Il puttanesimo consapevole è un capitolo a sé della letteratura, un serbatoio senza fondo che non distingue tra mainstream e genere, e che ha come riferimenti autori diversi per stile o voce, da Joyce a Bukowski, da Hubert Selby Jr a Roberto Bolaño, da Fabrizio De André a Massimo Carlotto, la serie è lunga. Nel 1989 William Vollmann aveva già raccontato il mestiere del sesso in Storie dell’arcobaleno (The Rainbow Stories). È un autore complesso Vollmann, speciale per molte ragioni e non tutte legate alla scrittura in sé. Scrive su qualunque argomento e tanto, lavora contemporaneamente anche su dieci progetti diversi. Per essere preciso, credibile, va nei luoghi delle sue storie e vive come i suoi stessi personaggi: povero con i poveri, biker con i bikers, mujaheddin con i mujaheddin.
Con Puttane per Gloria, Vollmann torna nel quartiere malfamato di Tenderloin, a San Francisco, due anni dopo The Rainbow Stories. Jimmy è un reduce del Vietnam; soggiorna in squallide pensioni, frequenta drogati, prostitute, avanzi di galera, senzatetto. Attraverso le testimonianze di questi reietti, Jimmy si mette sulle tracce di Gloria, prostituta e suo primo amore, scomparsa chissà dove, forse mai esistita.
Ci sono due grandi assenti in questo libro: il primo è il Vietnam, che è uno dei traumi della storia recente americana più rappresentati, nel cinema come nella letteratura (il Vietnam fa da sfondo all’indagine di Jimmy ed è probabilmente la causa dei suoi deliri); l’altro è Gloria, il sogno inafferrabile: l’amore ma anche la gioventù perduta per sempre in guerra. Puttane per Gloria è un romanzo crudo e poetico sull’infelicità con un finale tassonomico che sconfina nel saggio, insolitamente breve per gli standard di Vollmann: appena duecento pagine. Jimmy come Henry Chinaski e Mickey Sabbath, il burattinaio triste di Philip Roth. Disperato, erotico, stomp.
Un matrimonio d’interesse, un amore negato, delitti, scambi di persona, e una donna dall’identità misteriosa, vestita di bianco, che attraversa l’intera vicenda di questo magnifico romanzo corale, strutturato come una raccolta di testimonianze, a volte come un diario, lungo quasi novecento pagine, in cui è la trama, perfettamente congegnata, a imporsi su ogni altra cosa. Un poliziesco ante litteram, una clamorosa storia d’amore, una velenosa saga familiare, ma anche lo spaccato preciso della borghesia rurale inglese nell’età vittoriana, tra segreti, bugie, raggiri, intrighi, passioni laceranti. Nel 1860 Charles Dickens volle pubblicarlo a puntate sulla sua rivista All The Year Round. Un grande successo che ha resistito al tempo e alle mode conservando intatta la propria lucentezza e la perfezione degli intrecci narrativi. Duecento anni fa nasceva a Londra Wilkie Collins e Fazi, il suo editore italiano, celebra l’antico maestro del genere riportando in libreria tre dei suoi capolavori: La donna in bianco, Senza nome, La pietra di luna. Non sceglietene uno solo, leggeteli tutti e tre.
Lessi qualcosa di Philip K. Dick negli anni dell’università, prima che i miei gusti letterari prendessero altre direzioni, e molto prima che l’idea del blog facesse capolino nella mia mente; a quel tempo ero preso da autori come Hemingway e Scott Fitzgerald, e dalla beat generation di Ferlinghetti, Corso, Kerouac, Burroughs, insomma quella roba lì.
Ho ripensato a Dick giorni fa, in libreria, mentre scorrevo i titoli di Stephen King alla ricerca di uno dei miei (pochi) pezzi mancanti del Re. Lo scaffale era lo stesso e i romanzi di Dick risaltavano sul nero lucido degli arredi per via delle nuove cover ideate da Mondadori: color panna, sobrie, eleganti, perfettamente in linea con i contenuti, molto americane. L’Uomo Nell’Alto Castello (The Man In High Castle), in Italia inizialmente pubblicato da Fanucci col titolo La Svastica Sul Sole, è uscito nel 1962 e ha segnato l’inizio della maturità artistica di Dick. Il romanzo si inserisce nel filone della cosiddetta narrativa ucronica, la letteratura cioè che riscrive la storia raccontandoci come sarebbe andata se… (Il Complotto Contro l’America di Philip Roth, Il Sindacato Dei Poliziotti Yiddish di Michael Chabon… eccetera).
Con Mondadori e la nuova traduzione di Marinella Magrì, La Svastica Sul Sole ritrova il suo titolo originale e, complice una fiction tv di grande successo in onda su Prime Video, torna a far parlare di sé incuriosendo anche chi non conosce l’autore del romanzo o non è avvezzo a questo genere di letteratura, tra la distopia e il romanzo storico.
La controstoria di Dick è ambientata nei primi anni Sessanta, in un’America che nella finzione ha perso la seconda guerra mondiale contro i paesi dell’Asse, e con una geografia politica evidentemente ridisegnata dai vincitori: l’Europa, l’Africa e gli Stati Uniti dell’Est fino alle Montagne Rocciose sono diventati un protettorato del Reich; Asia, Pacifico e Stati Uniti dell’Ovest sono finiti nelle mani del Giappone. I livelli della narrazione sono due: le vicende storiche si intrecciano a quelle personali dei protagonisti, uomini e donne comuni con delle vite pressoché anonime (il privato è decisamente meno attraente del pubblico). Cos’è che rende L’Uomo Nell’Alto Castello il capolavoro che noi tutti conosciamo? Intanto la non verosimiglianza della storia, la suggestione di un mondo capovolto, quasi inimmaginabile, nel quale un paese potente come gli Usa soccombe a Hitler e compagni, con un tempo tridimensionale che si muove a zig zag tra presente passato e futuro. In secondo luogo, la presenza nel libro di Dick di altri due libri: L’I Ching, l’oracolo dell’antica saggezza cinese (pare che lo stesso Dick lo consultasse per tutto, a mo di oroscopo) e La Locusta Si Trascinò A Stento, un romanzo censurato, proibito dal governo, che racconta l’epilogo reale della guerra. Il suo autore si chiama Hawthorne Abendsen, è un ex marine che si nasconde in un alto castello ma che nelle ultime battute del romanzo si mostrerà senza timore fino ad annunciare la sua verità clamorosa. La Locusta è chiaramente un espediente narrativo di grande impatto, la trovata geniale attraverso la quale Dick si diverte a giocare e confondere i lettori con il reale e l’immaginario, il fulcro di tutto, il meccanismo che cattura più di ogni altra vicenda e che rende il romanzo (quello scritto da Dick) un romanzo speciale.
In una cittadina nel nord dell’Arizona chiamata Randall, come Randall Flagg, il protagonista de L’Ombra dello Scorpione di Stephen King, quattro case e una grande segheria che fa molto America, accadono strani fenomeni: qualcuno ha profanato delle chiese e le ha vandalizzate con sangue di capra. Padre Selway e sua moglie sono spariti e molti degli abitanti del posto vengono assaliti dagli stessi incubi: sogni premonitori che annunciano disastri terribili, fuori da ogni logica o spiegazione razionale. Una brutta rogna per Jim Weldon, lo sceriffo della città chiamato a fronteggiare una situazione senza precedenti e ben al di sopra dei mezzi di cui dispone. Di Bentley Little in Italia sono stati tradotti (Ariase Barretta) tre romanzi: The Consultant, The Resort e questo (tutti e tre editi da Vallecchi di Firenze). In più occasioni ho scritto che Little ricorda Stephen King, dal quale lo scrittore di Mesa ha ereditato soprattutto la vena Horror – Little è assolutamente un romanziere Horror, a differenza di King che all’Horror viene invece accostato spesso per errore o con imprecisione. The Revelation è una storia veloce con tanti colpi di scena, e per quanto Little attinga al più stereotipato armamentario del “brivido”, riesce a tenere alta l’attenzione del lettore dall’inizio alla fine includendo nell’eterna lotta tra il bene e il male elementi sui quali non sempre i suoi colleghi (lo stesso King) si soffermano più di tanto. Le vicende raccontate da Little si compiono cioè in luoghi visibili, dentro spazi aperti o familiari riconoscibili che danno nuovo colore e spessore alla traccia centrale del romanzo: la città posseduta dal demonio. I paesaggi di Randall e il caldo torrido che soffoca i protagonisti quasi come la peste nel romanzo di Camus, formano un corollario preciso e di grande effetto. Figura chiave della storia è Fratello Elias, un predicatore venuto dal nulla che nella seconda parte della narrazione acquisterà un ruolo decisivo per le sorti della comunità. Elias è un uomo di chiesa o è contro la chiesa? “Le religioni sono solo rozzi tentativi di spiegare la loro esistenza. Le religioni non hanno altro scopo se non quello di categorizzare i poteri che non si possono comprendere”. Ma il mistero e le nebbie che avvolgono Randall ora cominciano a diradarsi. Adesso tutto è chiaro, il male si mostra in ogni sua forma, il male ha le sue ragioni. Chi si salverà da questa apocalisse?
Il Michael Chabon de I Misteri di Pittsburgh non è lo scrittore esperto e dotato de Le Fantastiche Avventure di Kavalier e Clay e neppure il fine raccontastorie di Wonder Boys e Telegraph Avenue, a mio avviso le due cose migliori insieme al Pulitzer di una carriera artistica che ha ormai superato il traguardo dei trent’anni. Nel 1988, o giù di lì, mentre ne abbozza la trama in un tugurio che puzza di biciclette, il giovane Michael sta completando il Creative Writing Program dell’University of California di Irvine. Sente il vento che gli soffia alle spalle, Michael. Ha la sensazione che la storia stia passando anche da quello stanzino, e che la letteratura americana di lì a poco, o forse no, cosa dico, forse quel processo è già in atto, entrerà in uno spazio nuovo, mai esplorato prima. Chabon, Foster Wallace, Franzen e Bret Easton Ellis sono i Fab Four che hanno impresso una svolta e aperto il romanzo a una generazione di maschi deboli e insicuri che però non temono di mostrare i lividi o di soccombere di fronte alle sfide più dure della vita. La “zona disagio” di Art Bechstein è compressa tra l’indicibile padre gangster e una sessualità poco nitida che non smette di tormentarlo nel corso della lunga estate che fa da sfondo alle vicende del libro. Ai protagonisti de I Misteri di Pittsburgh non accade un granché, Ellis direbbe che quei ragazzi “esistono”. Art si è appena laureato in economia e lavoricchia in una biblioteca. Il suo personaggio non ispira grossa simpatia, parlo per me: Art è perennemente indeciso su tutto, goffo, a volte perfino mellifluo, non sa mai quello che vuole né “chi” vuole. Intorno a lui, un gruppetto di amici con tic e sfumature diverse ma dalla personalità anche stilisticamente più decisa. Art oscilla, è scritto sulla quarta di copertina – decisamente il verbo più appropriato – tra l’amore di Arthur e quello di Phlox, la ragazza punk che prima o poi dovrà arrendersi a una certa evidenza. Ma è Cleveland il miglior attore protagonista su questo set mucciniano, la corda tesa tra i due Bechstein che soprattutto nella seconda parte darà ulteriore slancio al plot. Tutto il resto è sentimento e luce. L’esordio di Chabon è un libro fresco, di una leggerezza calviniana che qualche anno più tardi ha ispirato giovani autori anche di altre latitudini, penso ai primi passi di Niccolò Ammaniti e di Claudia Durastanti. Un po’ romanzo di formazione un po’ thriller, con una prosa essenziale, senza orpelli (“Tu sei un minimalista” dice Cleveland ad Art a pagina 206). L’affresco di una gioventù americana bianca, gaia, senza pensieri.
Ho scoperto l’esistenza di questo romanzo, del quale ignoravo pure l’autore, per caso, anni fa, leggendo una dichiarazione, forse era un’intervista, non ricordo, a David Foster Wallace. Cliccando su Amazon o Ibs vi accorgerete che L’Amante di Wittgenstein è l’unico libro di David Markson – scrittore originario di Albany, New York – disponibile in Italia. Negli Usa uscì nel 1988, quando Markson aveva ormai superato i sessanta senza grossi sussulti di notorietà, ma da noi è arrivato solo nel 2016 grazie all’editore Clichy (vi dice niente Nomadland?), che si è affacciato sul mercato editoriale proprio con questa pubblicazione. Inutile dire che buona parte della curiosità sul romanzo l’abbia accesa lo stesso Wallace, a suo tempo una specie di testimonial di Makson oltre che un caro amico e confidente. Prima di addentrarmi nel merito dell’opera vorrei però avvertire i lettori, cioè voi, che se non doveste essere attratti o gradire romanzi cerebrali o troppo cerebrali, fareste bene a stare alla larga da questo libro e dalle quattro cose che sto per dire: L’Amante di Wittgenstein è un romanzo profondamente cerebrale, nel senso che ogni cosa che troverete nel racconto accade o esiste unicamente nella mente della protagonista, e che la finzione o la percezione della verità in ordine a quanto accade è l’essenza stessa della non-storia. Kate è una pazza convinta di essere l’unico abitante rimasto sulla terra, e il suo monologo, anzi il suo interminabile flusso di parole non dette ma scritte, Kate le sta battendo a macchina, si traduce proprio come un’affermazione del suo esistere, ovvero come il superamento della logica cartesiana del “cogito ergo sum” nella realtà intesa come racconto. Il richiamo a Wittgenstein, al di là del titolo, è evidente. Nel suo lucido delirio di ricordi e di viaggi in tutto il mondo, dall’Italia al Messico, dove sarebbe stato sepolto il figlio Simon o Adam, Kate menziona mille personaggi della pittura, della scienza, della musica, della letteratura e della filosofia. Wittingenstein è il più citato, spesso male, con imprecisione “In questo senso il linguaggio è spesso impreciso, ho scoperto”. L’errare doloroso di Kate, che oggi scrive a macchina da una casa sulla spiaggia come Giuseppe Berto dalla sua bettola di Capo Vaticano, è l’immagine di quella solitudine o solipsismo che ha già legato a doppio filo Wallace al noto filosofo austriaco (Kate è “terribilmente, terribilmente sola”). Di conseguenza, il romanzo vuole essere il tentativo – riuscito o meno – di proiettare l’opera di Wittgenstein, Tractatus et similia, in una nuova forma di narrativa, la vetta più alta, dirà lo stesso Wallace, dello sperimentalismo americano. Come dicevo, L’Amante di Wittgenstein è un romanzo senza tempo e senza luogo. È soprattutto un romanzo senza trama. Le frasi sono brevi e tra di loro sconnesse, secondo una non linearità che riflette la follia della voce narrante ed errante ma anche la “solitudine” di ogni singolo brano del racconto “Ciò per cui darei seriamente qualsiasi cosa, in realtà, è capire come faccia la mia mente a saltare di palo in frasca come a volte fa”. Prima che venisse pubblicato, fu rifiutato quarantaquattro volte, ben oltre le trentadue di Shuggie Bain di Douglas Stuart e le diciotto dell’Ulisse di Joyce. Non è un romanzo per tutti ma è un romanzo che tutti dovrebbero leggere per uscire o per provare a uscire dai confini di una letteratura spesso convenzionale e povera di spunti originali.
C’è una parola in America che identifica i bianchi del sud un po’ ignoranti, rozzi e rancorosi. La parola è “redneck”. Demon Copperhead abita nel Southwest Virginia. Siamo negli Appalachi meridionali, in un posto sperduto di case mobili, birre e Vangeli, tra povera gente che sopravvive grazie a lavori occasionali o con sussidi statali, figli senza padri con storie di galera e di abbandoni. Sacrifici. Sudore. Malattia. Vi dicono niente Lee Maynard, Ron Rash e Chris Offutt? Ecco, quella roba lì. Demon è stato messo al mondo da una diciottenne drogata, dentro una di queste roulotte. Ama i supereroi della Marvel e sogna di vedere il mare. Dal padre, che non ha fatto in tempo a conoscere, ha ereditato i capelli rossi e quel soprannome Copperhead – Testa di rame – che lascia pensare a possibili origini irlandesi. Con Demon Copperhead – quasi l’anagramma di David Copperfield, il capolavoro di Charles Dickens al quale questo romanzo è volutamente ispirato – Barbara Kingsolver ha vinto il Pulitzer ex aequo con Trust di Hernan Diaz. In Italia il libro è uscito negli ultimi giorni del 2023 edito da NeriPozza e con la traduzione di Laura Prandino. La storia di Demon, lunga 650 pagine e raccontata in prima persona, è una corsa affannata tra affidi e rinunce “… tutti credono che l’adozione sia una cosa automatica… Ma nella Lee County ci sono molti più orfani che persone che li vogliono”, speranze tradite, sbandate, e improbabili riscatti attraverso lo sport. Una storia commovente che al di là dell’evidente richiamo dickensiano ci ricorda altri due romanzi recenti: Storia di Shuggie Bain di Douglas Stuart e Canada di Richard Ford, che di questo libro è una specie di bella copia.
Come in Shuggie Bain il rapporto madre figlio è centrale, almeno nella prima parte. Ma se nel romanzo di Stuart il ruolo della madre si impone su quello del piccolo Shuggie – Agnes Bain è uno dei personaggi femminili più straordinari della storia della letteratura di tutti i tempi – Kingsolver invece la sua traviata la lascia quasi ai margini del racconto, sovrastata da altri ruoli per concentrarsi sulla figura del figlio. Il risultato è inizialmente notevole, ma nella seconda parte la tensione cala e la trama si disperde in troppi rivoli superflui, non sempre interessanti e originali.
Come per altri scrittori di culto, esistono due versioni di David Foster Wallace: una reale, che si manifesta attraverso le opere che l’autore di Ithaca (NY) ci ha lasciato nei suoi vent’anni o poco meno di carriera (romanzi, racconti, saggi, reportage, interviste); un’altra virtuale, il cosiddetto intellettualismo di Wallace, frutto di una massiccia iconografia alimentata da analisi critiche, studi, rielaborazioni, osservazioni di addetti ai lavori o di semplici lettori, così inspessita e stratificata da poggiare su giudizi altrui più che su opinioni personali. Wallace è un autore più citato che letto, e i suoi libri spesso vengono mostrati anziché aperti perché fa figo, per accreditarsi nei circuiti culturali che contano o in certe bolle social. Non ho mai creduto ai libri che ci cambiano la vita. Non esistono. Esistono piuttosto degli autori e dei libri che cambiano il nostro modo di leggere, che ci rendono lettori più esigenti, impenetrabili, refrattari alla solita narrativa di trama, mainstream, lineare, con tutto l’iceberg in bella mostra. Infinite Jest ha questo potere. Fu pubblicato negli Usa nel 1996, in Italia arrivò quattro anni più tardi sull’onda emotiva di Edoardo Nesi (poi traduttore del romanzo) e di Sandro Veronesi, che dopo averne sentito parlare in un tour negli States e non riuscendo a leggerlo in inglese, pretese di farlo tradurre in italiano dai suoi amici della Fandango. In pratica sappiamo di Infinite Jest grazie al capriccio di due lettori eccellenti e fissati. Perché un romanzo di circa milletrecento pagine, molte delle quali occupate da centinaia di note – le note sono parte integrante del testo – continua a richiamare l’attenzione di tante persone compreso il sottoscritto? Avevo approcciato il mattone di Wallace due volte, l’ultima in prossimità del DFW Tribute che organizzai tre anni fa alla libreria Feltrinelli di Salerno. L’ho ripreso per la terza volta approfittando della sosta natalizia e di un vuoto di interessi che in un post semiserio su Facebook avevo definito come la condizione del lettore “assuefatto”, il terzo e ultimo stadio dopo quello dell’effetto acquario e del lettore consapevole. Non lo faccio per scelta. Come dicevo prima obbedisco a un richiamo, a una sirena odisseica che mi trascina in quello stato di dipendenza di cui sono piacevolmente vittime gli stessi personaggi del libro (Infinite Jest è anche un film introvabile che ipnotizza gli spettatori costringendoli a rivedere la pellicola di continuo, fino alla morte. Così pericoloso da trasformarsi in una possibile arma letale nelle mani di un particolarissimo commando terroristico). Rileggo Wallace perché “non esisteva scrittore vivente dotato di un virtuosismo retorico più autorevole, emozionante e inventivo del suo”, così ne parlava Jonathan Franzen in un saggio. Sarà l’ennesima traversata lunga ed estenuante, lo so, ma la difficoltà di Infinite Jest è parte stessa del fascino di Infinite Jest, romanzo imperniato sul linguaggio e sul significato della letteratura prima ancora che su una vera e propria trama. Del legame stretto tra Wallace e Ludvig Wittgenstein si è scritto tanto. Wittgenstein è il filosofo del linguaggio e della impossibilità di scindere la realtà dalla sua esposizione. La distanza tra pensiero e parola in Wallace è così breve che leggendo le sue storie abbiamo l’impressione di non trovarci fuori dal racconto ma dentro la mente di chi lo sta portando in scena. No, una sola volta non basta per comprendere il senso di tutto ed entrare pienamente nella dimensione wittgensteiniana dell’azione e della sua rappresentazione. Di leggere Infinite Jest non si smette mai.
Se avete visto film del tipo Se mi lasci ti cancello, Essere John Malkovich o Anomalisa, leggere Antkind (Formichità), opera prima di Charlie Kaufman, uscita negli Stati Uniti nel 2020, in piena pandemia da Covid, e arrivata da poche settimane in Italia con Einaudi e la traduzione di Gaspare Bona, non sarà come precipitare in un buco nero o come sbattere all’improvviso contro un iceberg. No, perché avreste degli elementi in più per prendere le misure, orientarvi, districarvi nei mille e altri mille mondi abitati da questa testa matta di Kaufman, artista capace di cose terribili: clonare identità, uscire dalla normale cronologia del tempo, inventare nuovi e apocalittici scenari terrestri, sdoppiare esperienze, trasformare la verità in sogni e i sogni in verità. Ora voi vi aspettate che io dica due cose su Formichità, su questo mattone di oltre settecento pagine atteso tre anni quasi si trattasse di un Santo Graal soprattutto da un certo lettorato orfano di Bolaño, Foster Wallace e Pynchon (lo so che Pynchon è vivo ma come autore non lo è più). Bene. Datemi solo pochi secondi per schiarirmi le idee e tirare il fiato. Formichità l’avevo lasciato per un po’ di tempo in un angolo dello scaffale mentre ero preso dalle selezioni della shortlist del blog. Era lì che mi guardava, che mi chiamava: ma insomma quand’è che la smetterai di ignorarmi? Poi un giorno mi sono deciso e ho attaccato… Allora, lo dico subito: non so bene cosa ho letto. Prima ho citato Pynchon. È il solo riferimento che potrà aiutarvi a comprendere, almeno finché non sarete voi a leggerlo, il perimetro di quest’opera, che nonostante i non pochi difetti, la si può collocare nel migliore dei generi letterari, quello dei libri strani.
Formichità ha una trama? Sì, ma si esaurisce in una piccola parte della narrazione. Tutto il resto è un magnifico cazzeggio fatto di quisquilie (poche) e colpi di genio (tanti). B. Rosemberger Rosemberg – B. sta per Balaam, ma lui preferisce la B puntata “Per non ostentare la mascolinità” – di vite ne ha vissute tante “Tronfio conferenziere accademico. Stressato direttore di un grande magazzino. Dentista in una cittadina di provincia. Regista… Strisciante commesso in una gastronomia. Arrogante emulatore di Jean-Luc Godard… Invidioso critico cinematografico di terz’ordine…”. Per una strana circostanza, B. si imbatte nel più grande capolavoro cinematografico di tutti i tempi, un film d’animazione al quale ha lavorato per novant’anni uno sconosciuto regista afroamericano chiamato Ingo Cutbirth. Il film di Ingo dura tre mesi e non lo ha visto nessuno. Nessuno oltre B. È un film comico sull’incubo dell’umorismo, popolato da centinaia di pupazzi, molti dei quali però non vengono mai inquadrati dal regista: gli invisibili. Le aspettative di B., che tra le altre cose è un uomo molto insicuro, complessato e di brutto aspetto, durano poco. Tutto andrà letteralmente in fumo e costringerà il protagonista a ricorrere a un piano assurdo: ricordare l’intera storia del film per farne un remake con attori in carne e ossa, servendosi di un ipnotizzatore.
Quello che accade da qui in avanti è una infinita sequela di incontri ed esperienze strampalate, con mille divagazioni che non hanno nulla a che fare con la traccia principale del libro. Leggerete di caverne platoniche, film storici, di Donald Trunk (non Trump), e di formiche giganti, attraverso dilatazioni spazio-temporali nelle quali sarà facile perdersi o capire poco. Formichità è chiaramente un romanzo massimalista, Kaufman lavora per espansione, apre decine di incidentali che spesso vi daranno sui nervi, ma non sconfina mai nella presa in giro. Non è fuffa, la sua, è magma di nevrosi e di battute esilaranti, genio e sregolatezza. B. è figlio di Holden Caulfield e Alexander Portnoy: certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Con la solita ironia, Kaufman se la prende col politically correct che sta inquinando l’arte americana un tempo più libera e irriverente. B. è Ulisse che si apre all’ignoto, il ragioniere Fantozzi che sbava di fronte alla signorina Silvani, il Sam di Woody Allen che prova a darsi nuove chances. Insomma, non fatevi tante domande. Leggete Formichità. Divertitevi.
Il libro dell’anno per Telegraph Avenue è Le schegge – The shards – di Bret Easton Ellis (in Italia con Einaudi e la traduzione di Giuseppe Culicchia). Il romanzo di Ellis prevale su: L’anno che bruciammo i fantasmi di Louise Erdrich, The sentence nella versione originale (Feltrinelli – traduzione di Andrea Buzzi); L’atlante di William Vollmann, raccolta uscita negli Usa nel lontano 1996 (lo stesso anno di Infinite Jest di David Foster Wallace e Fight Club di Chuck Palahniuk) ma pubblicata per la prima volta in Italia nel 2023 (minimum fax – traduzione di Cristiana Mennella); Il passeggero di Cormac McCarthy, preferito al gemello Stella Maris, arrivato in libreria pochi mesi dopo (Einaudi – traduzione di Maurizia Balmelli); Manifesto Criminale di Colson Whitehead (Mondadori – traduzione di Silvia Pareschi).
L’affermazione de Le schegge, che è netta e che è scaturita, come è prassi, da un giudizio condiviso anche con i lettori del blog, la si può motivare più o meno così: per la geniale operazione di sdoppiamento e di contenimento compiuta dall’autore, che raccontado la genesi del suo primo romanzo, ha di fatto ridisegnato i confini della metafiction secondo paradigmi nuovi. Ellis ripercorre le tappe di avvicinamento a Meno di zero: la progettazione, più in generale l’ambizione di scrivere, trascinando la vecchia storia nella nuova e uscendo da questa per diventare se stesso e darle voce. L’espediente narrativo adottato dall’autore, unitamente alla vivacità della trama – diversamente thriller, rapida nello scorrimento – e alla fedele rappresentazione di una certa borghesia californiana anni ’80 perennemente sull’orlo del precipizio, fa di questo romanzo il miglior affresco di una generazione disillusa e allucinata. Non solo. Il coraggio col quale Ellis racconta la sua storia, nella forma e nei contenuti, fregandosene dei lacci o dei subdoli tentativi di censura che minacciano di guastare, anzi che stanno già guastando molti pezzi della narrativa contemporanea non solo in America, aggiunge ulteriore valore e appeal al libro, trasformandolo quasi in un atto di resistenza a un’editoria dominata da deliranti forme di pedagogismo e strane vocazioni redenzioniste. La gioventù di Ellis è bianca, straricca, deideologizzata, socialmente disimpegnata, estranea quindi a qualunque format imperante. Le schegge vince anche per questo.