RABBIA – Chuck Palahniuk

Lessi da qualche parte un’intervista a Paolo Granata, docente di cultura dei media all’università di Toronto, circa le preoccupazioni piuttosto diffuse sull’applicazione dell’intelligenza artificiale nei vari contesti, a cominciare dall’insegnamento. Uno dei possibili effetti della sua introduzione, spiegava il prof. Granata, sarà quello di rilanciare l’oralità, cioè far prevalere la parola detta su quella scritta, con quest’ultima relegata a un ruolo di mero supporto rispetto all’altra. Le parole di Granata mi sono venute in mente leggendo Rabbia di Chuck Palahniuk, romanzo che per la sua particolare tecnica narrativa, precisamente quella del racconto orale, è assolutamente in linea con questa nuova tendenza. Il romanzo, costruito con una polifonia insolita, è infatti una raccolta di testimonianze di amici e conoscenti di Buster “Rant” Casey, un giovane abitante di Middleton, cittadina sperduta nel cuore degli Stati Uniti, attraverso le quali l’autore imbastisce una bizzarra biografia del personaggio. Rant è morto tragicamente, diciamo pure stupidamente, in un incidente d’auto capitato però non per caso: Rant è rimasto vittima di un rituale da lui stesso architettato con altri ragazzi di Middleton, un gioco pericoloso che riproduce l’autoscontro dei luna park nelle strade della città con auto vere e lanciate a forte velocità, il Party Crashing. Che l’America di Palahniuk fosse un paese malato e votato all’annientamento lo avevamo capito fin dal libro d’esordio, Fight Club (1996). Come molti altri personaggi di Palahniuk, Rant Casey è sobillato da un disagio ingovernabile, Rant non si riconosce nella condizione tipica dell’uomo occidentale progredito, forgiato dalla pubblicità e dalla cultura di massa. Nel suo caso però Palahniuk aggiunge due ulteriori elementi di insofferenza o destabilizzazione: la monotonia e l’arretratezza della provincia. Una routine dalla quale il giovane protagonista fugge violando ogni convenzione, ordine precostituito, regola morale e civile “Il motivo principale per cui la gente se ne va dai paesini di provincia è perché così poi può sognare di tornarci. E il motivo per cui resta è per sognare di andarsene”. 

L’identità di Rant viene fuori da mille frammenti diversi che Palahniuk ha assemblato come delle Brevi Interviste Sull’Uomo Schifoso, per dirla alla Foster Wallace. Il tracciato di un’esistenza leggendaria ma senza gloria di un folle o un assassino o entrambe le cose che ha portato la morte a migliaia di persone attraverso il contagio “Se non hai mai avuto la rabbia, non puoi dire di aver vissuto…Rant Casey si è sempre cercato una morte orribile, fin dalle elementari. Serpenti o rabbia”. Pur assestandosi in una dimensione cinica e drammatica, Rabbia non manca di spunti comici, talvolta esilaranti, ed è farcito di citazioni e aforismi entrati ormai nel lessico familiare di una certa bolla letteraria. Le storie di Palahniuk sono tanto credibili quanto inverosimili ma è proprio questa contraddizione a renderle speciali e a tenerle fuori da ogni possibile classificazione o declinazione distopica. Nel bene e nel male, Palahniuk è uguale solo a se stesso. 

Angelo Cennamo

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CITTÀ DELLA PIANURA – Cormac McCarthy

L’ultimo romanzo della Border Trilogy di McCarthy esce nel 1998, a ridosso di una manciata di capolavori la cui concentrazione temporale ha pochi precedenti nella letteratura americana: Fight Club (Chuck Palahniuk), L’Atlante (William Vollmann) e Infinite Jest (David Foster Wallace) nel 1996; Underworld (Don DeLillo), Mason & Dixon (Thomas Pynchon) e Pastorale Americana (Philip Roth) nel 1997. Proprio nel ’98 il libro di Roth si aggiudica il Pulitzer, McCarthy invece lo vincerà un decennio più tardi con La Strada. Nel terzo episodio della serie ritroviamo John Grady Cole e Billy Parham in un ranch tra il Messico e il Texas ad allevare cavalli e ad ascoltare storie di vecchi cowboy. Siamo nei primi anni Cinquanta, un tempo di confine, con il west ormai al crepuscolo e una nuova sfida che bussa alla porta, forse la più difficile di tutte per il giovane ma non più giovanissimo protagonista: provare a cambiare il corso degli eventi e sfuggire a un destino già segnato. Città della Pianura è fondamentalmente una storia d’amore e come ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, direbbe Wallace. Lui, lei, l’altro. Lei è Magdalena, la prostituta messicana appena sedicenne che John conosce per caso in un bordello. L’altro è Eduardo, il protettore della ragazza. La vicenda amorosa occupa solo una parte del romanzo ma è la parte migliore, quella che salva tutto il resto da una narrazione che altrimenti risulterebbe ripetitiva e portata troppo per le lunghe, soprattutto se sommata ai due capitoli precedenti (Cavalli Selvaggi e Oltre il Confine). L’amore impossibile, l’amore contrastato tra John e Magdalena non è solo raccontato attraverso i momenti di intimità dei protagonisti ma si riverbera in due passaggi decisivi del romanzo: il dialogo tra John e Billy, con il primo che chiede all’amico di varcare il confine per andare a trattare l’acquisto della “schiava” del sesso; il redde rationem tra l’aspirante sposo e il cinico dominus, anche lui innamorato della ragazza o dell’idea di possederla. La tragedia che si consuma nelle battute finali, il sangue versato, chiudono la storia personale ma anche un’epopea che pochi hanno saputo tramandarci meglio di McCarthy, ultimo cantore di un’America spietata e avventurosa, e di una libertà che non conosce limiti. Città della Pianura è forse il romanzo meno riuscito della trilogia ma è la giusta conclusione di un’epica che aveva fino ad ora esplorato l’intero spettro dei sentimenti umani tranne uno: l’amore negato, l’amore da vendicare.  

Angelo Cennamo

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PREGA DETECTIVE – James Ellroy

Per sapere cosa n’è stato della vita di James Ellroy tra il 22 giugno del 1958, il giorno in cui fu strangolata sua madre, e il 1981, l’anno del suo primo romanzo (Brown’s Requiem – pubblicato in Italia solo nel 1995 col titolo Prega Detective), dovreste dare una scorsa a I miei luoghi oscuri, la sua autobiografia ma anche il libro più intimo di questo autore crime che non può essere paragonato a nessun altro per quanto Joyce Carol Oates, una volta, lo definì il Dostoevskij della letteratura yankee. Quel che è certo è che, raccontando la grande scena del delitto americano, Ellroy non ha fatto altro che riprodurre quella scena lì, quella dell’assassinio di sua madre. Nel 1958 aveva solo dieci anni. 

Più che acerbo, l’Ellroy di Prega Detective è completamente diverso dall’autore che abbiamo conosciuto nei libri a venire. La sua scrittura non è ancora in preda alla schizofrenia e a quel ritmo vertiginoso che l’ha accompagnato già da Dalia Nera (1987) e L.A. Confidential (1990) in avanti. L’Ellroy dell’esordio è uno scrittore compassato, ordinato, che non imbraccia il mitragliatore per spararci addosso parole dai suoni onomatopeici e contenute in frasi brevissime. Ra-ta-ta-ta-ta! Questo è Ellroy: ra-ta-ta-ta-ta!

La trama del romanzo è piuttosto debole e in alcuni passaggi anche poco verosimile, eppure la storia non pare risentirne, probabilmente per una serie di contrappesi che aiutano il lettore a non staccarsi dalle pagine fino alle ultime battute. Il paesaggio urbano, per esempio, che in altri libri non è così dominante o visibile (le scene di Tijuana, tra baracche di lamiera, bottiglierie e bische clandestine, sono di una vividezza magnifica). L’empatia di personaggi come Jane Baker, la giovane violoncellista per la quale Fritz Brown, il detective protagonista, prenderà una sbandata nel corso della sua difficile indagine. Prega Detective è un bel crime californiano, tutto droga, scommesse, truffe e campi da golf, farcito di cliché sulla figura dell’ex poliziotto alcolizzato in cerca di redenzione, con un’insolita colonna sonora di musica classica (Fritz ne è appasionato) e perfino qualche autocitazione premonitrice “Fritz, chi credi che abbia davvero ucciso la Dalia Nera?”. Per i capolavori ci sarà tempo. 

Angelo Cennamo

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CREPUSCOLO – Kent Haruf

Le storie della contea di Holt, della sua campagna piatta e sconfinata, ci conducono nelle viscere di un’America di altri tempi, silenziosa, abitata da gente umile e votata al sacrificio. Con Crepuscolo si conclude la Trilogia della Pianura, la saga che Kent Haruf (scrittore di Pueblo, in Italia portato al successo da NNEditore) ha ambientato nel suo Colorado, tra mandriani e contadini che si tramandano tradizioni e il rispetto per la terra. Nell’ultimo tratto di questo viaggio lento e poetico ritroviamo alcuni dei protagonisti dei due romanzi precedenti, Benedizione e Canto della Pianura: Tom Guthrie, l’insegnante cow boy con i suoi bambini Ike e Bobby, Victoria Roubideaux, la ragazza madre ora alle prese con gli studi universitari, e i fratelli McPheron, i due anziani allevatori che ospitano Victoria nella loro fattoria e che attraverso di lei fanno per la prima volta esperienza dell’universo femminile. Quello dei McPheron sarà un apprendistato tenero, non privo di goffaggine, di sicuro illuminante anche per chi osserva questi fatti, dentro e fuori dalla storia. La scoperta dei due fratelli è il vero centro del romanzo, probabilmente il migliore e il più epico della trilogia. L’episodio del duello tragico tra Harold e uno dei suoi tori è un gesto artistico di grande bellezza, capace di evocare anche nello stile certi racconti avventurosi di Ernest Hemingway (nessuno si offenda se dico che Haruf è la versione country di Hemingway). Le vicende dei McPheron e di Victoria si intrecciano con altre trame non meno suggestive e interessanti della principale: quelle di DJ, il ragazzino di undici anni che vive con il nonno malato di polmonite e della povera famiglia Wallace, costretta ad abitare  in una roulotte sgangherata e a subire l’arroganza di un parente alcolizzato e violento. Una apologia del dolore che nella parabola biblica di Haruf diventa luogo di purificazione e di maturazione di una nuova consapevolezza. Non so cosa voglia dire romanzo perfetto (lo si è scritto di Stoner) ma qualunque cosa essa sia, Crepuscolo è quella cosa lì. Un romanzo sul confronto generazionale e sulla responsabilità di sentirsi adulti in quel paese per vecchi che è Holt.

Angelo Cennamo

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UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA – Chris Offutt

Che Chris Offutt provasse una certa simpatia se non proprio devozione per Cesare Pavese, lo sapevamo già, e l’esergo del nuovo romanzo con la citazione delle Langhe piemontesi nelle quali lo scrittore di Lexington ritrova le colline del Kentucky e gli Appalachi che fanno da sfondo alle sue storie, ce lo conferma. Una Questione di Famiglia, in Italia con minimum fax e la traduzione di Roberto Serrai, secondo capitolo della serie che vede protagonista l’agente speciale Mick Hardin, è un noir, ma la vicenda delittuosa ( l’assassinio di un pusher “Barney del cazzo”, liquidato con troppa fretta dalla polizia come un regolamento di conti) non è che un tratto della narrazione, e forse neppure il più importante rispetto al quadro generale, cioè alla rappresentazione (affresco si diceva una volta) di un’America di provincia che nei romanzi di Offutt, come in altri autori della stessa pasta, da Kent Haruf a Lee Maynard, da Ron Rash a Willy Vlautin, viene fuori con una certa vividezza “… l’umanità diventava sempre più vecchia. La bellezza della natura serviva a nasconderne l’intrinseca brutalità, le persone invece la mettevano a nudo”. La flora e la fauna, non solo quella umana, sono decisamente il centro della poetica di Offutt, la parte migliore che finisce per sovrastare ogni intreccio investigativo o ricamo poliziesco. Contadini, ex minatori, gente semplice talvolta omofoba e razzista, che arriva a chiamare lo sceriffo perché il proprio cane è finito su un albero, e che alle visite di condoglianze si presenta con un’insalata di patate. Il piccolo mondo antico di Offutt, popolato di pick-up scassati e di camicie di flanella, è l’America che ci piace di più, anche perché ormai è l’unica America riconoscibile. 

Dopo essere rimasto ferito a una gamba per l’esplosione di un ordigno, Mick Hardin è tornato a casa in licenza. Della sua famiglia è rimasto ben poco, Mick non ha più i genitori, ha perso il nonno, suo vero spirito guida, ed è sul punto di divorziare dalla moglie Peggy. A ospitarlo è la sorella Linda, sindaco della cittadina, ora impegnata nella campagna elettorale per essere rieletta al secondo mandato. La crisi esistenziale di Mick è il pattern intorno al quale ruota tutta la storia, anzi la serie: il ragazzo di paese che parte, scopre la ferocia della guerra, poi torna a casa e si ritrova a fare i conti con una sorte diversa da quella che aveva immaginato. Quando la madre di Barney gli chiede di aiutarla a scoprire la verità sulla morte del figlio, Mick, che avrebbe ben altro a cui pensare, decide lo stesso di darle una mano, correndo ogni rischio, quasi non avesse più niente da perdere. L’imminente divorzio da Peggy lo tormenta, certo, le carte che ha nel bagagliaio però non le ha ancora firmate. “Vai a trovarla. Non voglio più fare da intermediaria” gli dice Linda. Mick lo farà nell’ultime battute del romanzo “Gli faceva male sapere che la vita di lei era migliore di quando avevano vissuto insieme” e non servirà il corteggiamento strisciante di Sandra, una vecchia conoscente “Se trovi la luce accesa in veranda, sono sveglia” a cancellare quel dolore continuo, implacabile, l’amarezza per aver fallito nel ruolo di marito e di padre, importantissimo se non decisivo nel microcosmo rurale di Chris Offutt. D’accordo, ma si verrà a sapere chi lo ha ucciso quel Barney del cazzo? Si verrà a sapere, ma davvero vi importa? 

Angelo Cennamo

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UN LETTO DI TENEBRE – William Styron

“Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”, quella dei Softis è la somma di tante infelicità diverse, dissimulate dall’ipocrisia, affogate nell’alcol, inconsolabili. A definire Styron un epigono di Faulkner ci si azzecca, ma si finisce per comprimere la volumetria di una narrativa, più densa e stratificata dell’altro William, che guarda al secolo precedente e all’Europa (alla Francia di Balzac e Maupassant, per esempio) oltre che alla provincia americana del Novecento. Un Letto di Tenebre (Lie Down in Darkness), il libro di esordio, ebbe un parto difficile: abbandonato, ripreso dopo qualche anno, riscritto. Uscì nel 1951, Styron aveva appena ventisei anni. Il romanzo, che racconta le vicende di Milton ed Helen Softis, una famiglia della upper class della Virginia degli anni Quaranta, procede a ritroso e si apre con la morte di Peyton, la prima figlia della coppia. Difficile non rivedere nel lento scorrere del feretro di Peyton nella calura estiva della Virginia il carroccio di Mentre morivo proprio di Faulkner, e il funerale di Rick Brinklan nell’incipit del più recente Ohio di Stephen Markley “Il feretro non conteneva nessuna salma. La bara Star Legacy modello Platinum Rose in acciao calibro 18, in prestito dal Walmart locale, era solo ricoperta da una grande bandiera”. Milton Softis sta andando a seppellire la figlia, ma nella Limousine che scorta il feretro, insieme a lui non c’è Helen, c’è un’altra donna: Dolly Bonner, la sua amante. Dolly è l’unico personaggio del romanzo capace di darsi senza infingimenti, ritrosie, ambiguità. È attratta da Milton “Nel crepuscolo appariva molto bello; quella provocante ciocca di capelli grigi, del colore del peltro vecchio, un uomo di una bellezza volgare non avrebbe mai saputo sfoggiarla con tanta disinvoltura”. Dolly è anche l’unico personaggio che non si lascia andare all’autocommiserazione e che non si fa annientare dai sensi di colpa. Dolly non ha niente da perdere. Di ben altra pasta è il rapporto tra Milton ed Helen “Vivevano insieme come ombre, anzi come coinquilini in una stessa pensione”, ma lui dipendeva dal suo denaro visto che dalla pratica legale ricavava un reddito minimo. Sì, Milton fa l’avvocato, ci prova almeno, la sua vera ambizione però è la politica, l’alcol il suo unico approdo. Un Letto di Tenebre è una straordinaria rappresentazione di una rete di dinamiche familiari fitte, complesse, articolate, tipiche soprattutto di una certa letteratura femminile (solo Jonathan Franzen, oggi, sarebbe in grado di riprodurre simili microcosmi emotivi, quelle interazioni e deflagrazioni alla maniera di Styron). Uno dei temi centrali della storia è l’amore morboso di Milton per sua figlia Peyton, in alcuni passaggi ricorda quello di Humbert Humbert per Lolita. L’affetto e la vicinanza di Milton però non sconfinano mai nella dimensione erotica, si arrestano un attimo prima, limitandosi al grottesco. Se Dolly si mostra decisa e trasparente nelle proprie mire, non si può dire altrettanto di Helen, il personaggio più controverso ed enigmatico del romanzo. Helen, tradita da Milton e sconvolta dalla tragica fine della piccola Maudie (l’altra figlia), odia Peyton. Difficile comprendere per chiunque le ragioni di una avversione così profonda e lacerante: è infastidita, turbata dalla pruriginosa intimità che scorge tra lei e il padre, o più semplicemente è pazza? Helen è una donna ricca di denaro e di fede. Nei momenti di disperazione si rifugia nel reverendo Carey Carr, altro personaggio  borderline di questo romanzo tutto incentrato sulla colpa e la dannazione. Carey è attratto da Helen, forse lo sono entrambi l’una dell’altro ma Styron muove le sue pedine tra il possibile e l’onirico; le tenebre (parola ricorrente nel racconto) sono il crinale sul quale scorre ogni parte della storia (cinquecento pagine forse sono troppe) coprendo alcune verità, lasciando al lettore margini di intuizione, utili forse a ricostruirne delle altre.    

Angelo Cennamo                      

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ON THE ROTH

Scrivere il Grande Romanzo della Nazione, con le iniziali in maiuscolo, è il sogno più o meno inconfessato di ogni scrittore americano. Alcuni ci riescono, altri inciampano. Ha ancora senso discutere del GRA decontestualizzando gli Stati Uniti da un mondo ormai superglobalizzato, meticcio e iperconnesso? Tempo fa lanciai un sondaggio sull’argomento. Selezionai una ventina di titoli: Moby Dick, Furore, Revolutionary Road, It, Le correzioni, eccetera. Il sondaggio lo vinse Pastorale Americana di Philip Roth. Non ne fui sorpreso. Non fui sorpreso non perché gli altri romanzi non meritassero di vincere, altroché (le serie di Bascombe e di Coniglio Angstrom raccontano il secondo Novecento americano anche meglio della Pastorale di Roth), ma perché (ho pensato) Roth è un autore enorme, amatissimo in patria ma anche in Italia, paese che legge poco, men che meno la letteratura americana, assuefatto al giallo da ombrellone e al mainstream da premio Strega. Eppure non c’è libreria italiana che non sia fornita di almeno quattro cinque titoli di Philip Roth, incluso Pastorale Americana. Quando dico che Roth è un autore enorme intendo dire che è stato il più grande scrittore del suo tempo, parliamo di un tempo abbastanza lungo, che inizia nel 1959 con Goodbye, Columbus e si conclude nel 2010 con Nemesi – in mezzo una trentina di libri (tanti per un autore non di genere). Il tempo di Roth lo divido virtualmente in due stagioni, quella “del figlio”, la prima, quella “del padre”, la seconda. Nella stagione “del figlio” Roth interpreta il ruolo che gli riesce meglio, il ribelle; il giovane Roth si scontra con l’educazione familiare, l’ipocrisia della società borghese, perfino con la religione ebraica, la sua. Già, Philip Roth era ebreo, vertebra, con i fratelli Singer, Bernard Malamud e Saul Bellow, di quella prestigiosa spina dorsale che oggi ha come eredi, tra gli altri, Ben Lerner, Joshua Cohen, Jonathan Safran Foer. L’ebraismo di Roth non è mai stato sereno né identitario, critico piuttosto, spesso conflittuale nella finzione: la blasfemia di Carnovsky manderà su tutte le furie la comunità ebraica di Newark e farà morire di crepacuore (parafrasando guarda caso Saul Bellow) il padre di Zuckerman. Nella stagione “del figlio” occhio ai seguenti titoli: Goodbye, Columbus (l’esordio del 1959, già pubblicato su Paris Review), Quando lei era buona (l’unico romanzo in cui Roth dà voce a una protagonista femminile, Lucy Nelson) e l’opera simbolo oltre che della consacrazione: Lamento di Portnoy. Seguitemi. 1969, siamo in piena rivoluzione sessuale. Martin Luther King è stato assassinato, dopo di lui tocca a Bob Kennedy. Gli echi del Vietnam rimbombano deviando attenzioni e disordini. Roth delega la protesta ad un giovanotto stralunato che ci sembra di avere già incontrato nei capolavori di Salinger e di Mark Twain: Huckleberry Finn – Holden Caulfield – Alexander Portnoy. Proiezioni. Ma è nella seconda parte della sua carriera che Roth dà il meglio di sé. Patrimonio (forse l’opera più autobiografica, di sicuro la più commovente) è il testo cerniera: Roth smette i panni del figlio e diventa padre. Lui che nella vita non ha avuto figli, diventa padre nella letteratura. Eccoli i libri migliori: Il teatro di Sabbath (1995, il romanzo più estremo e rothiano di tutti, Eros e Thanatos, due topos centrali nella narrativa di Roth, nella tragicomica parabola esistenziale del burattinaio Mickey toccano le vette più alte. Pochi autori hanno scritto di sesso e di morte come Philip Roth, oggi direi solo Michel Houellebecq). Pastorale Americana (1997, il Grande Romanzo Americano di Roth). La macchia umana (2000, trama ispirata dallo scandalo sessuale consumato nello studio ovale di Bill Clinton. Quella di Coleman Silk è una storia di segreti e di pregiudizi con un finale amaro).

Ma rimaniamo su Pastorale. Nell’anno in cui Roth lo pubblica, negli Stati Uniti escono altri due capolavori: Underworld di DeLillo e Mason & Dixon di Pynchon. Pochi mesi prima, nel 1996, è la volta di Fight Club di Chuck Palahniuk, L’atlante di William Vollmann, Infinite Jest di David Foster Wallace. Nel 1998 Pastorale Americana si aggiudica il Pulitzer. A Roth ora manca solo il Nobel. Lo meriterebbe ma a scombinare i piani è Leaving a Doll’s House, il memoir di Claire Bloom che spara a zero sull’ex marito facendo a pezzi la sua immagine di uomo e di scrittore. Roth misogino e sessuomane? La stessa malevolenza toccò anche John Updike (“un pene con un grosso vocabolario” disse di lui David Foster Wallace), come Roth scrittore di sintesi tra realismo e sperimentalismo, stessa stoffa, ma a differenza dell’amico rivale (cantore di relazioni e di scrittori), più addentro alle cose materiali e documentato su tutto “Come diavolo fa Updike a sapere tutto delle Toyota? Io abito in campagna e non conosco neppure i nomi degli alberi”. 

Perché Pastorale Americana è il Grande Romanzo Americano è presto detto: contiene tutti gli ingredienti del GRA. Sono tre o quattro, non di più. 1) Il sogno. Seymour Levov, il protagonista del romanzo, eredita dal padre una fabbrichetta di guanti di pelle e la trasforma in una grossa azienda. Seymour può dirsi un uomo di successo. Seymour ce l’ha fatta, ha svoltato, ha realizzato l’american dream. 2) Il mito della forza e della bellezza. Seymour è alto, biondo, con gli occhi azzurri. Lo chiamano lo svedese per via di quell’aspetto nordico. Non solo. Seymour ha sposato una donna bellissima, aspirante miss America, già miss New Jersey. Da studente, Saymour eccelle in tutte le discipline sportive, i suoi primati fanno esultare il quartiere ebraico dove abita e dimenticare perfino la guerra. 3) Il conflitto generazionale. Nella ricostruzione immaginaria di Zukerman, Merry, la prima figlia di Seymour, è una ragazza introversa e scontrosa per via di una fastidiosa balbuzie. Il disagio di Merry si trasforma in frustrazione poi in rabbia, ed infine esploderà nel gesto clamoroso che cambierà direzione alla storia. 

Il quarto ingrediente è presente in ogni libro di Roth. È il suo tocco magico. Per tutta la vita Roth non ha fatto altro che raccontare di sé, simulando e dissimulando la verità. Mascherandosi. Come tutti i grandi romanzieri, Roth ha tradotto in inchiostro la propria esistenza. Scrivi di quello che sai. Il gioco di specchi tra verità e finzione, che raggiunge il suo culmine ne I Fatti, in Pastorale non tocca il fondo ma il doppiofondo: la storia del romanzo è sì un’invenzione di Roth ma dentro la storia di Roth c’è quella di Zuckerman. Pastorale è una gigantesca allegoria, i Levov sono come l’America, vuole dirci l’autore, che mostra la parte migliore di sé e nasconde la polvere sotto il tappeto. “L’America non è mai stata innocente” scrive Ellroy nell’incipit di American Tabloid. Neppure i Levov lo sono. Non c’è lieto fine né consolazione nelle ultime battute, i Levov sprofondano nell’abisso, i lettori assistono inermi, attoniti, quasi intimoriti. Philip Roth ci getta nel caos. A questo serve la letteratura. 

Angelo Cennamo

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TRE CIOTOLE – Michela Murgia

Dodici racconti dettati dall’urgenza di condividere un’idea di cambiamento nell’intimità di chi li scrive, poi del mondo esterno. È difficile separare l’attuale condizione di Michela Murgia dalla percezione dei testi che compongono Tre ciotole, alcuni più riusciti altri meno. Un libro dalla forte impronta autobiografica, un libro sul corpo, scritto col corpo.
“Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita.”
Il richiamo a L’anno del pensiero magico di Joan Didion è fortissimo.
Qui però la rappresentazione del dolore non è fine a se stessa (non è solo un mostrarsi, consegnarsi al lettore in una imprevedibile nudità) serve a veicolare il Murgia pensiero. Sotto traccia, Tre ciotole è un libro politico. Eccolo il limite di Michela Murgia, il limite di queste storie, scritte sì magnificamente, ma per indicare una rotta e non per lasciarci annegare.

Angelo Cennamo

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SOFFOCARE – Chuck Palahniuk

Chuck Palahniuk – si legge Palanik – è nato a Pasco, nello stato di Washington, da genitori di origine ucraina, il 21 febbraio 1962 – stesso giorno mese e anno di David Foster Wallace, con il quale a dire il vero non ha molto da spartire oltre l’oroscopo e una seconda sfavillante coincidenza spaziotemporale: nel 1996 Wallace pubblicò Infinite Jest, Palahniuk esordì con Fight Club, tuttora il suo romanzo più conosciuto. 

Dopo la laurea in giornalismo e una breve esperienza radiofonica, il giovane Chuck si è dedicato a ben altri mestieri, dal riparatore di motori di camion, all’assistente di senzatetto e trasportatore di malati terminali. Familiarizzare con un autore non facile come Palahniuk richiede una sincera operazione di ripulitura mentale o reset. Occorre cioè fare tabula rasa delle precedenti letture, specie quelle più lineari, senza strane acrobazie fantasy o distopie o deragliamenti nel postmoderno. Palahniuk è uno scrittore postmoderno? Abbastanza. Nelle storie ordite/ardite di Palhaniuk non ci sono paesaggi riconoscibili, luoghi veramente tangibili oltre camere d’hotel o stanze di ospedale, cessi, cubicoli, corridoi bui, cabine di aereo, palestre, descritti sempre col minimo sforzo cromatico e particolareggiato quasi si trattasse di dettagli rispetto a tutto il resto (Palahniuk è uno scrittore minimalista). È l’inconscio umano il luogo principale dei romanzi di Palahniuk. Tutto accade lì tra sinapsi complicate, tic, nevrosi, attacchi di panico, gesti clamorosi. Quante deviazioni hai, cantava Vasco Rossi. Victor Mancini, il protagonista di Soffocare, è un studente di medicina fallito, sessodipendente e figlio di una delinquente mezza matta o visionaria (dipende dai punti di vista eh) che vorrebbe cambiare il mondo per regalare alla gente storie da raccontare “L’unica frontiera che ci rimane è il mondo dell’intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto… la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione”. 

A Ida Mancini quel mondo sicuro e organizzato non piace, è senza eccitazione. Manca l’ebbrezza. Ida gode nel caos. “Le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia”. Per sostenere le cure costosissime alle quali Ida si sottopone in ospedale, Victor ha architettato un sistema ingegnoso, degno dell’inventiva della vecchia madre: nei ristoranti finge di soffocare per via di un boccone andato di traverso, attirando così l’attenzione e la solidarietà di clienti che correndo in suo soccorso possono dare un senso alle loro vite anonime, riscattarsi. Lo stratagemma ideato da Victor non è tuttavia il vero centro della storia, così sembra leggendo la sinossi. L’idea di fondo è piuttosto quella di raccontare come l’impostura sia la sola via di fuga in un mondo refrattario alla verità e all’onestà dei sentimenti. Ida, Victor, il suo amico Denny, Paige Marshall, la dottoressa che ha in cura la madre di Victor al St Anthony, sono solo uomini e donne alla disperata ricerca d’amore. 

Angelo Cennamo

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PICCOLI ATTI DI MISERICORDIA -Dennis Lehane

I caseggiati di Commonwealth, nella periferia di Boston, sono un Bronx di bianchi “le facce sono del bianco più bianco che tu abbia mai visto”. La storia raccontata da Dennis Lehane, sceneggiatore proprio di Boston e autore di bestseller tradotti in oltre trenta lingue (Mystic River e Shutter Island su tutti), prende spunto da un fatto veramente accaduto: il 21 giugno del 1974 un giudice accertò che l’ufficio scolastico della città aveva “sistematicamente svantaggiato le scuole pubbliche frequentate da alunni neri”. Per rimediare, il giudice stabilì che le popolazioni scolastiche della Roxbury High School e della South Boston High School si sarebbero mescolate attraverso reciproche migrazioni di studenti. La contaminazione etnica auspicata – tema in Italia dibattuto proprio nei giorni in cui è stato pubblicato il romanzo, ovvero mezzo secolo più tardi rispetto ai fatti del libro – scatenò proteste violentissime alimentando nuovo odio. 

A Mary Pat Fennessy, sangue irlandese, una vita spesa tra case popolari e lutti familiari, sulla soglia dei quarant’anni le resta una sola ragione per vivere: la sua ultima figlia. Jules ha diciasette anni. Una notte esce con tre amici ma non torna più a casa. Mary Pat ha già perso un marito quando era giovanissima e il primo figlio per overdose. Mary Pat non può permettersi altri crolli, nuovi incubi, sarebbe la fine. Nella stessa notte in cui si perdono le tracce di Jules, viene assassinato in circostanze tutte da chiarire un ragazzo di colore. Si chiama Auggie Williamson. Dopo le prime indagini, sembra che i destini dei due giovani (Jules e Auggie) siano legati da un doppio filo. Mary Pat, che non è solo la protagonista assoluta del romanzo ma anche uno dei personaggi femminili migliori della storia del crime americano (mi assumo la responsabilità di quello che scrivo) capisce poco di diritti civili, la sua sopravvivenza dipende da cose tangibili: il denaro (che non basta mai), il cibo, le bollette da pagare, un’auto vecchia e scassata che la porta ancora in giro chissà per quale miracolosa legge della meccanica. May Pat “non può avercela con la gente di colore perché vuole andarsene dal merdaio in cui si trova, ma voler venire nel merdaio in cui si trova lei non ha alcun senso”. Quel posto è solo più bianco ma non è migliore dell’altro. Piccoli atti di misericordia è una storia di fallimenti e di infelicità che non hanno colore, di uomini e donne sconfitti senza alcuna possibilità di riscatto. La guerra tra poveri messa in scena da Lehane, con dialoghi serrati che occupano gran parte del testo, è un’infamia nell’infamia. La vicenda pubblica si riflette sì in quella privata delle famiglie Fennessy e Williamson ma in modo distorto (in una delle parti più toccanti del romanzo, Mary Pat incontra i genitori di Auggie). Piccoli atti di misericordia non si può liquidare come una delle tante storie di razzismo – scritta tra l’altro da un bianco di origini irlandesi, fatto abbastanza insolito nella narrativa americana. È molto di più: un romanzo sull’essere madre, sui sensi di colpa, sul male dal quale nessuno può sentirsi immune (il detective Bobby Coyne lo sa bene, Bobby è un uomo fragile, perennemente in bilico tra l’applicazione della legge e l’umana comprensione, la misericordia). È soprattutto un romanzo sulle donne e sul coraggio delle donne. Mary Pat è tra l’Anna Magnani di Mamma Roma e l’Agnes Bain del romanzo di Douglas Stuart (Storia di Shuggie Bain), altro personaggio femminile straordinario della letteratura dei nostri tempi. Nelle ultime pagine il noir diventa thriller, il thriller dramma: corpo, cuore, sangue, vendetta, sconfitta. Ancora. Ancora. Ancora. Bellissimo. 

Angelo Cennamo

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