stato difficile misurarsi con la forma del romanzo?
Prima di tutto ti ringrazio per le belle parole. È stata una sorpresa sapere che Il paradiso degli animali sia andato cosi bene e abbia avuto una buona riuscita nella traduzione. Non ero certo che gli italiani avrebbero iniziato a leggere i miei racconti, che sembrano “esasperatamente americani” per certi versi, ma notando il tuo amore per Raymond Carver e George Saunders, ho sperato che i miei racconti sarebbero stati accolti anche in Italia e sono molto contento che sia stato così. Per quanto riguarda la differenza tra romanzi e racconti, credo che entrambi i generi presentino delle difficoltà. Per me la parte più complessa dello scrivere un romanzo è conservare tutto nella mia testa. Per quanto riguarda le storie, invece, riesco a scrivere venti o trenta pagine e a ricordare tutt’ora cosa ho scritto nella prima pagina. Ricordo le caratteristiche dei personaggi e le scelte linguistiche che ho adoperato. Evito ripetizioni in questo modo e sono in grado di modellare la storia a mio piacimento; trovare un ritmo che permetta al lettore di addentrarsi nella vicenda con più facilità. Con un romanzo invece si avverte proprio il peso del libro. Arrivato a pag. 200, non riesco a ricordare se ho già rivelato qualcosa che volevo raccontare in seguito o se una nuova idea potrebbe non essere coerente con ciò che ho già spiegato. Devo andare avanti e indietro e rileggere cosa ho scritto e questa sorta di continua caccia all’informazione, oltre a farmi dubitare di me stesso, rallenta il processo di scrittura e fa perdere l’entusiasmo. Le prime bozze sono uno strazio, perché spesso presentano ripetizioni, ciò accade per i luoghi ad esempio, o mancano delle scene importanti. La cosa positiva è che il romanzo, fondamentalmente, è una sola storia. Certo, è un giardino fatto di sentieri che si separano, con molteplici personaggi e ambientazioni ma almeno è un unico progetto. La mia prima raccolta contava 16 racconti con sedici idee distinte, personaggi, inizi, parti nel mezzo e finali. Sedici ambientazioni e sedici vite. Scrivere le storie una ad una è stato più facile ma dall’altro lato raccoglierle tutte ha richiesto più tempo di quanto non me ne sia servito per scrivere La casa sul lago.
Ancora una volta le dinamiche familiari sono al centro delle tue storie. Jamie, la famiglia, che spesso riteniamo superata, che nel corso degli anni è cambiata, si è allargata, emancipata, resta ancora l’osservatorio ideale per conoscere, per sondare una società, una nazione, in questo caso gli States?
Credo di sì. Siamo noi quelli che hanno un rapporto con gli altri, soprattutto con quelli che amiamo. Non so se c’è almeno una cosa come l’identità, oltre ai nostri rapporti con le altre persone, e se quelle identità prendono forma in una famiglia tradizionale o in famiglie per scelta, o magari giusto tra amici e conoscenti. Credo che ogni volta che ci relazioniamo all’altro impariamo qualcosa di noi stessi. Dunque, da scrittore, è così che inizio a conoscere i miei personaggi: li metto in scena assieme ad altri e osservo cosa fanno, come si comportano, come reagiscono. Visto che ho ambientato il romanzo nel 2018, avevo intenzione di raccontare qualcosa a proposito di come era la vita americana, in particolar modo quella del sud, durante la prima metà degli anni tumultuosi, direi, della presidenza di Trump. Non avevo idea di come scrivere della vita americana senza parlare dell’ “Elefante arancione”. Quando la famiglia si riunisce, gli animi si scaldano, soprattutto quando si parla di politica. Gli americani tendono ad aprirsi più facilmente quando sono in famiglia piuttosto che con altri: tra familiari non c’è bisogno di sembrare educati o rispettosi. La scena in cui la famiglia è seduta a cena e litiga per la via della politica è stata una delle mie preferite da scrivere perché quelle conversazioni prendono posto nei milioni di tavoli da cena ogni notte, in ogni angolo del paese.
Il romanzo si apre con una tragedia: la morte per annegamento di un bambino. È un fatto che sconvolge non solo i suoi genitori ma anche i Starling, i protagonisti del libro, che assistono impotenti al suo annegamento. È come se la morte del piccolo aprisse uno squarcio nelle vite di ciascuno dei personaggi e facesse emergere un lato oscuro: mentre il bambino sprofonda nelle acque del lago, ritornano in superficie vecchi rancori, segreti, fantasmi del passato.
Esattamente! Sono contento che tu la veda così, era proprio questo il mio intento. Essere testimoni della morte innesca una serie di traumi ad ognuno dei Starling. Ovviamente il più chiaro è la perdita del bambino di Richard e Lisa ma, come hai detto tu, ognuno dei personaggi nasconde dei segreti o fantasmi del passato che finiscono per riemergere.
La vicenda dei Starling, che si sviluppa in poco più di due giorni, si svolge negli anni del mandato di Donald Trump. Siamo nel Nord Carolina, Stato dove tra l’altro Biden ha perso. In una delle scene più vivaci del romanzo, e tra le più riuscite aggiungo, Michael Starling, che non è proprio un contadino bifolco del Kentucky o un rozzo mandriano del Montana, confessa, nello stupore generale, di essere un elettore di Trump. Dopo quella rivelazione Michael diventa una specie di reietto. Perché?
L’America è sempre stata una nazione divisa. I fratelli si combattevano a vicenda durante la Guerra Civile, i vicini lottavano con gli altri vicini per i diritti civili e le famiglie sono spesso divise da opinioni politiche diverse. Non vedo Michael come un reietto. Tutti continuano a volergli bene: sono soltanto profondamente delusi da lui. Per molti qui votare Trump significa votare a favore del razzismo, sessismo, xenofobia così direi che è tosta per i genitori di Michael, che al contrario sono liberali e progressivi, ignorare il fatto che il figlio adorato sostiene un uomo che incarna tutte queste cose.
Uno dei temi del libro è la resilienza, la capacità di tenere duro per difendere la famiglia dal logoramento del tempo e dalle minacce esterne. Nelle battute finali del libro, Richard Starling, il vecchio Richard, chiede alla moglie Lisa se esiste un segreto per superare le difficoltà dello stare insieme. Lei risponde che esiste un solo modo: andare avanti. Non ce ne sono altri. Il sacrificio e la tolleranza sono gli unici espedienti per garantirsi una convivenza felice?
Non saprei dire se sono l’unica soluzione. Io sono sposato da circa 20 anni e a quanto pare il vero segreto è la comunicazione. L’altruismo è essenziale, a volte, ma se un partner sacrifica tutto, allora nella coppia soltanto una persona sarà felice. Il sacrificio è una virtù, almeno fino a un certo punto, poi inizi ad annientarti per l’altro e di te non resta più nulla. È importantissimo l’equilibrio, quel dare e avere. Lisa è in grado di andare oltre la storiella di Richard perché sono stati sposati per una buona metà della loro vita e sembrerebbe un peccato buttare tutto all’aria per un passo falso. Se fai attenzione alla conversazione finale, Lisa gli chiede come prima cosa se l’altra era una minorenne o una delle sue studentesse. Per Lisa, e tanti altri americani, un “sì” come risposta sarebbe molto più grave di un tradimento: il sesso con minori è uno stupro, mentre fare sesso con i propri studenti, anche se maggiorenni o più grandi, è immorale, è una cattiva condotta sessuale e Lisa non potrebbe passarci su così facilmente. Credo che se Richard avesse commesso entrambe le cose, Lisa avrebbe chiesto il divorzio perché, arrivati a quel punto, Richard le sarebbe parso una persona diversa, con tutta una serie di valori che lei non riconosceva più o non approvava. Non tutto può essere o dovrebbe essere tollerato per il semplice fatto di rimanere sposati per altri 10 o 20 anni.
Leggendo la storia dei Starling – l’ho scritto anche nella recensione – mi sono venute in mente le vicende di un’altra famiglia tipo della narrativa americana: i Lambert de “Le correzioni” (“The corrections”) di Jonathan Franzen. Il libro di Franzen è uscito nel 2001. Come è cambiata da allora la famiglia americana? Cosa hanno di diverso the Starling brothers dai fratelli Lambert?
Bella domanda. Non leggevo “Le correzioni” da più di 15 anni e non l’ho fatto di proposito, avevo paura dell’influenza di questo romanzo sul mio, e così non ricordo molto i rapporti tra questi fratelli. Ma, giusto per chiarire qual è la differenza sostanziale tra questi due romanzi, “Le correzioni” fu scritto quando c’era ancora Clinton al potere. Allora l’America godeva di una solida economia, i siti .com ancora non erano esplosi, così come la bolla immobiliare e dunque l’economia andava a gonfie vele, si respirava un clima di pace. Poi, a dieci giorni dall’uscita di “Le correzioni”, ci fu il disastro dell’11 settembre. È curioso che il libro sia anticipatore, cioè si avverte proprio che a breve scoppierà qualcosa di terribile. Quindi direi che è un libro che preannuncia una bomba in un periodo già “scoppiettante” e pieno di fervore.
Da dove nasce l’idea di questo libro? Avevi già in mente ogni parte della storia, o – alle volte accade – i personaggi poco alla volta hanno cominciato a muoversi da sé, e a condurti dove loro volevano che la storia finisse?
“La casa sul lago” nasce da due idee. Nel 2005 scrissi un racconto intitolato “La geometria della disperazione”. Narra di Lisa e Richard che si vedono strappare via June dalla SIDS, quando ha solo un mese di vita. Due anni dopo scrissi sempre un racconto, “Sveglia il bambino”, sulla nascita di Michael e sulla paura dei Starling di perdere anche lui. Questi due racconti sono contenuti in “Il paradiso degli animali”. Pensavo di aver chiuso con quei personaggi ma questi, come suggerisci anche tu, si sono appropriati della loro vita e hanno iniziato a muoversi attraverso la mia immaginazione. Sapevo che loro avevano molto più da raccontare e iniziai a pensare che la loro storia, forse, avrebbe potuto essere raccontata in un romanzo. Mentre ci pensavo su, nel 2009 o 2010 mi ritrovai spettatore di una tragedia in un lago del Georgia. Fortunatamente la polizia fece in tempo ad arrivare e nessuno si fece male ma, ecco, un bambino sarebbe potuto morire annegato… Non riuscii a liberarmi da quel pensiero e continuai a pensare a cosa avrei fatto se quel ragazzo fosse morto. Per quanto tempo avrei nuotato prima di ritrovare il corpo? Sarei annegato anch’io mentre cercavo di salvargli la vita? Arrivati a quel punto, mi si fecero strada due idee e mi resi conto che questi erano aspetti dello stesso romanzo. Da lì scrissi dieci capitoli in cui la famiglia si riuniva sul lago per trascorrere il fine settimana. Nell’undicesimo capitolo raccontavo dell’annegamento. Solo dopo aver scritto 625 pagine di bozza capii che in realtà il romanzo iniziava proprio da questa triste vicenda e dovevo eliminare i primi dieci capitoli.
C’è nel romanzo un personaggio al quale ti senti più vicino, che ti somiglia più degli altri?
Thad è un mix di me e uno degli amici di infanzia a cui tengo di più. Siamo migliori amici da circa trent’anni e per certi versi conosco meglio lui che me stesso. Abitiamo a diverse ore di distanza ma parliamo a telefono ogni notte, spesso anche per ore. Così molte cose di me e lui sono confluite nel personaggio di Thad. Tra i 10 e i 20 anni volevo anche diventare un poeta – questo prima di volgermi alla narrativa – così considero Thad come uno degli scenari peggiori di me stesso. Se non avessi trovato la motivazione per dedicarmi alla scrittura seriamente o per fare l’insegnante, oggi sarei un Thad che vaga senza scopo e che di tanto in tanto scrive poesie che, in fin dei conti, non sono nemmeno degne di lode. Sì, sarei un Thad malato di amore e indeciso su ciò che fare nella vita. Noi due condividiamo anche l’amore per i fumetti anche se, grazie a Dio, mia madre non me li ha mai buttati via. C’è qualcosa in comune anche con Lisa. Parla dei figli proprio come io parlerei delle mie figlie. L’unica cosa che mi irrita è quando qualcuno mi chiede come faccio a scrivere così bene del bene di una madre. Allora mi domando: in che misura è diverso l’amore che prova un padre verso i figli? Io non ci vedo alcuna differenza. Sicuramente ognuno di noi esprime l’amore a modo suo ma l’idea che l’amore materno sia più intenso di quello paterno è sciocca, obsoleta e direi che dobbiamo proprio liberarcene.
“La casa sul lago” lo hai scritto prima che esplodesse il Covid-19. La pandemia è diventata una specie di spartiacque tra un tempo precedente e uno nuovo che al momento sembra difficile da immaginare, prefigurare. Gli Usa sono stati particolarmente colpiti dal contagio. Pensi che questa sciagura influenzerà la letteratura dei prossimi anni, leggeremo storie apocalittiche di epidemie o di disastri naturali? Nel suo ultimo romanzo (The Silence) Don DeLillo racconta un blackout digitale che somiglia molto ai lockdown che stiamo vivendo.
Non lo so. Dopo l’11 settembre, abbiamo discusso un po’ tutti di quei romanzi che ne parlavano e che avrebbero cambiato la letteratura americana per sempre. Ma, oltre a “L’uomo che cade” di DeLillo, “I figli dell’imperatore” di Claire Messud, “Molto forte, incredibilmente vicino” di Jonathan Safran Foer e “La città invisibile” di Joseph O’Neill non credo ci siano altri romanzi sull’11 settembre significativi come questi, tutti pubblicati tra il 2005 e il 2008. C’è bisogno di molto tempo per scrivere un buon libro e dovremo attendere almeno tre o quattro anni per leggere il primo grande romanzo sulla pandemia. Nel frattempo il nostro paese sarà andato avanti molto probabilmente. Gli americani non hanno una buona memoria, raramente impariamo dai nostri errori… Tra dieci anni dubito che qualcuno vorrà leggere qualcosa sul Covid-19, ci saremo già stancati. I nostri attimi di attenzione sono troppo brevi. Chiarisco, questo è solo ciò che penso io.
Che lettore è Jamie Poissant? Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Ti capita di leggere autori italiani?
Amo Italo Calvino e non lo dico solo perché sto parlando con te. “Se una notte di inverno un viaggiatore” è uno dei miei romanzi preferiti e proprio di recente stavo rileggendo “Difficult Loves” (“Gli amori difficili”), la traduzione in inglese di William Weaver, Archibald Colquhoun e Peggy Wright. Per quanto riguarda gli scrittori americani di racconti, direi Raymon Carver, George Saunders, Lydia Millet, Edward P. Jones, Ron Rash, Elizabeth McCracken, ZZ Packer, Amy Hempel, James Baldwin, Rick Bass, Susan Perabo, Ramona Ausubel, Percival Everett, Jason Brown, and A.M. Homes. I miei classici preferiti sono “Il grande Gatsby” di Fitzgerald, “Mrs. Dalloway” e “Gita al faro” della Woolf e “Franny e Zooey” di Salinger, che tra l’altro viene apprezzato in “La casa del lago”. Tra i romanzi e i racconti del ventunesimo secolo includo tra i miei preferiti “Al limite della notte” di Michael Cunningham, “Fight no more” di Lydia Millet, “Last days of California”, “Sembrava una felicità” di Jenny Offill, “The known world” di Edward P. Jones, e molte altre raccolte di storie di George Saunders, Elizabeth McCracken, Ron Rash, and Rick Bass.
In una cittadina del Montana, Delphia, un ragazzo di ventiquattro anni vive da solo in un trailer. Il suo nome è Wendell Newman. Wendell ha perso tutto: il padre, fuggito chissà dove dopo aver ucciso un guardiacaccia; la madre, suicidatasi in macchina con il gas di scarico. La terra che avrebbe potuto essere sua è stata venduta, e quel poco che gli resta oltre il pick-up e la gelida roulotte, sta per finire nelle mani del fisco. Ma per Wendell le soprese non sono finite: un giorno suona alla sua porta un’assistente sociale per affidargli Rowdy, il figlio di sua cugina, ora in galera. Rowdy non parla, ha un ritardo mentale ed è magro come un chiodo. “Nella terra dei lupi” di Joe Wilkins, scrittore dell’Oregon – come Raymond Carver – in Italia più sconosciuto di qualunque altro scrittore sconosciuto – è stato pubblicato negli Usa nel 2019. Il romanzo parte in salita, con un andamento lento, senza sussulti, e con la storia – divisa in paragrafi intitolati con i nomi dei protagonisti – che fatica ad aprirsi a delle svolte decisive. Lo sarà per tutta la prima parte. Il rapporto tra Wendell e Rowdy ne è sicuramente il fulcro, insieme alla fuga di Verl, il padre di Wendell, che è sì invisibile al figlio ma sempre presente nella narrazione attraverso il diario della sua latitanza disperata. Verl è una specie di Rambo inseguito tra le montagne come un branco di lupi. Ed ecco i lupi. Sono loro i migliori attori non protagonisti di questo western 2.0 portato in Italia da Neri Pozza con la traduzione di Norman Gobetti. A Delphia non si parla d’altro che della imminente caccia al lupo, la prima regolamentata in Montana dopo trent’anni. La storia di Wilkins è fluida come la sua scrittura: piana, essenziale, mai una parola di troppo. La cover del libro ne è la migliore rappresentazione grafica. “Nella terra dei lupi” è un romanzo sulla impossibilità di recidere le proprie radici: cosa siamo senza la terra che abbiamo ereditato e senza i nostri padri? È una storia di predestinazione e di incontri salvifici. Violenta, carica di tensione ma nel contempo densa di umanità e di tenerezza. Il ritratto di un’America degradata, ignorante, genuina.
Molti di voi avranno letto Revolutionary Road, il romanzo più celebre di Richard Yates, uscito nel 1961 – edito in Italia da minimum fax – nel quale si raccontano le vicende di una giovane coppia della middle class americana che va ad abitare in un sobborgo di New York “Il complesso residenziale di Revolutionary Hill non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali.” Esiste un altro romanzo, pubblicato otto anni dopo – nel 1969 esplodeva, tra l’altro, il fenomeno Philip Roth con Lamento di Portnoy – che, per quanto diverso per trama e personaggi, potremmo considerarlo gemello di quello di Yates: Bullet Park di John Cheever. Come pochi altri, e alla maniera di Yates, con sarcasmo, ferocia, Cheever ha saputo descrivere la media borghesia americana suburbana degli anni Cinquanta e Sessanta; i suoi tic, le nevrosi, i sogni realizzati o meno. I protagonisti di Bullet Park, libro diviso in due parti più una terza in cui le storie narrate si ricompongono, sono due uomini dal cognome stravagante: Eliot Nailles (Nailles tradotto in italiano è chiodo) e Paul Hammer (Hammer vuol dire martello). Cosa unisce i due personaggi oltre il “misterioso potere dell’etimologia”? Nulla eccetto il finale pirotecnico nel quale Cheever fa incrociare le loro vite. Nailles è un uomo comune: marito affettuoso e padre premuroso di Tony, ragazzo sprofondato nella depressione e guarito magicamente da un santone. Hammer è un figlio illegittimo cresciuto senza genitori, con un cognome casuale e beffardo, e una strana ossessione per i sacrifici umani “per dare una scossa al mondo”. Manca poco. Hammer è a un passo dal suo obiettivo, poi “tutto ridivenne bello, bello, bello ma bello come era sempre stato”.
“La celebrità esige ogni eccesso”. Leggere l’incipit di Great Jones Street nel giorno del commiato al più esagerato dei calciatori della storia, fa un certo effetto. DeLillo lo pubblicò nel 1973, tre anni dopo l’esordio di Americana. Protagonista del romanzo è una giovane rockstar che, all’apice del successo e durante una tournée, decide di abbandonare la propria band e di rifugiarsi in un angolo di New York, Great Jones Street, in “un monolocale piccolo e sbilenco e gelido che si affacciava su un panorama di capannoni, autocarri e macerie sparse”. Bucky Wunderlick e la sua Opel, artista senza talento, chiusi in casa a conversare a sfidarsi e a fare sesso come Brando e Schneider in Ultimo tango a Parigi. Bucky si sente “una vecchia cariatide del mondo dello spettacolo…L’industria musicale mi ha completamente distrutto.” Opel viaggia di continuo, e come tutti i viaggiatori “è noiosa”. Al piano di sopra, Fenig, scrittore sconosciuto in attesa di gloria; a quello di sotto un giovane storpio. Nel suo monolocale Bucky riceve le visite di giornalisti a caccia di scoop, curiosi, emissari di una Comunità Agricola che vorrebbe lanciare sul mercato una nuova droga governativa che serve a fare il lavaggio del cervello “ai musi gialli o ai comunisti”. Perché Bucky è fuggito dai riflettori? Perché non esiste libertà senza privacy, prova a spiegarci DeLillo negli anni in cui due star della musica italiana – Mina e Battisti – fecero la stessa scelta del suo personaggio. Dopo il frastuono, la pace. Dopo il rumore, il silenzio, in una specie di preveggenza di due altre opere: Rumore Bianco e The Silence, uscito negli Usa poche settimane fa. L’isolamento di Bucky è la sola reazione possibile alla massificazione di una cultura piatta e senza slanci: forse è questo il senso delle 237 pagine del romanzo, non il migliore di Don DeLillo ma pur sempre un romanzo di DeLillo.
Willy Vlautin fa lo scrittore e anche il musicista – già leader dei Richmond Fontaine, ora membro dei Delines. “Motel Life”, uscito negli Stati Uniti nel 2006, è il suo romanzo d’esordio. Buona parte del libro Vlautin l’ha scritta a Portland, Oregon, ma la storia è ambientata nella sua Reno, una piccola località del Nevada conosciuta soprattutto per i casinò. A quel tempo in città c’erano più di centoventi motel ma con la costruzione delle strutture che combinavano sale da gioco e albergo, i motel uscirono di fatto dai circuiti turistici per iniziare ad ospitare soprattutto vagabondi, tossici, ex detenuti. È questo lo scenario dove si muovono i protagonisti del romanzo: Frank e Jerry Lee sono due fratelli minorenni abbandonati a sé stessi, la madre è morta di cancro, il padre è scappato chissà dove. Un misero fondo pensione, quattro soldi lasciati in una scatola e un nonno nel Montana, troppo povero per occuparsi di loro. I due fratelli si barcamenano tra studio e lavori stagionali; Frank è un raccontastorie nato, Jerry Lee, che ha una gamba “sfigata” per via di un incidente ferroviario, ama invece disegnare. La storia inizia con un evento tragico: Jerry Lee investe un ragazzino e lo uccide. È notte fonda, nevica, forse non lo ha visto nessuno. La morte di quello sconosciuto fa sprofondare il fratello di Frank – voce narrante del romanzo – in un angosciante stato di prostrazione. Frank gli è vicino, lo rincuora, lo accudisce. Frank ama suo fratello, ma fin dalle prime battute il destino dei Flannigan sembra segnato per sempre: in uno dei passaggi più emozionanti del libro il vecchio e paterno Earl, un rivenditore di auto usate, il vincitore morale del romanzo e forse il personaggio che Vlautin ha disegnato meglio degli altri, suggerisce a Frank di inventarsi un posto dove andare. Quando hai il morale a pezzi, dice Earl, immagina di rifugiarti in un posto che nessuno può portarti via. L’affetto di Earl per Frank commuove e sposta l’asse della narrazione sul rapporto padre-figlio. Ma se i Flannigan sono impantanati nell’infelicità, Annie, la ragazza di Frank, riesce a trovare la forza di liberarsi dalla malasorte e da una madre che la sfrutta sessualmente. Annie non è come gli altri, lei ce la farà. “Motel Life” è una storia meravigliosamente triste, raccontata con poche parole, precise, potenti. Un road book che non si dimentica. La scrittura piana e senza fronzoli di Willy Vlautin ricorda quella di Nickolas Butler, Kent Haruf, Chris Offutt… insomma, l’America che ci piace di più.
Una bambina scopre che uno dei suoi fratelli ha ucciso un ragazzo di colore. La confessione di quel segreto le costerà l’allontanamento dalla famiglia (Ho fatto la spia – Joyce Carol Oates – La Nave di Teseo). La vittoria di Trump alle elezioni del 2016 getta nel panico un gruppo di amici newyorchesi radicalchic. Una di loro decide di trasferirsi in Italia (Il decoro – David Leavitt – Sem ). Quattro ex compagni di liceo si ritrovano una notte d’estate nella cittadina che avevano lasciato alcuni anni prima (Ohio – Stephen Markley – Einaudi). Un giovane studente, campione di oratoria, rimane invischiato in una storia di bullismo (Topeka School – Ben Lerner – Sellerio). Migliaia di americani, costretti dalla crisi, attraversano il paese in camper alla ricerca di lavori stagionali (Nomadland – Jessica Bruder – Edizioni Clichy). Sono i cinque libri del 2020 scelti da Telegraph Avenue e votati da migliaia di lettori. A dicembre sapremo quale sarà il libro dell’anno.
Harold Silver è un professore di storia ossessionato da Richard Nixon, forse un giorno ci scriverà un libro. Ha una moglie cinese che lo mollerà nella prima parte della storia; un fratello più giovane, George, direttore di un canale televisivo; una cognata molto seducente, Jane; due nipotini: Nate e Ashley. Harold invidia George: il suo fascino, il successo professionale, il benessere familiare, la moglie, sopratutto, con la quale sta per avere una relazione disastrosa. Siamo alla scena iniziale di “Che Dio ci perdoni” di Amy Michael Homes, meglio conosciuta come A.M.Homes, scrittrice di Washington trapiantata a New York, considerata una tra le voci più interessanti della narrativa americana. Non so dire quante copie abbia venduto la Homes di questo romanzo, uscito in Italia nel 2012 – dove mi trovavo quell’anno per non averne sentito parlare? – non mi sorprenderei se fossero meno di mille. Ma rimaniamo sul pezzo. In un incidente d’auto, George uccide una coppia di coniugi. È fuori di sé, lo ricoverano in una struttura psichiatrica. Nelle stesse ore, Claire, la moglie di Harold, è volata in Cina, mentre Jane è a letto con suo cognato. Siamo alla seconda scena del romanzo. Da qui la storia innescherà un tagico effetto domino che finirà per travolgere ogni cosa. Non aggiungerò altro sulla trama, che almeno nella prima parte è abbastanza semplice e lineare. Tutto il resto no. La seconda vita di Harold è un turbinio di inciampi e disavventure, di incontri erotici su internet, scompensi fisici, possibili adozioni e stravolgimenti professionali fino ad allora inimmaginabili. Le tracce parallele al tema principale sono tante, forse troppe. Leggendo il libro mi è venuta in mente la parabola dei Levov, la famiglia perfetta di “Pastorale Americana”. Homes, da una prospettiva diversa, segue lo stesso percorso di Philip Roth: distrugge il mito, dissacra, sbugiarda, ridicolizza, spegne le luci sullo storytelling della felicità borghese. “Che Dio ci perdoni” è un romanzo sopra la media per qualità della scrittura – ritmo sostenuto, repentini cambi di registro – spessore e umanità dei personaggi; per come la Homes ha saputo raccontare le vicende di tutti con le voci di tutti: donne e uomini, adulti e bambini; per la precisione e la brillantezza dei dialoghi, certamente il punto di forza del libro; per la comicità che che sconfina nel sarcasmo in molti dei passaggi decisivi. Bellissimo.