SPAVENTO – Domenico Starnone

 

STARNONE

Se sotto le mentite spoglie di Elena Ferrante si nasconda o meno Domenico Starnone – giornalista napoletano, autore di numerosi racconti e di romanzi, alcuni dei quali ambientati nel mondo della scuola –  non spetta a me dirlo. Francamente non lo so, e se dovessi giudicare da quello che ho letto finora di entrambi, mi verrebbe da dire di no: Elena Ferrante non è Domenico Starnone. Almeno, non credo che lo sia: dove lo troverebbe il tempo Starnone di scrivere – di scrivere così bene –  e di pubblicare per sé e per il suo alter ego? No, non può essere. Un paio di cose in comune però questi due autori ce l’hanno: innanzitutto le origini napoletane, e poi uno stile narrativo elegante, ricercato, attento alla forma e alla musicalità delle parole. Starnone è uno scrittore colto, impegnativo, per quanto la sua prosa risulti piacevolmente scorrevole. Nel 2009 per Einaudi pubblica Spavento, un romanzo ostico che affronta temi scabrosi e forse poco allettanti per un pubblico giovanile. Pietro Tosca è un uomo anziano che non vuole in nessun modo consegnarsi alla malattia e alle cure. Fa di tutto per sfuggire alle pressioni della moglie Silvia che vuole costringerlo a fare degli esami clinici dopo aver sognato la sua morte. Pietro non crede ai sogni premonitori, ma è un ipocondriaco, si convince di avere un brutto male, lo avverte dalla “sindrome del corpo sfiduciato“. Preferisce però non sapere, non approfondire, e affidarsi al destino. E’ un bravo sceneggiatore, ma troppo vecchio da incrociare i nuovi gusti del pubblico. Gli affiancano allora una collega, giovane, disinibita e molto ambiziosa. Pietro si illude che quella benevolenza mista di ammirazione possa nascondere qualcos’altro. La malattia intanto avanza, non gli dà tregua, e quella strana idea di piacere alla ragazza piano piano svanisce “nessuna persona giovane e sana può desiderare veramente una pelle invecchiata , carni vuote, muscoli flaccidi, bocca guasta “, il corpo usurato di un settantenne. Ma lo spavento di Pietro è anche quello dell’autore che sta scrivendo la sua storia . Il racconto si trasforma così in un gioco di specchi nel quale le vicende dello  scrittore e quelle del personaggio inventato si intrecciano e si modificano a vicenda. Lo scrittore si ammala per davvero. Nel letto di ospedale continua a scrivere la storia di Pietro, che prende le sembianze della sua vita reale, dell’ambiente che lo circonda. Accanto a lui, un vecchio ingegnere moribondo diventa la sponda obbligata dei suoi deliri e la fonte inconsapevole di quella strana ispirazione. Nel suo vicino di letto lo scrittore ritrova Pietro Tosca, il protagonista del racconto che sta scrivendo. Verità e finzione allora si alternano per dare sostanza a un romanzo sinuoso, ironico, ben scritto, ma di non facile fruizione. La trama infatti finisce troppe volte per avvitarsi su se stessa, trascinando il lettore in un’ atmosfera un po’ cupa e a tratti noiosa. Starnone ha scritto di meglio.

Angelo Cennamo

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UN AMORE – Dino Buzzati

Un Amore Buzzati

“Era una delle tante giornate grigie di Milano, però senza la pioggia, con quel cielo incomprensibile che non si capiva se fossero nubi o soltanto nebbia al di là della quale il sole, forse”.

Sullo sfondo di una metropoli operosa e malinconica Dino Buzzati imbastisce la trama di Un Amore, il suo unico romanzo erotico, pubblicato nel 1963, cinque anni dopo i Sessanta racconti che gli valse il premio Strega.

“E’ nuda, inginocchiata sul letto, aperta dinanzi a lui, lo fissa con occhi impertinenti. Mentre Antonio la fissa in adorazione, intimidito da tanta sapienza istintiva, lui con tutto il suo ridicolo armamentario letterario nella crapa”. Lei è Laide Anfossi, prostituta minorenne e ballerina part-time alla Scala. Lui è Antonio Dorigo, stimato architetto sulla soglia dei cinquant’anni, risucchiato inconsapevolmente nel vortice di un sentimento ossessivo e autodistruttivo. Dorigo ha quasi lo stesso cognome di Giovanni Drogo, il protagonista de Il Deserto dei tartari il più bel romanzo del novecento italiano che Buzzati scrisse ventitré anni prima, quasi agli esordi della sua brillante ed eclettica carriera artistica. Come Drogo, l’ufficiale che attende invano la carica dell’esercito nemico, Dorigo anela a un amore impossibile per una donna trent’anni più giovane di lui, cinica e spregiudicata, che lo trasforma in un essere abbietto, in un verme.

Lei gli vende il corpo ma lui pretende anche l’anima, e allora quegli incontri saltuari di sesso a pagamento nel bordello dalla signora Ermelina, si trasformano via via in un morboso concubinaggio durante il quale l’architetto subisce le peggiori umiliazioni e angherie. I dubbi, i sospetti e i tormenti di Antonio sono il lungo flusso di coscienza intorno al quale si sviluppa una storia appassionante ma angosciante anche per lo stesso lettore, che partecipa inerme alla sofferenza di un uomo completamente soggiogato da quella puttanella strafottente e bugiarda che di persone come Antonio poteva trovarne a decine. Dorigo vorrebbe svincolarsi da quel giogo crudele e beffardo ma è più forte di lui  ‎”Ora si accorge che, per quanto egli cerchi di ribellarsi, il pensiero di lei lo perseguita in ogni istante millimetrico della giornata, ogni cosa persona situazione lettura ricordo lo riconduce fulmineamente a lei attraverso tortuosi e maligni riferimenti”.

Un Amore è il racconto di un’umiliazione e della solitudine di un uomo di mezza età, incapace di vivere la normalità familiare dei suoi coetanei ( siamo nell’Italia dei primi anni Sessanta) e che finisce per smarrirsi nelle menzogne di una ragazzina irrequieta e viziata. Buzzati, da vero maestro della letteratura, quasi un postmoderno ante litteram, ci sorprende con una tecnica narrativa dai mille registri e con una punteggiatura talvolta completamente assente che ci riporta a certi autori americani dei primi anni Duemila.

Angelo Cennamo

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OLIVE KITTERIDGE – Elizabeth Strout

OLIVE KITTERIDGE

Dov’è il Maine? Sulla mappa degli Stati Uniti è quel quadratino piccolo piccolo, in alto a destra, lontanissimo dai grattacieli di New York, dalle spiagge assolate della California e dalle mille luci di Las Vegas. E’ un’America diversa, silenziosa, rurale, disadorna, ma ricca di umanità. Crosby è un villaggio minuscolo, senza storia, affacciato sull’Oceano Atlantico. In questo angolo così remoto e insignificante dove la gente si incontra al bar sul molo o nel vicino negozio di ciambelle, Elizabeth Strout ambienta una serie di racconti nei quali risalta la figura di una donna che conosce tutti e che tutti conoscono; il suo nome è Olive Kitteridge. Alta, grossa, dallo sguardo arcigno e dai modi ruvidi, Olive è un’insegnante di matematica in pensione “che mai in vita sua si era dimostrata minimamente cordiale, e neppure educata”. Suo marito Henry, uomo mite, accomodante e molto religioso, gestisce una farmacia. I due hanno un figlio – Christopher –  scostumato, goffo e introverso, un uomo di 38 anni ( che la Strout definisce di mezza età) sposato con Suzanne, una ragazza ricca e presuntuosa, conosciuta per caso nel suo laboratorio di podologo, dove lei è entrata per curare un’unghia incarnita “che strano modo di incontrarsi”. I Kitteridge sono una famiglia come tante altre. Tra gioie, dispiaceri e qualche segreto inconfessato, trascorrono giornate anonime, ripetitive: la vita di provincia è la stessa ad ogni latitudine. Olive ha detestato la nuora – “miss so tutto” – fin dal giorno del suo matrimonio “pensa di conoscere Chirstopher così bene da sposarlo dopo poche ‎settimane”. In alcune delle pagine più esilaranti del libro l’anziana prof si diverte a rubare un reggiseno e una scarpa della nuora e a scarabocchiare un suo maglione con un pennarello nero. La rivincita di Suzanne però non si fa attendere: dopo pochi anni di matrimonio lei e suo marito lasciano il Maine per trasferirsi in California. Tragedia. Quando Olive vede il cartello “Vendesi” sulla casa che lei ed Henry avevano costruito per il loro unico figlio “fu come se schegge di legno le trapassassero il cuore. A volte piangeva con tale fragore che il cane uggiolava e tremava, e le premeva il naso freddo contro il braccio”.  

Perché le storie di Elizabeth Strout ci piacciono così tanto da essere premiate col Pulitzer? Forse perché  in quei racconti non accade quasi mai nulla oltre lo scorrere inesorabile del tempo che fa somigliare il romanzo  alle nostre vite di lettori. Chi di noi non ha conosciuto una donna come Olive Kitteridge nella propria vita? Il successo dei libri di Elizabeth Strout dipende anche da questo: dalla loro ambientazione nel Maine, in quella landa desolata, abulica e incolore che ricorda la Macondo di Garcia Marquez, ma che la Strout riesce a trasformare in un mondo più ampio nel quale ciascuno ritrova i propri luoghi e le proprie radici. Olive Kitteridge è un romanzo di racconti divertenti in cui viene tratteggiata un’umanità spesso fragile, delusa, annoiata, ma capace di imprevedibili riscatti. Una grande prova d’autore che  ha già lasciato il segno nella letteratura americana moderna.

Angelo Cennamo

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A CIASCUNO IL SUO – Leonardo Sciascia

 

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Se vi capitasse di passare per Racalmuto, piccolo centro nella provincia di Agrigento, sul marciapiede del corso principale notereste una statua di bronzo che riproduce un uomo nell’atto di camminare. Tra le dita di una mano ha una sigaretta, l’altra mano è infilata nella tasca dei pantaloni, in un atteggiamento che in vita forse gli era abituale. Quell’uomo è Leonardo Sciascia. Lui, Verga, Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Bufalino, più recentemente Camilleri: avete mai riflettuto sul contributo che la Sicilia ha dato alla letteratura italiana? Sciascia, che ricordiamo soprattutto per romanzi come Il giorno della civetta e Todo Modo, ha incarnato, in particolare, la voce critica del siciliano dissidente, eretico rispetto ad una società assuefatta sia al male che al professionismo dell’antimafia. La sua testimonianza, unica, sempre attuale, che ha fatto di lui uno dei migliori autori italiani della seconda metà del ‘900, la ritroviamo in svariati saggi, racconti ed editoriali scritti sul Corriere della sera fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta a Palermo il 20 novembre del 1989. Nel 1966 Sciascia pubblica A Ciascuno il suo. Il romanzo è ambientato in un paesino qualunque della Sicilia, ma come accade solo ai grandi protagonisti della narrativa, quel microcosmo anonimo di poche migliaia di anime, attraverso la penna di Sciascia diventa uno spicchio di mondo nel quale ognuno può ritrovare la propria identità. Racconta il tuo villaggio e racconterai il mondo, diceva Tolstoj. Ricordate la Macondo di Garcia Marquez o la fortezza nel deserto dei Tartari di Buzzati o la cittadina di Holt nella trilogia della pianura di Kent Haruf o il Maine di Elizabeth Strout? Ecco, la Sicilia di Sciascia è solo un espediente geografico per raccontare l’eterna lotta tra il bene e il male, i drammi e le commedie di un’umanità variopinta, spesso indecifrabile. La storia ha inizio con una lettera anonima ricevuta dal farmacista Manno, ritrovato qualche giorno dopo morto ammazzato in una battuta di caccia insieme ad un suo amico, il dott. Roscio. Il duplice omicidio immediatamente scatena una ridda di voci e di sospetti che però sembrano escludere il vero movente e il reale bersaglio del delitto. Cosa avrà fatto di male il farmacista cacciatore che viveva tranquillo, non aveva mai avuto questioni e non faceva politica? Ma poi: siamo sicuri che l’assassino volesse colpire proprio lui e non invece il suo compagno di sventura? Il professor Laurana, uomo di lettere e investigatore per diletto, è convinto di aver risolto l’intricato caso. Ma Laurana era un cretino….. 

Angelo Cennamo

 

 

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GLI ANNI – Annie Ernaux

Gli Anni - Annie Ernaux

Annie Ernaux – classe 1940 – è tra le autrici più autorevoli della letteratura francese. Nel 2008 esce Gli Anni, il romanzo-mondo che ha scalato le classifiche dei libri raccogliendo numerosi premi. “Svaniranno tutte in un colpo solo come sono svanite a milioni le immagini che erano dietro la fronte dei nostri nonni morti da mezzo secolo, dei genitori morti anch’essi. Immagini in cui comparivamo anche noi, bambine, tra gli altri esseri scomparsi prima ancora che nascessimo, nella stessa maniera in cui ricordiamo i nostri figli piccoli assieme ai loro nonni già morti, ai nostri compagni di scuola”. Come accade che il tempo vissuto diviene la nostra vita? Gli Anni è il tentativo di raccontare se stessi sfogliando un album di vecchie foto. Ma anche il pretesto per allargare lo sguardo a un’intera generazione vissuta in Francia a cavallo degli ultimi due secoli, tra la seconda guerra mondiale e l’11 settembre del 2001. Ecco allora che il libro diventa una specie di biografia collettiva che offre al lettore un interessante spaccato di storia sociale, politica e di costume. Il romanzo-saggio si apre con gli stenti del dopoguerra e la liberazione. La piccola Annie non è mai stata a Parigi e a casa sua manca tutto, anche il gabinetto. Crescendo conosce il suo livello sociale e sa che è inferiore rispetto a quello delle compagne di classe. È una ragazza timida, occhialuta, ma con una valigia piena di sogni. La Francia deve fronteggiare l’insurrezione algerina, sono gli anni dell’esistenzialismo di Sartre e di Camus, nel Paese c’è molto fermento. La giovane studentessa trascorre il suo tempo pregustando la libertà e i primi amori. Le pagine più appassionanti del libro ci portano al Maggio francese “dappertutto nascevano movimenti, si pubblicavano libri e riviste, emergevano filosofi, critici, sociologi. Tutto andava in direzione di una nuova intelligenza, di una trasformazione del mondo… Niente di ciò che fino a quel momento era stato considerato normale veniva più dato per scontato: la famiglia, l’educazione, la prigione, il lavoro, le vacanze, la follia, la pubblicità…era finita l’epoca dell’ingenuità sociale… la parola chiave era Liberazione”. Sono questi gli anni più fecondi e più vitali della sua generazione “Leggere Charlie Hebdo e Liberation perpetuava la convinzione di appartenere a una gaudente comunità di rivoluzionari”. La guerra in Vietnam, le canzoni dei Beatles e quelle di Antoine, la pillola anticoncezionale, il consumismo: il mondo cambiava e la storia passava di lì. Annie ci stava dentro. Quel flusso magico e inebriante di film, musica, letteratura e politica la trascina verso l’agognata emancipazione: eccolo il femminismo. Il posto fisso nella scuola, il matrimonio, i figli  “il tempo si regolarizzava e scoprivamo la gioia dell’ordine”, ma anche il desiderio di trasgredire andando in vacanza da sole o semplicemente al cinema. Passano Les Annes, passano inesorabilmente, e Annie si ritrova adulta, fuori dal vortice di quella rivoluzione mancata, al centro di una routine familiare poco appagante. Ora sogna il passato non più il futuro. Ricorda una frase letta su Le Monde: “La Francia si annoia”. Le proteste contro Pinochet in Cile e nel resto del mondo sembrano portare un nuovo Maggio, ma il ’68, quel ’68, ormai è lontano. Il desiderio di rivivere una seconda giovinezza la spinge tra le braccia del giovane amante conosciuto dopo il divorzio “Quando fanno l’amore su un materasso posato per terra nel monolocale gelido di lui ha l’impressione di replicare scene della sua vita da studentessa” attimi di piacere dal retrogusto amaro, l’ultima illusione di riafferrare un tempo scappato via troppo in fretta “Mi ha strappata dalla mia generazione. Ma non sono entrata nella sua. Non sono in nessun tempo”. In una delle scene più tenere del romanzo, la protagonista, nuda, nel guardarsi allo specchio vede lo stesso corpo dei suoi sedici anni. Da allora ha smesso di crescere. Chapeau.

Angelo Cennamo   

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PERSECUZIONE – Alessandro Piperno

PERSECUZIONE

In quel villone sulla Cassia vive un ricco e affascinante luminare dell’oncologia pediatrica, stimato professore universitario, padre di due ragazzini complicati e marito esemplare di Rachel. Leo Pontecorvo ha il volto della buona borghesia romana, ebrea e di sinistra, con qualche peccatuccio giudiziario legato a una brutta storia di mazzette e a una frode fiscale. Nulla di grave, nulla di serio, soprattutto nulla di  paragonabile alla bomba atomica dalle sembianze umane che di lì a poco sta per deflagrare nella sua vita perfetta di uomo e di professionista affermatissimo a soli 48 anni. Del resto, come può immaginare il celebre cattedratico, il genio precoce della medicina infantile, che quell’invidiabile bolla di benessere e di imperituro ottimismo anche di fronte all’accusa di usura mossagli da un ex allievo, quella bolla gigantesca di serenità e di prosperità dentro la quale lui insegna, ama la propria moglie o semplicemente deambula, possa improvvisamente essere dissolta da un esserino fragile, silenzioso e invisibile come Camilla, la infida “troietta” dodicenne, travestita da innocua e perbene fidanzatina di suo figlio Samuel? Tutto era nato da quella (pessima) idea di portare Camilla in Svizzera per le vacanze di Natale. I suoi genitori avevano dato il loro assenso, e anche Leo aveva dato il suo “Pur sapendo che questo avrebbe prodotto un vulnus nella sua vita coniugale”. Un giorno il professore soccorre la ragazzina durante un attacco d’asma. Quel gesto, per un medico come lui del tutto ordinario e abituale, deve aver suggestionato la ragazzina al punto da spingerla a scrivere una lettera di ringraziamento e lasciarla… sul tavolo della cucina? All’ingresso? Sul letto matrimoniale dei signori Pontecorvo? No, la nasconde nel luogo più intimo e riservato di quel cottage vacanziero: il cassetto dove Leo, il dottor Pontecorvo, l’insigne scienziato, tiene le sue mutande. Le lettere diventano due, poi tre, poi quattro, e quel genio del professore, abilissimo chirurgo ma uomo poco pratico e concreto, incapace di fare la fila in banca anche per pagare la bolletta della luce, decide di rispondere di volta in volta a quell’assurdo e inspiegabile delirio grafico, forse per tenere  a bada “ la troietta” o semplicemente perché è un coglionazzo. E così, una sera d’estate, mentre gli altri ricchi residenti dell’Olgiata stanno per andare a cena in qualche ristorantino alla moda, freschi di mare e abbronzatissimi, la famiglia Pontecorvo si ritrova in cucina con la tv accesa sul telegiornale che ha appena sganciato la bomba atomica: Leo Pontecorvo è il molestatore sessuale di Camilla, la giovanissima fidanzatina di suo figlio. Boom! Silenzio, sgomento, incredulità, stordimento, nella mente di Leo si affollano mille sensazioni che diventano una sola: panico. Cosa dire? Come difendersi da quell’accusa abnorme, diffusa urbi et orbi, ascoltata da mezza Italia e scagliata come un pugno sul suo volto incredulo di uomo perbene, di sani principi, per quanto coglionazzo? Come smuovere quel macigno che gli è caduto addosso così all’improvviso?

Persecuzione racconta la storia di un uomo perbene che rimane vittima del pettegolezzo, della calunnia e dell’odio sociale, condannato, prima ancora che dai giudici, dall’opinione pubblica e dal silenzio dei suoi familiari. Qual è la colpa di Leo Pontecorvo? La sua colpa era quella di essere se stesso, di essere vissuto fin lì come Leo Pontecorvo. Il libro viene pubblicato nel 2010 ma non nella versione integrale di 692 pagine. Per non infliggere ai lettori il tour de force che avevo inflitto a me stesso, spiega Piperno nella prefazione alla recente edizione degli Oscar Mondadori, ho deciso di dividere il romanzo in due parti. La seconda parte Inseperabili sarà pubblicata due anni dopo, nel 2012, e premiata con lo Strega. Persecuzione è un romanzo feroce e ironico scritto da un autore che viene spesso accostato al grande Philip Roth per stile e ispirazione. E non è un caso forse che le vicende di Leo Pontecorvo ricordino quelle del protagonista di uno dei capolavori di Roth, il professor Coleman Silk de La Macchia umana, anche lui come Leo vittima di una calunnia e di un ingiusto processo. Il romanzo di Alessandro Piperno ad ogni modo non pecca di originalità, e riesce a coinvolgere il lettore fin dalle prime battute per la qualità della scrittura, per il sarcasmo e la suspense che arricchiscono e conducono la trama ad un finale farsesco oltre che imprevedibile.

Angelo Cennamo

    

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ATTI OSCENI IN LUOGO PRIVATO – Marco Missiroli

Missiroli

La storia di Libero Marsell ha inizio con uno strano turbamento:  durante il trasloco dei suoi genitori da Milano a Parigi, Libero assiste al tradimento della madre con un amico di famiglia. Quella scoperta casuale e improvvisa, filtrata dallo spiraglio di una porta, segnerà di fatto l’inizio della sua adolescenza. L’inganno della madre, l’estasi del suo amante e la gelosia provata di fronte alla scena dell’adulterio,  alimentano uno smanioso desiderio di riscatto che spinge il giovane protagonista ad esplorare l’universo femminile e a dare sfogo alla sua immaginazione erotica. Una giovane e sensuale bibliotecaria, Marie Lafontaine, accompagnerà Libero nel corso degli anni alla scoperta dell’eros e lo inizierà ai piaceri della letteratura. La tenera amicizia che li lega, così intima, così ambigua, sarà uno dei temi centrali del racconto. Libero è un adolescente timido, sensibile, che prova rabbia e invidia per gli amici che, diversamente da lui, hanno già perso la verginità. Soprattutto per Antoine con il quale aveva promesso di farlo per la prima volta insieme, conoscendo due amiche o due gemelle. Ma è solo una questione di tempo e i suggerimenti di Marie si riveleranno preziosi. La sua prima volta avrà il volto e il corpo di Lunette, proprio la sorella di Antoine: “lei aprì le cosce e io esplorai l’origine du monde con le labbra, e la lingua e il naso”. Il divorzio dei genitori per  “Le Grand Liberò”, come lo chiama Marie, diventa l’occasione per stringere un legame di forte complicità con il padre, grande appassionato di tennis oltre che di libri. In una delle scene più esilaranti del romanzo Libero va a rovistare nei cassetti del genitore morto da poco e scopre un suo lato oscuro che sembra consolarlo: il padre nascondeva riviste pornografiche, preservativi, alcune matrici dei biglietti del Crazy Horse e la tessera del partito comunista francese. Durante una vacanza a New York la relazione con Lunette viene messa a dura prova da un gioco erotico che si spinge oltre il dovuto e che si conclude con il tradimento di lei dentro il bagno di un locale pubblico. Quella sequenza così torbida e trasgressiva, intuita da Libero oltre il muro della toilette, segnerà la fine della loro unione e spingerà il protagonista a completare gli studi di giurisprudenza in Italia, a Milano.‎

Libero è diventato un uomo, della timidezza dei primi approcci giovanili gli resta solo il ricordo. In Italia lo attendono altre avventure –  31 tacche segnerà l’amico Giorgio sul bancone dell’osteria ai Navigli – ma anche una nuova vita, più consapevole, più adulta.

Atti osceni in luogo privato è il quinto romanzo di Marco Missiroli,  scrittore riminese tra i più  interessanti della sua generazione, già vincitore del premio Campiello nel 2006 con la sua opera prima Senza coda. E’ un romanzo di formazione, ma anche un generoso tributo al cinema d’autore e alla grande letteratura del novecento, dall’esistenzialismo di Sartre e Camus ai classici della narrativa americana. In una delle pagine più poetiche del libro, Libero si presenta allo studio legale dove comincerà a lavorare con una copia de Lo Straniero nella tasca interna della giacca. Saranno proprio gli spunti di scrittori  come Hemingway, Malamud, Faulkner, dello stesso Camus, suggeriti dalla bibliotecaria Marie, a segnare le tappe di questo viaggio immaginario che è la sua vita, e ad instradarlo nelle faccende erotiche ed umane di quella progressiva maturazione.‎

Con questo romanzo così delicato e raffinato Missiroli fa rivivere il Simenon de La Camera Azzurra e di altri racconti passionali over Maigret, e pone fine – speriamo una volta per tutte – al dibattito stucchevole sulla crisi della narrativa italiana contemporanea. Nonostante la giovane età, la scrittura di Missiroli è meravigliosamente densa, colta, matura, sublime. Il ritmo incalzante della narrazione inoltre non impedisce all’autore di indugiare con cura sui turbamenti vissuti dal protagonista del romanzo per i suoi amori immaginati o reali,  offrendo al lettore un’opera superba e ammaliante, destinata a diventare un classico della letteratura.

Angelo Cennamo                      

 

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CAOS CALMO – Sandro Veronesi

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Quarantatré anni, manager di una nota azienda televisiva, benestante: Pietro Paladini può dirsi un uomo felice. Ha appena concluso una gara di surf con suo fratello Carlo e ora è disteso al sole della Maremma, beato, a pensare al matrimonio imminente con Lara. Un imprevisto beffardo però sta per deviare il corso degli eventi e travolgere tutto. Una donna scompare tra le onde, Pietro, di istinto, si tuffa nell’indifferenza di tutti, perfino del marito di lei. In quei minuti drammatici in cui rischia la propria vita per salvare quella di una sconosciuta, Pietro non immagina che poco distante dalla spiaggia, nella sua villa, sta per consumarsi un’altra tragedia: Lara viene stroncata da un aneurisma sotto gli occhi della figlia Claudia.

E’ questo l’antefatto di Caos calmo, il romanzo che nel 2006 vinse il premio Strega e fece conoscere nel mondo Sandro Veronesi, consacrandolo tra i migliori autori del panorama letterario italiano.

Ora Pietro è un giovane vedovo con una figlia di dieci anni e un futuro tutto da riscrivere. Ma è qui che il romanzo prende quota rivelando l’estro del suo autore. Da questo momento infatti l’esistenza del protagonista entra in una surreale fase di stand by durante la quale il tempo sembra rallentare e ogni cosa viene vissuta da una visuale completamente diversa da quella del cinico uomo d’affari della prima parte. Pietro smette di lavorare e decide di trascorrere le giornate davanti alla scuola elementare di Claudia. Una scelta a tutti incomprensibile, puerile, che Pietro però non fa per elaborare il suo lutto, per superare un dolore che forse non riesce neppure a provare fino in fondo, ma per risvegliare la sua coscienza di uomo e conoscere meglio il lato oscuro degli altri. Tutto nasce da una scommessa fatta con Claudia il primo giorno di scuola, al rientro dalle vacanze. Si fa per dire. Poi i giorni diventano due, tre, quattro, fino a che quella sosta si trasforma in un rituale assurdo e definitivo. Cos’è che spinge Pietro a rimanere lì, chiuso in macchina o seduto sopra una panchina per giorni e giorni? Una strana sensazione che lo riporta indietro, uno stallo che lo salva dalla sofferenza. E’ il caos calmo della fanciullezza. Un caos gioioso, privo di drammaticità, il caos degli zaini, degli astucci, dei quaderni, il caos dei bambini che contagia anche i loro genitori che, all’uscita di scuola, in quel breve lasso di tempo –  dieci minuti non di più – mollano la civiltà  alla quale sono inchiodati tutto il giorno e si comportano come i figli, lasciando l’auto in doppia fila, rischiando di perdere il cane o di farsi investire. In quel giardinetto Pietro trasferisce tutto il suo mondo: firma i contratti, telefona, riceve amici, parenti e colleghi di lavoro preoccupati per una fusione che potrebbe causare il licenziamento di alcuni di loro, Pietro compreso. Quel luogo fuori dal tempo, quell’oasi felice, via via diventa una sorta di confessionale dove tutti i protagonisti del racconto vanno a rivelare segreti e a sfogare le proprie sofferenze. Un giorno Pietro riceve la visita della donna che ha salvato in quella tragica mattinata al  mare. I due vivranno un’intensa notte di sesso nella stessa casa in cui Lara è morta pochi mesi prima, mentre Claudia dorme inconsapevole nella sua cameretta. Sarà l’ultimo guizzo di follia al quale Pietro si abbandonerà prima di ritornare alla faticosa normalità.

Caos Calmo è il miglior romanzo di Veronesi. Una bella fiaba moderna scritta con uno stile massimalistico e argomentativo dal sapore americano, ironico e profondo al tempo stesso. La prosa di Veronesi è scorrevole, briosa, e sorprende il lettore con un vortice di digressioni divertenti ed originali: Elenco delle compagnie aeree con cui ho volato: Alitalia, Air France, British Airways, Aeroflot, Iberia, Air Dolomiti, Air One, Sudan Air, Lufthansa; Aerolineas Argentinas, Egypt Air, Cathay Pacific, American Airlines, United Airlines, Continental Airlines, Delta, Alaska Airlines, Varig, KLM, TWA, Pan Am, Meridian, Jat. Così Pietro Paladini se ne va a zonzo nella memoria per non pensare al presente.          

Angelo Cennamo

 

 

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INFINITE JEST – David Foster Wallace

 

INFINITE JEST NEW

Mi siedono in un ufficio, sono circondato da teste e corpi. La mia postura segue consciamente la forma della sedia. Maneggiare un romanzo di David Foster Wallace è un’esperienza meta-letteraria. Un viaggio senza ritorno nelle viscere dell’umanità, il tentativo di esplorare un luogo sconosciuto di noi stessi e del mondo che ci sta intorno da una prospettiva nuova, inusuale, a metà strada tra l’iperrealismo e la follia. Ma perché uno scrittore oscuro e difficile come Foster Wallace piace così tanto? Difficile spiegarlo. Forse perché in quelle oscurità ritroviamo le nostre malinconie, le nostre insicurezze. Perché non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo: I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxiInfinite Jest  è un libro che per la sua mole – 1.280 pagine fittissime – incute terrore e scoraggia anche i cultori più incalliti della parola scritta. Lasciare però quel malloppo di carta in bella vista sulla scrivania alla stregua di un fermacarte qualunque o di un vecchio almanacco, temendo che la smisurata lunghezza possa annoiare o peggio logorarci i nervi fin dai primi capitoli – può accadere se non si è rodati al postmoderno spinto – è più di un peccato veniale: è negarsi a una rigenerazione emotiva che dopo tutto finisce per amplificare la nostra qualità di lettori – dopo aver letto Wallace si diventa lettori terribilmente esigenti. Una catarsi dunque. Ma prima della catarsi, il supplizio, sfiancante, ai limiti della sopportazione. Infinite Jest  è un romanzo meravigliosamente faticoso. Nei momenti di scoramento si ha voglia di lanciare il mattone contro la parete della camera da letto e maledire il critico della rivista o l’amico – in questo caso nemico – che ne ha consigliato l’acquisto. Ma dura poco. Dura poco perché dai libri di Wallace e dallo stu-po-re che generano le sue trame è difficile stare lontani. Quel vigore narrativo sempre sopra le righe, quella capacità rara di destare curiosità con un semplice dettaglio o con un dedalo di assurde coordinate dentro il quale ritrovare il soggetto della frase principale può diventare un vero rompicapo: è questo il genio letterario di Wallace. Infinite Jest  è un murales di emozioni profonde, dipinto con una prosa schizofrenica e così argomentativa da cancellare quasi la distinzione tra narrativa e saggistica. Un romanzo fluviale senza trama e senza un vero finale che racconta di una società rassegnata al proprio annientamento psichico e fisico. In un tempo imprecisato e sponsorizzato gli Usa avranno inglobato il Messico e il Canada in una supernazione chiamata ONAN. Wallace ambienta il romanzo all’interno dell’ETA ( Enfield Tennis Academy), un liceo per giovani promesse del tennis che sognano di  giocare nell’ATP “lo Show”, e all’Ennet House, un centro di riabilitazione per alcolisti e drogati che puzza del tempo che passa. Come tutti i protagonisti della storia, i ragazzi dell’ETA sono sopraffatti dalla noia e invischiati nell’uso di sostanze ricreative.  Infinite Jest è anche il titolo di un film misterioso che ipnotizza gli spettatori condannandoli ad una pericolosa assuefazione. Un’arma letale che può cambiare il corso degli eventi. Eccoci  dunque al tema del romanzo: la dipendenza. Dipendenza da qualunque cosa, non solo dall’alcol e dalle droghe. Forse anche dallo stesso libro che imprigiona il lettore più intrepido fino alle note del post scriptum in una sorta di stato catatonico: il magnetismo di Wallace è un argomento da approfondire, da studiare. Dicevamo della trama come espediente dell’autore per raccontare molto altro attraverso divagazioni su fatti, luoghi e personaggi, seguendo i consueti schemi labirintici ai quali the genius ci ha abituato per guidarci nel suo mondo enigmatico e ricco di suggestioni: dilatazioni spazio-temporali, periodi lunghi e frammentati senza mai un capoverso, punteggiatura fantasiosa. Un tracciato avventuroso che ci lascia senza fiato, attoniti. Del realismo isterico di Wallace e dell’impossibilità di cogliere fino in fondo tutte le sfaccettature della sua grammatica mentale non si può dire di più. La cosa più faticosa della mia vita dice Edoardo Nesi che del libro ha curato la traduzione in italiano. Cos’altro aggiungere: Infinte Jest  è un romanzo monumentale in ogni senso – il tomo è alto quanto il palmo di una mano – scomodo anche nell’approccio fisico. Ma è un’opera superba, irripetibile, che attraversa molti generi, una scheggia di autentica bellezza tra i classici della letteratura moderna.

Angelo Cennamo                                       

 

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SUTTREE – Cormac McCarthy

Suttree

“Eccoci arrivati in un mondo dentro il mondo. In queste lande straniere, queste foibe e sodaglie interstiziali che i giusti vedono dalle auto e dai treni, un’altra vita sogna”.

Knoxville, Tenessee, un uomo fugge dai suoi affetti più cari e si trasferisce in una baracca su un fiume. Il suo nome è Cornelius Suttree. Come un randagio solitario, Suttree sopravvive pescando pesci gatto che rivende in città, in quel mercato che sembra “un lazzaretto di generi alimentari e flora e umanità menomata”. Il suo mondo è un girone dantesco popolato di ladri, negri, ubriaconi e puttane. Una fauna di derelitti e di balordi con vissuti di galera e di grande sofferenza che incontra navigando con la sua barca e nei bar sgangherati di quella landa oscura fatta di “anonime costruzioni di carta catramata e lamiera, abitazioni fatte di nudo cartone e pisciatoi di assi traballanti inghiottiti da un turbinio di mosche”. Le giornate di Suttree sono un susseguirsi di ore avvilenti, oberate di una fatica inconcludente, precaria, tra i rottami squallidi di quella campagna povera, spettrale, sulle sponde di un fiume sporco ma vitale che scorre silenzioso oltre ogni solitudine, e “sotto il flusso dell’acqua cannoni e affusti, orecchioni incagliati che arrugginivano nel fango, barche a chiglia decomposte in mucillagine. Leggendari storioni dal corpo corneo e pentagonale, pesci gatto e carpe cupree e lucenti come lasche, con il loro ventre pallido e senza sprue, una densa fanghiglia tempestata di vetri rotti, ossa e barattoli arruginiti e cocci di stoviglie venate di crepe nere di fango“. In mezzo a quella brodaglia e a quegli scarti Suttree è “come feccia sul fondo di un calice”, un uomo che non ha propositi, né di tornare da dove è venuto né di raccontare quello che ha visto. Il suo è un girovagare senza fine, senza meta, che un giorno lo porterà ad abbandonare definitivamente quei luoghi palustri, prossimi ormai alla contaminazione di una nuova civiltà urbana “camminando per l’ultima volta lungo quella stretta strada si sentì scivolare di dosso ogni cosa. Finché non gli rimase più nulla di cui disfarsi. Era tutto scomparso. Nessuna scia, nessuna traccia“. Io, vagabondo che non sono altro.
Se non hai mai letto Cormac McCarthy della letteratura non hai capito nulla, disse una volta David Foster Wallace a un amico regista, al quale suggerì di fare di questo libro una trasposizione cinematografica. Chi ha conosciuto il McCarthy di Merdiano di sangue, Cavalli selvaggi, La Strada, leggendo Suttree – romanzo del 1979 tradotto in Italia solo trent’anni dopo – scoprirà una versione completamente inedita del grande maestro di Providence che Harold Bloom indica tra i superquattro viventi con DeLillo, Pychon e Roth, per via di uno stile tutt’altro che asciutto ed essenziale al quale McCarthy ci ha abituati con i suoi straordinari racconti western. Al contrario, Suttree è un romanzo dalla prosa rigogliosa, massimalista, argomentativa, poetica, ricca di metafore e di descrizioni suggestive che sembra aver lasciato una traccia profonda nella letteratura recente: “L’ombra dei fili della luce disegna arpe gotiche sulle porte degli scantinati” – “I tergicristalli dipingono arcobaleni neri sul parabrezza luccicante dei taxi (Infinite Jest  – David Foster Wallace). La storia di Cornelius Suttree è romanzo senza trama e senza un vero finale. Un diario o un lungo flusso di coscienza che ricorda l’Ulisse di Joyce, in alcuni passaggi anche la Divina Commedia di Dante: “particella di materia attonita che si essicca nel fango conciante, la terra damnata della defunta alchimia cittadina”. Un’opera superba, dalla scrittura ricercata, immensa, inimitabile.

Angelo Cennamo              

  

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