IL REGNO DELLE ULTIME POSSIBILITA’ – Steve Yarbrough

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Quando scrivo queste poche righe, Il regno delle ultime possibilità è l’unico romanzo disponibile in Italia di Steve Yarbrough, autore del Mississippi come William Faulkner, Eudora Welty, John Grisham. Grazie a Nutrimenti, casa editrice da sempre attenta ai fenomeni letterari americani meno reclamizzati dai media, ho avuto modo di conoscere questo scrittore, del quale, confesso, sapevo ben poco. Comincerò dalla fine: Yarbrough scrive meravigliosamente, e se gli altri suoi romanzi seguono questi  standard (non posso saperlo),  il nostro Steve merita la stessa considerazione di certi autori più popolari e blasonati di lui, nati grosso modo alla fine degli anni Cinquanta. “Il regno delle ultime possibilità” è un romanzo solido nella struttura, con personaggi credibili, e contiene molti dei topoi della narrativa americana: il viaggio, un certo vissuto familiare, i fallimenti professionali, la crisi economica, la provincia con i suoi riti omologanti. Kristin e Cal sono una coppia di cinquantenni che dalla California trasloca nel Massachusetts. Lui è un musicista disoccupato, lei docente di un’università prestigiosa, costretta dalla recessione a trasferirsi in un college statale poco distante da Boston. Kristin conosce Matt, il suo vicino di casa, molto più giovane di lei, e se ne innamora. Matt, che un tempo faceva  il librario, come gli altri due protagonisti del racconto ha alle spalle un matrimonio e un lavoro finiti male. Oggi si guadagna da vivere in una gastronomia italiana ma la passione per la letteratura non l’ha mai abbandonato, tanto che a sugellare la relazione con Kristin sarà proprio un libro: Le braci di Sandór Márai, uno dei tanti che fanno capolino nel romanzo (tra una pagina e l’altra Yarbrough semina citazioni di diversi scrittori, e a un certo punto del racconto  fa perfino rivivere Richard Yates e lo fa incontrare con Matt –  il romanzo è, tra le altre cose, un generoso tributo alla letteratura del Novecento. La relazione extraconiugale di Kristin occupa buona parte della storia; la descrizione a due voci che ne fa Yarbrough non è mai banale, scontata. I due amanti si studiano, sono trattenuti, sì trattenuti: c’è qualcosa che impedisce loro di vivere appieno il sentimento che li ha colti improvvisamente quella sera in cui Matt si era adoperato per liberare la cantina allagata dei suoi nuovi vicini. Il silenzio, lo sguardo, l’abbraccio. Kristin “aveva perso l’uomo che amava e ne aveva sposato un altro per qualcosa di meno dell’amore”, ma è abbastanza per mandare all’aria il suo attuale matrimonio? “Ognuno dei due avrebbe usato l’altro per un po’ di tempo, per placare qualche bisogno insoddisfatto”. Yarbrough ha scritto un romanzo tenero e doloroso, una storia d’amore e di solitudini nella quale ciascuno può ritrovare una parte di sé, riconoscersi insomma. Yarbrough racconta la quotidianità alla maniera di Carver e di altri autori di quella tradizione (Amy Hempel). Il detto e il non detto si alternano in una narrazione sempre limpida e vivace. La lingua è scarna ma melodiosa, calda, poetica.

Angelo Cennamo                                                 

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WALLACE E FRANZEN, AMICI E RIVALI

Franzen e Wallace

Uno dei fenomeni più interessanti degli ultimi trent’anni della letteratura americana è stata l’amicizia-rivalità tra Jonathan Franzen e David Foster Wallace. Entrambi nascono come autori postmoderni: Wallace esordisce nel 1987 con La scopa del sistema, la rielaborazione della tesi di laurea in filosofia; Franzen, due anni dopo, pubblica La ventisettesima città, il suo libro meno conosciuto, cui seguirà, nel 1992, Forte movimento, il giallo ambientalista che in tempi non sospetti e ad altre latitudini anticipa la vicenda napoletana della Terra dei Fuochi. E’ qui che le strade dei due scrittori iniziano a divergere. Wallace rimane fedele al suo ruolo di status author, sperimenta nuovi linguaggi allargando il perimetro narrativo dei maestri del genere: DeLillo, Pynchon, Barth; La ragazza dai capelli strani e Brevi interviste con uomini schifosi  sono raccolte originalissime e innovative, al netto delle critiche di Bret Easton Ellis che nel primo dei due libri vede i riflessi di Meno di zero. Infinite jest, lo zenit di un percorso geniale e ineguagliabile che consacrerà Wallace tra i grandi scrittori contemporanei. Franzen si rimette in discussione puntando alla tradizione. Diventa un contract author, stipula cioè un patto con i lettori: ditemi cosa volete leggere e io ve lo scriverò. Nel 2001, Le correzioni inaugura un filone nuovo, ma nel solco di una narrativa classica nella quale lo scrittore di Western Springs sembra sentirsi più a suo agio. Franzen ha deciso di raccontare l’America attraverso storie e conflitti familiari, prerogativa tutta femminile fino ad allora. Il grande successo de Le correzioni apre le porte ai successivi romanzi Libertà e Purity, che confermano proprio quella linea dickensiana. Di Franzen e Wallace insieme, a noi italiani, resta il ricordo di una fugace apparizione a Capri. Era il giugno del 2006. Antonio Monda li aveva invitati sull’isola per il festival Le Conversazioni. Con loro c’erano anche altri giovani protagonisti della letteratura anglosassone: Zadie Smith, Jeffrey Eugenides, Nathan Englander. Di lì a poco – il 12 settembre del 2008, nel corso della lunga preparazione del suo libro forse più ambizioso ( poi divenuto Il re pallido) – Wallace avrebbe mollato definitivamente le redini della propria stabilità emotiva e si sarebbe impiccato nella sua casa di Claremont, in California. Franzen – chi altro? – ne avrebbe celebrato gloria e intimità in Più lontano ancora, il saggio-orazione funebre che traccia le tappe di questa amicizia ormai leggendaria.

Angelo Cennamo

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LA VITA BUGIARDA DEGLI ADULTI – Elena Ferrante

La vita bugiarda degli adulti - Elena Ferrante

Anni Novanta. Giovanna è una ragazzina fragile, insicura, figlia di due insegnanti della Napoli bene, e voce narrante di questa storia che Elena Ferrante fa uscire a cinque anni di distanza dall’ultimo capitolo della quadrilogia de L’amica geniale. Cinque anni, il tempo nel quale si è consacrata tra le più popolari scrittrici del pianeta con oltre undici milioni di copie vendute, film, documentari, fiction, e il solito rebus sull’identità sul quale fingiamo di interrogarci senza venirne a capo. Domenico Starnone? Anita Raja? Entrambi? Nessuno dei due? Poco importa.

Resta il fatto che misurarsi col successo di un’opera così complessa e perfettamente calata nel contesto spazio-temporale come la lunga vicenda dell’amicizia di Lila e Lenù, non poteva non risultare per l’autrice una sfida impegnativa, quasi improba, un fardello che assorbe energie, idee, creatività. Una scommessa complicata sotto ogni punto di vista, insomma. L’ha vinta, la Ferrante, questa sfida? Secondo me, no. La vita bugiarda degli adulti nella sua prima parte si sviluppa intorno alle paure della giovane protagonista, quella per esempio di diventare brutta come la sorella di suo padre “sta facendo la faccia di Vittoria”. Vittoria è il personaggio meglio riuscito del libro. Ignorante, rancorosa, scorbutica, sboccata: mi ha ricordato Federì, l’artista incompreso di Via Gemito, il romanzo con cui Starnone si aggiudicò il premio Strega nel 2001. Già, Starnone. La strana amicizia nata tra la piccola Giannì e la ribelle zia Vittoria, allontanata da tutti per aver intrattenuto diciassette anni prima una relazione con un uomo sposato con figli, poi deceduto, è la traccia più interessante del racconto, che, come dicevo, nella sua prima parte si sviluppa con dei toni frizzanti ed originali. E’ mancato però tutto il resto. La storia di Giovanna, con lo scorrere delle pagine, sembra avvitarsi su stessa senza seguire una direzione convincente. A deludere è prima di tutto la visione del tempo. Il romanzo è ambientato negli anni Novanta, ma la Ferrante questi anni non ce li mostra né con le immagini né con le parole: il lessico, i dialoghi “La feci entrare, aveva sul braccio una camicia da notte con un merletto bianco”, le situazioni in cui vengono a trovarsi i personaggi, sembrano appartenere a un altro tempo, sospeso tra il dopoguerra e gli anni Sessanta. E’ qui che la storia finisce per ricalcare le geometrie e la grammatica de L’amica geniale, con la Ferrante che non si avvede di riscrivere lo stesso romanzo. Cosa resta? Certamente l’impronta di una narrativa che riflette bene il mondo femminile, che sa raccontarlo  – è la cifra di Elena Ferrante, da L’amore molesto in avanti, ma che in questo caso si ferma sulla soglia di un nuovo che non riesce a prendere corpo. Che fatica a spogliarsi dei sentimenti e delle voci che brulicano in quello stradone di periferia da dove iniziò l’imprevedibile e vertiginosa scalata verso il successo.

Angelo Cennamo

   

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SEI MIA – Eleonora de Nardis

 

SEI MIA - Eleonora de Nardis

 

“L’amore che dai non è mai l’amore che ricevi”

E’ la frase, forse, che racchiude il senso di Sei mia, romanzo d’esordio di Eleonora de Nardis, sociologa, saggista, conduttrice televisiva, che mi è capitato di incrociare in una recente trasferta romana in occasione della presentazione del libro di una nostra amica comune (Francesca Sbardellati). Ho divorato il romanzo di Eleonora in treno, durante il viaggio di ritorno – adoro leggere in treno. E’ una storia vera oltre che una storia ispirata ad un fatto vero, scritta in prima persona con un taglio giornalistico – Eleonora è prima di tutto una giornalista. Il ritmo è incalzante, senza pause né cali di tensione, la prosa è leggera, diretta, empatica. Sei mia – come suggerisce il titolo – è un romanzo sul possesso e sulla mistificazione dei sentimenti. Elisabetta, giovane madre e giornalista precaria, trova in Massimo un confidente, “uno scoglio a cui aggrapparsi”, prima ancora dell’avvocato che dovrà aiutarla ad uscire da un passato complicato. Si accende la passione. Lui è sposato con figli, lei sta divorziando. Premure, attenzioni, regali: Massimo è un professionista generoso e danaroso, Elisabetta invece deve far quadrare i conti: fitto, bollette, debiti. Sì, Massimo è decisamente un approdo salvifico, la proiezione di un amore possibile, solido, duraturo. Ma dietro quello sfavillio di promesse iniziali si nasconde ben altro: l’immagine dell’uomo innamorato e galante che Elisabetta ha conosciuto nel momento più buio della sua vita inizia poco alla volta a sbiadirsi. Inizia un nuovo calvario fatto di gelosia, ossessioni, violenza. Elisabetta ne è vittima consapevole, soggiogata dal carisma e dalla forza economica di un uomo che da compagno affettuoso si trasforma in carceriere, molestatore, incubo. Sei mia è un libro spietato, crudo, denso di umanità, anche istruttivo, con un finale amaro ma rassicurante. La parola chiave è Aletheia, che in greco antico è il dischiudimento, la rivelazione, la verità. Nel caso di Elisabetta anche la meritata catarsi.

Angelo Cennamo

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IL COLIBRI’ – Sandro Veronesi

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Leggendo la storia di Marco Carrera, l’oculista fiorentino soprannominato Il colibrì perché fino ai quattordici anni cresceva piccino, più basso dei suoi coetanei, la mente corre ad un altro personaggio di Sandro Veronesi, il più riuscito della sua spessa produzione letteraria: Pietro Paladini. E’ il destino di tutti gli scrittori che hanno alle spalle un capolavoro ineguagliato, osannato, citato, copiato, accaparrato dal cinema, e che inevitabilmente diventa termine di paragone per ogni altro libro successivo. La lista è lunga, da Dave Eggers ad Aldo Busi. Caos calmo ha marchiato a fuoco Veronesi, catapultandolo sull’olimpo dei romanzieri italiani. Attendersi qualcosa di meglio o alla stregua di quel racconto prodigioso, denso di tenerezza, introspezione, comicità, sarebbe stato troppo. Con Il colibrì Veronesi però ci ha restituito se non altro il clima della sua opera migliore. È una storia borghese quella di Marco e delle donne che gli girano intorno: la moglie, l’amante, la sorella, sua figlia, legata a lui da un filo invisibile, lo stesso ma diverso che spingeva Pietro Paladini ad accamparsi davanti alla scuola della sua bambina. Il lutto, lì come qui. Il colibrì è una storia di donne – che tradiscono, che amano a distanza, che soffrono tutte, che danno vita a un mondo nuovo – ma è soprattutto un romanzo sull’elaborazione del lutto. Come il soprannome che si porta dietro, Carrera mette tutte le sue energie nel restare sospeso, riuscendo a fermare il tempo e il mondo intorno a sé. E restando immobile, riesce a percorrere una strada lunga e avventurosa perché è il mondo “a scivolare sotto i suoi piedi”. Tutto precipita, ma oltre la dissoluzione di una vita tradita da false convinzioni e dall’illusione dell’amore, davanti a Marco si spalanca la speranza di un futuro migliore, inaspettato, miracoloso. Miraijin, L’uomo del Futuro, è la metafora di un tempo che declina e di un altro che si schiude all’insegna di nuovi ideali. Il colpo di coda di una storia che ci regala un po’ di stupore e tanta commozione. Sandro Veronesi ha scritto il romanzo che ci aspettavamo da lui, il suo romanzo.

Angelo Cennamo

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FEBBRE – Jonathan Bazzi

 

FEBBRE - Jonathan Bazzi

Se vuoi fare lo scrittore e ti chiami Jonathan, sei già a buon punto. Ce ne sono troppi nella letteratura, scrive Franzen in Purity. Ma il Jonathan di cui voglio parlarvi non è del Midwest degli Stati Uniti, abita a Rozzano – Rozzangeles – estrema periferia sud di Milano, terra di rapper e non solo. Non ti liberi di Rozzano, scrive lui, lui è Jonathan Bazzi: te la porti dietro. Febbre è il suo libro d’esordio, un memoir per raccontare la scoperta di una malattia subdola, sfiancante, incessante: la sindrome da HIV. Bazzi lo fa con leggerezza e intensità, alternando i dettagli biomedici al romanzo della propria storia familiare. Figlio per sbaglio di due genitori giovani e sprovveduti separatisi poco dopo la sua nascita, chiamato così per il titolo di un programma televisivo di Ambrogio Fogar, Jonathan cresce nel melting pot di una parentela un po’ terrona un po’ lombarda. Milano è lontana, la Terra Promessa dove approdare per scrollarsi di dosso miseria, pregiudizi, iella. La notizia dell’HIV non sembra scuoterlo più di tanto, è quasi un sollievo: le alternative potevano essere peggiori. La scuola, i centri commerciali, il degrado, la toponomastica di Rozzano, i colori ancora vivi di una napoletanità animosa filtrata attraverso la migrazione, l’ospedale, gli amici, il fidanzato Marius, la narrazione di Bazzi è ampia, densa di fatti, dettagli, riflessioni. Bazzi sa scrivere, è perfettamente calato nel suo tempo, è il volto nuovo di un canone – italiano – che non può prescindere da certi linguaggi. Bazzi li conosce. Li applica. Il romanzo non è morto, il romanzo continua con giovani autori di talento, Bazzi è tra questi. Provaci ancora, Jon.

Angelo Cennamo

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COSMOPOLIS – Don DeLillo

COSMOPOLIS - DELILLO

La rilettura di autori impegnativi come DeLillo offre nuovi spunti di riflessione. Alcune nebbie si diradano, altre permangono (di DeLillo, come di Pynchon, John Barth o Foster Wallace, non si può capire tutto). Cosmopolis esce nel 2003, a ridosso dell’attentato alle Torri Gemelle. Il romanzo si apre con una dedica a Paul Auster, scrittore di Newark come Philip Roth, al quale il vecchio Don è legato se non altro da una comune impostazione postmoderna: Cosmopolis è virtualmente il quarto romanzo della celebre trilogia newyorchese di Auster. Un libro apocalittico, per due terzi ambientato dentro una Limousine con pavimento in marmo di Carrara “estratto dalle cave dove Michelangelo, mezzo millennio prima, aveva sfiorato con la punta del dito la bianca pietra stellata”, in un tempo che sfida le leggi della fisica: accelera, poi rallenta, si dilata. Il miliardario Eric Packer ha voglia di tagliarsi i capelli, esce dal suo grattacielo di duecentosettantametri, dove abita all’ottantanovesimo piano, monta in macchina. Inizia così il viaggio racconto di una giornata interminabile, di una vita, di un matrimonio d’amore e di interessi con la giovane poetessa Elise – i due si incrociano al semaforo, al ristorante, in libreria – di investimenti sbagliati, di ricordi più o meno vividi. La Limousine di Packer solca una New York distratta, la metropoli di Underworld, brulicante di uomini d’affari e mendicanti, tra tumulti e sbarramenti per la visita del presidente degli Stati Uniti. “Gli uomini pensano all’immortalità” dice la bella Kinski a Eric. Di questa frase DeLillo, qualche anno più tardi, ne farà l’incipit di Zero KTutti vogliono possedere la fine del mondo”. La vita, la morte, il denaro che fluttua, l’inafferrabile senso del tutto, Cosmopolis è una lunga riflessione sull’ineluttabilità. Il senso estetico delle parole ci colpisce più di ogni altra cosa. Parole ordinate, misurate, incastonate nella pagina come diamanti in un diadema. Le forme, i suoni. Le parole di DeLillo non vanno solo lette, vanno osservate, sono belle anche da vedere. Se coltivate l’ambizione di scrivere, non buttate soldi in corsi di scrittura, leggete questo libro. Ah, dimenticavo: la traduzione è di Silvia Pareschi.

Angelo Cennamo

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MENO DI ZERO – Bret Easton Ellis

 

 

Meno di zero - Bret Easton Ellis

 

Cos’è giusto? Se si vuole una cosa, è giusto prendersela. Se si vuole fare una cosa, è giusto farla

Tutte le volte che si parla di Bret Easton Ellis, prima o poi la discussione finisce su David Foster Wallace, sulla la rivalità, contesa, acredine, invidia? – chiamatela come vi pare – che si è scatenata tra questi due giganti della letteratura moderna americana, diciamola tutta, per futili motivi. Data la mia passione/amore per Wallace, per anni  mi ero imposto di non acquistare libri di Ellis – a dire il vero Ellis mi stava proprio sulle balle. Una vera sciocchezza. Ma quanto vi sto raccontando non è affatto interessante. Veniamo allora al romanzo, il primo di Ellis, pubblicato nel 1985, a meno di vent’anni, la stessa età del Moravia de Gli indifferenti. Meno di zero – Less than zero – è un libro senza trama, il ritratto di una gioventù bruciata, biondissima, abbronzatissima, vissuta, sopravvissuta sarebbe più corretto, negli ambienti glamour della Los Angeles degli anni Ottanta. Clay, voce narrante, è come gli altri un ragazzo annoiato, strafatto di cocaina e valium. Genitori divorziati, un padre manager con lifting e trapianto dei capelli – biondissimo anche lui – madre alcolizzata e sotto analisi come il figlio. Clay si divide tra Blair, con la quale ha o ha avuto una relazione – i due fanno sesso, si perdono, poi si ritrovano, lei ama lui, lui non ama lei, o forse si amano entrambi senza saperlo, senza averlo capito fino in fondo – e l’amico Julian, altro protagonista del romanzo, altro bel personaggio, ragazzo introverso, schivo, finito in un brutto giro di droga e di prostituzione. Giornate vuote, vite devastate dalla solitudine, logorate dal lusso, dall’ignavia. Lo chiamano “edonismo reganiano”, ma qui c’è molto di più. Ellis spinge sull’acceleratore e ci regala un racconto potente, crudo, senza pietà né tenerezza, con un finale in crescendo. Clay è figlio di Caulfield Holden – l’adolescente sbandato di Salinger, che dopo essere stato espulso dal liceo, bighellona per New York pur di ritardare l’annuncio della brutta notizia ai genitori – e di Alexander Portnoy, il ragazzo psicanalizzato del capolavoro giovanile di Philip Roth. Clay che da una cabina telefonica di Beverly Hills chiama il suo psichiatra e gli dice “Non credo che lei mi sia di grande aiuto”, prima di mandarlo affanculo, dà voce ad una nuova consapevolezza, è una delle scene più significative e riuscite di questo racconto, che con Imperial bedrooms, venticinque anni dopo, avrà il suo sequel. Mancano poche pagine alla fine, le migliori. La letteratura è alta quando sa interpretare un’epoca, tutto il resto è intrattenimento. Dieci e lode al giovanissimo Bret Easton Ellis.

Angelo Cennamo

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CAPE FEAR – John D. MacDonald

 

CAPE FEAR - John MacDonald

 

“La notte era buia e il cielo era alto, e il mondo era un posto molto grande

Uscito la prima volta nel 1958, Cape Fear è uno di quei romanzi prima o poi destinati al cinema, indimenticabile la versione di Martin Scorsese con Bob De Niro nel ruolo di Max Cady. Di John MacDonald – unico scrittore di thriller ad aver vinto il National Book Award – in Italia sapevamo pochissimo prima che Mattioli1885 – casa editrice esperta nel ripescaggio di grandi autori americani semisconosciuti – si decidesse a ripubblicarlo con la collaborazione dell’ottimo Nicola Manuppelli, traduttore anche di altri scrittori dimenticati come A.B. Guthrie, Andre Dubus e Don Robertson.

Cape Fear è un romanzo breve dalla trama perfetta e con pochi personaggi, tutti ben delineati dall’autore. Sam Bowden era un giovane tenente quando durante la guerra assistette, per caso, allo stupro di una quattordicenne ad opera di una recluta chiamata Max Cady. Sam avrebbe potuto fingere di non vedere, farsi gli affari propri, ma intervenne: denunciò lo stupratore, testimoniò al processo e Cady si beccò l’ergastolo. Da allora sono passati più o meno tredici anni. Sam oggi è uno stimato avvocato e ha messo su una meravigliosa famiglia. Max nel frattempo ha ottenuto uno sconto di pena ed è uscito dal carcere con un solo obiettivo: vendicarsi. Quando Sam se lo ritrova davanti non impiega molto a capire cosa lo attende. Cape Fear è un thriller ad alta tensione, denso di sfumature, nel quale ci si interroga su tema di grande attualità: farsi giustizia da sé quando lo Stato non ha gli strumenti per difenderci. Max Cady è un personaggio astuto, piomba nella vita tranquilla del suo accusatore come un sasso gettato in uno stagno: nell’acqua i cerchi si allargano, Max studia i movimenti dei figli di Sam – Nancy oggi ha la stessa età della ragazzina che violentò durante la guerra. Si nasconde, osserva, poi ricompare, le sue intenzioni sono chiarissime, ma è un cittadino libero e fermare i suoi propositi omicidi è complicato anche per la polizia. Cosa fare? La paura dei coniugi Bowden cresce pagina dopo pagina. Il racconto è una corsa contro il tempo, tutto sembra precipitare, il finale è incandescente.

Angelo Cennamo

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INVERNO – Ali Smith

 

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Ali Smith, scozzese, classe 1962, si è imposta all’attenzione di mezzo mondo con un romanzo uscito nel 2017 intitolato Autunno, il primo di una quadrilogia ispirata alla ciclicità delle stagioni, della quale fa parte evidentemente anche il suo ultimo libro. Inverno è il racconto di una insolita vigilia di Natale vissuta da un blogger (Art), in Cornovaglia, in compagnia di sua madre (Sophia), della zia (Iris) e della finta fidanzata (Lux nei panni di Charlotte). Art è un personaggio poco empatico, un Peter Pan tecnologico che navigando in rete si è inventato uno strano mestiere: scova pirati di copyright e li segnala alle aziende. Art scrive articoli sulla Natura, ma con gli esseri umani non sembra avere la stessa dimestichezza che ha con i computer e gli smartphone. Alla vigilia di Natale offre mille sterline a una sconosciuta per portarla con sé in Cornovaglia e presentarla alla madre come la fidanzata Charlotte, con la quale ha da poco litigato. Lux è una ventenne piena di piercing, una sbandata apparentemente anche poco istruita “I polsi hanno quella sottigliezza della bambina che è stata fino all’altro ieri, le caviglie che sbucano dagli scarponcini sono nude e magre in modo commovente”. Nel corso della storia la finta Charlotte si rivelerà un elemento centrale, decisivo, forse il personaggio più riuscito del romanzo. E intorno alla sua identità, dichiarata, negata, inutilmente confessata, si dipanerà un divertente gioco di specchi dai riflessi filosofici. Inverno è un libro di non facile lettura, un condensato di mille storie nelle quali il privato si mescola al pubblico, il presente al passato: la Brexit, il clima, internet, i social, i migranti. Ali Smith scompone e ricompone la struttura del racconto, sovrappone ed estrapola. La sua scrittura segue un tracciato di essenzialità, la giusta scorciatoia per dire tanto con meno parole possibili. La prosa della Smith somiglia a quel gioco dei puntini, unendo i quali si disegna la figura intera. Perdersi nei suoi virtuosismi, in quell’incedere sincopato e sinuoso, nel suo realismo isterico – espressione coniata per un’altra Smith (Zadie), è la vera sfida per i lettori. Inverno è dissacrante, tenero e assurdo, una grande prova d’autore. Il romanzo postmoderno è ancora vivo e si muove nella direzione che ci indica Ali Smith.

Angelo Cennamo                                      

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