UN GIORNO VERRÒ A LANCIARE SASSI ALLA TUA FINESTRA – Claudia Durastanti

“Erano giovani, creativi, arrabbiati: era tutto in mano a loro e loro avrebbero spaccato tutto, avrebbero distrutto il mondo per renderlo un posto più decente in cui vivere, un posto in cui le persone si toccassero davvero e non avessero paura”. 

L’America è un’adolescenza senza fine, scrive Ben Lerner in “Topeka school”. Mi è venuta in mente, questa frase, mentre leggevo “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra”, il romanzo di esordio di Claudia Durastanti, ripubblicato dopo dieci anni da La nave di Teseo nella scia del grande successo de “La straniera”, finalista allo Strega nel 2019 e libro dell’anno per Telegraph Avenue. Ho incontrato Claudia Durastanti al Salerno Letteratura in un’afosa serata di luglio intitolata “In quanti modi si è stranieri”. L’identità multipla è uno dei tratti della personalità della Durastanti, forse quello che risalta più di ogni altro. Nata a Brooklyn da genitori italiani, Claudia è di madrelingua inglese, la lingua che utilizza su Twitter, ma i romanzi li scrive in italiano. È in corso la traduzione in inglese de “La straniera”, ha raccontato nel corso della serata, siamo a buon punto ma abbiamo un problema col titolo: “The stranger” è stato già usato da Camus. Straniera. È una parola ricorrente nel suo vocabolario, quella che più le si addice, un segno distintivo, una specie di marchio. Sulla copia del romanzo che mi sono portato dietro per la firma, mi ha scritto “Ad Angelo, da straniera a straniero”. Per certi versi, stranieri lo sono anche i protagonisti di “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra”: un gruppo di giovani, più o meno newyorkesi, che in un’eterno presente, come se il futuro non dovesse mai sorprenderli, vivono ansie, amori, incertezze. Sono ragazzi fragili e spregiudicati. Più segnati che sognanti. Le loro esistenze precarie si intersecano in una ciclicità vibrante ma malinconica. La storia di Jane e Michael è la parte migliore del libro. Non so perché, Jane l’ho immaginata con il volto e la voce dell’autrice. La sua stessa intensità, lo stesso disincanto operoso. L’incontro con Michael è una girandola di emozioni tutta giocata sui distacchi e sui ritorni. La Durastanti si è formata leggendo tanta letteratura americana, tanto Bret Easton Ellis soprattutto. Mentre ero immerso nella lettura del suo romanzo di esordio ho pensato proprio all’esordio di Ellis – “Meno di zero” – a quella gioventù sbandata della California degli anni Ottanta, in quel caso ricca e viziata, ma eternamente adolescente come questa.  “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra” è un libro americano o è un libro italiano? È un bel libro. Stranieri tutti. Stranieri sempre.

Angelo Cennamo

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UNDERWORLD – Don DeLillo

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Scrivere il Grande Romanzo Americano è il sogno di ogni scrittore americano. Qualcuno ci riesce. Tra il 1996 e il 1997, due autori molto diversi per stile e generazione, David Foster Wallace e Philip Roth, pubblicano i loro rispettivi capolavori: Infinite Jest e Pastorale Americana. Negli stessi mesi, Don DeLillo, romanziere del Bronx ma di chiare origini italiane, esce con un romanzo mondo che impressiona innanzitutto per la mole – circa 900 pagine – ma anche per la profondità e la crudezza dei temi affrontati, l’ambientazione suburbana nella quale si muovono i protagonisti, la qualità della scrittura certamente. Underworld è un labirinto di trame, situazioni convulse che coprono cinque decenni di storia in un sapiente intreccio di vicende nazionali e personali. Storie di violenza, tradimenti, di rifiuti e scorie nucleari che diventano la gigantesca metafora di un degrado culturale oltre che sentimentale, senza fine. Una lunga sequenza di fatti che si dipanano su diversi piani temporali, in un andirivieni schizofrenico che mescola il passato col presente, e nel quale non mancano riferimenti e apparizioni di personaggi famosi come Frank Sinatra, Truman Capote o il potente capo dell’Fbi J. Edgar Hoover. Il prologo del libro e’ il racconto dettagliato di un evento sportivo realmente accaduto e che ha tenuto milioni di americani col fiato sospeso fino all’ultimo secondo:  la sera del 3 ottobre del 1951, proprio mentre i russi fanno brillare una bomba atomica nel deserto del Kazakistan, nello stadio di New York si gioca una storica finale di baseball vinta dai NY Giants con uno spettacolare colpo fuori campo. Seguendo tutti i passaggi di mano di quella palla, DeLillo compone un puzzle minuzioso e articolato, riunendo protagonisti e comparse in una medesima rappresentazione degli eventi.

Il prologo ha il volto di Cotter, il ragazzino che marina la scuola e che scavalca i cancelli dello stadio per assistere alla storica partita. È lui “a contendere la palla a qualcun altro, usando tutta la forza delle mani. Sta tentando di rinsaldare la presa. Sta cercando di isolare la mano del rivale in modo da far leva sulla palla e liberarla dito per dito“. Cotter è il primo possessore dell’ambito cimelio, ed è anche il primo dei mille altri volti che si incontrano in questa fiction ingarbugliatissima “Abbiamo pistole industriali che spruzzano vernici a olio, smalto, vernici epossidiche e via dicendo” dallo stile argomentativo-pop-funk di Wallace – che il delillismo lo ha arricchito e declinato in una versione più umoristica e poetica. Underworld ha le tinte fosche di New York, delle sue periferie abbandonate, dei suoi tramonti, del groviglio delle tangenziali, delle sale da biliardo nei seminterrati fumosi, delle vernici dei graffiti, dei materiali ferrosi dei convogli della metropolitana. Ma  ha anche il giallo luminoso dell’Arizona che in certe scene si sposa con l’azzurro di un cielo terso. Underworld è il tanfo della spazzatura, tanta spazzatura, tonnellate di spazzatura, è il catrame delle sigarette, il buio della perdizione. Underworld è l’America.  ‎

Angelo Cennamo

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NOZZE SUL DELTA – Eudora Welty

Eudora Welty. A molti di voi forse questo nome non dirà nulla. Ma se al nome aggiungessi un titolo, chessò: “Morte di un commesso viaggiatore” (identico all’altro usato da Arthur Miller)? Il racconto uscì nel 1936 su una piccola rivista “Manuscript” e segnò il debutto di questa scrittrice nata nel 1909 a Jackson, nel Mississippi – un trentennio dopo vi nacque anche Richard Ford – tra le voci più autorevoli della letteratura americana del Sud e nel 1972 vincitrice del premio Pulitzer con “La figlia dell’ottimista”. “Nozze sul Delta” esce nel 1946, in Italia è stato ripubblicato di recente da minimum fax con la traduzione di Simona Fefè. Di cosa parla. Cosa c’è dentro. Praticamente niente. La Welty, che è stata tra l’altro anche una brava fotografa, ci consegna delle immagini, un album di vecchie foto, che attraverso la sua prosa, magnificamente pigra, sinuosa, improvvisamente si animano, offrendoci lo spaccato di un mondo lontano nel tempo e nello spazio ma suggestivo, colorato, rigoglioso.

È il settembre del 1923 quando una bambina di nove anni, orfana, Laura McRaven, viene messa su un treno e spedita dai parenti di sua madre, a Jackson, nella piantagione di Shellmound, dove di lì a qualche giorno sua cugina Dabney, diciassettenne, sposerà Troy, il soprintendente della piantagione, che ha il doppio dei suoi anni. Un matrimonio di interesse si direbbe. Ecco, la trama è tutta qui; eppure la Welty è abilissima nel dilatarla all’inverosimile e a ficcare negli interstizi mille altre storie ed intrecci legati ai singoli protagonisti: un ingorgo di zii, cugini, fratelli, nipoti e pronipoti, molti dei quali vivi, altri morti ma sempre presenti. Tutto – non – accade in una grande villa coloniale brulicante di “negri” ( scritto così, gli amici della “Cancel Culture” se ne facciano una ragione ) amici e parenti alle prese con i preparativi delle nozze imminenti tra Dabney e Troy. La Welty lavora per addizione; dalle sue parole traspare ogni dettaglio, ogni sfumatura di quel piccolo mondo antico, persino i profumi della terra, i suoni melodiosi di un Sud che abbiamo amato leggendo e rileggendo i libri di Faulkner e Twain, ma anche del più recente Joe Lansdale. Per quanto semisconosciuta in Italia, Eudora Welty è stata una scrittrice prolifica, dotata di grande tecnica narrativa, e le sue opere, a distanza di molti anni, restano tra le migliori testimonianze di un’America ormai perduta ma ancora viva nell’immaginario di tanti lettori. 

Angelo Cennamo

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IL DECORO – David Leavitt

“Vi andrebbe di chiedere a Siri come assassinare Trump?”.
Inizia così “Il decoro”, l’ultimo romanzo di David Leavitt, uscito in questi giorni in Italia, in anteprima mondiale, con la casa editrice milanese Sem. Siamo nel 2016, all’indomani dell’affermazione di Donald Trump alle presidenziali Usa, in una villa lussuosa nella campagna del Connecticut. Qui un gruppo di borghesi newyorkesi commenta con preoccupazione il clamoroso esito delle elezioni. Eva Lindquist, di mezza età, ebrea, moglie di Bruce, è la più spaventata del gruppo. Eva ama definirsi un’animatrice di salotti; nel suo appartamento di Park Avenue, nell’Upper East Side, organizza aperitivi e cene per i suoi amici artisti, arredatori, aspiranti scrittori. Il nome di Trump, Eva, non riesce neppure a pronunciarlo. C’è un solo modo per sottrarsi all’inaspettata tragedia: andarsene, fuggire dagli Stati Uniti. Eva medita di trasferirsi in Italia; vuole acquistare una casa a Venezia, sul Canal Grande, la Fifth Avenue dell’Europa medievale. E Bruce cosa dice? “Lei si occupa di volere, io di pagare”. Venezia è il luogo dominante del romanzo. Leavitt ce la mostra con lo sguardo incantato degli americani, con l’ammirazione di chi non possiede la nostra stessa bellezza, la stessa storia. La paura di Eva cela però qualcosa di più profondo: “Il decoro” non è tanto un libro contro Trump quanto l’esplorazione di una generazione liberal che vede andare in frantumi i valori per i quali ha combattuto, e costretta a fare i conti con un pragmatismo rozzo e spietato nel quale fatica a riconoscersi. I personaggi di Leavitt ricordano la conventicola radical chic del film di Sorrentino, “La grande bellezza”. Eva e la sua corte di amici, tra i quali si staglia la figura di Jake, sono avvolte da una specie di aura orgiastica che li separa dal mondo dei comuni mortali. Il superfluo di Eva si scontra con il dramma di Kathy, la segretaria di Bruce, indebitata, malata di cancro e abbandonata dal marito. Bruce, di nascosto della moglie, l’accompagna alle sedute di chemioterapia e si offre per ripagare ogni suo debito. Tra i due sta per insinuarsi un affetto strano e imprevisto. È un precipizio. La fuga da Trump diventa allora il paradigma di un’insoddisfazione ad ampio spettro che finirà per coinvolgere ogni protagonista della storia. L’amore, la noia, il tradimento, il rimpianto, il gusto perduto, soprattutto il senso del decoro: tutto questo nel miglior romanzo di Leavitt. 

Angelo Cennamo

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CACCIA ALLE OMBRE – Herbert Lieberman

Chi ha avuto modo di leggere “Città di morti” e “Il fiore della notte” – i precedenti romanzi di Herbert Lieberman, entrambi pubblicati in Italia da minimum fax – si è già imbattuto in due personaggi molto empatici come l’anatomopatologo Paul Konig e il tenente della polizia Frank Mooney, rispettivamente protagonisti del primo e del secondo libro. In “Caccia alle ombre”, terzo capitolo di questa immaginaria trilogia di New York, i due li ritroviamo insieme ad indagare su un serial killer stupratore soprannominato Ombra Danzante. Il caso è complicato anche perché l’assassino potrebbe avere un emulo che ne segue le orme. Konig e Mooney sono due sessantenni prossimi alla pensione; due tipi burberi, disincantati, incazzati; ne hanno le tasche piene dei loro dannati mestieri. Ma ad accomunarli c’è anche un profondo senso di giustizia, un’etica professionale e una rettitudine che neppure la stanchezza riesce a scalfire. Konig è un uomo solo. Mooney lo è stato a lungo prima di incontrare Fritzi, la rossa che come lui gioca ai cavalli e che in quattro e quattr’otto lo ha sedotto e sposato nel precedente romanzo. “Caccia alle ombre” procede nel solco degli altri due libri: Lieberman cioè gioca a carte scoperte quasi subito, dà imbeccate, svela, eppure riesce a mantenere alta la tensione fino alla conclusione. La vicenda poliziesca di Konig e Mooney si intreccia alle trame di Warren Mars e di Ferris Koops, le altre facce della storia, che Lieberman contrappone ai due investigatori come in una esaltante partita a scacchi. Tutto è ben congegnato, ogni dettaglio s’incastra a quello successivo in una sequenza di eventi e circostanze precisi come il meccanismo di un orologio. I romanzi di Lieberman vengono definiti thriller letterari; è un’espressione che non mi è mai piaciuta perché lascia pensare che il thriller sia letteratura di rango inferiore. Nel caso di Lieberman però si può fare un’eccezione; la qualità della scrittura è così alta che l’idea più ampia di narrativa s’impone su quella del genere. “Caccia alle ombre” non richiede la lettura preventiva dei capitoli uno e due della trilogia; le storie dei tre romanzi sono, come si dice, autoconclusive, ma per apprezzare appieno le azioni dei protagonisti, conoscerne le origini, l’evoluzione delle loro esistenze travagliate – specialmente quella del medico legale – è preferibile avvicinarsi all’opera nella sua interezza. Lieberman va letto tutto. Ne vale la pena.

Angelo Cennamo

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BAD CHILI – Joe R. Lansdale

Hap, finito in ospedale per il morso di uno scoiattolo impazzito, si innamora di Brett Sawyer, un’infermiera con due gambe mozzafiato e un passato da dimenticare. Leonard potrebbe essere implicato nell’omicidio di Cazzo-di-Cavallo, il biker con il quale il suo compagno Raul lo ha tradito. A proposito, dov’è finito Leonard Pine? Resta infine da capire la posizione di King Arthur, il re del chili, in una serie di traffici più o meno illeciti. Questo e molto altro in “Bad Chili”, romanzo del 1997 che Einaudi ripropone in questi giorni con una nuova cover, disegnata e colorata come un fumetto. Siamo nel Texas orientale – e dove se no? – nel favoloso mondo di Hap & Leonard, la più stravagante coppia di detective della letteratura americana, uscita dalla penna di quel funambolo di Joe R. Lansdale. Le indagini di Hap & Leonard si somigliano tutte, non vuol essere una critica: c’è sempre un tizio che scompare e da ricercare; una banda di criminali razzisti pronti a mettersi di traverso; animali con sembianze e comportamenti umani; donne – pezzi di fica, per usare il lessico di Lansdale – che fanno perdere la testa a chiunque, specialmente ad Hap; sceriffi pittoreschi dalla lingua più veloce della colt; inseguimenti a tutto spiano tra scazzottate e battute fulminanti. Eppure questa ripetizione di schemi e di costrutti, ormai collaudatissima, non smette di richiamare milioni di lettori in tutto il mondo. Hap & Leonard ci divertono alla stregua dei Supereroi della Marvel, come Tex Willer, i film di Bud Spencer e Terence Hill – quello è il contesto al quale attinge Lansdale. Diversamente fumetti di una narrativa che affronta sì temi seri, ma con leggerezza, divertimento, volgarità e, perché no, poesia.

Angelo Cennamo

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ESTINZIONE – Thomas Bernhard

Un resoconto su Wolfsegg. Un resoconto che estingua Wolfsegg e il suo ricordo; questo è “Estinzione”, l’ultimo romanzo, il testamento di Thomas Bernhard, autore austriaco che ha cavalcato il Novecento seminandolo di opere superbe e di indubbio valore come “Perturbamento”, “Antichi maestri”, “Il soccombente”, “Camminare”, in Italia tutte edite da Adelphi.
Franz Josef Murau, più che un intellettuale austriaco, è un uomo gettato nel mondo, come scrive Pietro Citati sulla quarta di copertina. Il suo allievo, coprotagonista del libro ma silente, invisibile per tutte le sue 493 pagine, è il giovane Gambetti. A Gambetti Murau insegna letteratura tedesca, o per meglio dire: letteratura di lingua tedesca. La lingua, eccolo dunque il primo spunto di questa lunghissima dissertazione sul piccolo mondo antico di Wolfsegg, roccaforte dell’ottusità di una nazione ottusa: l’Austria. Il tedesco è una lingua faticosa, poco musicale, che svilisce il pensiero e la bellezza di ciò che esprime, concetto sul quale Bernhard ritorna spesso. Il romanzo, dalla struttura anomala – un flusso di coscienza ininterrotto, senza paragrafi né capitoli, solo due parti intitolate: Il telegramma, la prima, Il testamento la seconda – comincia con la notizia della morte dei genitori e del fratello maggiore della voce narrante a seguito di un incidente stradale. Una simile notizia farebbe rabbrividire chiunque ma non il quarantottenne Murau, oggi trasferitosi a Piazza della Minerva, Roma. È qui che il nostro intellettuale ha trovato casa, è qui che Murau ha messo nuove radici dopo essere scappato da una famiglia di persone squallide, grette, odiose, che hanno provato in ogni modo a soffocare le sue ambizioni, la sua sete di conoscenza per trattenerlo nel feudo nativo  “La domanda se avessi amato i miei genitori e mio fratello, che avevo subito respinto con la parola naturalmente, rimase non solo nella sostanza, ma anche di fatto senza risposta”. Murau è un uomo segnato da una giovinezza infelice; il suo sfogo incessante, doloroso, mi ha ricordato il vomito, la logorrea di Giuseppe Berto ne “Il male oscuro”, la biografia vera o verosimile che lo scrittore veneto scrisse in poco meno di un mese nell’improvvisato eremo di Tropea per dare voce alla sue ossessioni. Murau ne ha per tutti: la madre – scaltra, anaffettiva, superficiale; amante più o meno segreta dell’arcivescovo Spadolini; il padre – uomo buono ma succubo della moglie; le sorelle Amalia e Caecilia – acide, bigotte, stupide; il fratello Johannes, il figlio prediletto, il primogenito; lo zio Georg, colto, raffinato, l’unico a salvarsi in quella setta di primitivi occupati unicamente ad amministrare denaro e bestiame. Ma “Estinzione” è anche una riflessione più in generale sulla vita pubblica e la storia europea alla quale si intrecciano le vicende familiari di Murau. Wolfsegg diventa allora lo spaccato di un’Austria refrattaria alla modernità e al progresso, affascinata dal nazionalsocialismo e plasmata dall’ortodossia cattolica. La fuga, prima di zio Georg, poi del figlio eretico; il ritorno in occasione del funerale dei parenti. Raccontare per ricordare. Ricordare per annientare. Capolavoro. 

Angelo Cennamo

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QUESTA TEMPESTA – James Ellroy

“L’America non è mai stata innocente” ha scritto James Ellroy nell’incipit di “American tabloid”, uno dei suoi tre libri migliori (gli altri due sono L.A. Confidential e “Dalia Nera”). “Questa tempesta” – secondo volume della seconda quadrilogia di Los Angeles, iniziata con “Perfidia” – si apre, pensate, con una citazione di Benito Mussolini: Solo il sangue muove le leve della storia. Già, la storia, il propellente di tutte le narrazioni di Ellroy: trentun’anni di storia americana, dal 1941 (Perfidia) al 1972 (Il sangue è randagio), reinventati in chiave noir. Ellroy fa questo; mescola il pubblico al privato e riscrive la storia moderna tra falsi aneddoti e fatti realmente accaduti. Il Dostoevskij americano, dice di lui Joyce Carol Oates. Definizione perfetta, che rende quasi superflua ogni altra argomentazione o approfondimento. “Questa tempesta”, titolo ispirato da un verso di William Auden “Questa tempesta, questo disastro devastante”, riassume anche la vita di un personaggio del romanzo: Joan Conville, una delle migliori creature uscite dalla penna di Ellroy “Era una donna determinata a conquistare un mondo di uomini”. Di lei vi innamorerete fin dalle prime battute. Joan è una stangona di un metro e ottanta di altezza, dai capelli rosso fuoco. Nella prima parte del racconto, da ufficiale di marina, investe, ubriaca alla guida, quattro messicani, uccidendoli. Nessuna condanna per lei, ma una nuova vita come biologa forense in un laboratorio della polizia. Per fare cosa? Il romanzo di oltre ottocento pagine contiene più di una trama; il fulcro della vicenda però ruota intorno al ritrovamento del cadavere di un uomo assassinato dieci anni prima. Siamo in California, nel 1942. Gli Usa stanno per entrare in guerra e nella baia di San Francisco accade di tutto. Tenete presente che se non avete letto “Perfidia”, il prequel di questo libro – già complicato di per sé per la miriade di protagonisti che entrano ed escono dalla storia e per i mille fatti e intrecci criminali –  le difficoltà di lettura si raddoppiano. Come molti altri romanzi di Ellroy, “Questa tempesta” va letto senza tante pretese: impossibile cioè cogliere ogni sfumatura o dettaglio, meglio farsi trasportare dal vortice delle parole, dalle frasi brevi e incalzanti, e godersi l’affresco di un’America allo sbando, popolata di poliziotti corrotti, rapinatori, schiavisti e amanti insaziabili “L’America non è mai stata innocente”. È un romanzo caotico, a tratti eccessivamente prolisso e oscuro; leggerlo non è stata una passeggiata neppure per un appassionato e rodato americanista come il sottoscritto. Ellroy ha pubblicato di meglio? Probabilmente sì, ma navigare – a vista – tra queste pagine tempestose senza rimanere invischiati nei marosi della sua prosa vertiginosa, è una esperienza rigenerante. Non so come evolverà la missione letteraria che Ellroy si è scelto o autoimposto per ricostruire il passato segreto della sua nazione. Lo schema è logoro? Lo diranno i lettori. Quello che so è che Ellroy, nel bene e nel male, continua a tenere alta l’asticella di una letteratura – Usa – che negli ultimi anni non sembra all’altezza dei suoi tempi migliori.

Angelo Cennamo

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IL CACCIATORE DI ANIME – Romano De Marco

In un paesino vicino Pisa, Peccioli, viene strangolata la giovane guardiana di un museo. La sua morte ha qualcosa di  artistico: la postura del corpo ricorda il cadavere di un’altra donna vissuta molti secoli prima in quegli stessi luoghi: Isadora. A condurre le indagini è Mauro Rambaldi, un capitano dei carabinieri, criminologo, di bell’aspetto, con la fama dello sciupafemmine. Apparentemente il caso è di facile soluzione: Peccioli è un borgo di poche migliaia di anime, un posto tranquillo, si conoscono tutti. Le cose però si complicano quando i delitti passano a due: uno stimato professionista viene ritrovato stecchito vicino ad una statua, col cranio rasato e senza peli. Stesso rituale, stessa mano. Sì ma di chi? Rambaldi non sa a quale santo votarsi per rimettere insieme i pezzi di una pista che, a quanto pare, ha tutti gli elementi della serialità. È qui che entra in scena il secondo protagonista del romanzo: Angelo Crespi. Oggi Crespi è un uomo anziano ma ventitrè anni prima era uno dei maggiori esperti italiani di serial killer, prima cioè che una tragica vicenda familiare lo costringesse a lasciare la polizia e trovarsi davanti a un bivio: suicidarsi o cambiare identità. Quel signore riservato che di tanto in tanto compare tra le stradine del borgo, Rambaldi lo ha già visto. Lo riconosce. È lui, Crespi, il superpoliziotto dei casi impossibili, la fonte decisiva dei suoi studi di criminologia, l’autore di “Cacciatore di anime”. Sarà Crespi l’asso nella manica di Rambaldi? Il capitano ci spera.

Ho letto il romanzo di Romano De Marco ripensando ad un nostro precedente incontro a Salerno. Sto scrivendo un thriller diverso dagli altri, è  ambientato in un paesino del centro Italia, mi disse uscendo dal ristorante dove avevamo cenato con altri amici. Pochi dettagli – raccontati con l’entusiasmo di un principiante…si chiama umiltà dei grandi – che ho ritrovato puntualmente nelle 284 pagine del libro. “Il cacciatore di anime” è essenzialmente un romanzo di luoghi; lo scenario di Peccioli prevale evidentemente su ogni altro elemento del racconto: i personaggi – molto diversi tra loro e tutti perfettamente incastonati nella trama, uomini e donne (le voci femminili segnano un passo in avanti nella maturità di scrittore di De Marco) – la storia, ben congegnata, con meccanismi e incastri che tengono sulla corda il lettore fino alla sua conclusione, con un doppio finale. Il rapporto umano e professionale tra Rambaldi e Crespi – l’allievo e il suo maestro – è credibile, non cede a stereotipi e non deflagra nella retorica. Lo stesso vale per la vicenda sentimentale di Daria Del Colle, la consulente del Comune che non resiste al fascino del bel capitano, e che rischierà di rimanere invischiata nella tragica spirale di violenza. Il personaggio di Daria è tra quelli meglio riusciti del romanzo. Insomma, gli ingredienti del buon thriller ci sono tutti e la qualità della scrittura, come al solito, è molto alta. Non vi resta che leggerlo. 

Angelo Cennamo

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33 INDAGINI PER SARTI ANTONIO – Loriano Macchiavelli

Sarti Antonio, sergente. È lui il protagonista di queste 33 storie brevi raccolte in un’antologia di mille pagine, che Sem ha deciso di pubblicare per riportare in libreria e ridare lustro a uno dei maestri indiscussi di un genere per troppo tempo giudicato “altra” letteratura. Storie di delitti, trame noir, ma anche lo spaccato divertente di un’Italia genuina, popolare, bigotta, operosa. Quello di Macchiavelli è un giallo impegnato e teatrale, archetipo di un filone saccheggiato da molti altri autori arrivati dopo di lui. Sarti Antonio è un poliziotto come tanti. Non è un eroe ma uno sprovveduto, un esperto di nulla. Se non fosse per il suo amico Rosas, lo studente miope che gli fa da consulente, i casi ai quali controvoglia gli tocca lavorare resterebbero degli enigmi irrisolti. A fare da sfondo alle sue avventure c’è una Bologna malinconica, indolente, a volte afosa, respingente. I gialli di Macchiavelli raccontano l’Italia meglio di tanta narrativa mainstream e Sarti Antonio è un personaggio vero, indimenticabile. Uno di noi.

Angelo Cennamo

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