NOI SENZA DAVID

 

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Undici anni fa – il 12 settembre del 2008 – ci lasciava il più grande scrittore del suo tempo. Genio malinconico, acrobata di una scrittura nuova, concentrato di algebra e poesia, abbagliante, facile da leggere ma dal significato complesso, oscuro. Raccontare il fenomeno Foster Wallace è difficile quanto la ricerca di quel significato, si rischia cioè di scivolare nel linguaggio banale, sciatto e stereotipato contro il quale lo scrittore di Ithaca – New York – ha combattuto fino alla fine – l’ultima crisi depressiva, il vuoto fatale, ebbe a che vedere anche con quella smania continua e inappagabile di ricercare le parole giuste, le più adatte, le più aderenti ai contenuti della sua performance. In alcune mail inviate a Martina Testa – negli anni Ottanta editor della Minimum fax – Wallace si mostrava preoccupato per la intraducibilità di un racconto appena scritto in una lingua diversa dalla sua. A undici anni dalla morte, di Wallace ci manca soprattutto questa devozione per la scrittura, a volte semplice ed ironica, in altre enigmatica, filosofica, ma sempre potente, lacerante, originale. Ci manca la bidimensionalità delle sue narrazioni, visionarie ma nello stesso tempo ancorate come per magia al realismo più crudo e avvilente. Ci manca lo sguardo acuto sulle cose del mondo, quello sguardo che lo fa somigliare al Pasolini degli Scritti corsari. Come lo avrebbe descritto Wallace il ciclone Donald Trump, lui che in Infinite jest anticipò di vent’anni l’America folle, volgare e distratta dell’attuale presidente? Della rinascita di Roger Federer, il mito che lui celebrò in uno dei saggi più apprezzati – Il tennis come esperienza religiosa – ne avrebbe tratto un nuovo romanzo ambientato nel mondo dello sport?

Per quanto tempo ancora sentiremo parlare di te, David? Finirai come Hemingway, Steinbeck e Saul Bellow nei libri di scuola; resterai la stella polare di pochi aspiranti scrittori destinati ad un pubblico di nicchia, o il cinico altoforno della cultura di massa finirà per fagocitare in fretta anche il ricordo della tua opera? Non so rispondere. Ma sono convinto che la letteratura, dopo di te, non sarà più la stessa.

Angelo Cennamo

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